Rimane a lungo, molto a lungo privo di sensi. Il cavallo si è coricato
al suo fianco, ed ansa; ha la bocca aperta; la lingua ne esce
penzoloni, inaridita; gli occhi si spengono; la povera bestia è
prossima a morire di stanchezza, d'inedia, di sete.
Il capo si desta. Da principio non riesce a raccogliere i pensieri;
sono così confusi; ma poi vede sopra di sè il cielo stellato; vede la
maestosa luna; vede la cometa. Ma alla luce lunare l'astro minaccioso
ha perduto parte del suo terrore; la sua luce è sbiadita tanto. Pure
ciò non reca conforto al capo. Egli guarda la cometa, con un infinito
spavento. È certo di essere perduto.
--Schiavo mai! freme, leva il pugnale amico e lo porta alle labbra.
Non paventa la morte: Ha scannato già molti di sua mano. Suo padre,
quando gli ha donato il pugnale gli ha detto;--Il miglior amico! Esso
non permetterà giammai che tu diventi prigioniero.
Lo avevano assuefatto a vedere nella prigionia la maggior sventura, il
pugnale era là, l'amico fido.
Era deciso! Voleva cacciarselo nel petto, voleva farla finita. La
cometa era là e gli diceva: Schiavitù o morte! E tutto, tutto: la sua
educazione, i suoi fremiti di libertà, la sua condizione di capo, il
suo passato, il presente, i timori per l'avvenire, tutto, tutto gli
diceva: Schiavo mai! Preferisci la morte; mille volte la morte!
Stava già per cacciarsi il pugnale nel petto quando il suo sguardo
venne a cadere sul cavallo morente.
Lo guardò a lungo e provò un senso d'infinita mestizia. Gli sembrava
di veder morire un amico; anzi, più che un amico un fratello. Ma poi
gli si affacciò alla mente un pensiero; cercò di cacciarlo, ma invano.
Esso gettò subito radici; si abbarbicò nel suo cervello, gli s'impose.
Non era quella la prima volta.... Non sacrificava nulla.
Il cavallo era condannato a morire. Avido di bere; reso pazzo dalla
sete; desioso di conservare la vita, per radunare le sparse membra
della sua tribù, per organizzarle, per prepararle alla vendetta, si
gettò sul cavallo, gli aprì, col pugnale, una vena al collo, portò le
labbra alla ferita e succhiò il sangue caldo dell'animale, che si
dimenava negli spasimi dell'agonia.
Beveva, beveva! Mio serpente, sii lodato! Beveva, beveva! Il liquore
era denso, caldo, nauseabondo, dolcignolo. Sangue! Ma egli non ci
faceva conto. Non badava alla nausea che esso gli recava; era un
liquido che spegneva la sua sete grande, intensa, infuocata, che gli
faceva ritornare la vita.
Beveva, beveva. Bevette fin che non ne potè più, e poi si abbandonò
sulla carogna del suo cavallo, incapace di più muoversi, in preda ad
un dolore di testa infinito; in preda a certi tremiti, a certi vomiti
spaventosi, che poi cessarono, lasciandogli una grande sfinitezza e
facendolo cadere in un supremo letargo....
Un dolore terribile ai polsi lo fece rinvenire. Spalancò gli occhi. Il
sole era alto ed innondava il deserto di sua luce gialla, festosa,
calda, e a quella luce egli vide attorno a sè degli uomini sbarbati,
nell'odiato costume romano, udì le loro risa di scherno e si vide
strette le mani da pesanti catene. La predizione della cometa si era
avverata. Era prigioniero, era schiavo.
Cercò di spezzare quelle catene; invano. Volle balzare in piedi, ma
era incatenato anche a questi. Gridò, urlò, si dimenò, ma essi
risposero alle sue grida, alle sue proteste, ai suoi urli, con alte
risate di scherno, con parole beffarde. Egli non li comprendeva. Il
loro gergo era così diverso dal latino, che parlavano a Cartagine e
del quale egli aveva appreso alcune parole dal suo precettore. È buona
cosa conoscere anche il gergo degli avversari, per rilevarne le
intenzioni.
Ma poi ricordò che era principe, e che quegli erano schiavi; che non
doveva dare loro spettacolo di sè; che non doveva destare il loro
scherno, le loro risa; che doveva imporre loro colla sua dignità, e
più non si mosse. Finse esternamente la maggior calma, mentre nel suo
cuore si rodeva dalla rabbia e da uno sdegno grande, immenso,
infinito, cocente. Prigioniero, schiavo. Gli diedero da mangiare. Non
rifiutò il cibo, gli diedero da bere; non rifiutò la bevanda. Ma
quando gli dissero di alzarsi si accorse che non aveva più al braccio
il serpente adorato. Girò smarrito Io sguardo, e lo vide a terra,
morto, col capo schiacciato. Provò un dolore indicibile. Il suo idolo
venerato; il suo dio! Morto l'idolo della tribù; questa distrutta, il
suo principe prigioniero. Una sventura più atroce non lo poteva
colpire.
Lo condussero prigioniero a Cartagine.
La terribile marcia attraverso il deserto, a piedi, legato alla sella
di un centurione germanico, uomo senza cuore, brutale, che spronava il
proprio cavallo, per costringere il prigioniero ad una corsa veloce,
sulla sabbia infuocata, su pietre che bruciavano, attraverso a valli
anguste, su rapidi pendii. Gli avevano tolto il mantello, i calzari,
le armi, i braccialetti, tutto; non gli avevano lasciato che i
calzoncini di cuoio. Il piede ignudo sprofondava nella sabbia; le
pietre aguzze gli foravano la pelle; i granellini di sabbia, i piccoli
cristalli di quarzo, penetravano nelle piaghe, nelle ferite, causando
un dolore atroce, un intenso prurito; le ferite si allargavano; il
sudore gli colava copioso dalla fronte; ansava; non ne poteva più: era
sfinito e si trascinava con fatica avanti. Malediva al suo dio
serpente che lo aveva abbandonato, ai romani, alla cometa, a se
stesso, che non aveva messo fine alla propria sventura; che aveva
avuto il pugnale e non lo aveva piantato nel proprio cuore, nè messa,
così, rapida fine alla propria vita.
Quella sera la cometa apparve di nuovo. Essa destò in lui una lieta
speranza. Non era apparsa dunque per lui, per annunziare la sua
sventura, chè questa era compiuta. Annunziava la rovina dei romani?
Venisse! Non l'anelava per la propria liberazione, ma perchè li odiava
tanto.
La marcia continua. Non ne può più, e riceve dal centurione un colpo
di sferza sul dorso; il primo colpo, che sfiora le sue vergini spalle.
Urla più che dal dolore dalla rabbia, dallo sdegno, dall'infinita
vergogna; lui, un principe, battuto di verga! stringe i pugni, vuole
gettarsi, colle mani legate, contro l'audace che lo ha battuto, ma
viene ricevuto a colpi di verga, abbondanti.....
Hanno passato il deserto e sono arrivati su territori fertili, ben
coltivati, fittamente abitati, dove il suo passaggio viene accolto ora
da parole di scherno, di beffe, ed ora di meraviglia, di stupore.
Nessuno ha compassione di lui. Egli muore dalla vergogna nel vedersi
meta di quello stupore, di quello scherno, nell'accorgersi che nessuno
lo compiange.
Giunge finalmente a Cartagine, dove viene trascinato dal proconsole.
Ode parole di scherno. Viene considerato prigioniero di guerra e
condannato alla schiavitù imperiale. Verrà mandato a Roma. Protesta. È
africano, è principe. La guerra fu ingiusta; esige la libertà; si
dichiara pronto di venire a patti; di assoggettare la sua tribù ai
romani, di riconoscere l'imperatore, di pagare un annuo tributo. Le
sue parole vengono accolte con un riso di scherno. La sua tribù più
non esiste; è stata annientata; tutti gli uomini sono morti e le donne
trascinate sui mercati; la sua oasi è diventata proprietà del fisco.
Lo conducono allo _stabulum_, fra gli schiavi, dove la verga lo
costringe all'ubbidienza, al lavoro. Il cibo è scarso, le piaghe
molte, il lavoro faticoso. È incatenato assieme a prigionieri di
guerra, frementi di libertà; a delinquenti, condannati per volgari
delitti, a schiavi, nati tra le catene, che non hanno mai gustato la
libertà, che hanno cambiato di spesso padrone e furono acquistati
dallo stato per venire inviati a Roma.
Fra gli schiavi vi sono parecchi suoi antichi sudditi, catturati nella
battaglia o nella sua oasi e parecchi suoi antichi schiavi, lieti
quest'ultimi che il loro antico padrone sia pure schiavo. Egli è stato
sempre un padrone molto crudele; non ha mai avuto compassione di loro;
non può chiedere, che essi abbiano ora compassione di lui.