Egli lo guarda estatico il carroccio, lo bacia, non sa staccare lo
sguardo da lui e poi va da Alessandro.
Il viaggio non gli reca difficoltà. È così veloce; gli sembra di
volare. Non sente stanchezza alcuna. Rapidamente si susseguono i
giorni ai giorni. Finalmente è giunto. Ottiene di venir ammesso al suo
cospetto.
Ecco l'Apostolico. Un vecchio piccolo, scarno, sciupato da infinite
fatiche, da indicibili dolori, con un dolce sorriso paterno sullo
scarno volto e certi occhi grandi, buoni, ma velati d'infinita
mestizia. Il cuore del padre soffre tanto a quelle lotte, a quel
sangue; soffre di dover difendere i diritti di Dio, della Chiesa e
della libertà colla spada, colle lancie, colle frecce, colle armi. Ma
non è possibile diversamente. Anche Giuda Maccabeo ha dovuto difendere
colle armi e spargendo sangue la città santa e l'altare del Dio
vivente. Ed ora non si trattava di un tempio di pietre, ricco di
metalli, ma dello stesso corpo mistico del Redentore, della sua
Chiesa.
Egli comprende tutto questo; legge i pensieri del Papa quando si
prostra al bacio del sacro piede ed implora dal Vicario di Gesù Cristo
una speciale benedizione per Milano, per la compagnia della morte, per
il carroccio, una benedizione, che sia caparra di vittoria.
--Vi benedico! Il Papa auspica le benedizioni dall'Alto a chi combatte
alla difesa della buona causa, per la libertà della Chiesa e della
patria. Anch'io sono italiano. Benedico ai vostri sforzi di conservare
la libertà dei vostri Comuni, d'impedire che le schiere imperiali
apportino novelle rovine a queste terre, che Dio ha dato a noi e dove
noi abbiamo diritto di condurre libera vita, sempre con gran rispetto
dei diritti altrui, e dell'autorità che ci è superiore--è la
benedizione del Papa.
Come volano questi mesi! sembra un sogno. Sono già passati l'estate e
l'autunno; è passato l'inverno temuto, ed egli non se ne è quasi
accorto, non ha sentito il freddo invernale, così rigido, così temuto
ai piedi delle Alpi. Già; quando si lavora.
Ricorda di spesso l'antico sogno. Là il tempo gli era passato quasi
con maggior lentezza. Già. La vita è un sogno e nel sogno si vive
quasi una vita novella.
Il lavoro; la tensione grande, infinita delle proprie forze! Dio mio,
come passa presto la vita!
Le truppe imperiali scendono le Alpi e si riversano in Italia.
Barbarossa è furente. I fuggiaschi raccontano delle sue collere
infinite. Ha giurato di distruggere quanto si opporrà al suo
passaggio; vuole punire la superbia dei lombardi; chi gli cade nelle
mani viene scannato; non usa misericordia a nessuno. Tutte le città,
nelle quali s'incontrerà per via, verranno date alle fiamme;
rischiareranno la sua via; ed Alessandro ha da diventare il suo
cappellano umile e devoto; perchè egli è l'imperatore e perciò il capo
universale della Chiesa e dello stato; nel suo petto sono due
sorgenti, dalle quali sgorga ogni legge, la civile e l'umana; egli è
l'arbitro del mondo. Ciò che egli vuole ed approva è buono; cattivo
ciò che egli non vuole o condanna; la sua volontà è legge e doverosa
ogni cosa voluta da lui. Non è Dio l'autore delle leggi, neppure il
Papa, ma soltanto lui, Barbarossa!
Così gli riferiscono i Fuggiaschi, ed il suo cuore divampa di sempre
maggior sdegno; un oltraggio sì grande alla patria, all'Italia, a
Milano, a Alessandro!
La compagnia della morte si arma. Si arma lui pure. Quanto è dolce
morire per la patria! Ora incomincia a comprenderlo. Si sente invaso
di un grande entusiasmo, di un delirio immenso. Ecco le sue armi; sono
velate a nero. Finchè Milano non è libera, non è risorta, i suoi figli
vestano a gramaglie.
Avanti! Alla marcia, alla marcia contro il nemico!
Quanti soldati! Nessuno li ha costretti; nessuno li stipendia. Sono
tutti volontari; i figli di Milano e delle città sorelle; la balda
gioventù lombarda, che marcia contro il nemico, avida di combattere,
di vincere o di morire. Libertà o morte! Molti moriranno, ma la morte
non incute loro terrore. Moriranno per l'Italia, per Milano. Libertà o
morte!
Dietro a quella folla di giovani così fieri, così baldi, decisi di
combattere, di morire per la patria, viene il carroccio gigantesco,
dal quale sventolano le sacre bandiere, e che è Milano stessa che
accompagna i propri figli; il carroccio, l'emblema della sacra
libertà. Vedere il carroccio vuol dire vedere Milano; difendere il
carroccio difendere Milano. Non deve cadere nelle mani del nemico;
mai, mai, finchè anche uno solo di noi resterà in vita.
Ecco Legnano. Ecco l'esercito nemico; ecco le aquile imperiali. Quanto
è numeroso quell'esercito, quanto potente! Quanti avversari! Gente
nordica, semibarbara, vestita di ferro, con grandi elmi piumati, con
forti macchine di guerra; molti a cavallo. Gente in gran parte
mercenaria; pagata dall'imperatore; combattono per la speranza del
bottino. Hanno detto loro che le città lombarde sono ricche,
abbondante il loro oro, generosi i loro vini, belle le loro donne. Dio
creò l'Italia per i tedeschi; il lavoro italiano per arricchire i
tedeschi, e volle belle le donne italiane per i loro amatori di
Germania. Oro! Bottino! Donne! Vino! Barbarossa! Barbarossa! E poi
l'antipapa li ha benedetti, ha assicurato loro la vittoria, perdono
dei loro peccati, assoluzione generale, la gloria beata del cielo; chi
muore sul campo di battaglia diventa martire e verrà venerato come
martire. Che cosa non promette un antipapa?
Barbarossa! Barbarossa!
Egli ode questo grido uscire da mille e mille rauchi petti. Comprende
che è venuto il grande momento; che si decide allora la sorte di
Milano, dell'Italia tutta, i destini della Chiesa. Se Barbarossa vince
Milano apparterà alla storia, l'Italia sarà feudo tedesco, terra da
sfrutto; Roma città imperiale, il papato trasportato altrove, in
Francia, in altre terre; non più a Roma, dove il vicario di Cristo non
poteva essere lo zimbello dell'autorità imperiale.
E quant'egli comprende lo sentono anche i suoi compagni, che da mille
petti esce festoso il grido: Alessandro! Alessandro! Sant'Ambrogio!
Sant'Ambrogio! S'invoca il nome del santo patrono, acciocchè difenda
dal cielo la sua Milano e si fa il nome del Papa, che racchiude, in
quell'istante, un intero programma di libertà. Alessandro, Alessandro!
Le sacre bandiere milanesi e delle altre città lombarde sventolano
allegramente al vento e gli eserciti si scontrano. Suonano le fanfare,
per tener alto il morale dei lottatori; il sole viene oscurato da
immensi nugoli di frecce; la cavalleria atterra i fanti e mena scempio
tra i pedoni; i cavalieri, vestiti di ferro, brandiscono le immense
spade e spiccano teste; ma anche i fanti vanno lieti alla lotta, alla
difesa, e più di un cavallo viene colpito in pieno petto od ha le
gambe ferite, cade a terra e ribalta il suo cavaliere, che non è più
capace di alzarsi.
Avanti, avanti! Già la lotta si accende corpo a corpo.
Difendiamo il carroccio! Alessandro, Alessandro! Sant'Ambrogio,
Sant'Ambrogio!
I nemici fanno grandi sforzi per giungere al carroccio, per strappare
le bandiere, per impossessarsi di quel sacro legno. I milanesi lo
difendono col loro petto; la compagnia della morte fa prodigi di
valore.
Egli si sente pieno di un indomito entusiasmo; avido di difendere la
Chiesa e la patria, i suoi due maggiori tesori. Brandisce la spada. Ha
già lottato corpo a corpo contro un nemico e lo ha ucciso. Altri lo
aggrediscono. Sono tedeschi; c'è anche qualche traditore italiano, tra
di loro. Oh, questi traditori! Servire la causa del nemico; combattere
per l'assassinio della patria libertà!
Si difende da loro; lotta da prode; ma i nemici sono tanto numerosi;
egli non può parare tutti i colpi; viene crivellato da parecchie
ferite. Quanto gli dolgono; ma è per la patria, per la patria diletta;
e finalmente riceve un gran colpo al petto. La daga gli apre una
ferita grande, profonda, mortale, dalla quale sfugge abbondante il
sangue e col sangue la vita.
Giace sul campo di battaglia, a fianco di molti morii e morenti. Ne
ode i gemiti, i lamenti, le bestemmie, le preghiere. Gli è così
difficile respirare. Ansa. O questo affanno! Ed intanto la lotta
continua; ode rumore di armi; ode grida.
L'affanno si fa sempre più forte; i poveri polmoni si dilatano
spasmodicamente e cercano invano un po' d'aria! Eppoi ode un urlo di
gioia pazza, indicibile, infinita.
Sant'Ambrogio! Sant'Ambrogio! Alessandro, Alessandro!
Alza con fatica la testa morente. Vede le truppe tedesche allontanarsi
in una vertiginosa fuga. Il carroccio si avanza maestoso, solenne; le
bandiere trionfanti svolazzano vittoriose al vento.
Alessandro! Sant'Ambrogio! esclama giulivo.
È l'ultimo grido che esce dalle sue labbra; l'affanno diventa sempre
più forte; le immagini delle cose che lo circondano si scoloriscono; è
la morte che s'avvicina...