IV.

Non degnò di nessuno sguardo ammirato la dominatrice dell'orbe. Non

era sensibile alle sue magnificenze. Anima di scorridore del deserto,

il suo spirito era troppo assuefatto all'infinita grandezza di quelle

lande ed all'elegante bellezza delle palme, che nelle oasi si

agitavano allo zeffiro, per poter ammirare quel mare di case, quelle

vie anguste, sinuose, nelle quali si pigiava la folla; quei lunghi

filari di tombe, di colonne, di statue; tutte cose che vide una volta

sola, nel rapido passaggio verso lo _stabulum_, la prigione. Vide

soltanto la folla curiosa che lo guardava, e faceva delle osservazioni

punto lusinghiere sulla sua persona ed i molti, che non lo degnavano

neppure di uno sguardo; e se sentiva uno sdegno infinito per i primi,

provava una rabbia ancora maggiore dell'indifferenza degli altri. O

questi romani! Sentiva di odiarli. Poterli schiacciare tutti.

Eccolo nello stabulum, schiavo in mezzo a molti schiavi: costretto ad

un lavoro faticoso, umiliante, di pulizia dei cortili, di spaccatura

di legno, a portare fardelli, sempre sotto la sferza, pieno di fame,

di sete, colla febbre che lo divora, desideroso di presto finire

quella vita.

Chiede di venir introdotto da Cesare e gli rispondono con parole di

scherno; domanda di potergli esporre le proprie ragioni; di poter

affrontare, a testa alta, lui, il capo temuto e rispettato dei

beduini, il capo temuto e potente dei romani, ma gli si risponde con

una risata.

Intanto passano i giorni, lunghi, monotoni; ed egli altro non vede che

le grigie pareti dello _stabulum_, dal pavimento coperto di eterne

immondezze; respira l'aria afosa, viziata, pregna di fetore; e non

vede che di rado un po' di cielo, quando passa nel minuscolo cortile,

chiuso da alte mura, dove c'è il pozzo, dal quale ha da attingere

l'acqua, mentre nello stabulum stesso regnano le semi tenebre e la

luce non entra che scarsa da una stretta finestra, chiusa da grate di

ferro.

Quanti schiavi!..... Là si parlano tutte le lingue del mondo

conosciuto; là ci sono tutti gli strati sociali; uomini, caduti nella

schiavitù per la violenza delle armi e che primeggiavano nelle loro

terre; malfattori, della peggior specie, debitori incapaci di pagare

ed antichi schiavi, i quali avevano perduto la grazia del padrone ed

erano stati regalati o venduti al fisco; schiavi inviati colà dai

paesi più remoti, perchè i proconsoli ed i prefetti, non mandavano

alla capitale del mondo soltanto il tributo di oro e gemme ed il

bottino di quadri, bronzi, colonne e statue, rubate nei templi degli

dei e nei palazzi dei ricchi; non inviavano soltanto copia di cereali,

vettovaglie, animali selvaggi o rari per i giochi nel circo, leoni,

pantere, leopardi, elefanti, iene, ma anche il tributo umano, schiavi

molti, per i lavori pubblici, per il circo.

Egli era in mezzo a quegli schiavi, che maledivano il loro rio

destino, auspicavano la rovina di Roma, un novello incendio che

l'avesse distrutta tutta nè si fosse arrestato avanti a nessun

quartiere, e che coi palazzi e coi templi, avesse incenerito anche

Nerone e tutto quel popolo borioso, sanguinario, dominatore, avido di

sangue e di morte.

Fra tutti quei malcontenti si aggiravano alcuni prigionieri, catturati

di fresco, accusati di appiccato incendio, condannati a comparire nei

prossimi giochi nel circo ed a servire colà di pasto alle fiere;

prigionieri in buona parte di alto lignaggio, di nobilissime famiglie.

Gl'incendiari di Roma! Gli schiavi guardavano ammirati quegli audaci,

che avevano osato appiccare l'incendio alla capitale del mondo e

Ramsette si fece loro giulivo incontro, tese loro le mani incatenate e

inneggiò agli audaci. Quelli sì erano uomini. Aver osato mettere

l'accetta alla radice, e dare fuoco alla città!

O l'odio, l'odio grande che essi dovevano portare a Roma! Averla

incendiata!

Qual delusione invece! Quella gente si protestava innocente; insegnava

che bisognava rispettare Cesare anche se era Nerone; che si doveva

ubbidire alle autorità e sottostare anche a ingiuste sentenze;

insegnava la pazienza, la compassione, la rassegnazione, la

misericordia, il perdono. Erano così simili al vecchio che lo aveva

avvicinato nella nave.....

Sentì nausea di loro, del loro atteggiamento, delle loro parole; una

nausea tanto più grande quanto erano più intense le sue aspettative e

maggiore la delusione provata. Ne invidiò la rassegnazione, ma

l'ascrisse a stupidaggine; ne invidiò la calma, ma la ritenne indegna

di un uomo; non volle ascoltare le loro parole: fece il sordo alle

loro dottrine; li respinse da sè. Adorare un Dio fatto schiavo e morto

la morte degli schiavi, che insegna la pazienza e domanda

rassegnazione? Mai.

Ogni giorno coloro che dirigevano i giochi pubblici venivano nello

stabulum, e sceglievano tra gli schiavi quelli, che dovevano venir

esposti alla plebe: fiaccole viventi, da illuminare le orgie di

Nerone; povere vittime, da essere crocifisse; da venir offerte,

vestite di pelli di agnello, in pasto alle fiere; costrette ad

uccidersi a vicenda, adoperate in terribili riproduzioni realistiche

di antichi miti... Alcuni uscivano colpiti, schiacciati, frementi,

maledicendo alla loro sorte, imprecando a Roma ed a Cesare; altri

calmi, rassegnati, col sorriso sulle labbra, quasi andassero incontro

alle nozze più liete, ad un festino: quegli imbecilli, che avevano

bruciato Roma, ed ora si vergognavano del loro eroismo, e lo

sconfessavano, abbenchè sapessero che in tal modo non risparmiavano la

vita. Sciocchi! perchè non andavano alla morte, fieri del loro

operato, menando vanto di aver bruciato Roma e gridando in faccia al

tiranno: «Siamo stati noi!».

Altri occupavano i posti, resi vacanti dalle vittime.

Venne il momento nel quale scelsero lui pure; lui, il principe, il

libero capo di un libero popolo. Lui, dato in pasto alle fiere! Lui,

dover appagare l'avida curiosità di quel Cesare che tanto odiava, di

quel popolo che aborriva!

Nessuno si curò delle sue proteste. Volle opporsi. La sferza lo domò;

lo unirono ad altri schiavi, e lo trascinarono di notte, sulle vie

addormentate, al Circo.

Vicino a lui camminava un incendiario di Roma. Questo gli mostrava la

sua compassione, gli rivolgeva dolci domande, cercava di confortarlo;

gli parlò del cielo, di Dio, del suo amore infinito, lo esortò alla

rassegnazione. Egli gli sputò in faccia, cercò di colpirlo col gomito,

coi pugni chiusi, colle catene pesanti, lo ingiuriò, gli diede del

vile.

Giunsero al circo di legno, grande, costruito ieri; lo fecero scendere

in un corridoio sotterraneo, cieco, e gli offersero il pasto della

morte: alcuni mangiarono; altri rifiutarono. Egli pure. Non avrebbe

potuto inghiottire un boccone.

Perchè non si era dato la morte là, nel deserto, a fianco del suo

cavallo; perchè aveva allora prolungato la sua triste esistenza?

Passò del tempo eppoi udì un sordo vociare.

Il circo si riempie! Spicciatevi! comandò la voce del custode di quei

corridoi sotterranei. Entrarono dei gladiatori, degli schiavi,

strapparono ad alcuni schiavi le vesti e passarono alla loro

flagellazione, che precedeva il supplizio di croce; la pelle e la

carne veniva strappata a brandelli dai loro corpi. Erano gl'incendiari

di Roma. Essi non si lamentavano; guardavano sereni nello spazio;

qualcuno anzi sorrideva, come se provasse una grande gioia, se

gustasse una dolcezza infinita. Eppoi li condussero alla

crocifissione, alla morte.

Anche ad altri vennero tolte le antiche vesti e vennero indossate

delle nuove; furono incoronati di fiori, mentre altri ancora venivano

avviluppati in pelli di agnello, di pecora, e magari di cani, di

leopardi. Essi urlavano, protestavano, si dimenavano, imploravano

grazia, paventavano la morte, ma venivano allontanati. Non tutti

piangevano però. Molti tacevano, pregavano; essi erano gl'incendiari

di Roma!

Qua un giovinetto si acconciava alla meglio le vesti, per coprir

l'ignudo petto; là un altro s'inginocchiava avanti ad un vecchio e lo

supplicava: Mi benedici!

_Christiani ad leones!_

Questo urlo terribile, di una folla briaca di sangue, penetrava nel

corridoio e giungeva alle orecchie di Ramsette e degli altri. Era la

folla romana, la dominatrice del mondo, la plebe imperiale, che

chiedeva sangue e voleva vittime. Altre vittime ed altre ancora

andavano a pascerne la morbosa crudeltà. Nerone largheggiava di

vittime. Cristiani e non cristiani, alle volte divisi, tal'altra

confusi, venivano cacciati nel circo. Si distinguevano soltanto del

loro atteggiamento di fronte alla morte..... Venne la volta di lui;

gli tolgono le catene; vuole gettarsi sui suoi carcerieri, ma la

sferza di un gigantesco decurione lo tiene domo; eppoi una voce gli

dice: mostrati eroe, fa vedere a Roma come l'Africa sa morire!

Già. Vuole far vedere a questa plebe, che egli sa morire. Morire sì,

ma piegarsi avanti a quel popolo, lui, mai, mai! Chiedere grazia, mai,

mai!

Eccolo vestito da cacciatore; gli danno la breve spada e la refe.

--Coraggio! Chissà? Forse? Puoi vincere; puoi uccidere la fiera tu; il

popolo è volubile; ti farà forse grazia.

Implorare grazia? Dai romani, Mai! Giustizia sì, ma grazia, no, no;

mai! In eterno!

--A te!

Lo conducono all'uscio; questo si apre, ed egli vede sorpreso,

colpito, meravigliato, l'infinita estensione del circo, la gigantesca

elisse, dalle innumerevoli gradinate di legno, sulle quali si agita

una folla mai ferma, che brulica, grida, si contorce, batte le mani,

chiede morte, sangue, vuole vedere morti, molti morti.

Vede la loggia imperiale; vede Nerone, pingue, miope, dagli occhi

lippi, che si contorce dalle risa: un volto volgare, sul quale lo

stravizio ha impresso le sue orme; vede i crocefissi, che si

contorcono fra gli spasimi dell'agonia; vede fiere che si avvicinano

in piccoli, eleganti balzi alle vittime, avide di sbranarle; vede

corpi umani nell'arena, mutilati, sbranati; fiuta l'acre odore del

sangue, e sopra il suo capo si estende l'azzurra volta del cielo, così

bella, così bella, quasi così bella come nel suo deserto. Sente una

nostalgia infinita della sua Africa, del suo deserto, della sua patria

lontana; un dolore infinito di morire in terra straniera.

Lo spingono sulla sabbia.

In quel momento una pantera ha raggiunto un giovanetto biancovestito,

che se ne stava inginocchiato in mezzo al circo, colle braccia tese a

modo di croce, e col bell'occhio elevato verso il cielo; un fanciullo,

che aspetta estatico, giulivo la morte.

La fiera lo addenta al collo. Egli ode lo scricchiolare delle ossa.

--Gesù! esclama il fanciullo, e poi cade a terra.

Egli è giunto in mezzo al circo; si mette sulla difesa; brandisce la

breve spada; vuole lottare col leone che lo avvicina, lo guarda coi

suoi occhi astuti, si flagella colla coda i fianchi, lo osserva, quasi

coll'aria di un buongustaio, preda sicura.

La folla plaude all'audace, che vuole lottare contro il leone; ma in

quel momento egli ricorda, che è capo, che è principe. Non vuole

servire da spettacolo a quella folla. Getta via la spada e la rete.

Urli di rabbia da parte della folla; il leone lo ha raggiunto; gli

caccia i denti nella gola, le ugne nelle carni calde, calde,

palpitanti.....

I sogni dell'Anarchico · 第 15 / 49 题