Lo schiavo

L'infinita estensione del deserto. Un mare di sabbia gialla, profonda,

calda, infuocata, dalla quale escono, simili alle isole nel mare,

delle rocce nude, brulle, dalle forme fantasiose, strane, le quali

riflettono i cocenti raggi del sole, aumentano il calore di altiforno

ed accecano quel povero uomo il quale cavalca stanco, sfinito, sul suo

destriero, stanco, sfinito esso pure. Il cavaliere non ne può più.

È un magnifico esemplare della razza camita, come essa si è conservata

pura nelle regioni settentrionali dell'Africa; il color della pelle è

bruno, come antico rame; i lineamenti del volto dolci e non

sgradevoli; la fronte bassa, l'occhio infossato, gli zigomi

leggermente sporgenti; le grosse, tumide labbra hanno il colore del

corallo, i capelli sono crespi, la persona grande, forte, bella, tutta

nervi e muscoli, una figura regale, un uomo, il quale sembra chiamato

al dominio. Ed il vestito è quello di un uomo che può, di un

dominatore. I sandali sono di cuoio finissimo, rosso; i calzoncini

corti di pelle concia, elegantissimi; il petto è ignudo, ma dalle

spalle gli pende un prezioso mantello azzurro, di lana finissima,

orlato di porpora, di vera porpora, preziosa come la imperiale. Ha

anella di oro alle braccia muscolose, ed anella alle dita, mentre il

capo è coperto da un drappo prezioso, multicolore, che gli svolazza

dalle spalle. Al fianco gli pendono una spada romana, corta,

dall'impugnatura di ebano ed avorio, ed un magnifico pugnale.

Il cavallo è di rara bellezza; uno di quei cavalli grigi, come sono

grigie le rocce del deserto, che gli sceicchi arabi, gl'ismaeliti,

allevano nella penisola sinaitica ed al di là del breve mare, nelle

regioni asiatiche, e vengono importati rare volte nell'Africa; un

cavallo prezioso, che sarà stato pagato certo il prezzo di venti

cammelli o di cento asine; un cavallo tutto fuoco, dall'occhio sagace

e dalle narici di corallo.

L'uomo è stanco, sfinito, non ne può più. Il sudore non ne imperla più

la fronte, perchè il suo corpo è privo di umor; la bocca spalancata è

secca ed arida la lingua; è da trent'ore a cavallo e da venti che non

beve; la testa gli arde, i pensieri gli si confondono; non ne può più.

Arrestarsi? Non può; non deve! Avanti a lui è la vita, perchè può

trovare dell'acqua e conservare la libertà. Dietro di lui c'è una

schiavitù, ben peggiore della morte.

Avanti, mio Veloce! avanti. Egli stimola il fido destriero, lo sprona

con certe spine di argento che ha ai calzari, gli flagella il ventre,

gli apre ferite, lo fa sanguinare. Il cavallo spiega la sua maggior

velocità, ma questa è così poca; perchè è stanco, è tanto stanco. È da

una settimana che non riposa; è da due giorni che non beve; eppoi il

nobile destriero non è avvezzo alla vita del deserto, alla sabbia.

Avanti, Veloce, avanti!

Il cavallo, spronato dalla voce supplichevole del padrone, intende le

proprie forze, tutte; ma non può, non può più, ed il suo passo è così

lento, così lento.

Il cavaliere volta di quando in quando la testa, fa colla mano disco

agli occhi, e fissa il lontano orizzonte. Non vengono ancora; ma

possono venire ogni istante, ed allora.....

Mio dio serpente, salvami, ed io offrirò in tuo onore dieci bambini

appena nati e scannerò dieci vergini, che non hanno ancora conosciuto

lo sposo! esclama, mentre il suo occhio guarda supplice un piccolo

serpente, arrotolato al suo braccio sinistro; il suo odio,

l'onnipotente, il patrono della sua tribù, che la rese sempre grande,

la conservò potente, le concesse sempre grandi trionfi e l'aveva

abbandonata soltanto due giorni innanzi: un dio sanguinario, che

chiedeva molte vittime, bambini innocenti e vergini pure.

Dio serpente! Perchè mi hai abbandonato?

Sì; lo aveva abbandonato. Ricordava la sua tribù forte, potente,

padrona della grande oasi, dominatrice delle vie del deserto. Egli ne

era il capo temuto. Suo padre gli aveva lasciato un nome terribile,

che tutti paventavano, un'autorità, avanti alla quale tremavano tutti,

un forte esercito di tremila armati, le casse piene di oro giallo,

caldo, più caldo della sabbia del deserto, molti schiavi e molte

schiave.

Egli aveva stretto con mano forte le redini del governo ed avido di

dominare sul deserto, di essere padrone delle grandi vie, che

conducono al suo interno, per poter taglieggiare a piacimento le

carovane ed imporre loro le tasse che voleva; per diventare il padrone

del paese, aveva dato battaglia ad una tribù finittima e che gli era

rivale, l'aveva debellata ed era stato senza misericordia coi vinti.

Chi gli era caduto vivo nelle mani era stato macellato o fatto schiavo

e conservato ad una sorte più terribile della morte.

Quanto sangue sparso allora! Egli fremeva della barbara Gioia al

pensiero di quell'eccidio, e gli sembrava di veder scorrere ancora ai

suoi piedi, sulla sabbia del deserto, un ruscello di sangue umano,

rosso; gli pareva di allungare il braccio colla mano, piegata a mo' di

scodella, di attingere quel liquore rosso, caldo, e di portarlo alle

labbra. Spegnere la propria sete col sangue dei morti nemici!

Dimenticò per un'istante la propria sete, il suo sfinimento, e si

rizzò fiero, maestoso, sul suo cavallo.

Io! Il principe Ramsette! Ma poi ricadde nell'antica prostrazione; la

persona si curvò ed egli dovette con ambo le braccia afferrare il

collo del fido cavallo e stringersi a quello, per non stramazzare al

suolo.

La sua ultima vittoria, perchè i vinti avevano implorato l'aiuto dei

potenti ed odiati romani, ed il proconsole aveva avocato a sè la causa

ed osato citare lui, un principe, lui, Ramsette, al proprio tribunale.

Aveva risposto: Un libero principe non può venir giudicato da nessuno!

ed aveva invitato il proconsole al proprio tribunale.

Aveva armato la sua tribù. Sperava di vincere. I suoi erano uomini

liberi; i romani schiavi. Un uomo libero vale per cento, per mille

schiavi e ne sbaraglia una legione. Eppoi egli si lusingava, che tutte

le altre tribù si sarebbero unite a lui, le libere, per conservare la

propria libertà, le soggiogate, per scuotere il durissimo giogo.

Ma le sue speranze non si erano avverate. Molti Io temevano, molti lo

odiavano, molti lo volevano veder umiliato; la sua umiliazione premeva

loro assai più della loro libertà. Non vedevano il loro vero nemico

nel proconsole romano, che li teneva domi, li soggiogava alla

dominatrice del mondo; vedevano piuttosto in lui un rivale pericoloso,

che andava umiliato. Nessuno lo aiutò; uno o l'altro favorì anzi i

romani. Si venne alla lotta, ed egli fu vinto. Le centurie romane,

bene armate di bronzo, furono insensibili alle leggere frecce; i suoi

invece non poterono resistere al loro impeto; molti fuggirono; molti

vennero mietuti dalle loro spade, molti furono trapassati dalle loro

lancie. Dall'alto del suo destriere egli aveva diretto la pugna e

cercato d'infiammare i suoi e di condurli al trionfo; ma quando aveva

visto sbaragliati i suoi uomini, prima invincibili, da un pugno di

nemici, inferiori di numero; quando gli avversari si erano lanciati

contro di lui; quando aveva udito la voce del centurione gridare:

«Mille sesterzi a chi lo piglia vivo», un terribile spavento lo aveva

incolto. Morto sì, ma schiavo mai. Aveva dato di sprone al suo cavallo

ed incominciato quella fuga pazza, da parte sua, quell'inseguimento

pazzo da parte loro.

Fuggire? Dove? Alla sua oasi, per condurre colà il nemico; per dargli

in preda le donne, i fanciulli, il suo oro? Mai! Si lusingava, che il

nemico non avesse trovato la via dell'oasi, non si fosse spinto fin

là, a predare, sgozzare ed incendiare; si lusingava di poterlo

allontanare in un'altra direzione. E perciò fuggì all'impazzata, nel

deserto, senza una meta, avido solo di mettere una immensa distanza

tra sè ed il nemico; di mettere in salvo la propria vita; di non

cadere nelle mani di quell'avversario temuto, di non diventare suo

schiavo.

Dio serpente! Mi salva, mi salva!

E continuava la cavalcata pazza.

Il sole volge rapidamente al tramonto. I colli gettano lunghe ombre,

strane, e prendono tinte fiammeggianti; domina, da principio, il

giallo, un giallo saturo che diventa poi arancione e poi rosso fuoco

mentre i colli ardono; sembra che un gigantesco incendio divampi nel

deserto; l'orizzonte è in fiamme, ed in mezzo a quelle fiamme, rossa

essa pure, un'enorme brace, si tuffa la gigantesca palla solare.

Il rosso cede il luogo al violetto; sembra che le rocce vestano a

mestizia per l'occaso del sole. Il fuoco si spegne sull'orizzonte,

rapidamente; i colli si coprono di gramaglie, e sul padiglione nero

del cielo compariscono numerose stelle.

Il capo prorompe in un urlo di spavento. In mezzo a quelle stelle è

comparso un indice luminoso, gigantesco, il dito di Dio, che gli

minaccia sventura.

«La cometa! L'astro della mia rovina!» e cade privo di sensi a terra.

I sogni dell'Anarchico · 第 12 / 49 题