III.

Sono venuti. Tutto arde; le fiamme si alzano altissime e divorano il

frutto del suo lavoro, dei suoi sudori; le sue messi, le sue biade, i

suoi granai, la sua casa, tutto, tutto. I barbari sono là che gridano,

urlano, ridono, danzano, bevono il suo vino, mangiano la carne dei

suoi bovi che hanno dichiarato loro proprietà, che hanno in parte

scannato, guastato.

Quanto sono brutti! I loro corpi sono avviluppati in pelli di orso, di

lupo, di capra, il teschio dell'animale ne ricopre la testa; le loro

barbe rosse sono lunghe, fluenti, lunghi i capelli rossi, spettenati,

arruffati, estremamente sudicio il volto. Le loro armi sono

gigantesche: Lancie, alabarde, bastoni ferrati. Non hanno compassione

di nessuno; ammazzano colla stessa indifferenza un agnello ed un

fanciullo, una donna, un vecchio. Guai a chi si oppone loro, guai a

chi non ubbidisce, guai ai prigionieri che non ritengono atti a venir

trascinati in dura prigionia, per lavori servili oppure per il

mercato! Li uccidono tra i dolori più raffinati, le torture più

scelte, perchè sono lieti di poter torturare, scannare, uccidere.

Egli ha voluto opporsi loro; ma tre, quattro, cinque, dieci si sono

gettati sopra di lui, lo hanno atterrato, legato e trascinato dal loro

capo, e questi ha decretato che rimanga in vita; è forte, è robusto,

sarà un buono schiavo. Viene caricato di ceppi e buttato là, tra altri

schiavi italiani, che i barbari hanno fatto, e che gli raccontano gli

orrori della loro cattura e della loro marcia attraverso la patria;

dei patimenti della schiavitù; della frusta che cadde continuamente

sulle loro spalle; degli orrori che hanno veduto; di scene

raccapriccianti, cui hanno assistito. I barbari non pensano che a

rovinare, a devastare, a distruggere. Attraversano le lande più

floride, lasciando dietro di sè un deserto. Hanno visto case

distrutte, messi in fiamme, animali scannati per il piacere dii

scannare, eccidi senza numero. Egli ascolta fremente e poi deve

assistere all'incendio della sua casa, della sua messe, alla

devastazione delle sue terre. Si dimena dall'indomito e pure impotente

sdegno; freme, digrigna i denti, urla, si dibatte, fa sforzi sovrumani

per spezzare le catene, che lo tengono stretto, per gettarsi sugli

avversar!, sui nemici...... invano, invano......

Perchè non è fuggito? Perchè non ha salvato la vita, per vendicare la

patria?

Passa una notte d'inferno, e alla mattina la sferza lo costringe ad

alzarsi e a mettersi in cammino. La sferza! Non è caduta ancora mai

sulle sue libere spalle; oggi invece; oggi....

Vorrebbe resistere; vorrebbe opporsi; vorrebbe destare la rabbia dei

suoi novelli padroni e ricevere il colpo di grazia. Meglio, assai

meglio morto che schiavo; ma un compagno di sventura gli dice:

Non ti ribellare. Vivi! Dio lo vuole! Eppoi finchè vedremo il sole

possiamo sperare.

Sperare? No; non aveva più nulla da sperare. E Dio? Perchè Dio

tollerava simili eccidi? Perchè non insorgeva alla difesa d'Italia?

Eppure non vuole morire. Chissà? È sempre possibile che gli riesca la

fuga, la vendetta.

Ubbidisce. Viene onusto di bottino e marcia, marcia, coi suoi

catturatori.

Oh la marcia terribile, attraverso l'Umbria così ricca, così bella,

così serena, così tranquilla, così melanconica: una terra tutta

propria, che ha un'intonazione tutta speciale, così diversa dal

rimanente d'Italia. Egli sente quel non so che di sacro, di singolare,

di indefinibile, di speciale che ha l'Umbria; sente che essa è una

terra privilegiata; ma allora quel privilegio speciale non le giova;

anzi sembra che i goti infurino più che mai in quella terra. Dietro di

loro è il deserto, e quanto si oppone al loro passaggio diventa

deserto.

Case bruciate; la popolazione passata a fil di spada, scannata, uccisa

tra indicibili dolori, tra infiniti tormenti, o menata schiava.

Giunsero alla casa dove abitava la sua sposa diletta. Maledice a se

stesso che non l'ha resa attenta al grave pericolo, che non ha cercato

di metterla in salvo. Anche quella casa viene bruciata, ed egli deve

vedere la sua sposa tra le braccia dei goti, in uno stato più

terribile della morte.

Egli agita allora le braccia incatenate verso il cielo e maledice

all'Eterno che ha abbandonato l'Italia e permette la rovina di questa

terra!

I sogni dell'Anarchico · 第 27 / 49 题