Rimane a lungo solo, sul limitare della casa e contempla i campi
pingui, i lunghi filari di alberi fruttiferi, le viti, maritate ai
gelsi, i pioppi altissimi; osserva le messi bionde e mature al taglio;
osserva quella terra buona, umile, ubbidiente; la sua madre e la sua
nutrice, la quale, lavorata con amore, offre centuplice frutto.
È quella la terra dei suoi avi; là lavorò il nonno, là il padre, là
egli apprese amore al lavoro, alla vita all'aperto, alla piena luce
del sole; i fratelli si erano dipartiti; uno era partito al servizio
delle armi, l'altro andato ad abitare in città, del terzo non si
sapeva nulla: Uno strano fanciullo, così diverso dal babbo e dai
fratelli; un fanciullo dagli occhi grandi, profondi come il mare, neri
come la notte; un'anima serena, pia, chiusa, che porgeva ascolto alle
voci misteriose dei venti, del lago, dei torrenti, dei fiori: i fiori
gli sembravano piccoli campanelli, simili alle squille di argento che
i fanciulli agitavano in chiesa per annunziare che il sacrifizio stava
per incominciare; e quelle squille lo chiamavano lontano, lontano; in
altre terre, in altre regioni. Egli aveva seguito il suono misterioso
di quelle campane, la voce del vento, il rumoreggiar dei torrenti, che
gli destavano una nostalgia grande di una patria lontana, della sua
vera patria, che non era ancora la patria celeste; che si trovava
sulla terra; dove, ei non lo sapeva; ma si doveva trovare, e dove
avrebbe trovato l'avveramento dei suoi sogni, l'esaudimento dei suoi
voti, e pace, grande pace, quella pace che desiderava, sospirava,
anelava; senza della quale non poteva vivere, e che non trovava, non
avrebbe mai trovato a casa, presso i fratelli; nemmeno presso Cecilia,
la bella fanciulla bruna, robusta, dall'eterno sorriso sulle labbra di
corallo, la quale lo seguiva continuamente; appariva sempre là dove
egli si trovava, e gli offriva istintivamente le sue braccia, ben
tornite come fusi e le sue labbra coralline al bacio. I suoi fratelli
gli avevano detto: Ti ama. Non è povera. Ti porterà della terra,
sufficiente per te, per lei, per i figli che avrete. Prendila in
moglie. Vedi come langue di amore di te.
Ma egli le volse sdegnoso il capo e partì in cerca della patria
lontana, del paese dei suoi sospiri. Il sorriso si spense allora sulle
labbra di Cecilia; eppoi essa pure sparve. Nessuno seppe dove si fosse
recata. Alcuni dicevano, che essa era corsa dietro il fanciullo, senza
del quale non poteva vivere; altri, che era andata a seppellire la sua
giovinezza presso le donne vestite di bianco, che Scolastica aveva
incominciato ad unire nell'amore allo sposo Gesù e nell'esercizio
della carità più fiorita.
Anche la sorella era passata a marito, ed egli era rimasto solo, il
padrone di quel terreno; il capo di una famiglia discreta di pastori e
di agricoltori, antichi schiavi, che non portavano di schiavi nè il
nome nè gli oneri, Nessuno li aveva mai manomessi; vivevano su quella
gleba, anche a loro cara, e formavano col padrone, una sola famiglia,
uniti dagli stessi interessi, dallo stesso amore verso la bruna terra,
verso le mandrie, verso i bovi pazienti, verso quanto c'era di bello,
di pingue, di ricco in quella tenuta.
Qualche giorno ancora, eppoi, a raccolto terminato, egli avrebbe
condotto sulla sua casa la nuova padrona, che vi avrebbe portato
l'allegria del suo sorriso, la robustezza del suo braccio, le proprie
energie, qualche po' di terra, ed una pentola ricolma di monete di
oro, perchè egli aveva cercato nella sua futura moglie, la donna sana,
la quale gli avrebbe dato sanissimi figli, la lavoratrice assidua e
anche qualche po' di terra e di oro.
Era così lieto al pensiero che quel bel pezzo d'Italia era suo; che
presto, presto, avrebbe una forte compagna al fianco.
L'Italia. Egli l'amava tanto, tanto! Non ne sapeva la storia; ne
ignorava i fasti gloriosi, non ne conosceva i confini; non sapeva
neppure il nome dei popoli che in essa abitavano; non gli avvenimenti
politici degli ultimi giorni. Per lui l'Italia era quel pezzo di terra
che egli lavorava; che aveva là, avanti agli occhi, che dominava collo
sguardo; la terra sua, che gli dava da vivere, che rispondeva
affettuosa alle sue fatiche ed al suo assiduo lavoro, e le terre
vicine, i vicini campi, ed italiani erano quanti conosceva: i suoi
vicini, coloro che egli vedeva alla domenica in chiesa o sulla piazza
del villaggio, sotto il bel tiglio; e questa Italia, questi italiani,
egli sentiva di amare tanto, tanto.
Ora i barbari volevano bruciare le sue biade, le sue messi bionde,
scannare i suoi manzi, rubare le sue agnella, incendiare la sua casa e
distruggere tutto, tutto. Con qual diritto?
Tutto il suo interno si ribellava alla loro avanzata: sentiva di
odiarli, questi grandi nemici d'Italia e degli italiani, di odiarli
con tutte le proprie forze; eppure essi avanzavano. Lo aveva detto il
fuggiasco.
Che fare? Fuggire? Abbandonare la sua casa, i suoi campi, le sue
mandrie? Mai! Doveva dunque rimanere e lottare, alla difesa di quel
suolo santo, benedetto?
Ma che è quel bagliore lontano, rosso; che è quel fumo che là si alza
al cielo? In quella direzione sono ì campi di un suo amico, sono le
case di lui, le abitazioni dei suoi compagni di lavoro, i suoi granai
grandi, ampi, ricchi. Quelle case ardono? Chi ha dato loro fuoco? I
barbari!
Sente un fremito infinito; un immenso timore per la sua sorte, per le
sue campagne, per le sue messi, per le sue mandrie; uno sdegno
indicibile che altri, stranieri, abbiamo diritto di profanare, in tal
modo, l'Italia, la sua Italia, di calpestarla, di rovinarla,
d'impoverirla, di maltrattare gli italiani, di derubarli, di renderli
schiavi, di ucciderli. Allo sdegno si sposa la brama della difesa e
della vendetta. Vuole difendere le proprie terre dai barbari; vuole
punirli per il male che fanno; vuole vendicare l'onta che hanno
recato, che recano all'Italia.
Dà fiato al corno. Accorrono i suoi dipendenti, i forti lavoratori
della terra, i pazienti pastori. Egli parla loro e diventa eloquente.
Dice delle stragi, che i goti vanno menando; indica loro quelle fiamme
lontane, quel fumo acre, denso, che sale al cielo; li esorta a stare
uniti a lui, a lottare; ma non ottiene l'effetto.
I Goti! Terribile nome, che evoca antichi, dolorosi ricordi, di una
potenza fiera, indomabile, la quale scende come valanga; che tutto
travolge, rovina, distrugge e cui nessuno sa resistere. Un terribile
flagello di Dio.
--_A periculo Gothorum libera nos, Domine_,--si pregava nelle chiese.
I goti! Ogni resistenza era vana. Non restava che la fuga!
--Scappiamo, padrone! Rifugiamoci nella foresta, in certe caverne, che
essi non conoscono. Colà attenderemo, che il flagello sia passato. E
salviamo quanto possiamo!
--Vili! Resistiamo; lottiamo! Difendiamo le nostre terre, pronti a
morire per l'Italia!--dice loro.
Già appariscono i primi fuggiaschi; gente spaventata, terrorizzata.
Raccontano cose terribili dei goti: uomini truci, crudeli, barbari,
senza misericordia. Giganti nel corpo, orribili nell'esterno,
terribili nelle armi, veri demoni incarnati. È impossibile resistere
loro. Bruciano tutto; scannano gli uomini e le mandrie, per il solo
piacere di scannare; rubano e fanno schiavi; non hanno compassione di
nessuno. Hanno ucciso il padrone e catturato i suoi figli. Non resta
che di scappare, per mettere in salvo la vita.
Scappano, scappano. Invano egli dice loro di arrestarsi, di lottare,
di difendersi, di resistere. Invano li supplica, per amore di quella
terra sì buona, che ha diritto alla difesa, perchè è stata loro madre
amorosa e larga di aiuto. Invano promette loro vittoria.
Essi scappano; ed i suoi dipendenti; i suoi schiavi secondo la legge;
gli assidui agricoltori, i pastori così pazienti, scappano pure;
nessuno resta indietro; lo abbandonano tutti.
Egli resta solo, là, immobile, nel crepuscolo serotino, nelle tenebre
della notte, collo sguardo fisso verso quelle lontane fiamme rosse, le
quali annunziano il grande incendio; fremente dallo sdegno; pieno di
un livore infinito, contro il nemico che si avanzava borioso, crudele,
e contro gl'italiani sì vili; che non vogliono, che non sanno
resistere ed opporsi all'impeto nemico, e mentre maledice alla boriosa
crudeltà dei primi ed all'ignavia degli altri, il suo ciglio viene
inumidito da una lagrima amara sulla sorte d'Italia; del suo amato
suolo natio, in balia del primo venuto, dello straniero, sempre.