III.

Anche il giorno 26 ricominciò la solita storia dei telegrammi. Ecco

quello che fece l'Isolani al Montanelli: «Garibaldi ha differito per

ora la sua partenza per la Sicilia, attendendo istruzioni dal Governo.

Ieri sera sono scesi a terra gli uomini della sua legione e hanno

preso alloggiamento in città. Ho dato ordine perché sia provveduto

alla loro sussistenza»[1]. Il Montanelli fece orecchi da mercante; ma,

tempestato dal Notary, perdette la pazienza, e replicò: «Ho già

risposto a Garibaldi. Lasciateci un poco in pace. Lavoriamo il

programma[2], che quantunque breve, richiede discrezione e

meditazione». Poi, pentitosi d'aver parlato cosí, sedici minuti dopo

indorava la pillola con questo nuovo telegramma: «A noi piace molto il

prode italiano, e hai fatto bene a trattenerlo. Ma ancora non sono

venuti i decreti[3], per causa di quelle solite formalità, e non

possiamo prendere alcuna determinazione.»

[1] Il _Corriere Livornese_ cosí racconta lo sbarco de' garibaldini:

«I militi di Garibaldi (circa settanta) sbarcavano circa le undici

pomeridiane, ed erano provveduti immediatamente di alloggio e di

quanto loro bisognava».

[2] Il programma politico del nuovo Ministero, che fu letto alle

Camere il 28 d'ottobre.

[3] I decreti di nomina de' nuovi Ministri vennero sottoscritti dal

Granduca il 27 d'ottobre e pubblicati lo stesso giorno nella

_Gazzetta di Firenze_, n. 267.

Per due giorni fu lasciato in pace; ma il 30 siamo alle solite, e chi

torna a insistere è il Notary. Questa volta fa capo al Guerrazzi, a

cui telegrafa: «Ieri sera (29), con la scusa degli Elbani[1],

spiacevoli fatti; sortita della truppa a fraternizzare; qualche

cristallo rotto. Questo è tutto il danno reale, ma il danno morale è

maggiore. Io ero al teatro con Garibaldi; non potei reprimere. Grandi

ovazioni a Garibaldi. Subito che si può, vi prego pensare per lui.

Dite se lo volete costà.»

[1] Il giorno 27 era arrivato da Portoferraio il vapore _Il Giglio_

con una deputazione di centoventi elbani, venuti a fraternizzare

co' livornesi.

Di lí a poco ecco che capita a Garibaldi una staffetta da Genova, che

gli reca queste notizie: «Pepe uscí di Venezia, batté gli Austriaci,

riprese Mestre, 400 prigionieri e 4 cannoni. Per tutta Venezia si

suona a stormo. I nostri sulle vie di Treviso. La Valtellina e tutta

la Lombardia insorta». Che il Pepe avesse fatto una sortita da

Venezia, e con lieta fortuna, era vero; il resto, in grandissima

parte, fandonie. Ma in quei giorni chi piú le sballava grosse, piú

trovava fede. Infatti, per darne qualche esempio, Piero Gironi

scriveva da Lugano il 29 ottobre al Notary: «Insurrezione in

Valtellina bene sviluppata. Vi sono molte colonne che marciano su

Bergamo. Queste notizie sono ufficiali. Questa sera entriamo in Italia

con D'Apice, che si metterà alla testa dell'insurrezione. Se di costà

ci aiutate con un diversivo sopra Modena, noi potremo essere a Milano

sabato o domenica»; e il giornale _La Concordia_ di Torino stampava:

«Garibaldi è partito precipitosamente da Livorno per accorrere alla

testa degli insorti. Egli saprà certamente ripetere le lezioni di

Luino! Il solo suo nome basta a mettere la confusione fra i cagnotti

di Haynau; che farà poi la sua presenza, ora che è sostenuto anche

dagli abitanti?».

Garibaldi non si mosse. Per un istante, peraltro, vagheggiò il

pensiero di valicare l'Apennino. Si ritrae da un telegramma del La

Cecilia al Montanelli, fatto lo stesso di 30, che dice: «Garibaldi

parte domani per Lombardia. Occorrono domani vesti e armi per il primo

corpo di volontari che parte per Lombardia». Il Notary, alla sua

volta, ne avvisava il Guerrazzi: «Garibaldi vuol partire col primo

treno per la via di Parma. Istruzioni subito. In Genova sono a sua

disposizione denari e uomini, che lo raggiungeranno per terra».

Silenzio assoluto da parte del Montanelli e del Guerrazzi per tutta la

giornata: in quella seguente, non al La Cecilia, ma all'Isolani, il

Montanelli telegrafava: «Farai sapere che domani» (primo di novembre)

«nel Consiglio ci occuperemo dei provvedimenti richiesti per cooperare

alla guerra d'indipendenza. Dio voglia che le notizie della Lombardia

siano vere». L'Isolani, non sapendo come uscirne, ricorse al

Guerrazzi. «Gli uomini di Garibaldi», son sue parole, «chiedono di

essere armati ed equipaggiati a spese dello Stato, per marciare in

Lombardia. Qual'è la volontà del Governo?» La risposta venne lo stesso

giorno; e fu mandata a voce, col mezzo di Silvio Giannini; ma non

riuscí gradita, come si ricava da questo arrogante dispaccio del

Notary al Guerrazzi: «Male, malissimo è il mandare ambasciate per

mezzo di terzo. Giannini dice che D'Ayala non vuole Garibaldi, perché

ha già sei generali: ma buoni a che? Garibaldi poteva essere in

Palermo. Il vóto pubblico lo volle e lo vorrebbe qui; voi non volete:

poco importa. Vedrete le conseguenze. Capita occasione per mandarlo

via, senza strepito, con poche armi, poche cose; se ne sorte; e si

negano.--Comincia a brontolarsi.--Pensiamo bene, e non parliamo a

tutti.»

Venne deciso che in quello stesso giorno Garibaldi sarebbe andato a

Firenze per trattare a voce col Ministero; ma sul piú bello capita a

Livorno il Castellani, incaricato d'affari di Venezia. E Garibaldi,

muta a un tratto proposito, e comincia a vagheggiare il pensiero

d'offrire la sua spada alla Regina dell'Adriatico. Il Notary, piú che

mai indispettito, ne avvisa il Guerrazzi. «L'arrivo qui del

Castellani», telegrafa, «sospende la gita costí di Garibaldi. Questa

sera, vedrete che ci sarà scamottato. Saremo, o no, criticati»? Il

giorno appresso, primo di novembre, il Guerrazzi risponde: «Si

concedono le cose che domanda il generale Garibaldi». Questo dispaccio

s'incrocia con quello del Petracchi, capo popolo livornese che

annunzia: «Il Garibaldi parte domani per Firenze insieme alla sua

colonna di ottanta individui circa ». Perduta ogni speranza di esser

preso al servizio della Toscana, s'era finalmente deciso d'andare a

Venezia, con piacere grandissimo del Ministero democratico, che visto

che partiva davvero, cominciò a fargli ponti d'oro. Infatti il

Presidente del Consiglio gli mandava a dire: «Non vi saranno

difficoltà a concedere ciò che si richiede. Vorremmo sapere

l'itinerario. Potrebbe la colonna dividersi nel viaggio, per poi

riunirsi sulla frontiera. Rispondete». Garibaldi replicava subito: «La

legione è di 85 uomini. Fino a Firenze verranno riuniti. Costi farò

ciò che crederete per la via di Bologna. Grazie per le concessioni». A

Mariano D'Ayala, Ministro della guerra, taceva le sue domande con

questo foglio, tutto di sua mano:

_Autorizzazione di arruolare individui per la colonna Garibaldi._

_300 capoti._

_300 paia di scarpe._

_250 fucili con baionetta e corredi._

_20 spade o squadroni per ufficiali con cinturoni._

_Il sussidio dei mezzi che piacerà al sig. Ministro per poter arrivare

sino a Bologna._

_3 cavalli con una sella._

_Se il governo toscano desiderasse che questa colonna fosse annessa

all'esercito Toscano, sussidiariamente potrebbe allora dare i suoi

ordini a proposito, al capo della forza ed alle autorità locali, ove

detta colonna potrebbe transitare._

_3 carri per il trasporto delle munizioni e bagagli._

_Una guida per la marcia._

_Ordini al capo della frontiera cogli Stati Sardi di di ausiliare a

una compagnia mantovana ed altri individui venuti da Genova [1] acciò

possano incorporarsi alla colonna sulla strada di Bologna._

[1] Erano i resti del battaglione degli studenti di Mantova, che

ascendevano a circa quattrocento. Ne faceva parte anche Nino

Bixio, che in un suo taccuino, avuto in dono da Goffredo Mameli,

cosí ne descrive l'itinerario:

_Partito da Genova con un avanzo della Legione Mantovana il 3

novembre 1848._

_A Pontremoli il 5 novembre._

_Da Pontremoli il 10 idem._

_A Firenze il 15 idem._

_Da Firenze il 16 idem._

_A Ravenna il 21 idem, dove raggiungiamo la legione Garibaldi._

Cfr. GUERZONI G., _La vita di Nino Bixio_, Firenze, Barbèra, 1875,

pag. 70.

_1000 pacchi cartatucci da fucile._

_Del resto si starà alla generosità del cittadino Ministro ed ai suoi

ordini in tutto ciò che riguarda la presente richiesta[1]._

[1] Cfr. _Memorie di Mariano D'Ayala e del suo tempo (1808-1877)

scritte dal figlio MICHELANGELO_, Roma, Bocca, 1886, pag. 169.

Lo stesso giorno, a Giovanni Vecchi, medico chirurgo di Casteggio, che

per lettera gli manifestava il desiderio d'accompagnarlo, Garibaldi

rispondeva: «Noi non potremmo passare da Casteggio, ma dirigendosi per

Firenze noi prenderemo il cammino della Lombardia, o del Veneto[2].»

[2] GARIBALDI G., _Epistolario_, Milano, Brigola, 1885; I, 22.

Come Dio volle, il 3 novembre lasciò Livorno. «Il nostro soggiorno in

Livorno fu breve»; cosí ne parla nelle _Memorie_: «si ricevettero

alcuni fucili, ottenuti piú dalla buona volontà di Petracchi, capo

popolano, e dagli altri amici, che da quella del Governo. L'aumento di

numero della nostra forza era insignificante. Si disse di marciare a

Firenze, dove si farebbe di piú; ma fu peggio.»

La stessa mattina de' 3 l'Isolani telegrafava al Guerrazzi: «Col

secondo treno è partito per Firenze Garibaldi con i suoi uomini.

Sommano a novanta. Sono armati. Petracchi ha consegnato loro i

fucili». Il Notary, parecchie ore dopo, inviava questo telegramma al

Montanelli: «Garibaldi pranza da te. Avvertilo che la sua consorte è

partita con l'ultimo treno. Col treno stesso vi sono dei fucili e

munizioni. Che Garibaldi, o Bardi, pensino a ritirarli. Salute».

Garibaldi in Toscana nel 1848 · 第 5 / 20 题