II.

Rimane a lungo solo, sul limitare della casa e contempla i campi

pingui, i lunghi filari di alberi fruttiferi, le viti, maritate ai

gelsi, i pioppi altissimi; osserva le messi bionde e mature al taglio;

osserva quella terra buona, umile, ubbidiente; la sua madre e la sua

nutrice, la quale, lavorata con amore, offre centuplice frutto.

È quella la terra dei suoi avi; là lavorò il nonno, là il padre, là

egli apprese amore al lavoro, alla vita all'aperto, alla piena luce

del sole; i fratelli si erano dipartiti; uno era partito al servizio

delle armi, l'altro andato ad abitare in città, del terzo non si

sapeva nulla: Uno strano fanciullo, così diverso dal babbo e dai

fratelli; un fanciullo dagli occhi grandi, profondi come il mare, neri

come la notte; un'anima serena, pia, chiusa, che porgeva ascolto alle

voci misteriose dei venti, del lago, dei torrenti, dei fiori: i fiori

gli sembravano piccoli campanelli, simili alle squille di argento che

i fanciulli agitavano in chiesa per annunziare che il sacrifizio stava

per incominciare; e quelle squille lo chiamavano lontano, lontano; in

altre terre, in altre regioni. Egli aveva seguito il suono misterioso

di quelle campane, la voce del vento, il rumoreggiar dei torrenti, che

gli destavano una nostalgia grande di una patria lontana, della sua

vera patria, che non era ancora la patria celeste; che si trovava

sulla terra; dove, ei non lo sapeva; ma si doveva trovare, e dove

avrebbe trovato l'avveramento dei suoi sogni, l'esaudimento dei suoi

voti, e pace, grande pace, quella pace che desiderava, sospirava,

anelava; senza della quale non poteva vivere, e che non trovava, non

avrebbe mai trovato a casa, presso i fratelli; nemmeno presso Cecilia,

la bella fanciulla bruna, robusta, dall'eterno sorriso sulle labbra di

corallo, la quale lo seguiva continuamente; appariva sempre là dove

egli si trovava, e gli offriva istintivamente le sue braccia, ben

tornite come fusi e le sue labbra coralline al bacio. I suoi fratelli

gli avevano detto: Ti ama. Non è povera. Ti porterà della terra,

sufficiente per te, per lei, per i figli che avrete. Prendila in

moglie. Vedi come langue di amore di te.

Ma egli le volse sdegnoso il capo e partì in cerca della patria

lontana, del paese dei suoi sospiri. Il sorriso si spense allora sulle

labbra di Cecilia; eppoi essa pure sparve. Nessuno seppe dove si fosse

recata. Alcuni dicevano, che essa era corsa dietro il fanciullo, senza

del quale non poteva vivere; altri, che era andata a seppellire la sua

giovinezza presso le donne vestite di bianco, che Scolastica aveva

incominciato ad unire nell'amore allo sposo Gesù e nell'esercizio

della carità più fiorita.

Anche la sorella era passata a marito, ed egli era rimasto solo, il

padrone di quel terreno; il capo di una famiglia discreta di pastori e

di agricoltori, antichi schiavi, che non portavano di schiavi nè il

nome nè gli oneri, Nessuno li aveva mai manomessi; vivevano su quella

gleba, anche a loro cara, e formavano col padrone, una sola famiglia,

uniti dagli stessi interessi, dallo stesso amore verso la bruna terra,

verso le mandrie, verso i bovi pazienti, verso quanto c'era di bello,

di pingue, di ricco in quella tenuta.

Qualche giorno ancora, eppoi, a raccolto terminato, egli avrebbe

condotto sulla sua casa la nuova padrona, che vi avrebbe portato

l'allegria del suo sorriso, la robustezza del suo braccio, le proprie

energie, qualche po' di terra, ed una pentola ricolma di monete di

oro, perchè egli aveva cercato nella sua futura moglie, la donna sana,

la quale gli avrebbe dato sanissimi figli, la lavoratrice assidua e

anche qualche po' di terra e di oro.

Era così lieto al pensiero che quel bel pezzo d'Italia era suo; che

presto, presto, avrebbe una forte compagna al fianco.

L'Italia. Egli l'amava tanto, tanto! Non ne sapeva la storia; ne

ignorava i fasti gloriosi, non ne conosceva i confini; non sapeva

neppure il nome dei popoli che in essa abitavano; non gli avvenimenti

politici degli ultimi giorni. Per lui l'Italia era quel pezzo di terra

che egli lavorava; che aveva là, avanti agli occhi, che dominava collo

sguardo; la terra sua, che gli dava da vivere, che rispondeva

affettuosa alle sue fatiche ed al suo assiduo lavoro, e le terre

vicine, i vicini campi, ed italiani erano quanti conosceva: i suoi

vicini, coloro che egli vedeva alla domenica in chiesa o sulla piazza

del villaggio, sotto il bel tiglio; e questa Italia, questi italiani,

egli sentiva di amare tanto, tanto.

Ora i barbari volevano bruciare le sue biade, le sue messi bionde,

scannare i suoi manzi, rubare le sue agnella, incendiare la sua casa e

distruggere tutto, tutto. Con qual diritto?

Tutto il suo interno si ribellava alla loro avanzata: sentiva di

odiarli, questi grandi nemici d'Italia e degli italiani, di odiarli

con tutte le proprie forze; eppure essi avanzavano. Lo aveva detto il

fuggiasco.

Che fare? Fuggire? Abbandonare la sua casa, i suoi campi, le sue

mandrie? Mai! Doveva dunque rimanere e lottare, alla difesa di quel

suolo santo, benedetto?

Ma che è quel bagliore lontano, rosso; che è quel fumo che là si alza

al cielo? In quella direzione sono ì campi di un suo amico, sono le

case di lui, le abitazioni dei suoi compagni di lavoro, i suoi granai

grandi, ampi, ricchi. Quelle case ardono? Chi ha dato loro fuoco? I

barbari!

Sente un fremito infinito; un immenso timore per la sua sorte, per le

sue campagne, per le sue messi, per le sue mandrie; uno sdegno

indicibile che altri, stranieri, abbiamo diritto di profanare, in tal

modo, l'Italia, la sua Italia, di calpestarla, di rovinarla,

d'impoverirla, di maltrattare gli italiani, di derubarli, di renderli

schiavi, di ucciderli. Allo sdegno si sposa la brama della difesa e

della vendetta. Vuole difendere le proprie terre dai barbari; vuole

punirli per il male che fanno; vuole vendicare l'onta che hanno

recato, che recano all'Italia.

Dà fiato al corno. Accorrono i suoi dipendenti, i forti lavoratori

della terra, i pazienti pastori. Egli parla loro e diventa eloquente.

Dice delle stragi, che i goti vanno menando; indica loro quelle fiamme

lontane, quel fumo acre, denso, che sale al cielo; li esorta a stare

uniti a lui, a lottare; ma non ottiene l'effetto.

I Goti! Terribile nome, che evoca antichi, dolorosi ricordi, di una

potenza fiera, indomabile, la quale scende come valanga; che tutto

travolge, rovina, distrugge e cui nessuno sa resistere. Un terribile

flagello di Dio.

--_A periculo Gothorum libera nos, Domine_,--si pregava nelle chiese.

I goti! Ogni resistenza era vana. Non restava che la fuga!

--Scappiamo, padrone! Rifugiamoci nella foresta, in certe caverne, che

essi non conoscono. Colà attenderemo, che il flagello sia passato. E

salviamo quanto possiamo!

--Vili! Resistiamo; lottiamo! Difendiamo le nostre terre, pronti a

morire per l'Italia!--dice loro.

Già appariscono i primi fuggiaschi; gente spaventata, terrorizzata.

Raccontano cose terribili dei goti: uomini truci, crudeli, barbari,

senza misericordia. Giganti nel corpo, orribili nell'esterno,

terribili nelle armi, veri demoni incarnati. È impossibile resistere

loro. Bruciano tutto; scannano gli uomini e le mandrie, per il solo

piacere di scannare; rubano e fanno schiavi; non hanno compassione di

nessuno. Hanno ucciso il padrone e catturato i suoi figli. Non resta

che di scappare, per mettere in salvo la vita.

Scappano, scappano. Invano egli dice loro di arrestarsi, di lottare,

di difendersi, di resistere. Invano li supplica, per amore di quella

terra sì buona, che ha diritto alla difesa, perchè è stata loro madre

amorosa e larga di aiuto. Invano promette loro vittoria.

Essi scappano; ed i suoi dipendenti; i suoi schiavi secondo la legge;

gli assidui agricoltori, i pastori così pazienti, scappano pure;

nessuno resta indietro; lo abbandonano tutti.

Egli resta solo, là, immobile, nel crepuscolo serotino, nelle tenebre

della notte, collo sguardo fisso verso quelle lontane fiamme rosse, le

quali annunziano il grande incendio; fremente dallo sdegno; pieno di

un livore infinito, contro il nemico che si avanzava borioso, crudele,

e contro gl'italiani sì vili; che non vogliono, che non sanno

resistere ed opporsi all'impeto nemico, e mentre maledice alla boriosa

crudeltà dei primi ed all'ignavia degli altri, il suo ciglio viene

inumidito da una lagrima amara sulla sorte d'Italia; del suo amato

suolo natio, in balia del primo venuto, dello straniero, sempre.

I sogni dell'Anarchico · 第 26 / 49 题