APPENDICE II

L'adunanza straordinaria del Circolo del Popolo di Firenze, tenuta nel

Teatro Goldoni la sera del 5 novembre 1848.

«Ieri sera (5 novembre) al Teatro Goldoni fu dato un banchetto in

onore del generale Garibaldi a cui convennero circa trecento persone,

e che fu presieduto dal Principe di Canino. Il banchetto fu preceduto

da un'adunanza straordinaria del Circolo del Popolo, nella quale

preser la parola il prof. Carlo Pigli, il Principe di Canino, il

general Garibaldi e il Romeo. Dei loro eloquenti e italianissimi

discorsi, raccolti dagli stenografi, daremo un sunto». Cosí _Il

Popolano_ di Firenze, che era il _Monitore del Circolo del Popolo_ (n.

153, del 6 novembre '48).

_A._

_Parole dette dal prof. Carlo Pigli._

Cittadini, io debbo, prima di tutto, ringraziarvi di questo atto

solenne di affezione e di stima di che mi siete stati generosi

eleggendomi, con tanta maggioranza di suffragi, a vostro Presidente.

Debbo poi rallegrarmi con voi di questa improvvisa, ma pure

inevitabile nostra resurrezione, che è la resurrezione del Popolo, non

meno potente del Cristo nell'infrangere e polverizzare la lapide del

proprio sepolcro.

La passione del Popolo oramai è consumata. Ora incomincia la passione

dei despoti e dei loro vili seguaci. Ma il Popolo esce dal suo lavacro

di sangue santificato e invincibile; il despota vi sparirà sommerso e

maledetto dagli uomini fino che la terra conservi traccia del sangue e

delle lacrime sparse.

Volgetevi indietro e mirate! Per tutto forche, roghi, mannaie e calici

di veleno! Ebbene! questo ferale apparato è la culla gloriosa della

vera vita del Popolo; è il trono della sua maestà, della sua

irresistibil potenza.

Li uomini si uccidono, ma non si uccide la _idea_, che, fatta gigante,

è oramai regina del mondo. Quando il ferro del carnefice percuote la

testa di un generoso, il suo pensiero si stacca dal sangue e si

converte in un raggio immortale di quel limpido sole, che dovrà

illuminare il trionfo della umanità.

Le catene dei tiranni si sono cangiate in corone di allori: per tutto

dove la mano sanguigna dei tiranni ha scritto: a _infamia_, l'umana

giustizia ha sparso i trofei della gloria. Fra i piú validi e i piú

sapienti patrocinatori della causa italiana, fra i nostri stessi

Ministri del Governo, troverete uomini usciti dalle prigioni di Stato.

Certo, che si sarebbe potuto credere che li auspicii, sotto i quali il

Circolo nostro si riapriva, fossero fortunati e gloriosi abbastanza

per non pretender di piú!

Eppure la nostra fortuna è stata molto piú grande della nostra

aspettativa e speranza.

Dalle remote terre dell'America venia la fama che un valoroso profugo

dell'Italia, non potendo combattere per la libertà della patria,

combattea per quella di remoti fratelli. Ma quando finalmente la

stessa Italia sorgea scotendo l'esecrato giogo, si seppe allora che,

valicati i mari, scendeva sull'italico lido, facendo del suo peso

tremare la terra sotto il piede dei barbari invasori. Già le valorose

armate del Piemonte erano costrette ricorrere all'ombra del patto di

un Re; ed egli pugnava nel patto dei Popoli, che hanno giurato di

vincere; e io non dico di vincere o morire, che sono i Re che muoiono,

e non i Popoli.

E questo valoroso, questo eroe, eccolo alla vostra presenza. Onorate,

o cittadini, il prode Garibaldi.

Né qui prodiga la fortuna limitar volle l'onore di che le piacque cosí

splendidamente coronare la nuova inaugurazione della nostra assemblea.

Chi è tra noi che non sappia intiera la storia miracolosa della

rivoluzione della Sicilia e della insurrezione della Calabria?

Chi è che non abbia palpitato e pianto sui casi dei Romeo, commosso

nelle viscere dal racconto delle loro tante virtú, dei loro tanti

sacrifizi e del loro immenso valore?

Eccoli. Anche i due Romeo sono con noi. Onorate, o cittadini, questi

altri prodi d'Italia, questi altri eroi dell'antica terra dei giganti

e dei prodigi.

E qui con noi mirate pure finalmente, o cittadini, Carlo Bonaparte,

che nato ai piedi del piú splendido trono del mondo, e principe del

sangue, vi si presenta con non altra divisa che quella di sergente

crociato, valoroso e generoso campione ovunque si discuta e si agiti

la causa d'Italia.

Onorate, o cittadini, questo anello prezioso delle due piú grandi

nazioni sorelle, Italia e Francia; onorate questo prezioso anello dei

due piú grandi miracoli della umanità, l'impero di Napoleone e

l'emancipazione dei popoli.

_B._

_Parole di Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino._

Cittadini, bisogna sapere che cosa è il potere, bisogna sapere che

cosa è l'infame diplomazia, per conoscere il bisogno che hanno i

Ministri non solo di essere sostenuti, ma spinti.

Il pensiero della Costituente italiana non può piú cadere; il

patriottico Ministero Toscano ha fatto abnegazione di ogni principio

municipale quando ha proclamato che in Roma, in quella nobile e

inevitabile capitale della penisola, si dovesse riunire la Costituente

italiana, scelta dal suffragio universale e diretto del popolo

d'Italia: ma se un Governo retrogrado, se una fazione empia e venduta

ai nemici d'Italia impedisse questo santo vóto dei popoli, sappia

l'Europa, sappia il mondo tutto, che è venuto il giorno in cui gli

italiani sapranno riunirsi e formare la Costituente italiana. Se nol

potranno in Roma, si ricorderanno che l'Italia ha per cuore una

Toscana, e che in qualunque città, in qualunque castello della Toscana

potranno, mercé l'attuale rigenerazione, adunarsi. Abbia però la

Costituente uno scopo unico: l'indipendenza; finché l'ultimo tedesco

non abbia ripassato le Alpi. Bando, per ora, alle funeste distinzioni

fra repubblicani e costituzionali, fra federalisti e unitari: siamo

tutti italiani. E se un partito impudente volesse suscitare,

stigmatizzare i repubblicani, che vantano fra loro i piú generosi

italiani, diciamo ad esso: tacciano le querele intestine! i nostri

ordini di governo li stabilirà la Costituente italiana

Italiani di tutti i partiti, non eccettuato alcuno, all'armi!

all'armi! abbiam bisogno di unione per cacciar lo straniero.

Fratelli! Una cosa importante e urgente ci resta a fare. Il vostro

(dirò il nostro) Ministero, nella sua squisita lealtà, ha voluto

convocare la nuova Camera toscana colla legge che aveva prodotto la

prima. Ebbene? soffrirete voi che una seconda volta la Toscana ci dia

un simile eunuco prodotto? Io non son tale da potere consigliare un

Guerrazzi ed un Montanelli, ma se lo fossi, avrei detto loro: Bando

agli scrupoli! i nostri avversari non ne hanno quando si tratta di

calpestare i popoli. Quando si tratta di stringere una lega di Re

contro i popoli tutte le ragioni sono buone; e voi non potrete

allargare la legge elettorale? Io avrei fatto loro questo dilemma: Per

quelli che riconoscono dalla bontà dei Principi le istituzioni

politiche, non può il Principe abbandonare e accrescere la dose di

queste concesse libertà? O per quelli che pensano come me, sostengono

che i Principi altro non hanno fatto che riconoscere una porzione dei

sacrosanti diritti dei popoli, non vi ha sempre tempo di riconoscere

questi diritti maggiori; di riconoscerli in tutta la loro forza, in

tutta la loro estensione?

Ora dunque chi avrebbe potuto biasimare un consiglio che forse sarebbe

ancora tempo di seguire? Quelli soli che rimproverano i Ministri di

rinunciar soli a una legge concessa dal tradimento di chi aveva il suo

mandato dal Popolo; dal Popolo che dà il suo mandato per sostenere le

sue libertà, non per contrattarle; per proteggerle, non per

abbandonarle a pseudotiranni. Ora dunque, da questo Circolo,

eminentemente italiano, partano individui per ciascuno degli

ottantasei circondari elettorali, e predicando la causa d'Italia

ottengano da quelli elettori che calcolino la importanza del loro voto

e il debito che doppiamente loro incombe di fare che il popolo sia

veramente rappresentato e non si rinnovi una Camera sí poco italiana,

ora che una Camera, che non rappresentava la vera opinione del popolo,

è stata spezzata e infranta. Cosí si spezzi ogni potere che mentisca

la missione popolare! Si devono dunque usare tutte le lecite influenze

perché un Montanelli e un Guerrazzi non siano abbandonati in questo

momento, perché ciò sarebbe un'altissima vergogna per la Toscana,

un'ultima rovina della nostra patria.

_C._

_Parole del Generale Giuseppe Garibaldi_

Io son d'opinione che non solamente si debba sospingere il Ministero,

ma violentarlo, se è necessario, e portarlo piú lontano: dico

violentarlo perché gli ostacoli che lo circondano non lo lasceranno

francamente agire in modo conforme alla sua coscienza. Dunque, se il

popolo conosce la necessità di agire prontamente, io ripeto che non

solamente deve spingere il Ministero, ma violentarlo, quando vi sia,

ciò facendo, la convinzione del bene d'Italia; quando vi sia la

convinzione di un fatto d'urgenza a seguire quella necessità e

adempirla e metterla in pratica, se fosse necessario, in luogo del

periodo, per esempio, di un mese, in quello di un giorno. Io appoggio

sulla necessità di una pronta azione, perché la credo indispensabile

alla posizione d'Italia; perché mi pare che qualunque aggiornamento,

qualunque dilazione per parte nostra sia un delitto grande; perché

sono, conseguentemente, d'opinione che quello che si deve fare in sei

mesi si faccia in sei giorni.

Violentarlo moralmente, s'intende; e con dimostrazioni, quando si

conosca che vi sia necessità, E che il Ministero sia titubante a

prendere una determinazione, voi dovete eccitare il popolo in massa.

Proponete ciò che è per il bene del popolo, e voi troverete quelli

uomini sommi disposti a consentire e far quello che il popolo domanda.

Oggi bisogna disingannarci. Io non adulo; e nello stesso modo che non

adulo i Principi, non adulo il popolo, perché lo stimo e lo venero.

Oggi mi pare che l'Italia sia in una alternativa co' suoi reggitori;

nella alternativa, cioè, di rovesciarli, o di trascinarli. Non c'è via

di mezzo: una delle due.

Il vantaggio positivo che il Popolo toscano è pervenuto ad acquistare

oggi sopra le altre popolazioni d'Italia, si è che egli può, nella

foga del suo progresso, trascinare il Principe con sé e metterlo sopra

il cammino dell'interesse d'Italia. Perciò il gran vantaggio che

acquistossi è di essere oggi alla testa della nazione italiana.

Firenze ha preso il posto che toccava a Genova; Genova è oggimai

schiacciata sotto il peso delle baionette che la reazione ha cumulato

nel suo seno. Genova (non è una rampogna che le faccio), Genova ha

fatto forse meno di quello che poteva fare. Nulladimeno Genova si

trova oggi in una posizione diversa da quella di Firenze, ed un grido

suo non avrebbe forse oltrepassato le mura della città, mentre un

grido di Firenze avrà un'eco in tutta la Toscana, poiché la Toscana

non è una piccola frazione d'Italia.

La Toscana poi particolarmente ha rappresentato e rappresenta il

centro di uno dei principali elementi della nostra nazionalità, la

lingua; la prima delle lingue, la nostra, creata in Toscana,

ingentilita in Toscana, io la credo la base fondamentale della

nazionalità italiana. Siccome l'Italia deve alla Toscana almeno i nove

decimi del progresso della sua lingua, cosí ella le deve una parte

vitale della sua nazionalità. La Toscana si è posta nella situazione

politica che l'Italia le possa dovere la sua emancipazione completa.

In conseguenza io credo che piú bella posizione di Firenze non vi

possa essere. Oggi bisogna che Firenze sia la capitale d'Italia, la

Parigi d'Italia, ed un grido di Firenze risonerà senza dubbio da

un'estremità all'altra della penisola. Dunque, popolazione di Firenze,

concittadini! non abbandonate quella missione che la Provvidenza vi ha

affidata, che è una missione sacra[1].

[1] Il _Popolano_ annota: «In queste idee concorreva il Romeo, e con

poche, ma assennate parole, cercava persuadere il popolo a non

mettere tempo in mezzo per riaccendere la guerra d'indipendenza,

la guerra d'esterminio dello straniero».

_D._

_Parole di commiato del Presidente Pigli._

Riassumendo quanto è stato detto sin qui, voi dovete aprire l'anima a

speranze superbe; pure, rammentando che vi è stato parlato del

possibil bisogno, non che di soccorrere, di spingere perfino questo

stesso Governo, volonteroso e intrepido com'è, dovrete necessariamente

presentire la esistenza di gravi difficoltà da combattere e da

vincere.

La Politica, questa antica padrona del mondo, è già sparita sotto il

passo dei Popoli che rapidamente s'avanzano; la Diplomazia

dell'Europa, questo misterioso genio del male, spira nell'esilio fra

le nebbie di Londra; e il giorno della Libertà sorge tutto a un tratto

come un giorno dei tropici.

Con tutto ciò la terra s'agita, freme insanguinata e aspetta sangue e

poi sangue; e Dio disperda li auguri!...

Ma, e come sarebbe possibile che in un momento tremendo di rivoluzione

e di crisi l'aspetto della società si cangiasse senza avvenimenti di

sangue?

A guardar bene, o cittadini, si direbbe che la Libertà, a somiglianza

di tutte le potenze del mondo, stabilir non si possa che pel diritto

della conquista.

Infatti si tratta adesso di una questione intieramente sociale, e

precisamente si tratta dell'ultimo periodo dell'antica lotta fra le

caste privilegiate, che debbono scendere, e il popolo diseredato, che

deve salire.

Pensate ora quante mai sono le vittime condannate a cadere ai piedi

dell'altar della Patria!...

Fra queste vittime vi è l'aristocrazia delle pergamene; ché da qui

innanzi i gradi e le distinzioni saranno conferite non già pel merito

degli avi, ma pel merito proprio.

Fra queste vittime vi è l'aristocrazia del danaro; ché da qui innanzi

la vera proprietà sarà la proprietà personale.

E v'è finalmente l'aristocrazia della mediocrità--questa immensa

famiglia di monocoli e peggio, che, inalzata da un potere che avea

bisogno di satelliti oscuri, sarà, col tempo, costretta a spogliare le

usurpate divise in faccia a un altro potere, santo e irresistibile--la

pubblica opinione.

Cessi dunque la maraviglia di tutte le presenti calamità della terra,

e ci conforti il pensiero che l'Italia non vedrà mai li orrori dei

paesi meno inciviliti di lei, comecché l'antica e gentile cultura di

questa classica terra abbia lentamente fra le diverse classi della

società consumate le asprezze e gli attriti.

L'Italia non è barbara, fuor che occupata dai barbari: giuriamo

disperderli, e tutti ci abbracceremo fratelli.

Garibaldi in Toscana nel 1848 · 第 12 / 20 题