III.

Fa il viaggio, con mille vetture; giganteschi carri portano le sue

corone, che non vuole abbandonare a Roma, che conduce seco, tanto gli

sono care. È un'intiera città che emigra con lui; un esercito di

senatori, di patrizi, che lo accompagna; cantanti, numi, gladiatori,

liberti, schiavi suoi compagni di ebbrezza; legioni intere di donne,

rotte ad ogni vizio.

Ecco il bel mare; ecco le cittadine, che sorgono quali gemme alla sua

sponda; ecco il bel Vesuvio, il più bello tra i monti, il più

delizioso; ecco Partenope, che esce luminosa dall'onda, e che egli

vuole deliziare del suo canto. La folla gli si fa incontro festosa;

inneggia ad Apollo; i sacerdoti conducono pingui tori dalle corna

dorate, per immolarle al sacro nume. Egli osserva dalla lettiga d'oro

con scherno quella folla, che si prostra ai suoi piedi, che lo adora;

è troppo assuefatto all'adorazione delle masse, è troppo avvezzo a

quelle feste.

S'aggira ammirato nel grande palazzo, sognando novelle feste, novelle

orgie, novelli delitti.

I giorni passano lenti, nella nausea suprema di quelle feste, avido

cercando sempre novelle emozioni, macchiandosi di colpe sempre più

infami, ma che non lo saziano nè gli procurano la soddisfazione che

cerca.

Sempre lo stesso spettacolo: Dorsi che si curvavano avanti a lui;

omaggi che non costano lotta, piaceri che non richiedono sacrifizi.

E da Roma giungono notizie di feste date in suo onore e della folla

che gli plaude.

Dal terrazzino del suo grande palazzo di Baia egli domina l'infinita

distesa del mare, così bello, così tranquillo, e sogna di solcarlo

un'altra volta, per andare a deliziare col suo canto altri mondi:

l'Egitto, la costa africana, Cartagine; per conquistare quelle terre

colla pastosità della sua voce. Guarda, osserva, contempla, ed un

pensiero gli frulla per la mente. Valeva la pena d'essere imperatore?

Non era meglio render felici le genti col suo canto? Un cortigiano

l'avvicina collo spavento sul volto. Nella Gallia celtica è scoppiata

la rivoluzione. Giulio Vindice, rampollo degli antichi re di Aquitania

e vicepretore di quella provincia, ha fatto sventolare la bandiera

della sommossa, ha dichiarato che l'impero non può sopportare più a

lungo un tiranno come Nerone, lo ha dichiarato decaduto da trono e

marcia contro Roma.

Egli diventa pallido dallo sdegno e sfoga la propria collera sul

malaugurato cortigiano, sugli oggetti che lo circondano, su certi vasi

preziosi, d'immenso valore, su certi ninnoli, che si trovano sui

tavoli di marmo; getta tutto a terra, spezza, frantuma, rovina.

--Egli vuole cingere la corona imperiale? domanda.

--No. L'ha offerta al vecchio senatore Sulpicio Galba, governatore

della Spagna.

--A quel vecchio imbecille? Sotto qual titolo? freme il tiranno.

--Perchè congiunto dell'imperatrice Livia.

--Galba ha accettato?

Il cortigiano non lo sa. Novelle collere dell'Augusto.

--Va! Domanda; informati. Galba è condannato a morte. Sicari vadano

nelle Spagne per eseguire la condanna. Centomila sesterzi a chi mi

porta la sua testa o può provarlo di averlo giustiziato, urla.

Il cortigiano è lieto di poter allontanarsi dalla presenza

dell'infuriato signore col pretesto di eseguire gli ordini.

Egli urla, grida, freme. La corona imperiale spetta soltanto a lui,

all'erede del divino Augusto, all'immortale Apollo, che si è degnato

rivelarsi ai mortali.

Guarda sdegnato Napoli ai suoi piedi; freme al pensiero, che forse

nella città v'erano alcuni, parecchi, molti, i quali godevano a quella

notizia e simpatizzavano con Sulpicio Galba. Tra questi erano certo

anche i cristiani.

Vuole sfogare la propria collera sopra di loro.

--A Napoli ci sono dei cristiani?

Nessuno lo sa.

--Vengano ricercati e trascinati alla mia presenza.

Cerca altri oggetti, sui quali sfogare la propria collera e li trova.

Cortigiani vengono cacciati in esilio; schiavi torturati, crocifissi;

i delatori lavorano, denunziano, accusano; vengono imbastiti mille

processi di lesa maestà e molti innocenti devono pagare il fio per la

collera del tiranno.

Alcuni cristiani vengono catturati; pochi, troppo pochi per le sue

collere. Egli è adirato contro la polizia e contro i delatori; ne

vuole altri, altri ancora. Ma la comunità di Napoli è così piccola.

Vuole che i prigionieri facciano i nomi dei loro compagni di delitto,

ma essi si rifiutano. Non sono delinquenti.

--Cesare. Adoriamo Dio e rispettiamo la tua persona. Non hai sudditi

più tranquilli e fedeli di noi. Vuoi dormire sicuro, specialmente ora,

che alcuni si ribellano a te? Circondati di una guardia di corpo,

formata di soli cristiani. Noi ti difenderemo col nostro corpo, col

nostro sangue; ci lasceremo ammazzare tutti alla tua difesa.

Queste parole ne aumentarono le collere. Le ritenne sarcasmo. Eppoi,

anche se questo fosse vero, avrebbe rinunziato al trono piuttosto di

affidare la propria difesa ai cristiani. Che si curava lui

dell'impero; che del trono; che del benessere dei popoli soggetti. Una

cosa gli premeva, una sola aveva vero valore: Che lo riconoscessero

quale Apollo, quale uno degl'immortali, e i cristiani gli rifiutavano

adorazione.

--I nomi dei vostri complici!

Vennero messi alla tortura. Non fecero i delatori; non si macchiarono

di tanta infamia.

Vennero condannati alla più terribile tra le morti.

Il comune di Napoli gli aveva decretato molti onori, ed egli volava da

festa a festa; nei templi, dove gli si offrivano sacrifizi, nei

teatri, per assistere a pantomine e recite, nell'anfiteatro, nel

circo, dove gladiatori, fatti venire espressamente da Roma, lo

salutavano, condannati a morire; dove si faceva grande spreco di

vittime umane, dove cristiani venivano dati in preda ai leoni. Egli

andava a quelle feste, per soffocare i suoi timori, per dimenticare il

pericolo, e, supplicato dalla plebe, cantava, cantava.

Lo applaudono, ed egli è lieto di quegli applausi, e di nuovo pensa a

rinunziare al trono ed a dedicarsi soltanto al canto.

Il cielo ritorna sereno. Virginio Rufo, semplice cavaliere ma uomo

stimato, legato dell'Alta Germania, ha dichiarato guerra a Giulio

Vindice e muove contro di lui alla tutela dell'impero.

Nerone ne è lieto. Un generale fedele. Ricompenserà la sua fedeltà. Lo

farà trionfare a Roma e poi.... Portava sempre con sè una boccetta di

cristallo, quasi piena di un liquore incolore, che Lomita gli aveva

preparato. Una goccia di quel liquore versato in un calice di vino

generoso avrebbe piantato nel cuore di Virginio Rufo il germe della

morte.

Nessuno gli deve contrastare la gloria; egli solo ha da venir ammirato

nell'impero. Guai a chi vuole emergere!

Feste si succedono a feste. Virginio Rufo vince Giulio Vindice il

quale suicide.

Novelle feste per celebrare la morte dell'audace.

Ma il cielo si offusca di nuovo. Un cortigiano, il solo che ha

coraggio, osa avvicinarlo e comunicargli la triste novella. Virginio

Rufo lo ha dichiarato decaduto dall'impero.

--Egli aspira al trono? chiese fremendo.

--No, gli venne offerta la porpora dall'esercito vittorioso ma egli

l'ha rifiutata.

--Galba?

--Neppure. Virginio Rufo marcia verso Roma. Vuole che l'impero si

conceda soltanto per voto di senato.

--Il senato! Il mio senato! Mi è fedele! Mi confermerà. Non sono io

forse Apollo? esclama rassicurato. Non è possibile, che i senatori,

che lo avevano ricolmato di tanti onori; lo avevano dichiarato il

migliore tra i Cesari e l'amore e la delizia del genere umano; avevano

dichiarata Roma felice sotto tanto principe, non lo avessero

supplicato di rimanere in carica. Doveva accettare la riconferma o non

era forse meglio?..... d'imperatori v'era dovizia, ma di cantanti, di

citaredi suoi pari non ve n'era nessuno. È facile cosa governare un

impero, difficile invece cantare come cantava lui. Egli era grande,

non perchè imperatore ma perchè citaredo; la sua vera gloria era

dovuta alla sua gola, al suo canto armonioso, che innamorava e rapiva

tutti i cuori. Non doveva forse rinunziare al trono per andar a

conquistare il mondo intero, Alessandro novello, Orfeo redivivo, colla

sua voce, col suo canto? A Roma, a Roma; nella Roma fedele, dal

senato, che non poteva vivere senza di lui.

Vuole abbandonare Napoli per mettere al sicuro le sue corone, i suoi

istrumenti musicali, i suoi mimi, le sue danzatrici, le sue

cortigiane. Le fa vestire da amazzoni, affida loro se stesso, la sua

gloria, la sua voce, il suo canto.

Promette all'esercito, al popolo, frumento; ve n'era tanta scarsità.

Navi verranno dall'Egitto; ve ne sarà per tutti.

Canta l'arrivo delle navi cariche di pane.

Il suo canto è onnipotente! Ecco navi spuntare sul lontano orizzonte;

sono desse, sono desse. Il suo canto, il suo divin canto le ha

attirate.

Fa annunziare all'esercito, al popolo, che le navi stanno per entrare

nel porto; che si farà una grande distribuzione di frumento; ve ne

sarà per tutti.

Le navi entrano, ma sono cariche di sabbia d'Egitto, da cospargere il

teatro, dove gladiatori e lottatori hanno da presentarsi alla folla.

I sogni dell'Anarchico · 第 20 / 49 题