L'immensa estensione del mare. La trireme, mossa da cento robuste
braccia che muovono il remo, vola sulla tranquilla superficie del
Mediterraneo, il gran mare, il bacino della civiltà. Vola, ma non
trasporta passeggieri, lieti di fare il bel tragitto; felici di andare
verso l'Italia, bramosi di vedere Roma, la grande ammaliatrice del
mondo; ma trasporta una schiera di infelici, i quali vengono inviati a
duro lavoro, ad un trattamento disumano; che hanno da aspettarsi, in
Italia, a Roma, una crudeltà maggiore ancora di quella che hanno
dovuto soffrire sul suolo africano.
La disciplina di bordo è draconiana. Gli schiavi sono troppo numerosi.
Potrebbero accordarsi coi galeotti e tentare un colpo di mano. Perciò
i soldati sono di una severità eccessiva. Tutti portano le catene da
mane a sera; i più riottosi non possono abbandonare la stiva nè uscire
sopra coperta e là, nel corpo della nave, devono respirare l'aria
mefitica ed i più ammorbanti fetori. Il cibo è scarso; la frusta fende
continuamente l'aria e cade sulle loro povere spalle.
Tra i più riottosi Ramsette. Egli si trova là, incatenato alla parete,
nell'angolo più buio della stiva, col corpo coperto di piaghe, sulle
quali nidificano le mosche; si contorce dalla rabbia, dallo sdegno,
freme, spuma, urla, grida. È un prigioniero indocile, il quale si è
opposto all'imbarco, ha osato aizzare gli altri prigionieri, ha
tentato, quando gli hanno permesso di salire sulla tolda, di gettarsi
in mare; ha detto ai suoi compagni: «Gettiamoci nelle acque. Meglio
morire che condurre vita di schiavitù»; ha resistito ai soldati; si è
lanciato contro di loro coi pugni chiusi e ne ha atterrato due; uno
anzi lo ha conciato male. I carcerieri lo laceravano allora colle loro
verghe e lo avrebbero finito, se il centurione non si fosse
intromesso. «È un prigioniero prezioso; un antico principe. Che dirà
Nerone se glie lo consegneremo con troppe piaghe sul dorso?»
Avevano finito di batterlo, ma lo avevano trascinato nell'angolo più
buio della stiva; lo avevano assicurato ad un forte anello di ferro,
caricato di doppie, di triple catene; non gli portavano più nè da
mangiare nè da bere; ed egli sentiva gli orrori della fame e più
ancora gli stimoli della sete.
Un vento forte flagella il mare; si sollevano altissime onde, dalle
creste candide di schiuma, e la nave danza su quelle. Gli schiavi
vengono cacciati tutti nella stiva ed accatastati colà; la bodola
viene chiusa; essi si trovano al buio; incapaci di reggersi su quel
suolo che danza sotto i loro piedi, che si alza, che scende, essi
vengono sbattuti di qua e di là, perdono l'equilibrio, rotolano gli
uni sugli altri, formando certi acervi, certi agglomeramenti di carne
umana; e poi viene il terribile mal di mare, che non conoscono neppur
di nome e sembra loro presagio di morte vicina; odono sul loro capo il
calpestio dei marinari che corrono, urlano, bestemmiano; dei soldati,
che imprecano al servizio di mare, a quel viaggio, ed invocano o
maledicono gli immortali, e il rumore delle onde, che flagellano i
fianchi della nave, il sibilo del vento, che passa tra i cordami e le
sartie.
Ramsette urla pur lui, bestemmia, grida, aizza i compagni: Se la nave
resiste alla procella, mettete fine alla vostra esistenza. Il mare vi
attende; stende a voi ancora le braccia. Gettatevi tra quelle!
Nessuno rispondeva alle sue parole. Erano schiavi, ma pure amavano la
vita e rifuggivano istintivamente dalla morte. La vita rappresentava
sempre una grande speranza, la speranza della libertà, la morte
invece? No, no! Non morire! Vivere sempre, sempre; anche tra le
catene! Vivere, magari sorretti soltanto dalla speranza della
vendetta.......
Ed egli, al vedere che nessuno lo abbadava, dava in smanie maggiori.
Un vecchio schiavo lo avvicinò; un povero vecchio, ricurvo sotto il
peso degli anni. Veniva mandato a Roma per morire nel circo, perchè
egli, un rettore ben noto a Cartagine per la sua eloquenza e sapienza,
era stato scoperto consenziente agli incendiari di Roma.
Il vecchio disse allo schiavo.
--Ti calma fratello! Pazienza!
--Mai! Sono principe! La pazienza è la virtù dello schiavo.
--Di un animo nobile. Egli, abbandonò, per nostro amore, il suo trono,
e non solo volle spontaneamente, da nessuno costretto e soltanto per
eccesso di amore, diventare schiavo, ma volle morire financo la morte
degli schiavi.
--Un pazzo, urlò Ramsette.
--Dio. Il figlio di Dio!
--Il mio dio serpente non ha saputo difendere nè la mia tribù nè se
stesso e venne perciò giustamente schiacciato da un soldato romano,
disse Ramsette con una sghignazzata amara.
--Fratello..... incominciò l'altro con dolcezza,
--Io, un principe, non sono il fratello di uno schiavo! urlò Ramsette.
L'altro non si perdette di pazienza. Gli rimase vicino e cercò di
convincerlo della bellezza del cristianesimo e dell'amore di Gesù, ma
invano. Ramsette non voleva accettare la lieta novella e si ribellava
a quella dottrina, che predicava l'amore ed insegnava il perdono....
Il viaggio fu molto lungo e doloroso; ma egli non morì; arrivò ad
Ostia, venne sbarcato e, caricato di ceppi, fu condotto a Roma.