Il prode condottiero, disgraziatamente, aveva voce in que' giorni di
testa calda e avventata; si temeva sopratutto che i sovvertitori, de'
quali vi era una straordinaria abbondanza, usassero del suo nome, del
suo valore e della sua audacia per alzare il capo e tentare qualche
colpo di mano. Appunto per questa ragione, perfino il Ministero
democratico della Toscana cercò di sbarazzarsene, e se ne lavò le mani
in fretta e furia, dandogli poche armi, e pregando Pellegrino Rossi,
mente e braccio del Ministero costituzionale di Pio IX, ad accordargli
libero il passo.
Né questa fu la sola ragione di non accettarlo al servizio della
Toscana. Garibaldi allora, come generale, non godeva quella
reputazione che cominciò ad avere dopo la difesa di Roma. Lo confessa
schiettamente anche il suo compagno d'armi e biografo Giuseppe
Guerzoni. «Gl'italiani», son sue parole, «stimavano Garibaldi un
condottiero di bande, e nulla piú; e si sarebbero ben guardati
dall'affidargli una parte importante, molto meno il comando d'un
esercito». E, quasi temesse d'esser stato poco chiaro, ribatte il
chiodo affermando che nel '48 e '49 «malauguratamente su di lui pesava
quella reputazione di valente condottiero e di inetto generale, che
gli era stata buttata addosso come una camicia di forza fin dal suo
primo ritorno in Italia»[1].
[1] GUERZONI G., _Garibaldi_, Firenze, Barbèra, 1882; I, 280.
Con tutto ciò, l'avere sdegnato le profferte di Garibaldi e il non
essersi voluti servire della sua spada fu uno de' tanti errori del
'48. A nome proprio e dei compagni, da Montevideo, col mezzo di
monsignor Bedini, Nunzio apostolico a Rio Janeiro, egli sin dal '47 si
era rivolto con queste parole a Pio IX: «Se oggi le braccia che hanno
qualche uso delle armi sono accette a Sua Santità, è superfluo il dire
che piú volentieri che mai noi le consacreremo al servizio di colui
che fa tanto per la Patria e per la Chiesa... Non è già la puerile
pretensione che il nostro braccio sia necessario, che ce lo fa
offrire; sappiamo benissimo che il trono di S. Pietro riposa su basi
che non possono crollare, né confermare i soccorsi umani, e che di piú
il nuovo ordine di cose conta numerosi difensori, i quali saprebbero
vigorosamente respingere le ingiuste aggressioni de' suoi nemici; ma
poiché l'opera deve esser repartita tra i buoni, e la dura fatica data
ai forti, fate a noi l'onore di contarci tra questi». Non ebbe neppure
risposta! Nel giugno del '48 sbarca a Nizza, e le prime parole, che
proferisce in pubblico, son queste: «Tutti quelli che mi conoscono
sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei Re; ma questo fu
solo perché allora i Principi facevano il male d'Italia; ora invece io
sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna, che s'è
fatto il rigeneratore della nostra Penisola, e sono per lui pronto a
versare tutto il mio sangue». Da Nizza, di lí a poco, passa a Genova,
e in un'adunanza del Circolo Nazionale esclama: «Io fui repubblicano,
ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto campione d'Italia, io
ho giurato d'ubbidirlo, e seguitare fedelmente la sua bandiera. In lui
solo vidi riposta la speranza della nostra indipendenza; Carlo Alberto
sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo. Gli sforzi di tutti gli
italiani si concentrino in lui. Fuori di lui non vi può esser salute».
Tra il 3 e il 4 di luglio si presentò al Re, al quartiere generale di
Roverbella; si presentò, pieno di devozione e di fede, ma non trovò
ascolto! Venne allora in Toscana, e che accoglienza vi trovasse, si è
veduto!
Dopo la difesa di Roma e la ritirata a S. Marino, il generale Alfonso
Lamarmora conobbe Garibaldi a Genova nel settembre del '49. «Ho
visitato Garibaldi», scriveva al Da Bormida: «ha bella fisionomia, un
far rozzo, ma franco; sempre piú mi persuado che in buone mani se ne
poteva trar partito». Sette giorni dopo tornava a scrivergli:
«Garibaldi non è uomo comune; la sua fisionomia, comunque rozza, è
molto espressiva. Parla poco e bene: ha molta penetrazione: sempre piú
mi persuado che si è gittato nel partito repubblicano per battersi e
perché i suoi servigi erano stati rifiutati. Né lo credo ora
repubblicano di principio. Fu grande errore il non servirsene.
Occorrendo una nuova guerra, è uomo da impiegare» [1]. La nuova guerra
venne, e l'errore del '48, per fortuna d'Italia, non fu ripetuto!
[1] CHIALA L., Alfonso Lamarmora, commemorazione, Firenze, Barbèra,
1879, p.24 e sg.