Fa il viaggio, con mille vetture; giganteschi carri portano le sue
corone, che non vuole abbandonare a Roma, che conduce seco, tanto gli
sono care. È un'intiera città che emigra con lui; un esercito di
senatori, di patrizi, che lo accompagna; cantanti, numi, gladiatori,
liberti, schiavi suoi compagni di ebbrezza; legioni intere di donne,
rotte ad ogni vizio.
Ecco il bel mare; ecco le cittadine, che sorgono quali gemme alla sua
sponda; ecco il bel Vesuvio, il più bello tra i monti, il più
delizioso; ecco Partenope, che esce luminosa dall'onda, e che egli
vuole deliziare del suo canto. La folla gli si fa incontro festosa;
inneggia ad Apollo; i sacerdoti conducono pingui tori dalle corna
dorate, per immolarle al sacro nume. Egli osserva dalla lettiga d'oro
con scherno quella folla, che si prostra ai suoi piedi, che lo adora;
è troppo assuefatto all'adorazione delle masse, è troppo avvezzo a
quelle feste.
S'aggira ammirato nel grande palazzo, sognando novelle feste, novelle
orgie, novelli delitti.
I giorni passano lenti, nella nausea suprema di quelle feste, avido
cercando sempre novelle emozioni, macchiandosi di colpe sempre più
infami, ma che non lo saziano nè gli procurano la soddisfazione che
cerca.
Sempre lo stesso spettacolo: Dorsi che si curvavano avanti a lui;
omaggi che non costano lotta, piaceri che non richiedono sacrifizi.
E da Roma giungono notizie di feste date in suo onore e della folla
che gli plaude.
Dal terrazzino del suo grande palazzo di Baia egli domina l'infinita
distesa del mare, così bello, così tranquillo, e sogna di solcarlo
un'altra volta, per andare a deliziare col suo canto altri mondi:
l'Egitto, la costa africana, Cartagine; per conquistare quelle terre
colla pastosità della sua voce. Guarda, osserva, contempla, ed un
pensiero gli frulla per la mente. Valeva la pena d'essere imperatore?
Non era meglio render felici le genti col suo canto? Un cortigiano
l'avvicina collo spavento sul volto. Nella Gallia celtica è scoppiata
la rivoluzione. Giulio Vindice, rampollo degli antichi re di Aquitania
e vicepretore di quella provincia, ha fatto sventolare la bandiera
della sommossa, ha dichiarato che l'impero non può sopportare più a
lungo un tiranno come Nerone, lo ha dichiarato decaduto da trono e
marcia contro Roma.
Egli diventa pallido dallo sdegno e sfoga la propria collera sul
malaugurato cortigiano, sugli oggetti che lo circondano, su certi vasi
preziosi, d'immenso valore, su certi ninnoli, che si trovano sui
tavoli di marmo; getta tutto a terra, spezza, frantuma, rovina.
--Egli vuole cingere la corona imperiale? domanda.
--No. L'ha offerta al vecchio senatore Sulpicio Galba, governatore
della Spagna.
--A quel vecchio imbecille? Sotto qual titolo? freme il tiranno.
--Perchè congiunto dell'imperatrice Livia.
--Galba ha accettato?
Il cortigiano non lo sa. Novelle collere dell'Augusto.
--Va! Domanda; informati. Galba è condannato a morte. Sicari vadano
nelle Spagne per eseguire la condanna. Centomila sesterzi a chi mi
porta la sua testa o può provarlo di averlo giustiziato, urla.
Il cortigiano è lieto di poter allontanarsi dalla presenza
dell'infuriato signore col pretesto di eseguire gli ordini.
Egli urla, grida, freme. La corona imperiale spetta soltanto a lui,
all'erede del divino Augusto, all'immortale Apollo, che si è degnato
rivelarsi ai mortali.
Guarda sdegnato Napoli ai suoi piedi; freme al pensiero, che forse
nella città v'erano alcuni, parecchi, molti, i quali godevano a quella
notizia e simpatizzavano con Sulpicio Galba. Tra questi erano certo
anche i cristiani.
Vuole sfogare la propria collera sopra di loro.
--A Napoli ci sono dei cristiani?
Nessuno lo sa.
--Vengano ricercati e trascinati alla mia presenza.
Cerca altri oggetti, sui quali sfogare la propria collera e li trova.
Cortigiani vengono cacciati in esilio; schiavi torturati, crocifissi;
i delatori lavorano, denunziano, accusano; vengono imbastiti mille
processi di lesa maestà e molti innocenti devono pagare il fio per la
collera del tiranno.
Alcuni cristiani vengono catturati; pochi, troppo pochi per le sue
collere. Egli è adirato contro la polizia e contro i delatori; ne
vuole altri, altri ancora. Ma la comunità di Napoli è così piccola.
Vuole che i prigionieri facciano i nomi dei loro compagni di delitto,
ma essi si rifiutano. Non sono delinquenti.
--Cesare. Adoriamo Dio e rispettiamo la tua persona. Non hai sudditi
più tranquilli e fedeli di noi. Vuoi dormire sicuro, specialmente ora,
che alcuni si ribellano a te? Circondati di una guardia di corpo,
formata di soli cristiani. Noi ti difenderemo col nostro corpo, col
nostro sangue; ci lasceremo ammazzare tutti alla tua difesa.
Queste parole ne aumentarono le collere. Le ritenne sarcasmo. Eppoi,
anche se questo fosse vero, avrebbe rinunziato al trono piuttosto di
affidare la propria difesa ai cristiani. Che si curava lui
dell'impero; che del trono; che del benessere dei popoli soggetti. Una
cosa gli premeva, una sola aveva vero valore: Che lo riconoscessero
quale Apollo, quale uno degl'immortali, e i cristiani gli rifiutavano
adorazione.
--I nomi dei vostri complici!
Vennero messi alla tortura. Non fecero i delatori; non si macchiarono
di tanta infamia.
Vennero condannati alla più terribile tra le morti.
Il comune di Napoli gli aveva decretato molti onori, ed egli volava da
festa a festa; nei templi, dove gli si offrivano sacrifizi, nei
teatri, per assistere a pantomine e recite, nell'anfiteatro, nel
circo, dove gladiatori, fatti venire espressamente da Roma, lo
salutavano, condannati a morire; dove si faceva grande spreco di
vittime umane, dove cristiani venivano dati in preda ai leoni. Egli
andava a quelle feste, per soffocare i suoi timori, per dimenticare il
pericolo, e, supplicato dalla plebe, cantava, cantava.
Lo applaudono, ed egli è lieto di quegli applausi, e di nuovo pensa a
rinunziare al trono ed a dedicarsi soltanto al canto.
Il cielo ritorna sereno. Virginio Rufo, semplice cavaliere ma uomo
stimato, legato dell'Alta Germania, ha dichiarato guerra a Giulio
Vindice e muove contro di lui alla tutela dell'impero.
Nerone ne è lieto. Un generale fedele. Ricompenserà la sua fedeltà. Lo
farà trionfare a Roma e poi.... Portava sempre con sè una boccetta di
cristallo, quasi piena di un liquore incolore, che Lomita gli aveva
preparato. Una goccia di quel liquore versato in un calice di vino
generoso avrebbe piantato nel cuore di Virginio Rufo il germe della
morte.
Nessuno gli deve contrastare la gloria; egli solo ha da venir ammirato
nell'impero. Guai a chi vuole emergere!
Feste si succedono a feste. Virginio Rufo vince Giulio Vindice il
quale suicide.
Novelle feste per celebrare la morte dell'audace.
Ma il cielo si offusca di nuovo. Un cortigiano, il solo che ha
coraggio, osa avvicinarlo e comunicargli la triste novella. Virginio
Rufo lo ha dichiarato decaduto dall'impero.
--Egli aspira al trono? chiese fremendo.
--No, gli venne offerta la porpora dall'esercito vittorioso ma egli
l'ha rifiutata.
--Galba?
--Neppure. Virginio Rufo marcia verso Roma. Vuole che l'impero si
conceda soltanto per voto di senato.
--Il senato! Il mio senato! Mi è fedele! Mi confermerà. Non sono io
forse Apollo? esclama rassicurato. Non è possibile, che i senatori,
che lo avevano ricolmato di tanti onori; lo avevano dichiarato il
migliore tra i Cesari e l'amore e la delizia del genere umano; avevano
dichiarata Roma felice sotto tanto principe, non lo avessero
supplicato di rimanere in carica. Doveva accettare la riconferma o non
era forse meglio?..... d'imperatori v'era dovizia, ma di cantanti, di
citaredi suoi pari non ve n'era nessuno. È facile cosa governare un
impero, difficile invece cantare come cantava lui. Egli era grande,
non perchè imperatore ma perchè citaredo; la sua vera gloria era
dovuta alla sua gola, al suo canto armonioso, che innamorava e rapiva
tutti i cuori. Non doveva forse rinunziare al trono per andar a
conquistare il mondo intero, Alessandro novello, Orfeo redivivo, colla
sua voce, col suo canto? A Roma, a Roma; nella Roma fedele, dal
senato, che non poteva vivere senza di lui.
Vuole abbandonare Napoli per mettere al sicuro le sue corone, i suoi
istrumenti musicali, i suoi mimi, le sue danzatrici, le sue
cortigiane. Le fa vestire da amazzoni, affida loro se stesso, la sua
gloria, la sua voce, il suo canto.
Promette all'esercito, al popolo, frumento; ve n'era tanta scarsità.
Navi verranno dall'Egitto; ve ne sarà per tutti.
Canta l'arrivo delle navi cariche di pane.
Il suo canto è onnipotente! Ecco navi spuntare sul lontano orizzonte;
sono desse, sono desse. Il suo canto, il suo divin canto le ha
attirate.
Fa annunziare all'esercito, al popolo, che le navi stanno per entrare
nel porto; che si farà una grande distribuzione di frumento; ve ne
sarà per tutti.
Le navi entrano, ma sono cariche di sabbia d'Egitto, da cospargere il
teatro, dove gladiatori e lottatori hanno da presentarsi alla folla.