Del suo soggiorno a Firenze Garibaldi cosí discorre nelle proprie
_Memorie_. «In Firenze accoglienza magnifica dal popolo, ma
indifferenza e fame per parte del Governo, e fui obbligato d'impegnare
alcuni amici per alimentare la gente. Era il Duca nella capitale della
Toscana. Si diceva però la somma delle cose nelle mani di Guerrazzi.
Io scrivo la storia, e spero di non offendere il grande italiano, se
dico il vero. Montanelli, acclamato meritamente dalla generale
opinione, lo trovai però quale me l'ero immaginato, leale, franco,
modesto, volente il bene dell'Italia, col cuore fervido d'un martire;
ma l'antagonismo d'altri neutralizzava qualunque buona determinazione,
e poco valse perciò la breve permanenza al potere del prode e virtuoso
soldato di Curtatone». A Mariano D'Ayala, Ministro della guerra, che
al pari del Guerrazzi non vedeva l'ora che andasse via dalla Toscana,
l'8 di novembre indirizzò questa lettera: «Cittadino Ministro. Sono a
pregarlo di avere la bontà ordinare che mi sia rimesso il foglio di
rota per centocinquanta uomini che penso far partire domattina buonora
per Calfaggiolo conformandomi con il convenuto con voi, e se poteste
avere la bontà di farmi rimettere pure cinquanta fucili ve ne sarò
sommamente grato. Comandate a tutto al vostro G. GARIBALDI»[1].
[1] D'AYALA, Op. cit., pag. 170.
Lo stesso giorno pigliava commiato dalla cittadinanza con le seguenti
parole a stampa: «Toscani! Accolto in mezzo a voi con generosa gioia,
quale conviensi ad uomini valenti, che raccolgono un vero amico, non
vi parrà ch'io vi aduli, nobili Toscani, quando io vi dico che
insuperbisco de' vostri plausi, dell'affetto vostro. E ben a ragione
siete voi que' Toscani che a Curtatone, a Montanara, e sui colli a S.
Giorgio fatti schivi omai del titolo di gentili che a sí buon dritto
meritavate, degni vi faceste invece del titolo di strenui e di forti.
Io vi lascio, per correre ove i destini d'Italia paion chiamarmi: non
mi divido da voi, né mi separo coll'animo, colle speranze. Trovai a
Livorno impareggiabili cittadini, grandemente benemeriti del
risorgimento della nazione italiana; a Firenze un Ministero uguale
alla grandezza dei tempi, perché degno del popolo e dei destini della
gran patria comune; in tutta Toscana mi occorre un popolo impaziente
di lavar quelle macchie, che mani venali e vendute cosparsero sul nome
italico. Dio resti con voi. Dio ci accompagni. Emuliamo i sublimi
Viennesi, sdegnosi della tirannide. Se per avventura io dirizzerò i
miei passi là dove colle armi e col sangue uopo sarà decretare della
vittoria, non fia mestiere levar la voce per attirarvi su quella via
ove precederovvi; i prodi san rivenire le orme dei prodi. Confidate, o
Toscani, nella inconcussa giustizia della causa nostra, e state
adocchiando l'occasione. Dove si snuderanno i nostri brandi, ben esser
potrete certi che ivi si agiteranno le sorti della libertà e della
nostra Italia. Viva Toscana! Viva Italia!»
Lasciato dunque il soggiorno di Firenze, che gli sembrò «inutile e
tedioso», fermò il proposito di «passare in Romagna», dove «sperava
far meglio»; tanto piú che dalla Romagna gli sarebbe stato piú facile
di recarsi a Venezia per la via di Ravenna. S'accinse dunque a passar
l'Apennino co' suoi. «Sulla strada», lo confessa non senza rammarico,
«ove dovevamo avere i necessari sussidi per provvedimento del Governo
Toscano, altro non trovammo che la benevolenza degli abitanti,
volonterosi, ma insufficienti ai bisogni nostri. Una lettera del
Governo suddetto ad un Sindaco della frontiera limitava la sussistenza
ed ordinava lo sgombro agli importuni avventurieri». Era una lettera
del Ministro dell'interno F. D. Guerrazzi; e quel Gonfaloniere (cosí
si chiamavano i Sindaci a quel tempo nella Toscana) ebbe la
dabbenaggine di fargliela leggere, come confessa lo stesso Garibaldi:
«Io aveva letto la comunicazione di quel Governo al Sindaco, nella
quale si raccomandava di liberarsi di noi al piú presto». Né questa fu
la sola lettera poco amorevole verso Garibaldi e i suoi seguaci, che
uscisse in quei tempi dalla penna del romanziere livornese, diventato
Ministro. Al R. Delegato della Lunigiana, impaurito de' discorsi
sovversivi che andava facendo una mano di volontari lombardi, che da
Pontremoli moveva alla volta di Firenze per raggiungere Garibaldi[1],
scriveva: «Sono un diluvio di cavallette. Consideriamole come una
piaga di Egitto, ed operisi con tutti i nervi onde presto passino e
contaminino meno luoghi che sia possibile» [2].
[1] La lettera del R. Delegato di Lunigiana, E. Sabatini, al
Ministro Guerrazzi è questa:
«Informai nel decorso giorno (7 novembre '48) l'E. V.
che una parte del corpo franco Garibaldi erasi, lasciata Genova,
raccolta in questa città (Pontremoli); confermo che
dimani (9 novembre) si muove alla volta della capitale. Ora
debbo aggiungere all'E. V. che il soggiorno di quei militi
nel Granducato può essere cagione d'inquietudini; poiché il
tema dei loro discorsi al popolo, con cui cercano di stringere
rapporti, si è che la miglior forma di governo è la repubblicana,
e che neppure il regime costituzionale è buono,
perché i Principi sono traditori e nemici del popolo. Lodano
le defezioni delle truppe regolari, predicano il diritto
che hanno i soldati di dare giudizi delle persone e degli
ordini dei loro capi. Parlano anche male del presente Ministero
toscano, perché non ha abrogato il Principato e cacciato
il Granduca».
Questa «parte del corpo franco Garibaldi» era formata
degli avanzi, già ricordati, del battaglione degli Studenti
mantovani. Garibaldi, nel suo breve soggiorno in Toscana,
spinto dal desiderio ardentissimo d'accrescere la propria legione
(la quale non ascendeva a «circa cinquecento volontari»,
come vuole il Guerzoni, ma ad ottantacinque uomini,
come telegrafò il Generale stesso al Montanelli), fece appello
alla gioventù, col mezzo de' Circoli. Nella _Gazzetta di
Lucca_ de' 6 di novembre si leggeva il seguente invito, che
il giornale lucchese non fu il solo a stampare: «_Battaglione
della Morte_. Il prode generale Garibaldi è intento a formare
un battaglione di scelti e animosi individui italiani, i quali
abbiano volontà irremovibile di ottenere la intera indipendenza
d'Italia, o morire. I lucchesi, validi e schietti amatori
d'Italia, vorranno, speriamo, concorrere a formare questo
battaglione, modello per disciplina e valore nella guerra imminente.
Il battaglione sarà comandato dal generale Giuseppe
Garibaldi, e avrà per cappellano il padre Alessandro
Gavazzi. Alle stanze private del Circolo di Lucca, per incarico
ricevuto dal detto Generale, sono ostensibili le condizioni
per esser messi a far parte di questa eletta di prodi,
e il figurino dell'uniforme. Ivi si ricevono pure le soscrizioni».
Furono parole al vento!
[2] GUERRAZZI F.D., _Appendice all'Apologia_, Firenze, Le Monnier,
1852, p. 72.