III.

Egli lo guarda estatico il carroccio, lo bacia, non sa staccare lo

sguardo da lui e poi va da Alessandro.

Il viaggio non gli reca difficoltà. È così veloce; gli sembra di

volare. Non sente stanchezza alcuna. Rapidamente si susseguono i

giorni ai giorni. Finalmente è giunto. Ottiene di venir ammesso al suo

cospetto.

Ecco l'Apostolico. Un vecchio piccolo, scarno, sciupato da infinite

fatiche, da indicibili dolori, con un dolce sorriso paterno sullo

scarno volto e certi occhi grandi, buoni, ma velati d'infinita

mestizia. Il cuore del padre soffre tanto a quelle lotte, a quel

sangue; soffre di dover difendere i diritti di Dio, della Chiesa e

della libertà colla spada, colle lancie, colle frecce, colle armi. Ma

non è possibile diversamente. Anche Giuda Maccabeo ha dovuto difendere

colle armi e spargendo sangue la città santa e l'altare del Dio

vivente. Ed ora non si trattava di un tempio di pietre, ricco di

metalli, ma dello stesso corpo mistico del Redentore, della sua

Chiesa.

Egli comprende tutto questo; legge i pensieri del Papa quando si

prostra al bacio del sacro piede ed implora dal Vicario di Gesù Cristo

una speciale benedizione per Milano, per la compagnia della morte, per

il carroccio, una benedizione, che sia caparra di vittoria.

--Vi benedico! Il Papa auspica le benedizioni dall'Alto a chi combatte

alla difesa della buona causa, per la libertà della Chiesa e della

patria. Anch'io sono italiano. Benedico ai vostri sforzi di conservare

la libertà dei vostri Comuni, d'impedire che le schiere imperiali

apportino novelle rovine a queste terre, che Dio ha dato a noi e dove

noi abbiamo diritto di condurre libera vita, sempre con gran rispetto

dei diritti altrui, e dell'autorità che ci è superiore--è la

benedizione del Papa.

Come volano questi mesi! sembra un sogno. Sono già passati l'estate e

l'autunno; è passato l'inverno temuto, ed egli non se ne è quasi

accorto, non ha sentito il freddo invernale, così rigido, così temuto

ai piedi delle Alpi. Già; quando si lavora.

Ricorda di spesso l'antico sogno. Là il tempo gli era passato quasi

con maggior lentezza. Già. La vita è un sogno e nel sogno si vive

quasi una vita novella.

Il lavoro; la tensione grande, infinita delle proprie forze! Dio mio,

come passa presto la vita!

Le truppe imperiali scendono le Alpi e si riversano in Italia.

Barbarossa è furente. I fuggiaschi raccontano delle sue collere

infinite. Ha giurato di distruggere quanto si opporrà al suo

passaggio; vuole punire la superbia dei lombardi; chi gli cade nelle

mani viene scannato; non usa misericordia a nessuno. Tutte le città,

nelle quali s'incontrerà per via, verranno date alle fiamme;

rischiareranno la sua via; ed Alessandro ha da diventare il suo

cappellano umile e devoto; perchè egli è l'imperatore e perciò il capo

universale della Chiesa e dello stato; nel suo petto sono due

sorgenti, dalle quali sgorga ogni legge, la civile e l'umana; egli è

l'arbitro del mondo. Ciò che egli vuole ed approva è buono; cattivo

ciò che egli non vuole o condanna; la sua volontà è legge e doverosa

ogni cosa voluta da lui. Non è Dio l'autore delle leggi, neppure il

Papa, ma soltanto lui, Barbarossa!

Così gli riferiscono i Fuggiaschi, ed il suo cuore divampa di sempre

maggior sdegno; un oltraggio sì grande alla patria, all'Italia, a

Milano, a Alessandro!

La compagnia della morte si arma. Si arma lui pure. Quanto è dolce

morire per la patria! Ora incomincia a comprenderlo. Si sente invaso

di un grande entusiasmo, di un delirio immenso. Ecco le sue armi; sono

velate a nero. Finchè Milano non è libera, non è risorta, i suoi figli

vestano a gramaglie.

Avanti! Alla marcia, alla marcia contro il nemico!

Quanti soldati! Nessuno li ha costretti; nessuno li stipendia. Sono

tutti volontari; i figli di Milano e delle città sorelle; la balda

gioventù lombarda, che marcia contro il nemico, avida di combattere,

di vincere o di morire. Libertà o morte! Molti moriranno, ma la morte

non incute loro terrore. Moriranno per l'Italia, per Milano. Libertà o

morte!

Dietro a quella folla di giovani così fieri, così baldi, decisi di

combattere, di morire per la patria, viene il carroccio gigantesco,

dal quale sventolano le sacre bandiere, e che è Milano stessa che

accompagna i propri figli; il carroccio, l'emblema della sacra

libertà. Vedere il carroccio vuol dire vedere Milano; difendere il

carroccio difendere Milano. Non deve cadere nelle mani del nemico;

mai, mai, finchè anche uno solo di noi resterà in vita.

Ecco Legnano. Ecco l'esercito nemico; ecco le aquile imperiali. Quanto

è numeroso quell'esercito, quanto potente! Quanti avversari! Gente

nordica, semibarbara, vestita di ferro, con grandi elmi piumati, con

forti macchine di guerra; molti a cavallo. Gente in gran parte

mercenaria; pagata dall'imperatore; combattono per la speranza del

bottino. Hanno detto loro che le città lombarde sono ricche,

abbondante il loro oro, generosi i loro vini, belle le loro donne. Dio

creò l'Italia per i tedeschi; il lavoro italiano per arricchire i

tedeschi, e volle belle le donne italiane per i loro amatori di

Germania. Oro! Bottino! Donne! Vino! Barbarossa! Barbarossa! E poi

l'antipapa li ha benedetti, ha assicurato loro la vittoria, perdono

dei loro peccati, assoluzione generale, la gloria beata del cielo; chi

muore sul campo di battaglia diventa martire e verrà venerato come

martire. Che cosa non promette un antipapa?

Barbarossa! Barbarossa!

Egli ode questo grido uscire da mille e mille rauchi petti. Comprende

che è venuto il grande momento; che si decide allora la sorte di

Milano, dell'Italia tutta, i destini della Chiesa. Se Barbarossa vince

Milano apparterà alla storia, l'Italia sarà feudo tedesco, terra da

sfrutto; Roma città imperiale, il papato trasportato altrove, in

Francia, in altre terre; non più a Roma, dove il vicario di Cristo non

poteva essere lo zimbello dell'autorità imperiale.

E quant'egli comprende lo sentono anche i suoi compagni, che da mille

petti esce festoso il grido: Alessandro! Alessandro! Sant'Ambrogio!

Sant'Ambrogio! S'invoca il nome del santo patrono, acciocchè difenda

dal cielo la sua Milano e si fa il nome del Papa, che racchiude, in

quell'istante, un intero programma di libertà. Alessandro, Alessandro!

Le sacre bandiere milanesi e delle altre città lombarde sventolano

allegramente al vento e gli eserciti si scontrano. Suonano le fanfare,

per tener alto il morale dei lottatori; il sole viene oscurato da

immensi nugoli di frecce; la cavalleria atterra i fanti e mena scempio

tra i pedoni; i cavalieri, vestiti di ferro, brandiscono le immense

spade e spiccano teste; ma anche i fanti vanno lieti alla lotta, alla

difesa, e più di un cavallo viene colpito in pieno petto od ha le

gambe ferite, cade a terra e ribalta il suo cavaliere, che non è più

capace di alzarsi.

Avanti, avanti! Già la lotta si accende corpo a corpo.

Difendiamo il carroccio! Alessandro, Alessandro! Sant'Ambrogio,

Sant'Ambrogio!

I nemici fanno grandi sforzi per giungere al carroccio, per strappare

le bandiere, per impossessarsi di quel sacro legno. I milanesi lo

difendono col loro petto; la compagnia della morte fa prodigi di

valore.

Egli si sente pieno di un indomito entusiasmo; avido di difendere la

Chiesa e la patria, i suoi due maggiori tesori. Brandisce la spada. Ha

già lottato corpo a corpo contro un nemico e lo ha ucciso. Altri lo

aggrediscono. Sono tedeschi; c'è anche qualche traditore italiano, tra

di loro. Oh, questi traditori! Servire la causa del nemico; combattere

per l'assassinio della patria libertà!

Si difende da loro; lotta da prode; ma i nemici sono tanto numerosi;

egli non può parare tutti i colpi; viene crivellato da parecchie

ferite. Quanto gli dolgono; ma è per la patria, per la patria diletta;

e finalmente riceve un gran colpo al petto. La daga gli apre una

ferita grande, profonda, mortale, dalla quale sfugge abbondante il

sangue e col sangue la vita.

Giace sul campo di battaglia, a fianco di molti morii e morenti. Ne

ode i gemiti, i lamenti, le bestemmie, le preghiere. Gli è così

difficile respirare. Ansa. O questo affanno! Ed intanto la lotta

continua; ode rumore di armi; ode grida.

L'affanno si fa sempre più forte; i poveri polmoni si dilatano

spasmodicamente e cercano invano un po' d'aria! Eppoi ode un urlo di

gioia pazza, indicibile, infinita.

Sant'Ambrogio! Sant'Ambrogio! Alessandro, Alessandro!

Alza con fatica la testa morente. Vede le truppe tedesche allontanarsi

in una vertiginosa fuga. Il carroccio si avanza maestoso, solenne; le

bandiere trionfanti svolazzano vittoriose al vento.

Alessandro! Sant'Ambrogio! esclama giulivo.

È l'ultimo grido che esce dalle sue labbra; l'affanno diventa sempre

più forte; le immagini delle cose che lo circondano si scoloriscono; è

la morte che s'avvicina...

I sogni dell'Anarchico · 第 34 / 49 题