Si destò quando lo volle Giove suo padre. Accorsero servi ad
indossargli la tonaca di porpora, a gettargli sulle spalle il manto
imperiale, a cingergli il capo della corona di alloro, che si era
guadagnata nella Grecia.
Uscì di stanza. Passò tra una schiera di senatori, i quali si
curvavano profondamente; non degnò nessuno di uno sguardo; gli schiavi
favoriti gli imbandirono la colazione; mangiò molto, bevè molto,
assistì a danze lascive, a giochi pazzi, di gladiatori che si
ammazzavano sotto i suoi occhi; gli portarono immensi vasi di
cristallo, nei quali morivano le triglie più belle, cangiando i più
rari riflessi metallici delle loro squame, ma non trovò piacere. Era
uno dei giorni consacrati alla celebrazione dei suoi trionfi in
Grecia. Il senato gli aveva decretato tante feste, che un anno non
sarebbe bastato a compierle, onde un senatore aveva osato proporre, si
lasciasse qualche giorno anche al popolo, per le sue faccende.
L'audace aveva pagato colla propria testa l'inopportuna proposta.
Nel circo vi erano i giochi. Non vi volle andare. Era sazio di vedere
scorrere sangue umano. Volle vedere le corone d'oro che aveva portato
dalla Grecia. Erano milleottocento, di grande valore. Le maggiori
decorazioni, i premi più rari, dei quali disponeva la patria del
bello. Neppure la vista di quelle corone lo appagò. Non gli sembravano
un premio adeguato al suo canto.
Ricordò il viaggio in Grecia, preceduto, seguito da migliaia di
citaredi, colla lira in mano e da un esercito di commedianti e di
mimi. Ricordò l'inno solenne, che aveva cantato per salutare la riva
greca; ricordò i giochi olimpici ed istmici e gli altri giochi, che la
Grecia celebrava nel corso di decenni, condensati in pochi mesi per
onorare lui. Fu dovunque, cantò dovunque. I più celebri cantanti e
citaredi del mondo greco erano accorsi per vincerlo; facevano sforzi
infiniti per non venir vinti da lui, ma egli li superava facilmente;
essi dovevano dichiararsi vinti, ed il popolo delirava e decretava a
lui ghirlande, corone e premi. Colse ad Olimpia novanta premi, cento
ai giochi istmici; mai tanta profusione di corone e di lauri, mai
tanto plauso. Fu dovunque, eccezione fatta di Atene, dove sorgeva il
tempio delle Furie vendicatrici del parricidio, ed a Sparta, perchè
odiava Licurgo ed i suoi rigori. Fu a Delfo ma non ebbe dall'oracolo
la risposta che gli premeva, onde inveì contro il santuario, asportò
500 statue, che perdette per mare, e si era proposto di distruggere il
santuario e di scannare i sacerdoti. Non era egli forse Apollo, il
padrone del santuario?
Ricordò Corinto. Voleva tagliare l'istmo e precedette tutti nel
lavoro. Lavorava con una zappa d'oro. Ricordò i suoi amori e la coppa
del piacere vuotata fino alla nausea.
Sì, fino alla nausea. Tutto gli recava nausea. Sospirava onori sempre
nuovi, piaceri sempre più intensi, gaudi sempre più raffinati....
Abbandonò adirato le sue corone. Milleottocento; ne meritava centinaia
di migliaia. Corone e lauri. Questi erano stati già tributati ad altri
mortali, ed egli non era un mortale, nè un dio, ma qualche cosa di più
di un uomo e di un dio. Era il primo degli dei, il creatore
dell'universo, il signore del canto.....
Voleva piegare al proprio culto volontà ribelli, orgogliose.
Questi cristiani! I soli che non si piegavano al suo cospetto; i soli,
coi quali valeva la pena di lottare, il cui omaggio valeva la pena di
ambire. Sognò cristiani da umiliare.
--Ce ne sono nelle carceri?
--Sì, divino.
--Vengano.
--Quanti?
--Tutti.
Vennero: molti. Un brillante senatore, sua moglie, nobili patrizi,
candide donzelle, fanciulli, operai dalle mani incallite, poveri
schiavi. Egli li guardò con disprezzo.
--Incendiari!
Nessuno rispose.
Il loro silenzio gli diede sui nervi. Li sapeva innocenti e voleva che
si confessassero rei od almeno si scolpassero.
--In ginocchio avanti a me, ad Apollo, al vostro dio! Adoratemi!
Un vecchio tremante; una rovina umana; un povero scheletro scoperto di
gialla pelle; i digiuni avevano sfibrato il corpo di Lino, rispose:
--Cesare. La vita per te ed il sangue alla tua difesa. Non hai mai
avuto sudditi più fedeli di noi. Ma non possiamo adorare che il solo
Dio che ci creò ed il suo Cristo che ci redense.
I cortigiani volevano costringere i cristiani colla forza a piegare le
ginocchia avanti al nuovo nume, ma Nerone il proibì.
Promise. Le sue promesse non smossero quei prodi; minacciò; annunziò
la sua grandezza; toccò la sua cetra e cantò. Se il canto di Orfeo
aveva ammansato le fiere, il suo doveva ammansare i cristiani.
Ma il suo canto non compì il prodigio, ed egli ne fu adiratissimo; più
adirato del loro rifiuto di adorarlo. Essi lo umiliavano avanti a
tutti, ne volevano distruggere la fama e la gloria, col provare, che
quanto era riuscito a Orfeo non riusciva a lui. Montò sulle furie.
Bisognava piegarli.
Cantò ancora, molto, molto. La sua voce non era bella; la sua scuola
poverissima. Il canto straziava le orecchie dei cortigiani, che se ne
mostravano però deliziati e lo proclamavano dio e Apollo novello.
Alle sue insistenze il vecchio rispondeva in nome di tutti:
--Mai!
Montò su tutte le furie. Volle vedere sangue. Comandò torture; torturò
di sua mano. Voleva, doveva piegare quei ribelli. Gli avrebbe fatto
più piacere l'adorazione di uno di loro che di mille senatori curvi ai
suoi piedi.
Invano.
Allora li condannò ad ardere quella sera, fiaccole viventi.....
Nessun rimprovero, nessuna protesta uscì da quelle labbra. I martiri
chinarono il capo.
--Così sia!
La loro rassegnazione gli sembrò stupida e ne aumentò lo sdegno; tanta
forza d'animo nel resistere ai suoi comandi, tanta stupida remissività
davanti alla condanna.
O questi cristiani!
Malcontento di sè stesso girò infuriato per il palazzo. Ammazzò con
una pedata nel ventre una fanciulla, che aveva amato ieri e che gli si
era fatta incontro col sorriso sulle labbra; condannò a morte
Pitagora, spudorato liberto, che aveva sposato pubblicamente a
Corinto, vestendolo da imperatrice, per profanare, con quella infame
parodia, i riti sacri matrimoniali; girò quella sera vestito da
Apollo, in lettiga, tra le fiaccole ardenti, non pago dei crucirati
delle sue vittime: ne avrebbe preferito l'adulazione. Chiese
l'indomani adorazione dal senato e la ebbe; fu al Circo, acclamato
dalla folla Apollo e padre degli dei; vide sangue, molto sangue, e non
ne fu pago; ideò novelle costruzioni; la casa d'oro doveva arrivare
fino al mare; sognò immensi giardini, fiumi navigabili, laghi
artificiali, sporgenze di terreno ricche di alberi, sognò.... ma
niente lo appagava.
Diede banchetti senza fine; invitò migliaia di patrizi, di senatori;
allestì orgie infami; commise delitti nefandi, per appagare la propria
sete di gaudio; si adirò con Poppea Sabina che portava sotto il petto
il suo figlio e con un calcio la uccise; la fece poi imbalsamare,
proclamare dea, e bruciare in onore di lei tanti incensi, quanti
l'Arabia produce in un anno.
Ma non trovava l'ebrezza che sognava; il gaudio che sospirava.
Dovunque gli si presentava la nausea.
Ed allora decise di recarsi a Napoli.