APPENDICE I.

Di un immaginario soggiorno di Garibaldi in Toscana nel 1833 o 1834.

Racconta Niccolò Tommaseo «come un bel giorno passasse da Firenze un

giovane nizzardo, che andava in America, e si presentasse a

Giovampietro Vieusseux». E aggiunge: «Circa trent'anni dopo, un

signore fiorentino, frugando ne' suoi fogli, trova una lettera d'esso

Vieusseux, la quale dice: _Ho dato a un profugo anche per conto

vostro. Il nome suo è Garibaldi_»[1].

[1] TOMMASEO N., _Di Giampietro Vieusseux e dell'andamento della

civiltà italiana in un quarto di secolo, memorie_, p. 118.

Il signore fiorentino era il marchese Gino Capponi. Ecco il testo

della lettera; «Cher ami! Que voulez-vous que je donne pour vous a M.

Garibaldi, que la Police oblige à partir demain sans faute, et qui

repassera chez moi à 4 h. pour avoir quelque secours? Je ferai ce que

je pourrai mais je ne pourrai pas faire grand chose. Ce Garibaldi est

un superbe homme et des manières distinguées. Il a laissé une femme et

quatre enfans». Il marchese Gino gli rispose: «Date venti lire al

signor Garibaldi». Queste due lettere non hanno data, ma Alessandro

Carraresi, che le ha messe di recente alla stampa, di sua testa le

colloca tra il gennaio e il febbraio del 1833 [1]. Tanto lui, quanto

il Tommaseo ritengono poi per sicuro che riguardino Giuseppe

Garibaldi, e pigliano un abbaglio de' piú grossi, giacché non si

tratta del condottiero famoso, ma di un oscuro profugo, che portava il

suo stesso cognome; comune, del resto, nella Liguria.

[1] _Lettere di GINO CAPPONI, e di altri a lui_; I, 349.

Quando il Mazzini stava organizzando la spedizione di Savoia, Giuseppe

Garibaldi, allora capitano marittimo mercantile, fu arrolato «come

marinaio di terza classe di leva» nella regia armata sarda. Si rileva

da' documenti che fu «iscritto alla matricola della direzione di Nizza

il 27 febbraio 1832 al n. 289»; che entrò al servizio, in Genova, il

26 dicembre del 1833; e che il 3 di febbraio del 1834 venne imbarcato

sulla regia fregata _Des Geneys_, dalla quale disertò il giorno dopo.

Con sentenza del Consiglio di guerra divisionario sedente in Genova,

de' 14 giugno dello stesso anno, fu condannato, insieme con Vittore

Mascarelli e con Giambattista Caorsi, «alla pena di morte

ignominiosa», e venne dichiarato esposto «alla pubblica vendetta come

nemico della patria e dello Stato» e incorso «in tutte le pene e

pregiudizi imposti dalle regie leggi contro i banditi di primo

catalogo». La sentenza li dice tutti e tre «autori di una cospirazione

ordita in Genova, nei mesi di gennaio e febbraio, tendente a far

insorgere le regie truppe ed a sconvolgere l'attuale Governo»; incolpa

il Caorsi «di avere fatto provvista d'armi, state poi ritrovate

cariche, e di munizioni da guerra»; il Garibaldi e il Mascarelli «di

aver tentato, con lusinghe e somme di denaro, effettivamente sborsate,

d'indurre a farne pur parte alcuni bassi uffiziali del corpo reale

d'artiglieria».

Fin dal 5 di febbraio Garibaldi era fuggito da Genova, e la Polizia

faceva ogni sforzo per averlo nelle mani. Il Marchese Paolucci,

Governatore militare e civile di Genova, il 10 dello stesso mese,

annunziava al Vicario Regio di Pietrasanta, grossa terra della

Toscana, che era «stato iniziato un procedimento penale, per reato

d'insurrezione, contro Francesco Garibaldy e Rubens, latitanti»; gli

soggiungeva, «come in detto procedimento figurasse inoltre come uno

dei capi del movimento insurrezionale Giuseppe Garibaldy, fratello del

detto Francesco, marinaio in attività di servizio sui regi legni,

evaso da Genova la mattina del 5»; e «nell'ipotesi che il detto

marinaio Giuseppe Garibaldy raggiunga la Toscana, ove si crede che

abbiano trovato ricovero il fratello Francesco e il Rubens», lo

pregava «di disporre il di lui arresto ed estradizione». Conchiudeva

col dirgli: «le partecipo come da una lettera di Francesco Garibaldy,

qui pervenuta e sequestrata, si rilevi essere sua intenzione di

fermarsi alcuni giorni in Pietrasanta». Il giorno dopo torna a

scrivergli che, riguardo ai nomi e cognomi ha preso una filza di

sbagli, giacché Francesco si chiama invece Felice; non si tratta di

Garibaldy, ma di Garibaldi; e in quanto al Rubens, è Ruben di Sion

Cohen. Cosí poi gli dipinge Giuseppe: «ha capelli, barba, mustacchi e

favoriti rossicci, veste un _frak_ grigio-chiaro, porta cappello di

color bianco». Di li a quattro giorni, insiste di nuovo per l'arresto,

e gl'invia un foglio dove sta scritto:

«Connotati di Garibaldi Giuseppe Maria, figlio di Domenico, nativo di

Nizza, capitano di seconda classe marina mercantile, assentato a

Genova nel corpo dei reali equipaggi permanenti, in qualità di

marinaio di terza classe di leva.

«Età: anni 27.

«Statura: once 39 3/4.

«Capelli: rossicci.

«Ciglia: rossiccie.

«Fronte: spaziosa.

«Occhi: castagni.

«Naso: aquilino.

«Bocca: media.

«Mento: tondo.

«Viso: ovale.

«Colorito: naturale.

«Nome di guerra: Cleombroto».

Son connotati che non differiscono da quelli che si leggono a p. 392

del vol. I della _Matricola_ del 1832, tranne che nel viso, che,

invece d'ovale, è tondo[1].

[1] DEL CERRO E., _Misteri di Polizia; storia italiana degli ultimi

tempi, ricavata dalle carte d'un Archivio segreto di Stato_, pag.

164 e segg.

De' tre fratelli di Garibaldi ve n'era uno infatti di nome Felice. Il

Guerzoni ne fa questo schizzo: «Lasciò dietro a sé la nomina di

elegante zerbino, gran cacciatore di donne; esercitò con qualche

fortuna il commercio, fu agente per molti anni della casa Avigdor a

Bari, e cessò di vivere, non ancora vecchio, il 1856»[1]. Venne, di

fatto, arrestato a Pietrasanta, per ordine del Vicario Regio, nel

febbraio del '34; e insieme con lui fu pure arrestato l'israelita

Cohen, suo compagno di viaggio e di commercio: ma il Governo Toscano

si guardò bene di consegnarli al Governatore di Genova. Dopo pochi

giorni di mite prigionia, entrambi vennero condotti a Livorno e di là

imbarcati per la Corsica.

[1] GUERZONI G., Garibaldi, I, 10.

Della sua fuga da Genova, Garibaldi tocca di volo nelle proprie

_Memorie_. «Il 5 febbraio 1834» (son sue parole) «io sortivo da porta

della Lanterna, alle 7 pomeridiane, travestito da contadino e

proscritto. Qui comincia la mia vita pubblica: pochi giorni dopo

leggevo, per la prima volta, il mio nome su d'un giornale. Era una

condanna di morte al mio indirizzo, rapportata dal _Popolo Sovrano_ di

Marsiglia. Stetti inoperoso, a Marsiglia, pochi mesi». Il Guerzoni,

che fu segretario del Generale a Caprera, mentre confessa che «non era

facile» indurlo «a raccontare le sue avventure», afferma che «su

questa tornava egli medesimo spesse volte e volontariamente». Ciò che

dunque ne scrive l'ha udito dalla sua propria bocca. Garibaldi,

fallito il tentativo della rivolta, si rifugiò nella bottega d'una

fruttivendola, e, cambiata nei panni d'un contadino la sua camicia di

marinaro, uscí da porta Lanterna, e lasciata la via maestra,

traversando campi e giardini, saltando muri e siepi, si diresse a

Sestri di ponente; dopo dieci giorni giunse a Nizza, e di là, di notte

tempo, prese la via dell'esilio e, varcato il Varo, toccò finalmente

il suolo francese.

È dunque provato che il giovane marinaio non mise il piede in Toscana,

né fu quel Garibaldi che a Firenze si presentò al Vieusseux ed ebbe

aiuti di danaro da lui e dal Capponi. Di piú; il Vieusseux racconta

che il profugo Garibaldi, da lui preso a proteggere, aveva moglie e

quattro figli. Il nostro Giuseppe invece era scapolo e, soltanto piú

anni dopo, sposò in America Anita Riberas, che poi lo fece padre di

Menotti, di Teresita e di Ricciotti.

Garibaldi in Toscana nel 1848 · 第 11 / 20 题