II.

Si destò quando lo volle Giove suo padre. Accorsero servi ad

indossargli la tonaca di porpora, a gettargli sulle spalle il manto

imperiale, a cingergli il capo della corona di alloro, che si era

guadagnata nella Grecia.

Uscì di stanza. Passò tra una schiera di senatori, i quali si

curvavano profondamente; non degnò nessuno di uno sguardo; gli schiavi

favoriti gli imbandirono la colazione; mangiò molto, bevè molto,

assistì a danze lascive, a giochi pazzi, di gladiatori che si

ammazzavano sotto i suoi occhi; gli portarono immensi vasi di

cristallo, nei quali morivano le triglie più belle, cangiando i più

rari riflessi metallici delle loro squame, ma non trovò piacere. Era

uno dei giorni consacrati alla celebrazione dei suoi trionfi in

Grecia. Il senato gli aveva decretato tante feste, che un anno non

sarebbe bastato a compierle, onde un senatore aveva osato proporre, si

lasciasse qualche giorno anche al popolo, per le sue faccende.

L'audace aveva pagato colla propria testa l'inopportuna proposta.

Nel circo vi erano i giochi. Non vi volle andare. Era sazio di vedere

scorrere sangue umano. Volle vedere le corone d'oro che aveva portato

dalla Grecia. Erano milleottocento, di grande valore. Le maggiori

decorazioni, i premi più rari, dei quali disponeva la patria del

bello. Neppure la vista di quelle corone lo appagò. Non gli sembravano

un premio adeguato al suo canto.

Ricordò il viaggio in Grecia, preceduto, seguito da migliaia di

citaredi, colla lira in mano e da un esercito di commedianti e di

mimi. Ricordò l'inno solenne, che aveva cantato per salutare la riva

greca; ricordò i giochi olimpici ed istmici e gli altri giochi, che la

Grecia celebrava nel corso di decenni, condensati in pochi mesi per

onorare lui. Fu dovunque, cantò dovunque. I più celebri cantanti e

citaredi del mondo greco erano accorsi per vincerlo; facevano sforzi

infiniti per non venir vinti da lui, ma egli li superava facilmente;

essi dovevano dichiararsi vinti, ed il popolo delirava e decretava a

lui ghirlande, corone e premi. Colse ad Olimpia novanta premi, cento

ai giochi istmici; mai tanta profusione di corone e di lauri, mai

tanto plauso. Fu dovunque, eccezione fatta di Atene, dove sorgeva il

tempio delle Furie vendicatrici del parricidio, ed a Sparta, perchè

odiava Licurgo ed i suoi rigori. Fu a Delfo ma non ebbe dall'oracolo

la risposta che gli premeva, onde inveì contro il santuario, asportò

500 statue, che perdette per mare, e si era proposto di distruggere il

santuario e di scannare i sacerdoti. Non era egli forse Apollo, il

padrone del santuario?

Ricordò Corinto. Voleva tagliare l'istmo e precedette tutti nel

lavoro. Lavorava con una zappa d'oro. Ricordò i suoi amori e la coppa

del piacere vuotata fino alla nausea.

Sì, fino alla nausea. Tutto gli recava nausea. Sospirava onori sempre

nuovi, piaceri sempre più intensi, gaudi sempre più raffinati....

Abbandonò adirato le sue corone. Milleottocento; ne meritava centinaia

di migliaia. Corone e lauri. Questi erano stati già tributati ad altri

mortali, ed egli non era un mortale, nè un dio, ma qualche cosa di più

di un uomo e di un dio. Era il primo degli dei, il creatore

dell'universo, il signore del canto.....

Voleva piegare al proprio culto volontà ribelli, orgogliose.

Questi cristiani! I soli che non si piegavano al suo cospetto; i soli,

coi quali valeva la pena di lottare, il cui omaggio valeva la pena di

ambire. Sognò cristiani da umiliare.

--Ce ne sono nelle carceri?

--Sì, divino.

--Vengano.

--Quanti?

--Tutti.

Vennero: molti. Un brillante senatore, sua moglie, nobili patrizi,

candide donzelle, fanciulli, operai dalle mani incallite, poveri

schiavi. Egli li guardò con disprezzo.

--Incendiari!

Nessuno rispose.

Il loro silenzio gli diede sui nervi. Li sapeva innocenti e voleva che

si confessassero rei od almeno si scolpassero.

--In ginocchio avanti a me, ad Apollo, al vostro dio! Adoratemi!

Un vecchio tremante; una rovina umana; un povero scheletro scoperto di

gialla pelle; i digiuni avevano sfibrato il corpo di Lino, rispose:

--Cesare. La vita per te ed il sangue alla tua difesa. Non hai mai

avuto sudditi più fedeli di noi. Ma non possiamo adorare che il solo

Dio che ci creò ed il suo Cristo che ci redense.

I cortigiani volevano costringere i cristiani colla forza a piegare le

ginocchia avanti al nuovo nume, ma Nerone il proibì.

Promise. Le sue promesse non smossero quei prodi; minacciò; annunziò

la sua grandezza; toccò la sua cetra e cantò. Se il canto di Orfeo

aveva ammansato le fiere, il suo doveva ammansare i cristiani.

Ma il suo canto non compì il prodigio, ed egli ne fu adiratissimo; più

adirato del loro rifiuto di adorarlo. Essi lo umiliavano avanti a

tutti, ne volevano distruggere la fama e la gloria, col provare, che

quanto era riuscito a Orfeo non riusciva a lui. Montò sulle furie.

Bisognava piegarli.

Cantò ancora, molto, molto. La sua voce non era bella; la sua scuola

poverissima. Il canto straziava le orecchie dei cortigiani, che se ne

mostravano però deliziati e lo proclamavano dio e Apollo novello.

Alle sue insistenze il vecchio rispondeva in nome di tutti:

--Mai!

Montò su tutte le furie. Volle vedere sangue. Comandò torture; torturò

di sua mano. Voleva, doveva piegare quei ribelli. Gli avrebbe fatto

più piacere l'adorazione di uno di loro che di mille senatori curvi ai

suoi piedi.

Invano.

Allora li condannò ad ardere quella sera, fiaccole viventi.....

Nessun rimprovero, nessuna protesta uscì da quelle labbra. I martiri

chinarono il capo.

--Così sia!

La loro rassegnazione gli sembrò stupida e ne aumentò lo sdegno; tanta

forza d'animo nel resistere ai suoi comandi, tanta stupida remissività

davanti alla condanna.

O questi cristiani!

Malcontento di sè stesso girò infuriato per il palazzo. Ammazzò con

una pedata nel ventre una fanciulla, che aveva amato ieri e che gli si

era fatta incontro col sorriso sulle labbra; condannò a morte

Pitagora, spudorato liberto, che aveva sposato pubblicamente a

Corinto, vestendolo da imperatrice, per profanare, con quella infame

parodia, i riti sacri matrimoniali; girò quella sera vestito da

Apollo, in lettiga, tra le fiaccole ardenti, non pago dei crucirati

delle sue vittime: ne avrebbe preferito l'adulazione. Chiese

l'indomani adorazione dal senato e la ebbe; fu al Circo, acclamato

dalla folla Apollo e padre degli dei; vide sangue, molto sangue, e non

ne fu pago; ideò novelle costruzioni; la casa d'oro doveva arrivare

fino al mare; sognò immensi giardini, fiumi navigabili, laghi

artificiali, sporgenze di terreno ricche di alberi, sognò.... ma

niente lo appagava.

Diede banchetti senza fine; invitò migliaia di patrizi, di senatori;

allestì orgie infami; commise delitti nefandi, per appagare la propria

sete di gaudio; si adirò con Poppea Sabina che portava sotto il petto

il suo figlio e con un calcio la uccise; la fece poi imbalsamare,

proclamare dea, e bruciare in onore di lei tanti incensi, quanti

l'Arabia produce in un anno.

Ma non trovava l'ebrezza che sognava; il gaudio che sospirava.

Dovunque gli si presentava la nausea.

Ed allora decise di recarsi a Napoli.

I sogni dell'Anarchico · 第 19 / 49 题