Nella descrizione del viaggio di Garibaldi da Firenze a Bologna il
Guerzoni è assai inesatto. «Giunto alle Filigare» (cosí scrive) «trova
un inatteso intoppo. Il generale Zucchi..... posto dal Rossi a
Commissario straordinario di Bologna, timoroso che Garibaldi mirasse
allo Stato Pontificio coll'intenzione di agitarlo e sommuoverlo, gli
aveva inviato incontro un battaglione di Svizzeri, coll'ordine preciso
di sbarrargli il passo». E seguita dicendo come Garibaldi allora non
vide altro espediente che quello di recarsi in persona egli stesso a
Bologna, per spiegare allo Zucchi lo scopo del suo viaggio, e
persuaderlo a lasciargli proseguire il cammino fino all'Adriatico. Lo
Zucchi non volle in sulle prime ascoltar ragioni, e rinnovò il
divieto; ma essendosi vociferata la cosa, e il popolo tumultando
minacciosamente perché fosse lasciato libero il transito al famoso e
già amato capitano, anche il generale pontificio stimò bene di
arrendersi, e Garibaldi poté traversare, sicuro, Bologna, e arrivare
non molestato a Ravenna.»
Invece la cosa andò in ben altro modo. La stessa mattina del 25
ottobre che Garibaldi arrivò a Livorno, vi giunse pure il generale
Carlo Zucchi, che, a proposta di Pellegrino Rossi, era stato eletto da
Pio IX ministro delle armi. Proseguí esso il suo viaggio, e appena fu
a Roma entrò subito in carica; quand'ecco che il 5 novembre il Papa lo
chiama in tutta fretta e gli dice: «Sono accaduti in Bologna e in
Ferrara gravi disordini. Ho deliberato di mandarvi colà a vedere come
realmente sono le cose e a rimettervi l'ordine». Il generale rispose:
«Santo Padre, domani tosto partirò». Pio IX soggiunse: «Le cose sono
troppo urgenti per ammettere dilazione di tempo: dovete partire
subito». Lo Zucchi replicò: «Ebbene, entro due ore sarò in viaggio».
Infatti due ore dopo partí, in compagnia del conte Ippolito Gamba,
investito insieme con lui «di tutti i poteri che spettano nei casi
urgenti alle podestà esecutive ed amministrative nelle Legazioni di
Ferrara, di Bologna e di Ravenna e nella Delegazione d'Ancona».
Arrivato a Bologna la notte dell'8, proseguí immediatamente il suo
viaggio alla volta di Ferrara, non fermandosi altro che per cambiare i
cavalli. In questo frattempo Garibaldi colla sua legione giunse ai
confini delle terre pontificie. Un giornale bolognese d'allora, _La
Dieta italiana_, scriveva: «Ieri (8 novembre) alle quattro pomeridiane
partirono di qui (Bologna) 400 svizzeri comandati da un maggiore, alle
volta di Pianoro, pel confine toscano. Questa partenza ha promosso una
quantità di congetture, quasi tutte poco onorevoli al nostro
Ministero; tutte però s'accordano nell'idea che detto movimento di
truppa sia stato cagionato dal sapersi il prossimo arrivo dalla
Toscana del generale Garibaldi con alquanti de' suoi legionari».
_L'Alba_ di Firenze nel suo numero del 10 novembre raccontava:
«Persona giunta questa sera da Bologna ci reca la notizia che il
Governo Pontificio abbia ricusato l'ingresso sul suo territorio al
generale Garibaldi ed alla sua legione, inviando ai confini un corpo
di 400 svizzeri e dragoni per appoggio a questo divieto. L'annunzio di
questa misura aveva portato del malumore in Bologna, ed il decreto
relativo, affisso alle cantonate, era stato strappato e fatto a brani
dal popolo. Garibaldi e la sua legione si trovano attualmente alle
Filigare sul confine toscano.»
Fino dal primo momento dell'arrivo di Garibaldi a Firenze, una parte
della popolazione di Bologna, seguendo l'esempio di Livorno, s'era
messa in testa di volerlo per suo generale; e con una clamorosissima
dimostrazione ne aveva fatto formale domanda al cardinale Luigi Amat,
capo allora di quella Legazione; il quale, per schermirsi e quietare
il tumulto, fu costretto a dare buone parole. In questo mentre l'Amat
è richiamato a Roma, e gli succede, come Prolegato, il conte
Alessandro Spada, che arriva a Bologna la sera del 6 novembre. L'invio
de' 400 svizzeri a' confini venne fatto da lui e dal barone De Latour,
generale in capo delle milizie pontificie nelle quattro Legazioni. Il
giorno 9, in cui appunto seguí questo invio, fu presentata ad essi la
seguente fierissima protesta, che mostra quanto i cervelli si fossero
riscaldati. È sottoscritta: «Il Popolo Bolognese», e dice: «Bologna
chiese al Governo, per mezzo del cardinale Amat, il generale Garibaldi
per condottiero della sua legione. Il cardinale rispose annuirvi per
sua parte e che avrebbe efficacemente appoggiata in Roma la domanda
del popolo: e ciò al cospetto di migliaia di cittadini. Il popolo
conosce il carteggio passato fra il Nunzio di Firenze e il Legato di
Bologna; nel quale carteggio era chiesto, e consentito per ambedue le
parti, l'arrivo del Garibaldi e de' suoi uomini fra noi. L'atto sleale
onde è fermato con forze imponenti questo generale ai confini, mette
il popolo nel suo diritto di chiedere una spiegazione al Governo, onde
non essere necessitato da tanta illegalità a farsi da sé la ragione
della giustizia ed il diritto naturale delle genti. Quindi vuole
immediatamente e positivamente il richiamo delle truppe spedite contro
il generale in atto ostile, e ciò dentro questa stessa giornata; e
intende che sia onorato l'arrivo dell'eroe di Montevideo con quelle
dimostrazioni ch'ei merita, e soprattutto con l'invito sotto le armi
della brava italiana nostra Civica. In questa occasione il generale De
Latour si ricordi di esser bolognese e che un solo tratto di arbitrio
vale ad oscurare una reputazione faticata per anni».
La sera del 10 Garibaldi arrivò a Bologna; non so, per altro, se
spontaneamente, o invitato. Una gazzetta di que' giorni cosí descrive
il suo ingresso: «Il generale Garibaldi è finalmente giunto fra noi.
Ieri sera, alle nove, arrivava a Bologna. Una considerevole folla di
popolo andava ad incontrarlo e distaccati dal suo legno i cavalli (ad
onta delle ripetute istanze del generale) lo trascinava, quasi in
trionfo, fino al _Grande Albergo Reale_, dove il Garibaldi fissava la
sua dimora. Qui giunto, il popolo ripeteva piú volte fragorosissimi
applausi ed evviva all'eroe di Montevideo, al valoroso campione
dell'indipendenza italiana. I legionari del Garibaldi sono sempre alle
Filigare, privi di mezzi e di risorse. Il generale Zucchi, ministro
della guerra, giungeva egli pure ier sera in Bologna, reduce da
Ferrara, senza per altro, lasciar trasparire nulla del suo arrivo». Il
giorno 11, da Bologna, cosí scrivevano all'_Alba_: «Garibaldi fu
incontrato alla Porta dal generale Latour, che lo accompagnò a piedi
ed a braccetto fino all'albergo. Il popolo, con bandiere e torcie,
faceva seguito e plauso». Lo stesso corrispondente dell'_Alba_ tornava
a scrivere due giorni dopo: «Il Governo Pontificio ha finalmente
concesso alla legione Garibaldi di transitare pel suo Stato,
consegnando le armi all'ingresso, per esserle restituite all'opposto
confine». Quanto vi sia di vero in questa ultima condizione lo ignoro.
Nella _Gazzetta di Bologna_ del 14 si legge: «Ieri sera (13) giunse in
Pianoro dalla Toscana la colonna dei volontari italiani, che è sotto
gli ordini del generale Garibaldi. Questa mattina (14), dopo aver
pernottato in quel paese, ha preso di colà la via di Romagna, diretta
al littorale dell'Adriatico».
Sentiamo adesso il generale Zucchi[1]; anche l'accusato ha diritto
alla parola: «Addí 9 novembre mi giunse da Roma la seguente lettera
riservata, all'indirizzo di me e del conte Gamba:--Eccellenze, Il
Governo Toscano ha chiesto al Governo Pontificio il passaggio per 350
uomini capitanati dal signor Garibaldi, che voglionsi recare a
Venezia. Il Governo di S. Santità prega le LL. EE. di prendere i
provvedimenti opportuni onde questo passaggio sia rapido ed innocuo.
Io non so quale via sia per scegliere. Le LL. EE. dovranno quindi
conferire con codesto signor Prolegato e scrivere a S. E. il signor
cardinale Legato di Forlí ed al signor Prolegato di Ravenna... Coi
sentimenti di distinta stima mi raffermo. Roma, lí 6 novembre 1848.
Dev.mo servo Rossi».--Lo Zucchi stesso dice che «massime lo stato di
Bologna dava materia a spavento», giacché «in essa tutte le passioni
rivoluzionarie ed anarchiche venivano in cento modi fomentate da una
turba di agitatori per mestiere, che s'era precipitata sopra quella
città con avidità canina di sovvertire». Aggiunge poi: «Arrestati
sicari e malandrini, feci disarmare tutti coloro che non erano
descritti nei ruoli della guardia nazionale, e mostrai ferma volontà
di tenere in freno quanti si fossero fatto lecito di turbare la
pubblica quiete. Siffatte opere rinfrancarono i cittadini onesti e i
savi uomini, esasperarono invece coloro che alla salute dell'inferma
patria anteponevano il trionfo delle proprie passioni e della propria
setta». La lettera del ministro Pellegrino Rossi ai commissari Zucchi
e Gamba spiega tutto. Essi, a seconda degli ordini ricevuti, dovevano
concertare coi Prolegati di Bologna e di Ravenna e col Legato di Forlí
la maniera migliore di accordare il passaggio a Garibaldi e ai suoi
legionari, e naturalmente ci occorse il suo tempo: di qui impazienze,
sospetti, malcontento. Del resto, anche per testimonianza del Farini,
«lo Zucchi non fece violenza al Garibaldi, ma si volle che, riposato
che si fosse, partisse co' suoi per Ravenna, di dove avrebbe potuto
imbarcarsi per trarre a Venezia»[2].
[1] _Memorie_, Milano, Guigoni, 1861, p. 147.
[2] _Lo Stato Romano dall'anno 1813 al 1850_, II, 358.
Brevissimo fu il soggiorno di Garibaldi a Bologna. Andatovi la sera
del 10 novembre, ne ripartí la mattina del 12; e come aveva fatto a
Firenze, tolse commiato della cittadinanza con un proclama a
stampa[1].
[1] Cfr. GARIBALDI G., Epistolario, I, 24.
Il 2 giugno del 1885, a ricordo del fatto, venne murata sulla facciata
del _Grande Albergo Reale_ di Bologna, ora _Hôtel Brun_, la seguente
iscrizione:
NELL'ANNO MDCCCXLVIII
GIUSEPPE GARIBALDI
DIMORÒ IL X E l'XI NOVEMBRE IN QUESTO PUBBLICO ALBERGO
SEMPRE CON L'ANIMO E CON L'OPERE
EROICAMENTE INTESE
ALLA REDENZIONE DELLA PATRIA
LA SOCIETÀ DEI SUPERSTITI DELLE GUERRE PER L'UNITÀ D'ITALIA
A RICORDANZA IN PERPETUO
P. A. MDCCCLXXXV.