IV.

Il giornale fiorentino _L'Alba_ cosí ne annunziava l'arrivo: «Stamani,

a mezzogiorno, è arrivato a Firenze [1] il generale Garibaldi con

ottantaquattro uomini che lo seguono. È stato incontrato alla stazione

della via ferrata Leopolda da eletta schiera di cittadini, da bandiere

e dalla banda militare, che per via Borgognissanti lo hanno

accompagnato alla casa De Gregori, in piazza S. Maria Novella,

destinatagli per abitazione. Lungo il cammino la folla era immensa e

plaudente; gli applausi sono divenuti piú fragorosi ed unanimi sulla

piazza. Il Garibaldi si è fatto al terrazzo e ha pronunziato

all'incirca le seguenti parole: _Immensa è la gratitudine che io sento

per voi, o Toscani. Né essa nasce oggi, ma rimonta a epoca piú

lontana, all'epoca in cui il popolo toscano fu il primo a onorare quel

poco che avevo fatto per l'America[2]. Io credo però che la simpatia

che mi dimostrate, più che all'individuo, sia al principio che intendo

sostenere sui campi italiani, e in questo senso io vi debbo una

maggior gratitudine. Il popolo toscano, senza far torto agli altri, è

colto e gentile; ad esso spetta perciò maggiormente a dimostrare

quanto gli_ _stia a cuore e quanti sacrifici meriti la nostra patria.

La vostra simpatia mi è cara, perché diretta alla causa italiana, per

la quale ho combattuto. Sono persuaso che voi, Toscani, il piú

intelligente e gentile dei popoli italiani, saprete nel tempo stesso

esser quello che piú senta la vergogna della nostra posizione attuale.

E non dubito che vorrete difendere fino all'ultimo istante quella

causa per la quale tutti dobbiamo sacrificare le sostanze e la vita._

Nuovi applausi. Il sig. Niccolini, romano[3], ha dette calde parole

analoghe alla circostanza, chiudendo: _Viva Garibaldi, viva l'Italia._

Il Garibaldi si è ritirato: nuovi strepitosi applausi. Garibaldi,

ritornato solo sul terrazzo, ha detto: _La mia anima è con voi, o

Toscani; dovunque mi conduca il destino, la mia anima resterà sempre

con voi e coll'Italia_.»

[1] Appendice N. I.

[2] Fino dal 1846 Cesare De Laugier, il condottiero futuro de'

Toscani alla guerra dell'indipendenza, co' torchi del Fumagalli

aveva stampato a Firenze i Documenti intorno a _Garibaldi e la

legione italiana a Montevideo_; e in Toscana, per opera sopratutto

di Carlo Fenzi e di E. Cesare Della Ripa, era stata aperta la

sottoscrizione per offrire una spada d'onore al prode soldato. La

eseguí con molta bravura Francesco Vagneti, e può vedersene il

disegno nel _Mondo illustrato_ di Torino (ann. II, N. 19, sabato

13 maggio 1848), insieme con la descrizione che ne fece Luigi

Cicconi, intitolata: _Spada destinata in dono a Giuseppe

Garibaldi_. Anche lo stesso autore, il Vagneti, ne fece una

descrizione: cfr. _La spada che l'Italia destina al general

Garibaldi_, nella _Rivista di Firenze_, N. 64, del 21 giugno 1848.

Garibaldi fin da quando era in America vagheggiava di ridursi in

Toscana, e di pigliarvi servizio co' suoi compagni d'arme. Si

rileva da questa lettera del Console di Montevideo a Genova,

scritta il 5 marzo del '48: «L'altro «giorno giunse a Genova la

moglie del generale Giuseppe Garibaldi con i suoi tre figli. Il

Garibaldi a quest'ora ha lasciato Montevideo per venire in Italia

con una parte della sua legione. Qui si fece una dimostrazione

alla sua moglie appena giunse, e le venne presentata una bandiera

tricolore, che accettò piangendo e gridando: _viva l'Italia e

gl'italiani_. Domani l'altro essa partirà per Nizza, e arrivato

che sia il marito, verranno a stabilirsi in Toscana, dove

Garibaldi ha intenzione di prendere servizio insieme colla sua

legione». Cfr. _Rivista di Firenze_, supplemento al N. 19 dell'8

marzo '48.

[1] Costui, che ebbe tanta e cosí brutta parte ne' rivolgimenti

toscani del 1848 e '49, nel seguente modo parlava di sé in un

foglio volante a stampa, ora introvabile: «Toscani. Io mi presento

a voi e vi chieggo il vostro suffragio, sia per la Costituente,

sia per la Legislativa: e perché possiate darlo in conoscenza di

causa, vi dirò poche e semplici parole della mia vita e della mia

fede politica. Uno dei piú ardenti rivoluzionari del '31,

imprigionato appena fu spenta la rivoluzione, fui messo in libertà

per l'amnistia del giugno; rimprigionato di nuovo, fui reso alla

libertà nella venuta delle truppe francesi in Ancona. Là e con gli

scritti e colla parola propugnai la causa della libertà, e per

quanto fu in me cercai di suscitare nel popolo odio per la

dominazione straniera e per quella del potere temporale dei papi.

Miei furono tutti i proclami rivoluzionari usciti in quel tempo

alla luce. Arrestato dallo stesso generale Cubiers nella

stamperia, mentre correggeva le prove della risposta alla bolla di

scomunica che Gregorio aveva lanciata contro quella città, fui

costretto ad esulare. In compagnia di quel santo martire

Ricciotti, transitai per Firenze, da cui venimmo espulsi in tre

ore, e non giungemmo a Livorno che per essere posti in fortezza;

tale era l'ospitalità di colui di Lorena! Giunto a Parigi,

protestai pubblicamente contro la condotta dei Francesi in Ancona.

Quel grande di Lafayette lesse la mia protesta alle Camere, e mi

scrisse lettera, che preziosamente conservo, encomiando la mia

condotta in Ancona ed in Francia. Membro della Società dei Veri

Italiani, presieduta dal tanto celebre Buonarruoti, quindi

vicepresidente, fui uno dei redattori della Costituzione da

presentarsi all'Italia il dí della rivoluzione, le cui basi erano

l'unità e la repubblica, la cui capitale era Roma. Questa

costituzione, scritta tutta di mio pugno, fu litografata, e ne

conservo una copia. Fino d'allora adunque era repubblicano

unitario. Durante i sedici anni di esilio, sia in Francia, sia a

Londra nella Società Democratica, di cui fui anche presidente,

combattei sempre per la santa causa del popolo. Tornato in Italia,

mi fissai a Roma. La stampa non essendo ancor libera, con iscritti

clandestini mi detti a minare il Governo dei preti e il potere dei

gesuiti; e perché in Roma difficilmente si trovavano stampatori,

in Livorno mandava i miei manoscritti, e di là mi tornavan

stampati. Uno dei fondatori del Circolo del Popolo in Roma, di cui

compilai gli statuti, andava giornalmente facendo proseliti alla

causa della libertà e minava sempre più il potere clericale. Ma

questo, al solito, mi chiuse la bocca; imprigionato, fui cacciato

di Roma, benché cittadino romano, e rilegato a Bologna. Non vi era

ancor giunto, che si proclamò la guerra. Chiamati tutti i miei

amici alle armi, corsi verso Bologna; e là impaziente degli indugi

che Pio IX poneva al passaggio del Po, precipitai la partenza e

con cinque compagnie accorsi a Venezia. Incaricato di molte e

interessantissime missioni; officiale di stato maggiore, combattei

come soldato a Cornuda, a Treviso, a Primolano; e conservo lieve,

ma gloriosa vestigie di quel combattimento. Le nostre cose andate

in ruina, venni in Toscana; e sarà inutile il dire il poco che

potei fare, perché da tutti è conosciuto. Il popolo mi vide sempre

fra le sue file e alla testa quando si trattò di ridomandare o di

far riconoscere i suoi diritti non solo, ma anche quando pochi

scellerati Io volean trascinare ad azioni che potean disonorarlo.

Tale io mi fui. Io vi chieggo con confidenza il vostro suffragio,

perché ho la coscienza che non tradirò le vostre speranze, se voi

volete eleggere uno che sia repubblicano unitario. Se metterete il

mio nome nella scheda vi prego ad aggiungervi: _Niccolini di

Roma_. Firenze, li 5 marzo 1849. G. B. NICCOLINI di Roma».

In que' giorni era capitato a Firenze Carlo Luciano Bonaparte principe

di Canino, che, dopo aver messo il maggiore scompiglio in Roma, veniva

ad aumentarlo in Toscana; vi erano pure capitati i due Romeo, Gio.

Andrea e Pietro Aristeo, i quali avevano diretto l'insurrezione delle

Calabrie; e dietro loro e con loro gente d'ogni paese e condizione. La

sera de' 5, per festeggiare Garibaldi, fu tenuta una straordinaria

adunanza del Circolo del Popolo [1]; «uno fra i Circoli che in Firenze

esercitavano la influenza maggiore e la piú notevole», e che «nato

nella sala di una quieta e remota contrada della riva sinistra

dell'Arno, divenne ben presto cosí numeroso, e di tanto concorso di

uditori affollato, che v'ebbe la necessità di trasferirne la sede in

un locale assai piú spazioso, e fu trasferita nel Teatro Leopoldo»[2].

Di questo Circolo era stato anima il Guerrazzi; poi, salito che egli

fu al potere, ne assunse la presidenza Carlo Pigli, uomo, come ben

disse il Ranalli, «d'ingegno balzano, quanto ingordo di danaro», che

«parlava sempre, quasi mai a proposito, con voci e gesti e pensieri da

matto»[3]. Di quella adunanza cosí scrive il Pigli stesso: «Prevedendo

che il Teatro Leopoldo non sarebbe in questa occasione bastato a

contenere lo straordinario concorso del popolo, fu chiesto e ottenuto

il Teatro Goldoni. La sera del 5, poco dopo il tramonto, quel Teatro,

per quanto vasto, era pieno e incapace di una sola persona di piú.

Alle ore otto io introduceva nel palco scenico, ov'era il seggio della

presidenza, il principe di Canino, il generale Garibaldi e i due

Romeo, ricevuti in mezzo a vivissimi applausi. Presentandoli al

Circolo, accennai di ciascuno i particolari titoli, e conclusi col

ceder loro la presidenza»[4]. S'accese quindi una gara tra il Pigli,

il principe di Canino e il generale Garibaldi a chi le dicesse piú

grosse[5]. Garibaldi si sbracciava a sostenere che bisognava

«violentare il Governo ed eccitare il popolo»; e finí esclamando:

«Oggi mi pare che l'Italia è in una alternativa co' suoi reggitori,

cioè di rovesciarli, o di trascinarli: non c'è via di mezzo: una delle

due» Il Pigli prese addirittura a recitare la parte di Robespierre.

«La terra s'agita», cominciò a gridare: «freme insanguinata, e aspetta

sangue e poi sangue; e Dio disperda li augurii. Ma, e come sarebbe

possibile che in un momento tremendo di rivoluzione e di crisi

l'aspetto della società si cangiasse senza avvenimenti di sangue? A

guardar bene, o cittadini, si direbbe che la libertà, a somiglianza di

tutte le potenze del mondo, stabilir non si possa che pel diritto

della conquista. Infatti si tratta adesso di una quistione interamente

sociale, e precisamente si tratta dell'ultimo periodo dell'antica

lotta tra le caste privilegiate, che debbono scendere, e il popolo

diseredato, che deve salire. Pensate ora quante mai sono le vittime

condannate a cadere ai piedi dell'altar della patria. Fra queste

vittime vi è l'aristocrazia delle pergamene, ché da qui innanzi i

meriti e le distinzioni saranno conferite, non già pel merito degli

avi, ma pel merito proprio. Fra queste vittime vi è l'aristocrazia del

danaro, ché da qui innanzi la vera proprietà sarà la proprietà

personale; e v'è finalmente l'aristocrazia della mediocrità, questa

immensa famiglia di monocoli e peggio, che innalzata da un potere che

aveva bisogno di satelliti oscuri, sarà col tempo costretta a

spogliare le usurpate divise, in faccia a un altro potere, santo e

irresistibile, la pubblica opinione!»

[1] Garibaldi era stato eletto per acclamazione socio onorario del

Circolo nell'adunanza del 2 novembre, e il vicepresidente G.

Chiarini e il segretario T. Menichelli si recarono il giorno

appresso dal generale per partecipargli la fatta nomina, che «fu

dall'illustre italiano accettata con quella gentilezza che lo

distingue».

[2] PIGLI C., _Risposta all'Apologia di F. D. Guerrazzi_, Arezzo,

Borghini, 1852, p. 76.

[3] RANALLI F., Le Istorie Italiane, Firenze, Le Monnier, 1859, II,

493.

[4] _Pigli_, Op. cit, p. 81.

[5] Appendice II.

Senza avvedersene, parlando de' «monocoli e peggio», innalzati «da un

potere che aveva bisogno di satelliti oscuri», accennava proprio a sè

stesso: il giorno dopo il Pigli fu nominato Governatore di Livorno![1]

[1] Appendice III.

Garibaldi in Toscana nel 1848 · 第 6 / 20 题