III.

L'immensa estensione del mare. La trireme, mossa da cento robuste

braccia che muovono il remo, vola sulla tranquilla superficie del

Mediterraneo, il gran mare, il bacino della civiltà. Vola, ma non

trasporta passeggieri, lieti di fare il bel tragitto; felici di andare

verso l'Italia, bramosi di vedere Roma, la grande ammaliatrice del

mondo; ma trasporta una schiera di infelici, i quali vengono inviati a

duro lavoro, ad un trattamento disumano; che hanno da aspettarsi, in

Italia, a Roma, una crudeltà maggiore ancora di quella che hanno

dovuto soffrire sul suolo africano.

La disciplina di bordo è draconiana. Gli schiavi sono troppo numerosi.

Potrebbero accordarsi coi galeotti e tentare un colpo di mano. Perciò

i soldati sono di una severità eccessiva. Tutti portano le catene da

mane a sera; i più riottosi non possono abbandonare la stiva nè uscire

sopra coperta e là, nel corpo della nave, devono respirare l'aria

mefitica ed i più ammorbanti fetori. Il cibo è scarso; la frusta fende

continuamente l'aria e cade sulle loro povere spalle.

Tra i più riottosi Ramsette. Egli si trova là, incatenato alla parete,

nell'angolo più buio della stiva, col corpo coperto di piaghe, sulle

quali nidificano le mosche; si contorce dalla rabbia, dallo sdegno,

freme, spuma, urla, grida. È un prigioniero indocile, il quale si è

opposto all'imbarco, ha osato aizzare gli altri prigionieri, ha

tentato, quando gli hanno permesso di salire sulla tolda, di gettarsi

in mare; ha detto ai suoi compagni: «Gettiamoci nelle acque. Meglio

morire che condurre vita di schiavitù»; ha resistito ai soldati; si è

lanciato contro di loro coi pugni chiusi e ne ha atterrato due; uno

anzi lo ha conciato male. I carcerieri lo laceravano allora colle loro

verghe e lo avrebbero finito, se il centurione non si fosse

intromesso. «È un prigioniero prezioso; un antico principe. Che dirà

Nerone se glie lo consegneremo con troppe piaghe sul dorso?»

Avevano finito di batterlo, ma lo avevano trascinato nell'angolo più

buio della stiva; lo avevano assicurato ad un forte anello di ferro,

caricato di doppie, di triple catene; non gli portavano più nè da

mangiare nè da bere; ed egli sentiva gli orrori della fame e più

ancora gli stimoli della sete.

Un vento forte flagella il mare; si sollevano altissime onde, dalle

creste candide di schiuma, e la nave danza su quelle. Gli schiavi

vengono cacciati tutti nella stiva ed accatastati colà; la bodola

viene chiusa; essi si trovano al buio; incapaci di reggersi su quel

suolo che danza sotto i loro piedi, che si alza, che scende, essi

vengono sbattuti di qua e di là, perdono l'equilibrio, rotolano gli

uni sugli altri, formando certi acervi, certi agglomeramenti di carne

umana; e poi viene il terribile mal di mare, che non conoscono neppur

di nome e sembra loro presagio di morte vicina; odono sul loro capo il

calpestio dei marinari che corrono, urlano, bestemmiano; dei soldati,

che imprecano al servizio di mare, a quel viaggio, ed invocano o

maledicono gli immortali, e il rumore delle onde, che flagellano i

fianchi della nave, il sibilo del vento, che passa tra i cordami e le

sartie.

Ramsette urla pur lui, bestemmia, grida, aizza i compagni: Se la nave

resiste alla procella, mettete fine alla vostra esistenza. Il mare vi

attende; stende a voi ancora le braccia. Gettatevi tra quelle!

Nessuno rispondeva alle sue parole. Erano schiavi, ma pure amavano la

vita e rifuggivano istintivamente dalla morte. La vita rappresentava

sempre una grande speranza, la speranza della libertà, la morte

invece? No, no! Non morire! Vivere sempre, sempre; anche tra le

catene! Vivere, magari sorretti soltanto dalla speranza della

vendetta.......

Ed egli, al vedere che nessuno lo abbadava, dava in smanie maggiori.

Un vecchio schiavo lo avvicinò; un povero vecchio, ricurvo sotto il

peso degli anni. Veniva mandato a Roma per morire nel circo, perchè

egli, un rettore ben noto a Cartagine per la sua eloquenza e sapienza,

era stato scoperto consenziente agli incendiari di Roma.

Il vecchio disse allo schiavo.

--Ti calma fratello! Pazienza!

--Mai! Sono principe! La pazienza è la virtù dello schiavo.

--Di un animo nobile. Egli, abbandonò, per nostro amore, il suo trono,

e non solo volle spontaneamente, da nessuno costretto e soltanto per

eccesso di amore, diventare schiavo, ma volle morire financo la morte

degli schiavi.

--Un pazzo, urlò Ramsette.

--Dio. Il figlio di Dio!

--Il mio dio serpente non ha saputo difendere nè la mia tribù nè se

stesso e venne perciò giustamente schiacciato da un soldato romano,

disse Ramsette con una sghignazzata amara.

--Fratello..... incominciò l'altro con dolcezza,

--Io, un principe, non sono il fratello di uno schiavo! urlò Ramsette.

L'altro non si perdette di pazienza. Gli rimase vicino e cercò di

convincerlo della bellezza del cristianesimo e dell'amore di Gesù, ma

invano. Ramsette non voleva accettare la lieta novella e si ribellava

a quella dottrina, che predicava l'amore ed insegnava il perdono....

Il viaggio fu molto lungo e doloroso; ma egli non morì; arrivò ad

Ostia, venne sbarcato e, caricato di ceppi, fu condotto a Roma.

I sogni dell'Anarchico · 第 14 / 49 题