Nè mancò don Giovanni d'Austria, assistito da saggi consiglieri, di

promuovere a tutto potere la concordia coi popolari, esibendo general

perdono e aumento di grazie. Ma cotanto era cresciuto lo sconcerto

delle cose, che troppo difficile alle pruove si trovò il rimedio.

Imperciocchè la malattia di Napoli s'era dilatata dappertutto il regno;

e il duca di Guisa, siccome ben provveduto di spie, venendo a scoprire

i segreti maneggi, sturbava tutto, ed avrebbe anche volentieri messe

le mani addosso a Gennaro Annese, se non l'avesse ritenuto il sapere

ch'egli teneva filo colla corte di Francia, e che da essa veniva

stimato non poco. Con tutte non di meno le sue lusinghe e raggiri non

potè mai esso duca ottenere il suo primario oggetto, che era quello

di farsi proclamare re. Dissi sconvolto anche il regno, e volli dire

che non v'era provincia o città dove non regnasse la discordia, e

succedessero frequenti tumulti ed uccisioni, sostenendo gli uni la

libertà, e gli altri la regale autorità. Trovaronsi allora nobili che

sposarono il partito de' popolari; e il Guisa faceva trapelare in ogni

parte i suoi emissarii. In Taranto, in Ariano, in Chieti, nell'Aquila

e in altre principali città penetrò quel pernicioso influsso. E

basti questo poco, giacchè io non posso tener dietro a tutte le

fila di questa imbrogliatissima matassa, e al lettore riuscirà più

caro d'intendere come la provvidenza degli uomini favorita da Dio la

sbrogliasse: il che accadde nel presente anno. Non avea già dimenticato

il duca di Guisa di essere franzese. In mezzo ai grandi affari marziali

trovava egli il comodo di divertirsi, e di spendere più ore con

principesse e dame; e parea che più dell'altre gli piacessero le più

belle. Molto di questo si parlava, anzi si sparlava per Napoli; e ai

saggi del suo seguito, e più ai mariti delle persone da lui amate, al

maggiore segno dispiaceva questo suo rituale. Sapeva in oltre Gennaro

Annese (personaggio di tanto polso fra' popolari) qual segreta rabbia

contra di lui covasse in suo petto il duca; nè sapea digerire che

dopo tante intenzioni date da lui di formare il senato della nuova

repubblica, non ne venisse mai quel dì. Si aggiunse, che portato a

notizia del medesimo duca che Antonio Basso e un suo fratello, amendue

di corte del cardinale arcivescovo, il mettevano in canzone quasi egli

fosse venuto a Napoli per darsi spasso, per utilizzar la sua persona

e per deludere il povero popolo, li fece prendere, e, al dispetto di

tutte le preghiere del cardinale, del suddetto Annese e degli altri

maggiori del popolo, li fece decapitare. Per questa indiscretezza

e crudeltà, e per altri suoi passi violenti, si alterarono forte i

maggiori del popolo; e però nel dì 10 di marzo esso Annese, Vincenzo

d'Andreis provveditore generale, ed Antonio Mazzela eletto del popolo,

che erano ruote principali della repubblica popolare, spalleggiati da

quattro mila persone, marciarono verso il duca con animo di portare

in trionfo la sua testa. Avvisatone il Guisa, salì tosto a cavallo, e

colla sua guardia di moschettieri sì intrepidamente andò loro incontro,

che appena sparato alcune archibugiate dai suoi all'aria, i capi

presero la fuga. Essendo rimasto confuso quel popolaccio, appena udì

le maestose e insieme tenere parole dell'eloquente duca, che tutti

si diedero a gridare: _Viva il duca di Guisa_. Tante cabale poscia

ordì il Guisa per far credere il Mazzela eletto del popolo venduto

agli Spagnuoli e ai nobili, che gli riuscì di fargli mozzare il capo.

L'Annese allora e gli altri suoi seguaci trattarono segretamente

col vicerè novello per liberar la patria dal Guisa, e restituirle la

quiete.

Era venuto a quel governo, con assenso e volere del giovinetto _don

Giovanni d'Austria_, poco prima, _don Ignigo Velez di Guevara conte

d'Agnate_. Con lui concertò lo stesso Annese le maniere di dar la

caccia al duca di Guisa, e di liberar la città da tanti travagli.

Correvano i primi giorni di aprile, quando il vicerè spedì tre galee

ad occupar Nisita fuori di Napoli, immaginando che per l'importanza

del posto vi accorrerebbe tosto il duca, siccome in fatti avvenne,

avendo egli condotto seco circa otto mila persone. In questo mentre,

cioè nella notte precedente al dì sei del suddetto aprile, usciti dai

castelli don Giovanni ed esso vicerè, e quanti mai nobili erano con

loro, facendo marciare in ordinanza quasi tutte le truppe spagnuole,

andarono senza resistenza a prendere le porte e i posti principali

della città, e spezialmente fu loro consegnato dall'Annese il torrione

del Carmine, cioè la principal fortezza del popolo. In una parola

pacificamente s'impadronirono di tutta la città. Qualche difesa fu

fatta al palazzo dove abitava il duca, ma poco durò. Non si trovò

persona che facesse la carità di bruciar la segreteria di lui, dove

si trovarono tutte le corrispondenze ch'egli avea tenuto con tanti

regnicoli: il che fu poi la rovina di assaissime persone. Avvisatone il

Guisa, fece quanto potè per rientrare in città, ma non gli venne fatto.

Però col seguito di pochi suoi fedeli si mise in viaggio alla volta

di Roma. O per accidente o per tradimento, nel passar fuori d'Aversa

andando a Capua, fu scoperto, perseguitato e preso. Condotto in

prigione a Gaeta, venne poi trasportato in Ispagna, dove chiuso in una

fortezza, ebbe quanto tempo volle per digerire le memorie ch'egli ci

lasciò; e in fine, nell'anno 1652, per intercessione del _principe di

Condè_, oppure del _duca d'Orleans_, fu rimesso in libertà. Tenne per

fermo la gente savia che se il Guisa colle parole avesse accompagnati

i fatti, con istabilire la repubblica di Napoli, dove avessero avuta

parte anche le altre provincie e città del regno, ed anche la nobiltà,

quivi sarebbe venuto meno il dominio spagnuolo. Ma perchè egli mirava

più alto, e pensava a sè stesso, non giovò al popolo e rovinò sè

medesimo. Similmente se i Franzesi fossero accorsi con poderose forze,

finchè il Guisa si trovava in vigore, non poteano reggere a una sì

gran tempesta gli Spagnuoli per mancanza di gente e di viveri. Arrivò

solamente sul principio d'agosto con una flotta numerosa di legni in

quei mari il principe Tommaso di Savoia, e misesi anche ad assediar

Salerno. Trovò troppo mutati gli affari, e fu forzato a ritornarsene

con poco onore. Si andò poi riducendo, benchè non senza fatica, alla

primiera ubbidienza il resto dello sconvolto regno di Napoli; ma si

diede principio ad un'altra non lieve tragedia in quelle parti. L'usar

clemenza e il perdonare per lo più non furono virtù favorite nella

nazione spagnuola. Però il _conte d'Agnate_ vicerè, che avea ritrovato

nella segreteria del duca di Guisa un arsenale di carte convincenti

di fellonia e di male intelligenze chiunque non amava il governo

spagnuolo, e voleva in oltre dare al popolo un esemplare gastigo della

passata ribellione, stancò da lì innanzi i tribunali coll'immensa

copia dei processi; infierì colle scuri e colle forche contra di chi

non s'era avvisato di fuggire; e coi bandi e confischi si vendicò di

chi avea saputo sottrarsi alle sue griffe. In una parola, si credè

risuscitato in lui il crudele duca d'Alva flagello della Fiandra.

Stesesi ancora il suo rigore contro la nobiltà, che pur tanto avea

fatto in servigio della corona di Spagna. E Gennaro Annese, non ostante

il merito che s'era acquistato colla corona suddetta, lasciò in fine il

capo sopra di un palco. Con più moderazione e prudenza attese in questi

tempi il _cardinal Trivulzio_ a rimettere la serenità in Palermo e nel

regno di Sicilia, in guisa che potè poi rinunziarlo tutto pacificato a

_don Giovanni d'Austria_, che a lui succedette in quel governo.

Fece orrore in quest'anno la congiura ordinata da alcuni tristi, cioè

da don Giovanni Gandolfo religioso dell'ordine di san Bernardo, da

Bernardo Sillano senator di Torino, e da Giovanni Antonio Gioia, contro

l'innocente vita del giovinetto duca di Savoia _Carlo Emmanuele_, e

di _madama reale Cristina_ sua madre. Cercandosi chi avesse composto

uno scandaloso almanacco che prediceva tragiche avventure, gastighi di

ministri e morti di gran personaggi, se ne scoprì autore il suddetto

religioso. Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne poi

rivelando i complici, e il nero disegno da lor fatto di estinguere

il sovrano e la madre o con veleni o con fattucchierie. Erano costoro

del partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del duca. Il Sillano

improvvisamente morì in prigione; ebbero il Gandolfo e il Gioia dalla

giustizia il meritato fine. Fu in tal congiuntura che madama reale

si vendicò del principe Tommaso. Mentre egli era impegnato nella

spedizione per Napoli, ella col figlio, verso il dì 20 di giugno,

fingendo una caccia, si appressò ad Ivrea, e ricevutavi dentro colle

sue guardie dall'incauto governatore, con galanteria se ne impossessò,

mandando a spasso la guernigion d'esso principe Tommaso. Le turbolenze

del regno di Napoli dovettero cagionar dei mali umori nella vicina

pontificia città di Fermo. Quivi la nobiltà per cagion dell'estrazione

dei grani superflui, comandata da Roma, se la prese contro l'innocente

governatore, cioè contra _monsignor Uberto Maria Visconte_; ed

attizzata la plebe, ne avvenne che al povero prelato tolta fu la vita

in quella sedizione. Accorse colà il _cardinal Montalto_, che colla

sua saviezza impedì il progresso nel pernicioso tumulto, finchè da lì

a poco sopraggiunse _monsignor Imperiale_ con due mila soldati, che

trovò fuggito il popolo. A molti di coloro costò la vita, o un rigoroso

bando la lor crudeltà e ribellione. Rimasto vedovo _Francesco I duca_

di Modena, con dispensa pontificia nel dì 12 di febbraio celebrò le

sue nozze colla _principessa Vittoria Farnese_, sorella del fu _duca di

Parma Odoardo_, e poi si preparò a fare una nuova campagna co' Franzesi

nello Stato di Milano. Giunse colà per governatore sul principio di

marzo il _marchese di Caracena_, cavaliere di sperimentato valore e

di grande attività, che trovati i Franzesi annidati a Casal Maggiore

e contorni, tosto cercò gli spedienti per cacciarli di colà. Passò

egli a Cremona con quante forze potè raunare, e andò, nel dì 25 di

maggio, ad impossessarsi di un'isola sul Po in faccia ad esso Casal

Maggiore, e bravamente ancora ne difese il possesso contro i Franzesi.

Sollecitava intanto il duca di Modena i soccorsi a lui promessi da

Parigi, e facea tutti i preparamenti per uscire in campagna colle sue

genti; e perchè Casal Maggiore scarseggiava di viveri, trovò maniera

di farvi giugnere quattrocento sacchi di farina. Ricevuto poi ch'egli

ebbe le truppe franzesi sbarcate a Lerice, ed unite colle sue, passò

il Po, e andò col _maresciallo di Plessis Pralin_ a congiugnersi col

_conte di Novaglies_, postato in Casal Maggiore, formando un'armata di

quattordici mila tra fanti e cavalli. S'erano gli Spagnuoli premuniti

con un terribil trincierone lungo alquante miglia, per tener lontano

da Cremona il nemico. Fu risoluto di levar tale ostacolo, e nel dì

30 di giugno s'andò all'assalto. Non lasciarono gli Spagnuoli di fare

una gran difesa, ma in fine si videro costretti alla fuga, con istrage

di molti di loro e perdita delle artiglierie. Qui tosto cominciò la

discordia. Voleva il duca correre subito all'assedio di Cremona. Era

egli general dei Francesi, non per comandar loro nelle cose d'onore, ma

per ubbidire in quelle di guerra. Il maresciallo di Plessis pretendeva

che si progredisse per entrar nel cuor di Milano; ma perchè tentato

più di una volta il passaggio dell'Adda non riuscì, condiscese in fine

di strignere Cremona. Pontava il duca Francesco che si prendesse prima

la città debole di mura; presa questa, facile sarebbe l'espugnazione

del castello; e tale era ancora il sentimento dei più saggi. Ma il

maresciallo si ostinò, e la volle vinta, che gli sforzi solamente si

facessero contra il castello, restando intanto al Caracena libero il

passo per Po a mandar gente e viveri nella città, che poi somministrava

quanto occorreva al castello medesimo. Fu creduto che al maresciallo di

Plessis non piacesse quell'acquisto, perchè destinato in pro del solo

duca, e non della Francia; ed altri vollero ch'egli cercasse un cattivo

esito a quell'impresa, per iscreditare il _cardinal Mazzarino_, contra

di cui tante tempeste nello stesso presente anno si svegliarono dai

fazionarii in Francia.

Ma lasciando stare gli astrusi gabinetti del cuore umano, quel che è

certo, con vigore fu impreso quell'assedio, e colà comparve ancora dal

Piemonte con giro fatto fino sul Reggiano il _marchese, Guido Villa_,

seco menando tre mila cavalli e due mila fanti, tutta gente scelta.

Non mi fermerò io a descrivere gli approcci, le mine, e gli assalti,

le sortite, e le altre fazioni militari ivi accadute con singola

bravura d'ambe le parti, e la mirabil assistenza data dal marchese

di Caracena ai difensori, che costò la morte di molta gente e di non

pochi distinti uffiziali. Merita spezialmente memoria il suddetto

marchese Villa nobile ferrarese, che mentre col duca di Modena e col

maresciallo franzese va speculando un posto de' nemici, colpito da una

palla di cannone nel dì 24 d'agosto lasciò ivi la vita: generale di

chiarissimo nome, e fedelissimo alla real casa di Savoia, alla quale

mancò un personaggio che in tanti fatti di guerra si era segnalato, e

godeva anche il titolo di tenente generale della Francia, benchè non

fosse ben veduto in tale occasione dal superbo maresciallo di Plessis.

Giunsero sino alla fossa del castello gli assedianti, ma con tutti

i loro sforzi non poterono mai superarla. Sopraggiunsero intanto le

pioggie, le strade rotte e le difficoltà di ricevere i foraggi e le

vettovaglie; laonde fu astretto l'esercito collegato a levar l'assedio,

e a ritirarsi parte a Casal Maggiore e nelle vicinanze, e parte negli

Stati del duca di Modena. Acquistarono nell'anno presente l'armi venete

l'importante fortezza di Clissa, e si diedero a munirla con maggiori

fortificazioni. Ma nel dì 7 di marzo una orribil tempesta conquassò

tutta la loro armata navale. Tre galee, fra le quali la capitana e

due vascelli, soccombendo al furore dei venti, s'affondarono, e fu

compianta la morte di assaissimi nobili, e massimamente quella del

capitan generale _Giambatista Grimani_, a cui fu sostituito _Luigi

Mocenigo_. Impresero in quest'anno i Turchi daddovero l'assedio della

città di Candia, riuscito dei più memorabili che ci abbia conservata la

storia antica e moderna, dove fece maraviglie di provvidenza e valore

la repubblica veneta. Nè si dee tacere che nell'anno presente, a dì

24 di ottobre, fu conchiusa in Munster la pace tra _Ferdinando III

imperadore, Lodovico XIV re_ di Francia, gli _Svezzesi_ e i _principi

dell'imperio_: pace sommamente pregiudiciale alla religion cattolica,

e favorevole ai protestanti. Ed ecco i maligni frutti di tante guerre

suscitate e fomentate, per abbattere la casa d'Austria, dalle gran

teste politiche de' cardinali _Richelieu e Mazzarino_, cadaun de' quali

niuno scrupolo si mettea, purchè soddisfacesse all'ambizione, se nello

stesso tempo veniva a deprimersi il cattolicismo e ad aumentarsi il

regno della eresia. Contra di questa pace protestò _monsignor Fabio

Chigi_, nunzio allora apostolico, che fu poi papa, e volle che si

cassasse il suo nome inserito in essa. Protestò ancora _papa Innocenzo

X_, ma con armi di carta, che non sogliono far paura ai potenti.

Anno di CRISTO MDCXLIX. Indizione II.

INNOCENZO X papa 6.

FERDINANDO III imperadore 12.

Avea fin qui la corte di Francia colle sue armate e co' suoi raggiri

tenuta in continui imbrogli l'Europa tutta, e se ne giva superba per

aver in più guise indebolita la potenza delle due linee austriache. Di

un po' d'umiliazione abbisognava ella, ed appunto cominciò a provarla,

perchè l'odio e l'invidia di molti contra del _cardinal Mazzarino_

proruppe in sedizioni, e finalmente si convertì in una guerra civile. A

me non appartiene di dirne di più. Il non potere per questo i Franzesi

accudire alle cose d'Italia, e l'essersi per le diserzioni e per le

malattie ridotta a poco la loro armata in Lombardia, cagioni furono che

il vigilante _marchese di Caracena_ giudicò venuto il tempo di mettere

in dovere _Francesco I duca_ di Modena, che tanto aveva osato contro

la corona di Spagna. Pertanto, senza voler aspettar la primavera, sul

principio di febbraio mossosi da Cremona con sei mila fanti e tre mila

cavalli, ricuperò Casal Maggiore, e, passato il Po, fece un'invasione

nello Stato d'esso duca. Giacchè la fortezza di Brescello ben munita

non mostrò paura alcuna di lui, s'impadronì di Castelnuovo, Gualtieri

e Boretto. Maneggiavasi intanto _Ranuccio II duca di Parma_ per quetar

questi rumori, considerandoli per troppo pregiudiciali anche al dominio

suo, e riuscì in fine ai suoi ministri di conchiudere la pace fra il

Caracena e il duca di Modena. Fu questa sottoscritta nel dì 27 del

suddetto mese di febbraio, per cui esso duca rinunziò alla lega co'

Franzesi, e promise che il _cardinale Rinaldo d'Este_ suo fratello

dimetterebbe la protezion della Francia, con fargli sperare gli

Spagnuoli una più rilevante ricompensa (fiori che non produssero mai

frutti), e con rimettere il duca in grazia e sotto la protezione del re

Cattolico. Tornò ancora in Correggio il presidio spagnuolo: condizione

che sopra tutto scottò all'Estense. Licenziò esso duca, venuta che fu

buona stagione, le truppe franzesi, che s'andarono ad unir coll'altre

del Piemonte. Niuna maggior prodezza fece dipoi nell'anno presente il

Caracena. Perchè è ben vero ch'egli sorprese nel mese di settembre la

terra di Ceva nel Piemonte, e si mise anche all'assedio del castello;

ma ritrovato assai duro quell'osso, grande difficoltà de' foraggi fra

quelle montagne, e mossa d'armi in soccorso di quella rocca, desistè

dall'impresa.

Calò nel giugno di quest'anno in Italia _Maria Anna_ figlia

dell'Augusto _Ferdinando III_ e dell'_imperadrice Maria_ sorella del

re Cattolico _Filippo IV_, destinata in moglie al medesimo re suo zio.

Con pomposa solennità fece ella la sua entrata in Milano, e andò poi

ad imbarcarsi al Finale, per passare in Ispagna. In tale occasione

il general Pimento, ch'era venuto a riceverla colla flotta spagnuola,

spedì gente ad impadronirsi d'Oneglia, marchesato del duca di Savoia

nel litorale della Liguria. Ma poco tardò il governator di Villafranca

a ripigliarla. Seguirono ancora nell'anno presente le nozze di _Carlo

II duca_ di Mantova con _Isabella Chiara_ arciduchessa d'Inspruch,

sorella dell'_arciduca Ferdinando_. Questo illustre matrimonio non

bastò a guarire quel principe dalla sua dissolutezza di vivere. Non si

sapeva intendere perchè il pontefice _Innocenzo X_, in tanto bisogno

della repubblica veneta per la guerra lagrimevole a lei mossa dai

Turchi in Candia, non le prestasse aiuti nell'anno presente, come

avea fatto in addietro, e neppure in soccorso di essa inviasse le sue

galee. Venne poi a scoprirsi l'arcano. Stava tuttavia sullo stomaco

della corte di Roma indigesto il ducato di Castro e Ronciglione,

pel cui acquisto s'erano sì inutilmente profusi tanti milioni nella

guerra di _papa Urbano VIII_. Fra il duca di Parma _Ranuccio_ e i

montisti insorgevano sovente delle controversie, perchè non correano

i frutti pattuiti; e la protezion del papa non mancava a questi

creditori. Furono spediti dalla camera pontificia commessarii colà,

per costringere il duca ai dovuti pagamenti; ma vi trovarono i di lui

soldati che non intendeano questa canzone, e si opposero; laonde furono

costretti a ritornarsene quali erano venuti. Se ne adirò forte il

papa, e fu creduto che il _cardinal Panciroli_ segretario di Stato, e

_donna Olimpia_ cognata del papa, siccome nemici del duca, attizzassero

maggiormente il fuoco. Facevansi perciò dei preparamenti per passare a

maggior rottura; ma interposti gli uffizii del gran duca _Ferdinando

II_ e del _cardinale Albornoz_, si sarebbe verisimilmente trovato

temperamento, se un atto bestiale de' ministri del duca, oppure di un

solo di essi, non avesse condotto al precipizio le cose.

Era stato eletto dal papa e consecrato vescovo di Castro _Cristoforo

Giarda_. Contuttochè fosse detto all'orecchio a questo prelato che

Ranuccio nol volea nei suoi Stati, pure, affidato dalla sua dignità,

e, come si può credere, spinto anche da Roma, colà s'inviò. Per

istrada da alquanti sicarii fu a lui tolta la vita, e la colpa di

questo orrido e sacrilego misfatto fondatamente si rovesciò sopra il

duca di Parma. Non istette più allora a segno il papa, e spedì tosto

il conte Davide Vidman e Girolamo Gabrielli con alcune migliaia di

armati a cignere Castro di assedio. A questo avviso anche il duca di

Parma si diede a far leva di gente; e figurandosi di poter distogliere

da quella impresa il papa, principe che non amava molto di spendere,

appena ebbe formato un picciolo corpo d'armata, che l'inviò alla

volta dello Stato pontificio, con ordine di pagar tutto, e di non

inferir molestia a chicchessia. Alla testa di questi bravi combattenti

marciava il marchese Gaufrido di nazion franzese, uomo di bassissima

condizione, che preso al servigio in qualità di maestro della lingua

franzese dal fu _duca Odoardo_, talmente s'era avanzato nella grazia

di lui e del figlio Ranuccio, che facea la figura di primo ministro

in quella corte. Costui dovea saper tutti i mestieri, e volle darsi

a conoscere anche per valoroso condottier d'armi. La disgrazia portò

che giunto sul Bolognese a San Pietro in Casale, ivi trovò il marchese

Luigi Mattei spedito con gente dal pontefice, ed assistito da molta

nobiltà bolognese e ferrarese, che colla strage di non pochi il mise

in rotta, e fecelo tornare pien di vergogna a Parma. Della lontananza

di lui e della sua sfortuna si prevalse intanto chi l'odiava per

iscreditarlo presso il duca Ranuccio, esagerando spezialmente che

da lui solo era proceduto l'ammazzamento del vescovo. Fu dunque il

Gaufrido immantinente cacciato in prigione e processato, e si trovarono

tali i suoi reati (se veri o falsi, nol so) che perdè la vita e quanti

beni aveva accumulato, cioè, per quanto fu creduto, di un valsente

di quattrocento mila scudi, rimasero applicati al fisco. Sperò ancora

Ranuccio di potere, col gastigo di costui, placare il papa. Ma questi,

dappoichè Castro, vinto dalla fame, fu costretto e rendersi, ordinò che

si demolisse del pari la fortezza, e quante chiese, conventi e case

ivi si contavano, che tutte furono uguagliate al suolo, con essersi

ivi alzata una sola colonna, dove era scritto: QUI FU CASTRO. La sedia

episcopale venne trasferita ad Acquapendente. Perchè il duca di Parma

mancava di forze per reggere a quel contrasto, anzi si facea correre

voce che l'armi pontificie intendeano di passare sul Parmigiano, si

appigliò al consiglio de' saggi, e si accordò colla camera apostolica,

cedendole Castro e Ronciglione, con riserbarsi la facoltà di ricuperar

quello Stato, pagando i debiti, de' quali intanto essa camera si

caricò.

Famoso fu quest'anno per avere l'iniquo Cromuele e i fanatici

parlamentarii condotto _Carlo I Stuardo re_ d'Inghilterra a lasciare il

capo sopra un pubblico palco in Londra: iniquità detestata dall'Europa

tutta. In Venezia, all'incontro, si fece gran festa per una vittoria

riportata da Jacopo da Riva contro l'armata navale de' Turchi. Ancorchè

questa si trovasse numerosa di settantadue galee, dieci maone ed undici

vascelli, e si fosse ricoverata nel porto di Focchie, il da Riva nel dì

6 di maggio animosamente colle navi venete, fra le quali erano alquanti

vascelli olandesi, andò ad assalirla. Attaccarono i Veneti il fuoco

ai legni nemici, tredici dei quali rimasero incendiati; e se il vento

non si voltava, anche il resto andava a perire. In mano de' Veneziani

vennero una nave turchesca, una galeazza e una galea sottile. Più di

quattro mila Turchi fra soldati e marinari fu creduto che perdessero

ivi la vita. Il Valiero nondimeno lascia intendere che tal vittoria

troppo fu amplificata, e riuscì più di nome che di fatti. Tali prodezze

bensì fecero in quest'anno i difensori della città di Candia, che i

Turchi slargarono quell'assedio, ritirandosi ai primi alloggiamenti;

ma non cessarono per questo i combattimenti in quelle parti. Nel

dicembre un'utile costituzione fu pubblicata da _papa Innocenzo

X_, in cui comandò che si desse nota fedele di tutti i monisteri e

conventi dell'Italia, delle loro rendite e del numero dei religiosi

ivi abitanti, proibendo intanto il vestire nuovi religiosi. Questo era

un preliminare della santa intenzione del pontefice di abolir tutti i

conventi, dove pel poco numero dei convittori non si potea conservar la

regolar disciplina.

Anno di CRISTO MDCL. Indizione III.

INNOCENZO X papa 7.

FERDINANDO III imperadore 13.

Nel dì 24 del precedente dicembre avea _papa Innocenzo_ aperta la porta

santa e dato principio al giubileo romano, che si vide poi celebrato

con copioso concorso di gente. Se grande fu la divozion de' popoli,

maggiore ancor fu la pietà e carità del vecchio pontefice, il quale con

profusion di limosine accolse i poveri pellegrini, assistè alle loro

mense, lavò loro i piedi, eccitando coll'esempio suo a fare altrettanto

la nobiltà romana. Varii principi della cristianità si portarono a

partecipar di quelle indulgenze. Trovavasi in questi tempi lacerata la

Francia dalle fazioni, sedizioni e guerre civili, senza rispetto alcuno

al medesimo giovinetto _re Luigi XIV_; nè restava luogo a quella corte

di sostenere gli affari suoi in Italia. Ciò considerato dal consiglio

di Spagna, e dai ministri del re Cattolico in Milano e Napoli, fu

presa la risoluzione di snidar da Piombino e Portolongone i Franzesi.

Erano divenute quelle due fortezze un ricettacolo di corsari, che

infestavano tutto il Mediterraneo. Cominciò dunque a farsi in Sicilia,

Napoli e Milano gran preparamento di navi e di combattenti. Per questo

minaccioso apparato restavano in apprensione il _gran duca Ferdinando_

e i _Genovesi_; ma cessò ogni lor sospetto, allorchè videro messi alla

vela tanti legni approdare ai lidi di Piombino. Sopra quella flotta

venivano spezialmente _don Giovanni d'Austria_, come generalissimo di

mare, il _conte d'Ognate_ vicerè di Napoli, e il _principe Ludovisio_,

a cui aveano già i Francesi tolta quella città e principato. Fu dato

principio all'assedio di Piombino, e le artiglierie cominciarono a

bersagliar quella mura; ma sostenendo con vigore i lor posti, e facendo

di tanto in tanto sortite i Franzesi, lentamente procedevano le offese.

La state bollente e l'aria malsana di quel basso paese cominciarono

a far guerra agli assedianti, con vedersi languire quegli ancora che

dianzi andavano con tanto coraggio incontro alle palle e spade nemiche.

Sicchè i comandanti, dappoichè furono rinfrescati di gente, che di mano

in mano veniva al lor campo, giudicarono meglio di tentar tutto, e di

passare alle scalate e agli assalti, che di veder perire l'armata di

sole malattie. Ributtati più volte con istrage dei più arditi, pure

sì ostinatamente continuarono questo giuoco, che vittoriosi entrarono

nella città. Ritiraronsi allora nel castello i Franzesi; ma perduta la

speranza di soccorso, da lì a non molto con patti onorevoli ne aprirono

le porte agli Spagnuoli.

Passò dipoi l'esercito sotto Portolongone, e colà giunse altresì colla

sua squadra e con gran copia di munizioni ed attrezzi il _duca di

Tursi_. Trovarono quella fortezza più dura e più difficile di quel che

si credevano, giacchè il signor di Novigliacco suo governatore non avea

lasciata indietro diligenza alcuna per ben munirla di fortificazioni

esteriori, e per provvederla di tutto il bisognevole. Tre mesi durò

quell'assedio, e tante azioni di bravura fecero non men gli aggressori

che i difensori, ch'esso divenne dei più celebri e memorabili di questi

tempi. Gran gente vi perì dalla parte degli Spagnuoli, e spezialmente

quivi lasciarono le lor ossa i Napoletani, siccome spinti più degli

altri ne' maggiori pericoli. Fu infin creduto dalla troppo maliziosa

gente che il conte d'Ognate apposta intavolasse quell'impresa, per

condurre al macello il fiore dei cavalieri e soldati di Napoli, per

vendicare, dopo tante altre pruove di crudeltà, anche con questa

invenzione la ribellione passata, ed impedirne altre in avvenire. Ma

di questo barbaro persecutore de' poveri Napoletani tante doglianze in

fine andarono alla corte di Madrid, che fu egli richiamato dal governo

di Napoli, e fu veduto partirne colle lagrime agli occhi. Terminò

in fine l'assedio di Portolongone, che sarebbe stato più lungamente

sostenuto dal valoroso Novigliaccio, se la sedizione e disubbidienza

dei soldati non l'avesse forzato a far tregua, e poscia a capitolar

la resa, dopo avere ottenuti tutti gli onori militari. Con qualche

felicità anche nell'anno presente proseguirono i Veneziani l'aspra

lor guerra contra dei Turchi, mostrandosi quegl'infedeli sempre più

accaniti dietro alla conquista dell'isola di Candia. Perchè si avvidero

che gran sangue e poco frutto costava loro il voler espugnar colla

forza la città capitale, ricorsero ad un altro ripiego; e fu quello di

fabbricare, oltre ad altri fortini precedentemente fatti, in vicinanza

di essa città una fortezza regolare, a cui posero il nome di Candia

Nuova: consiglio che riuscì sommamente pregiudiziale ai Veneti nei

tempi avvenire. Posto di molta importanza presso la Canea era il forte

di San Todero, ossia Teodoro. Sbarcati colà i coraggiosi Veneziani,

sì fattamente col furore delle artiglieria sbigottirono quel presidio,

che espose bandiera bianca, e diede la piazza. Immensi tesori intanto

consumava la repubblica in questa guerra per tanti legni che manteneva,

e per la esorbitante copia di gente che continuamente conveniva

inviare in Candia, dove le battaglie e le malattie mietevano a gara

le vite degli uomini. Nel dicembre di quest'anno seguì in Torino lo

sposalizio della principessa _Adelaide di Savoia_, sorella del regnante

duca _Carlo Emmanuele II_, col _principe Ferdinando_ primogenito di

_Massimiliano elettor_ di Baviera: funzione che fu solennizzata con

varietà di suntuose feste e di pubblici divertimenti. Non tardò molto

questa principessa ad assumere il titolo di elettrice per la morte del

suddetto elettore suocero suo. Non andò poi essa principessa se non nel

1652 in Baviera.

Anno di CRISTO MDCLI. Indizione IV.

INNOCENZO X papa 8.

FERDINANDO III imperad. 14.

Era tuttavia vivente l'imperadrice vedova _Leonora Gonzaga_, già

sorella di _Francesco Ferdinando_ e _Vincenzo_ duchi di Mantova.

Essendochè il regnante Augusto _Ferdinando III_ avea risoluto di

passare alle terze nozze, cotanto ella si adoperò, che portò al trono

imperiale un'altra _Leonora Gonzaga_, cioè la sorella del regnante duca

di Mantova _Carlo II_. Nel marzo del presente anno s'incamminò essa

alla volta di Vienna, accompagnata dalla _duchessa Maria_ sua madre,

dal _fratello duca_ e dalla cognata _Isabella Chiara_, d'Austria.

Divenne poi questa principessa generosa protettrice degl'Italiani in

quella corte. Gran pregio fu della casa Gonzaga l'avere in questi tempi

due imperadrici e una regina di Polonia viventi, se non che l'ultimo

parentado le costò ben caro, per aver dovuto impiegar buona parte di

quanto le restava in Francia di Stati, per costituire una pinguissima

dote ad essa regina di Polonia. Qualche tentativo fece in quest'anno

il _marchese di Caracena_ governator di Milano. Dopo aver presa

Castigliola nel territorio d'Asti, e demolite le sue fortificazioni,

lasciandosi indietro l'altre piazze, con somma sollecitudine s'inoltrò

fino a Moncalieri, tre miglia lungi da Torino. Per questa novità gravi

sospetti insorsero in mente del _principe Tommaso_ e de' Franzesi,

padroni della cittadella di Torino, che passasse qualche intelligenza

fra gli Spagnuoli e madama reale, per mettere l'assedio alla medesima

cittadella. Ma ad altro non tendevano le mire del Caracena che a

tirar la duchessa a qualche accomodamento: dal che si mostrò ella

troppo aliena. Essendo intanto pervenuto qualche soccorso di gente

ai Franzesi, smontato esso marchese da' suoi alti pensieri, tornò a

cercar la quiete nello Stato di Milano. Prosperamente camminarono in

questo anno gli affari della veneta repubblica nella guerra di Candia.

Nel dì 22 di giugno uscì pomposamente in mare l'armata turchesca,

composta di settantatrè galee sottili, di sei maone, di cinquantatrè

grosse navi e di altri legni minori. Fra le isole di Santorini e Scio

s'incontrò colla veneta armata, la quale, quantunque inferiore di

numero di legni, pur superiore di coraggio, si accinse alla battaglia,

e da lì a poco l'attaccò. Ma era tardi, e sopraggiunta la notte, divise

il conflitto. Nel giorno seguente si trovarono di nuovo a fronte

le due nemiche armate, e si ripigliò il terribile combattimento. La

vittoria si dichiarò in fine per li Veneziani, essendo stati costretti

i Turchi a ritirarsi. Presero i vincitori cinque grossi vascelli

barbareschi, tre altri turcheschi, con una maona e colla nave capitana

del rinegato bassà della Morea. Cinquecento furono i prigioni; degli

estinti dal ferro e dal mare non si potè sapere il numero. Fu anche

dipoi da essi Veneti messa a sacco l'isola di Leria, e incendiate

molte navi turchesche da carico. Non cessava intanto lo ambasciadore

di Francia in Costantinopoli di far proposizioni di pace, ma sempre

indarno, pretendendo pertinacemente la Porta che la comperassero i

Veneti colla cessione di Candia. Accrebbe in quest'anno il _pontefice

Innocenzo X_ un insigne ornamento alla mirabil città di Roma,

coll'avere disotterrato ed inalzato in piazza Navona un nobilissimo

obelisco, ossia guglia, già trasportata dall'Egitto a Roma da _Antonino

Caracalla_ Augusto. Sopra una gran base, che ha figura di uno scoglio,

ornato di belle statue, da cui scaturiscono quattro copiose fontane,

fu riposto quel prezioso monumento della più rimota antichità, ed altri

ornamenti si videro aggiunti alla medesima piazza.

Anno di CRISTO MDCLII. Indizione V.

INNOCENZO X papa 9.

FERDINANDO III imperad. 15.

Fu in quest'anno che _papa Innocenzo X_, considerando i molti e gravi

disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di

frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente

nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano

essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un

bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi

dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più

deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra

essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di

tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre

suppresse e ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel

poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina

regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi

anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la

mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli

ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde

tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato

l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma,

e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose

tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte

le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i

due fratelli cardinali _Francesco_ ed _Antonio_. Il primo, siccome

savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de'

principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del

suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta,

e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue

disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimo

_Mazzarino_ pingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di

quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla

repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de'

lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da

impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla

nobiltà veneta, e si portarono apposta a Venezia _Carlo_ e _Maffeo_

figli di don _Taddeo_ prefetto di Roma, già mancato di vita in Francia,

per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendo _donna Olimpia_

cognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il

decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e

di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per

le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio.

Però, cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben

accolto dal papa; si stabilirono le nozze di _don Maffeo_ con _donna

Olimpia_ Giustiniani pronipote d'esso pontefice; e a _Carlo Barberino_

per la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che

succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 il

_cardinal Antonio Barberino_ seniore, piissimo cappuccino, e fratello

de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali

suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie

passate di gloria e di maggior grandezza.

Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora

contrarii la fortuna del _cardinal Mazzarino_ in Francia, tuttochè

si mirasse egli protetto dal giovinetto _re Luigi XIV_, che già

avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre.

Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli

affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa al

_marchese di Caracena_ governator di Milano per ricavarne profitto.

Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar

soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio

loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo

disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la

città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di

circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie,

cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi

sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua,

per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in

ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro

il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti

giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante

onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto

di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercito spagnuolo sotto

Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli,

che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che

fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone

di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli

assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori.

Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne

essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu

dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto

fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi

nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed

altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato

assedio di Casale.

Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima con _Carlo II duca

di Mantova_, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto

di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe

a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore

a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già

per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che

ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca,

secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare

o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui

si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per

giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia

dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati

dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa

unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne

tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale,

con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover

gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè

comparvero ordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di

consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè

sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende,

che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella.

Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don

Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo

a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre

giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò

la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti.

Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore,

incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo

viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi

il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale,

impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale,

nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena

in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni

fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti

d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze

lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i

quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati,

chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava,

protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine

alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi

con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea

quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e

Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono

dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti

nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la

qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii

e i plausi alla generosità spagnuola, la quale con tante spese avesse

guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di

Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli

Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche,

ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto,

aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi

venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella,

v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì

innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano

delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La

verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far

da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento

del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma il

_cardinal Mazzarino_ non lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno

del re Cristianissimo.

Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva

dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani

spedì _Ranuccio duca di Parma_ due mila combattenti ben armati, e

insieme il principe _Orazio Farnese_ suo fratello, a cui fu conferito

il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia

nella primavera gli arciduchi del Tirolo _Ferdinando_ e _Francesco

Sigismondo_ per visitare _Isabella Chiara_ duchessa di Mantova loro

sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella

città, e v'intervenne anche _Francesco I duca_ di Modena. Invitati

quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme col

_duca Carlo II_ e colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno

dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì

quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie,

conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo

fatto nella piazza del castello, per le ricche comparse, per la rarità

delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato

dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca.

Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro

accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese,

il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli,

miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase

per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era

il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto

generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza,

che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.

Anno di CRISTO MDCLIII. Indizione VI.

INNOCENZO X papa 10.

FERDINANDO III imperad. 16.

Nella storia ecclesiastica celebre riuscì l'anno presente per la

solenne condanna fatta, nel dì 31 di maggio, da _papa Innocenzo X_

delle cinque proposizioni di _Cornelio Giansenio_ vescovo d'Ipri,

accettata festosamente dai vescovi di Francia. Sì giusta fu la

sentenza pontificia, sì chiara intorno a questi punti è la dottrina

della Chiesa cattolica, che non osarono già i seguaci e fautori del

Giansenio di mettersi a cozzare coll'autorità della Sede apostolica

intorno a tal decreto; ma cangiarono batteria, pretendendo che le

condannate proposizioni non esistessero nelle opere del suddetto

Giansenio, morto in comunione della Chiesa. E qui ebbe principio una

sedizione d'ingegni, che tante scene ha poi dato alla Chiesa di Dio,

e che ora palese, ora occulta si mantien viva e pertinace tuttavia in

chi, gloriandosi di essere fedel discepolo di Sant'Agostino, si abusa

del suo nome per sostener dogmi riprovati dalla Chiesa di Dio. La

prosperità, dell'armi spagnuole in Italia cagion fu che i Franzesi,

per timore che il duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ non si gittasse

anch'egli loro in braccio, addolcirono quella corte, con cederle il

possesso della fortezza di Verrua; ed altri aggiungono anche della

cittadella d'Asti, occupata fin qui dalle lor armi. Alcune picciole

fazioni militari si fecero dipoi tra i Franzesi ingrossati e l'esercito

spagnuolo: saccheggiarono i Piemontesi sul principio di quest'anno il

borgo di Sesia e poscia Serravalle; ma infine si ritirarono tutti ai

lor quartieri, risparmiando il sangue a miglior uso.

Senza azione alcuna degna di osservazione passò ancora la presente

campagna in Levante e in Dalmazia, quantunque la guerra turchesca

durasse coi Veneziani, i quali con tutto il loro sforzo mai non

mandavano tal nerbo di gente in soccorso di Candia che i lor generali

potessero tentar grandi imprese. Trovavasi anche sola in questo cimento

la repubblica, giacchè l'imperadore e la Polonia si studiavano di star

in pace col nemico comune. Miracolo perciò era che non andassero sempre

più peggiorando gl'interessi de' Veneti, troppo picciolo riuscendo al

bisogno loro il soccorso delle galee del papa e di Malta. In questi

tempi il duca di Mantova _Carlo II_ sostenuto dalla protezione della

_imperadrice Leonora_ sua sorella, e già tutto dichiarato del partito

degli Spagnuoli, ottenne di essere creato vicario imperiale in Italia:

novità che servì a far crescere i disgusti fra lui e la real casa di

Savoia, a cui già dai precedenti Augusti era stata conferita cotal

dignità. Nè si dee tacere che per le gravissime turbolenze intestine

della Francia era decaduto da qualche tempo in Italia il credito e

il potere dei Franzesi. Cominciarono in quest'anno a cambiar faccia

gli affari, coll'essere gloriosamente ritornato dopo l'esilio, dopo

tanti oltraggi, il _cardinal Mazzarino_ a Parigi, dove ripigliò la

primiera autorità presso il _re Luigi XIV_ e si diede a rimettere in

buon sesto lo sfasciato regno, e a tessere delle tele anche in Italia

per reprimere gli Spagnuoli. Arrivò egli in quest'anno a stabilire

il matrimonio di madamigella _Anna Maria Martonozzi_ sua nipote

con _Armanno principe di Contì_, fratello del Condè, cioè del gran

promotore di quelle guerre civili. Col mischiare il suo col sangue

reale di Francia si aprì egli la strada ad un'altra alleanza colla

nobilissima casa d'Este, siccome diremo. Maritò ancora in varii tempi

altre sue nipoti di casa Mancini con _Lodovico duca di Vandomo_, col

_principe Eugenio di Savoia_ conte di Soissons, col _contestabile

Colonna_ e col _duca di Buglione_. Ecco ciò che sa fare il senno colla

fortuna congiunto.

Anno di CRISTO MDCLIV. Indizione VII.

INNOCENZO X papa 11.

FERDINANDO III imperadore 17.

Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno

presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento

marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse

questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi che _Arrigo

di Lorena duca di Guisa_, che già dicemmo preso e poi liberato dalle

carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare

nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti

di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che

di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà del _conte

di Ognate_ vicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri

ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per

l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere

ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti

maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè

si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e

monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re

in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur

la speranza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e

le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que'

popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla

corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire

a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare,

ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di

sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di

maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii

beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e

ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale

incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si

trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca,

di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai

naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli

le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri.

Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono,

o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse

finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro

mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un

regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia

i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli

promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando

se non de' nemici in quelle parti.

Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta

in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per

premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual

danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi

Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo,

concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchè fedelmente

in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero

tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del

patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la

spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato

utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le

milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di

rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro

tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui

in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone

della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis

Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti

della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata

la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a

dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori

alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli,

la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma

perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono

alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e

perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono

in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver

consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie,

che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di

nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del

mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine

si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati,

e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo

tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare,

e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in

lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Se buona

piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli

per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di

Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a

monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente

ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da

quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.

Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta

repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso

Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa

impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte

piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che

sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono

i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che

rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue

sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e

cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno

sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì

ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra

l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con

tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche

incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle

proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo

stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito

in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa

avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti,

il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine

religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata

navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto

nella congregazion di Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con

alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea

da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova

ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i

Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi

di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle

missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de'

Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti

maneggi avea fatto _Francesco I duca_ di Modena per passare alle terze

nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti

questi, infine s'appigliò a prendere _donna Lucrezia Barberini_, nipote

de' cardinali _Francesco_ ed _Antonio_, e pronipote del già _papa

Urbano VIII_, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito

e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia,

che intervenendovi anche gli uffizii di _papa Innocenzo X_, divenuto

tutto Barberino, e del _cardinal Mazzarino_, sempre intento a procurar

parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal

matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata

questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata

nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima

si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni

furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente

eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese

che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di

strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo

degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese,

esercitata allora in somiglianti spettacoli.

Anno di CRISTO MDCLV. Indizione VIII.

ALESSANDRO VII papa 1.

FERDINANDO III imperad. 18.

Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte di _papa

Innocenzo X_ più che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo

dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu

di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo

a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile

nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo di _monsignor,

non si può_. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della

giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma

riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri.

Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si

lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri

zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo

nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata

troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non

aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual

fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro.

A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro

impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente

parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia

del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di

fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in

altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X

fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello

Panfilio Panfilii, _donna Olimpia Maidalchina_, donna di gran senno

bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta

vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che

un figlio, cioè _don Camillo Panfilio_, atto a propagar la sua casa;

pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir

la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi

questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò

alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e

nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma.

Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a

portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome

donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei

faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano

le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al

vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè

di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il

buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai

pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu

della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della

sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa

donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il

papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.

Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si

consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel

dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona del _cardinale Fabio

Chigi_, Sanese di patria, il quale assunse il nome di _Alessandro

VII_. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di

saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato

cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli

altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa

elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa

della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli

obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti

alla repubblica di Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa

dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati

i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del

suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratello _Mario_ e

i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In

Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata

dalla baldanzosa politica del _marchese di Caracena_ governatore dello

Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i

Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità,

e spezialmente di ridurre alla divozione di Spagna _Carlo II duca_ di

Mantova, si avvisò di far lo stesso anche con _Francesco I duca_ di

Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque

di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran

treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata

folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del

duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad

esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli

andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella

di Modena; facea massa di gente; non avea indotto il _cardinale

Rinaldo_ suo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della

Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che

non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di

lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per

ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli

solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue

piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma

il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con

altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato

colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si

sarebbe difeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo

a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte

Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.

Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che

saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo

a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse

da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si

portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli

comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi

trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca,

per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie

uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi

alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si

applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua

dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere

la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un

aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che

l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non

erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò;

laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca,

e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de'

suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò

il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo

aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico

sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale

biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza.

Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la

riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense

spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura

si prevalse il _cardinal Mazzarino_ per conchiudere il matrimonio di

_donna Laura Martinozzi_, sua nipote, e sorella del principe di Contì,

col _principe Alfonso_ primogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a

cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale

una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a

Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì

27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio,

e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa

d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino

figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome di _Rinaldo_; ed a

lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione

del nobilissimo sangue estense.

Attenne il _cardinal Mazzarino_ la sua promessa, ed ecco giugnere

nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie

del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette

mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli

eserciti. Ne prese il comando il _principe Tommaso_ di Savoia, come

generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli

felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione

sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro

meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con

più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e

perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli

menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una

processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi,

con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese

militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e

il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi

più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì

24 di luglio. Non mi tratterrò io in descriverne le particolarità, dopo

averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore

il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il

duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle

spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso,

fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì,

avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il

principe Tommaso. Era egli figlio del _duca Carlo Emmanuele_ seniore,

cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare

della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu

del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò

l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In

una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia

di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto

infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il

duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed

in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando

indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non

poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Il _principe Tommaso_,

condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di

gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il ferito _duca di Modena_

ad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di

là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di

dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal

cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio

della corona di Francia.

Fu in quest'anno che _Carlo Emmanuele II_ duca di Savoia fu inquietato

dalla ribellion dei Barbetti, eretici valdesi, abitanti nelle valli di

Luzerna, San Martino, Angrogna e Perusa. Le insolenze di costoro contra

dei cattolici e la lor disubbidienza agli editti del sovrano arrivarono

finalmente ad un'aperta sedizione; laonde quella corte fu obbligata a

spedir colà il marchese di Pianezza con fanteria e cavalleria, e poscia

il marchese Galeazzo Villa, per mettere in dovere gli ammutinati.

Costoro si ritirarono all'alto delle montagne in siti fortissimi, e

però seguirono stragi, incendii e saccheggi. Tante doglianze poi fecero

costoro negli Svizzeri, in Olanda, Inghilterra e fra gli ugonotti di

Francia, che in lor favore si mosse o con uffizii o con gente tutta

la razza de' protestanti, di maniera che, temendo la Francia che

s'accendesse per questo una gran guerra, giudicò meglio d'interporsi,

e di condurre le controversie ad un accomodamento con riputazione di

quella di Torino. Mancò di vita nel marzo di quest'anno _Francesco

Molino_ doge di Venezia, ed ebbe per successore nel dì 25 d'esso mese

_Carlo Contarino_. Non poche prodezze fecero l'armi venete nella guerra

co' Turchi. _Francesco Morosino_, capitan generale dell'armata navale,

espugnata l'isola d'Egina, ne condusse via circa quattrocento schiavi.

Nel dì 23 di marzo si portò ad espugnare la città di Volo sulle

coste della Macedonia, e se ne impadronì colla forza, asportandone

venti cannoni di bronzo e sette di ferro, con prodigiosa quantità di

biscotti, e lasciando in preda alle fiamme la misera città. Ma di gran

lunga maggiore fu la gloria riportata da lui nell'atroce battaglia di

mare che seguì ai Dardanelli, nel dì 21 di giugno, fra la veneta armata

e quella de' Turchi. Ne riportarono i cristiani una insigne vittoria.

Undici tra vascelli e galee turchesche rimasero incendiate; altrettante

o si affondarono o perirono al lido colla morte di circa sette mila

infedeli; tre lor legni con più di secento persone rimasero in poter

de' Veneziani. Nel dì seguente trovate alla spiaggia altre navi

turchesche spogliate di genti e cannoni, furono incendiate. Per quasi

due mesi tenne dipoi il Morosino l'assedio a Napoli di Romania, ma non

potè ridurlo alla sua ubbidienza. Gli riuscì bensì di prendere Megara,

che fu saccheggiata e data in preda al fuoco. Gran bottino fecero ivi

i soldati, e ne furono asportati tredici grossi cannoni e gran copia

di grano. Secondo il Guichenon, nell'ottobre di quest'anno giunse a

Torino l'incomparabil donna _Cristina Alessandra_ regina di Svezia, che

avea dato un calcio al regno, ed abbracciata la religione cattolica.

Ricevette ella di grandi onori dalla corte di Savoia; ed imbarcatasi

per Po, venne a Ferrara e Bologna; e proseguendo il viaggio per tutto

lo Stato ecclesiastico, accompagnata sempre dal famoso letterato Luca

Olstenio canonico di San Pietro, mandatole incontro dal papa, pervenne

nel dì 19 di dicembre a Roma. Solenne fu il suo ingresso in quella gran

città, indicibile il plauso e l'allegrezza della sacra corte: il papa e

i cardinali non lasciarono indietro dimostrazione alcuna di stima verso

questa nuova eroina.

Anno di CRISTO MDCLVI. Indizione IX.

ALESSANDRO VII papa 2.

FERDINANDO III imperad. 19.

Erasi portato _Carlo II duca_ di Mantova nel verno di quest'anno a

Parigi per rimettersi, se potea, in grazia di quella corte, perchè, al

mirare ingagliarditi i Franzesi in Lombardia, gli tremava il cuore.

Se ne tornò egli in Italia poco, secondo le apparenze, aggustato,

perciocchè continuò a seguitare il partito spagnuolo. Alla corte

d'esso re Cristianissimo s'era, come dicemmo, trasferito anche

_Francesco I duca_ di Modena, e dopo aver concertato quanto occorreva

per la campagna dell'anno presente, carico di doni, e col titolo

di generalissimo delle armate di Francia in Italia, sen venne pel

Genovesato, e giunse a Modena nel dì 20 di febbraio. A militare con

lui e sotto di lui venne anche il duca di Mercurio. Sul principio

di giugno ito esso duca di Modena a prendere il comando dell'armata

Franzese, con cui si unì anche il giovane marchese Villa colle truppe

del duca di Savoia, dopo aver minacciato varie altre piazze dello Stato

di Milano, all'improvviso andò a mettere l'assedio alla fortezza di

Valenza presso il Po. La piazza era forte, valorosi i difensori; azioni

ben calde si fecero sotto di essa, nelle quali ebbe il duca Francesco

il dispiacere di perdere due dei suoi primi e migliori uffiziali,

cioè il conte Gian-Maria Broglia e il marchese Tobia Pallavicino. Ma

più sensibile disavventura provò egli appresso, perchè avendo molto

prima gli Spagnuoli ricuperato il castello di Arena, e saputo che da

Modena veniva al campo franzese un corpo di quattro mila tra fanti e

cavalli, comandati dal duca di Birone e dal conte Giam-Batista Baiardo

tenente generale d'esso duca; il _cardinal Teodoro Trivulzio_, a cui

pro interim dopo la partenza del marchese di Caracena stava appoggiato

il governo di Milano, segretamente fece sfilare alla volta di quel

castello molte brigate di soldati. Poste queste genti in aguato a

Fontana-santa verso i confini del piacentino, allorchè colà giunse

senza alcuna ordinanza la soldatesca gallo-estense, l'assalirono, la

sbaragliarono, fecero mille e ducento prigioni, fra i quali lo stesso

conte Baiardo, a cui nulla giovò il far quanta difesa potè, perchè il

duca di Birone coi suoi secento cavalli se ne andò, lasciando lui alla

discrezion de' nemici. Questa non lieve percossa punto non isgomentò

il duca di Modena, che più vigorosamente che mai continuò gli approcci

sotto Valenza. Ma perciocchè pel mantenimento dell'armata abbisognava

troppo di un convoglio di viveri, e gli Spagnuoli con tutte le lor

forze erano passati alla Gerola: il duca all'improvviso, lasciata

nelle linee l'occorrente milizia, marciò col resto dell'esercito

contra d'essi Spagnuoli, risoluto di dar loro battaglia. Non vollero

eglino questo giuoco, ed onoratamente lasciarono passare il convoglio,

che fu la vita del campo franzese sotto Valenza. Giunto poscia al

governo di Milano il _conte di Fuensaldagna_, fece ogni possibile

sforzo per ispignere soccorsi in quella piazza, e gli venne fatto una

volta d'introdurvi alquanti soldati. Gli altri tentativi riuscirono

per lui dannosi; sicchè in fine fu obbligato quel presidio, nel dì 7

di settembre, a capitolar la resa. Corse un gran pericolo nell'anno

presente il duca di Modena a cagion dei potenti maneggi degli Spagnuoli

alla corte dell'imperadore _Ferdinando III_, avendo eglino indotto

quell'Augusto a spedir proclami contra dello stesso duca, quasichè il

far guerra agli Spagnuoli fosse causa concernente il romano imperio.

Raunati poi dodici mila Tedeschi, gli spedì esso Augusto in Italia, e

già si aspettava la gente di veder piombare questo fulmine sugli Stati

del duca Francesco, rimasti affatto sprovveduti di difesa. Ma giunta

quella gente nel Tirolo, insorsero dissensioni fra gli uffiziali, e

buona parte si sbandò, in maniera che appena quattro mila ne pervennero

a Milano, senza essere a tempo di soccorrere Valenza. Fu creduto che il

senno e l'oro del duca di Modena dissipasse quel minaccioso temporale.

Posta poi ai quartieri d'inverno l'armata, sul fine dell'anno passò di

nuovo l'Estense a Parigi, ed arrivò colà nel dì 6 di gennaio.

Videsi meglio in quest'anno qual mutazione d'umori possa far la

mutazion degli onori. S'era ognuno promesso grandi esempii di virtù

nel _pontefice Alessandro VII_. Siccome dicemmo, niuno più di lui

avea declamato contro gli abusi del nepotismo, allorchè era cardinale;

questo tenore ancora seguitò ad essere per alquanti mesi. Non volle in

Roma il fratello e i nipoti; niun privato interesse compariva in lui;

sprezzava le cose caduche di questa vita; davanti agli occhi teneva le

memorie della sua morte, e le vite e le azioni dei più insigni romani

pontefici. Ma da sì belle massime si allontanò egli alquanto dipoi,

perchè, non potendo più reggere alla tentazione, chiamò alla corte

_don Mario Chigi_ suo fratello e i lui figli, e in mano loro mise

i pubblici affari. Si figurò egli di aver posta una gran briglia ai

parenti, coll'aver confermata ed armata di maggiori pene una bolla di

papa _Gregorio XIII_ che vieta il promettere e il prendere regali per

qualsivoglia giustizia e grazia nella corte romana; quasichè chi ha le

briglie in mano non possa facilmente defraudare la santa intenzione dei

legislatori; e le coscienze poco scrupolose non sappiano trovar ragioni

per credere non fatte per loro le stesse leggi della natura e di Dio.

Questo inaspettato risarcimento di nepotismo fece cangiar linguaggio a'

fabbricatori di prognostici intorno a questo pontificato. Fra gli altri

allettato il celebre _P. Sforza_ Pallavicino, che fu poi cardinale, dal

bell'aspetto di quei primi mesi, s'era già messo a scrivere la Vita

dello stesso pontefice. Ma da che vide la metamorfosi suddetta, gli

cadde la penna di mano, e lasciò questa cura a chi fosse di stomaco

diverso dal suo. Ma spezialmente ebbero a dolersi di questo papa i

Veneziani, come abbiamo dalle Storie del senatore Andrea Valiero e

del signor Graziani; perchè avendo egli cardinale nel conclave scritto

di sua mano il decreto obbligante il futuro pontefice a somministrar

a sue spese un corpo di galee e tre mila fanti in difesa di Candia,

divenuto poi papa, trovò mille difficoltà, e nè pur si indusse a darne

un migliaio, con ristringere nell'ultimo tutta la sua liberalità a

spedire in aiuto de' Veneziani quattro sole galee. Poca durata fece nel

trono ducale di Venezia _Carlo Contarino_ essendo egli stato chiamato

all'altra vita nell'anno presente. Ebbe per successore _Francesco

Cornaro_, il cui ducato non si stese che a soli venti giorni. In luogo

suo fu poi eletto doge _Bertuccio Valiero_.

Era solita l'armata navale veneta ogni anno di postarsi alle bocche

de' Dardanelli, per impedirne l'uscita alla turchesca. Avvenne che nel

dì 26 di giugno comparve colà Sinan bassà con gran flotta, risoluto

di passare senza chieder licenza a' Veneziani. Però si venne a un

terribile conflitto. Era composta l'armata veneta, sotto il comando

di _Lorenzo Marcello_ capitan generale, di venticinque vascelli,

altrettante galee e sette galeazze, oltre a sette galee de' bravi

Maltesi. Per due ore di ostinato combattimento fu incerta la vittoria,

finchè sopraffatti i Turchi dal valor dei cristiani, rincularono,

cercando colla fuga di sottrarsi al cimento. Inseguiti si precipitavano

in mare per salvarsi a nuoto. Molte lor navi rimasero divorate dal

fuoco, altre si ruppero a terra. Tredici galee inoltre, sei vascelli e

cinque galeazze vennero in poter de' Veneziani, colla morte, per quanto

fu creduto, di dieci mila di quegl'infedeli, colla liberazione (se pur

tanto si può dire) di cinque mila schiavi cristiani, e coll'acquisto

di gran copia d'artiglierie e di attrezzi militari, ricavati dalle

abbandonate navi alle quali fu dipoi appiccato il fuoco. Fu questa la

più insigne vittoria riportata da' Veneti nella presente guerra; se

non che restò essa funestata dalla morte dello stesso capitan generale

Marcello. Dopo un sì fortunato successo, espugnarono i cristiani

l'isola e rocca di Tenedo, dove lasciarono buon presidio. Altrettanto

fecero all'isola e città di Lenno. Provò in quest'anno l'Italia il

flagello della peste, che portata dalla Sardegna a Napoli, quivi

cominciò ad incrudelire, e passò anche a Roma, dove diede campo al

pontefice di usar ogni possibil precauzione e di soccorrere l'afflitto

popolo con abbondanti limosine. Sì terribil fu questo malore, che

desolò alcune città. Nella sola metropoli di Napoli corse voce che

perissero più di ducento ottantacinque mila persone. In Roma, per le

tante diligenze di quei magistrati ve ne mancarono solamente ventidue

mila, e nello Stato ecclesiastico circa cento sessanta mila. Passò

in quest'anno per Genova e Milano _don Giovanni_ d'Austria, figlio

illegittimo del re Cattolico, inviato in Francia al comando di quelle

armi.

Anno di CRISTO MDCLVII. Indizione X.

ALESSANDRO VII papa 3.

FERDINANDO III imperad. 20.

Fu questo l'ultimo anno della vita di _Ferdinando III imperadore_,

rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni.

Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo

monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio,

l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo.

Lasciò vedova la imperadrice _Leonora Gonzaga_, terza fra le sue mogli.

Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo

di sè vivente se non _Leopoldo_, nato nel dì 9 di giugno dell'anno

1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli

Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo

scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di

questo anno _Carlo II Gonzaga_ duca di Mantova del partito spagnuolo,

invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore

in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali

speravano con questo chiodo di ribattere l'altro di _Francesco I d'Este

duca_ di Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un

manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la

necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve

ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima

gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar

gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato,

siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar

le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva

il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'_infanta

Isabella_, ed era perciò premuroso de' vantaggi del duca _Carlo

Emmanuele II_ suo cugino; così col suo credito fiancheggiò in maniera

le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di

Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo.

Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la

consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e

popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille

e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi

il _conte Fuensaldagna_ governator di Milano, nella primavera con

quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo

di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi

disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia

nuovi rinforzi di gente, guidati dal _principe di Contì_, uscì in

campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa

di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti.

Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e

castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento

uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno

restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio

Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte

Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e

portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava

in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un

rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da

Modena, e condotti dal _principe Alfonso_ primogenito del duca, e dal

_principe Borso_ suo zio.

Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città

popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla

circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di

fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi

cittadini animosamente accorsero alla difesa per l'odio che portavano

al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal

conte Gualdo Priorato nella vita dell'_Augusto Leopoldo_. Altro non

ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli

con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in

quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di

molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente

respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro

intrepidezza fra le moschettate il _duca Francesco I_ di Modena, e i

suoi due figli _Alfonso_ ed _Almerigo_, con venire attribuito sopra

tutto il buon esito di quella giornata al _principe Borso d'Este_,

veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al

fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il

marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè

condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le

diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava

molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in

fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto.

Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito

franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero

di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e

andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul

Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava,

essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca

Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino.

Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino

orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè

fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con

tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i

curiosi il vero motivo di questo suo difficile viaggio in istagione

tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo

arcano.

Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che

in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che

nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi

il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche,

incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le

assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri

alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a

rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono

colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi

Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove

buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco

e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni,

tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In

una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita il

_general Mocenigo_, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi

ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse

la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun

altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso

impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del

pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di

tal congiuntura si prevalse _papa Alessandro VII_, aiutato ancora dai

caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a

rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia

di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio

ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il

pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti

in quello stato, e i conventi degli ordini religiosi de' crociferi

e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata

nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel

presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e

strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del

territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite

settanta mila persone.

Anno di CRISTO MDCLVIII. Indizione XI.

ALESSANDRO VII papa 4.

LEOPOLDO imperadore 1.

Nella dieta dell'imperio a molte dispute fu sottoposta l'elezion del

nuovo imperadore, non tanto pei maneggi dei Franzesi, affinchè si

staccasse dalla casa d'Austria la corona imperiale, quanto ancora

per la speranza nata negli elettori di potere in tal congiuntura

condurre alla pace la Francia e la Spagna. Ma svanito il pio disegno,

restò finalmente eletto imperadore _Leopoldo Ignazio_, re d'Ungheria

e Boemia, figlio del defunto Augusto, nel dì 18 di luglio dell'anno

presente, con plauso universale per le sue belle doti. Era egli in

età di diciotto anni. Giunse, siccome dicemmo, sul fine dell'anno

precedente l'esercito franzese, condotto da _Francesco I_ duca di

Modena, sul Reggiano. Consisteva in sette mila fanti e cinque mila ed

ottocento cavalli. Sul principio di questo anno passò quell'armata

il Po, non essendo giunti a tempo gli Spagnuoli per impedirle il

passaggio, e andò a prendere i quartieri d'inverno nelle ubertose ville

del Mantovano, e massimamente in Viadana e ne' luoghi circonvicini.

Rigorosi ordini pubblicò il duca, perchè a niuno si facesse violenza,

e si vivesse con quiete come in paese non nemico, esigendo nondimeno

gli occorenti viveri e foraggi per l'armata. Fu da molti creduto che

_Carlo II_ duca di Mantova tra per la morte dell'imperadore _Ferdinando

III_, per cui restarono sconcertate le sue misure, e per vedere esposto

il Monferrato alla vendetta de' Franzesi, avesse già segretamente

concertata la maniera di uscir di impegno con gli Spagnuoli, stante

la necessità di sottrarsi a maggiori pericoli. Ma con sì fatta

opinione non s'accorda il saper noi ch'esso duca accettò in questi

tempi presidio spagnuolo nel borgo di San Giorgio di Mantova, e cercò

aiuti da ogni parte. Contuttociò, o sia che al Gonzaga non piacesse

di veder posto il teatro della guerra nelle viscere de' suoi Stati,

o che concorressero altri politici riflessi; certo è ch'egli si vide

finalmente ridotto ad accettare la neutralità, per cui si obbligò di

non offendere da lì innanzi gli Stati del duca di Modena, e di non

far guerra ai Franzesi; e vicendevolmente dagli altri fu promesso

a lui lo stesso: con che, se non divenne amico della Francia, almen

cessò di esserle nemico. Fortuna fu del Gonzaga d'incontrarsi in un

generoso principe, qual fu Francesco I di Este, perchè altrimenti

correa pericolo di perdere Mantova. E ciò perchè Angelo Tarachia primo

ministro suo, traditore, per quanto scrive più d'uno storico, esibì

al duca di Modena d'introdurre in Mantova i Franzesi; ma il magnanimo

Estense volle veder quel principe corretto, ma non rovinato. Intanto

la corte di Savoia, che non si credea tenuta a questo accordo, ben

informata che l'importante fortezza di Trino si trovava con poco

presidio spagnuolo e mal guardata, nella notte precedente al dì 20

di luglio segretamente spedì colà il giovane marchese Villa con tre

mila e cinquecento tra fanti e cavalli, che sorprese le principali

fortificazioni nella piazza, ed obbligò il comandante spagnuolo

a capitolarne la resa. Il duca di Mantova, che ne riteneva la

giurisdizione, fece perciò delle gravi doglianze che a nulla servirono;

ed ebbe appresso la mortificazion di ricevere una lettera dal collegio

elettorale nel dì 4 di giugno, vietante a lui l'intitolarsi generale

dell'imperadore e vicario dell'imperio.

In esecuzione del concordato premeva al duca di Modena di liberare

il Mantovano dal peso delle truppe franzesi; e però da che ebbe

rinforzato l'esercito con forze nuove, parte raccolte in Modena, e

parte venute di Francia, sul fine di giugno pel Cremonese, dando il

sacco fino alle porte di quella città, andò cercando la maniera di

passare il grosso fiume dell'Adda. Eran le rive opposte ben guernite

di combattenti, colà spediti dal conte di Fuensaldagna; e troppo

ardita impresa si scorgeva il tentarne il passaggio. Fortunatamente

riuscì ad alcuni pochi Franzesi di valicar quel fiume a Cassano, e di

fortificarsi nell'altra riva, di modo che trasse colà tutta l'armata,

e, gittato un ponte, passò. Da incredibil confusione e spavento per

questa impensata felicità dei nemici restò preso l'esercito spagnuolo,

e il Fuensaldagna, insospettito di qualche intelligenza in Milano,

colà con tutte le sue forze frettolosamente si ritirò. Allora il

duca di Modena animosamente diede la marcia all'esercito suo, e per

mezzo del Milanese, e fin passando presso le porte di Milano, andò al

Ticino, e dopo averlo valicato, senza perdere tempo, cinse d'assedio la

fortezza di Mortara: azioni tutte che fecero salir alto il suo nome,

e il concetto del suo valore e senno. Resistè quella piazza sino al

dì 25 d'agosto, in cui fu obbligata a rendersi: con che la fertile

pianura della Lomellina restò esposta ai comandi de' Franzesi. Ma che?

nell'auge di tanta gloria eccoti cadere infermo _Francesco I d'Este_

duca di Modena, oppresso dai patimenti e dalle fatiche passate, o pure

avvelenato dalla cattiva aria di Mortara. Fu portato a Sant'Ià, dove fu

a visitarlo _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, e nel dì 14 d'ottobre

di questo anno fra le braccia _del principe Almerigo_ suo figlio, e

dei suoi cortigiani che si disfacevano in lagrime, con quel medesimo

coraggio che egli avea sempre mostrato nelle azioni guerriere, rendè

l'anima al suo creatore in età di quarantotto anni, un mese e nove

giorni. Comune opinione fu, che s'egli non fosse stato rapito da morte

cotanto immatura, l'Italia avrebbe avuto in lui un generale d'armate

da paragonarsi coi primi. Nè io mi fermerò a descrivere il corteggio

delle tante virtù che si adunavano in questo principe, la principal

delle quali fu la pietà, perchè ne ho detto quanto occorre nelle

Antichità Estensi, e può leggersi il giusto suo elogio nelle Storie del

conte Gualdo Priorato, di Francesco Vigliotto, nell'Idea del principe

del padre Gamberti della compagnia di Gesù, e presso altri scrittori.

Solamente dirò, aver egli comperata ben caro la gloria umana, perchè di

tanto suo servigio prestato alla corte di Francia, nè egli nè la sua

casa riportarono veruna ricompensa, o almen non tale che pareggiasse

la gran copia di spese e debiti fatti in occasione di queste guerre, a

saldare i quali fu poi necessaria l'alienazion di assaissimi allodiali.

Lasciò il duca Francesco dopo di sè tre figli: _Alfonso, Almerigo_ e

_Rinaldo_, e nel dominio degli Stati a lui succedette il primogenito,

che si nominò _Alfonso IV_.

Altra azione meritevole di memoria non passò dopo la presa di Mortara;

se non che i Franzesi entrarono in Vigevano, e ne distrussero le

fortificazioni; il conte di Fuensaldagna mandò improvvisamente un

corpo di gente a dar la scalata a Valenza, ma con trovar vigilanti i

Franzesi, e tornarsene indietro senza voglia di ridere. Nel novembre

di quest'anno l'essere venuto a Lione il _re Luigi XIV_ col _cardinal

Mazzarino_ diede un buon pascolo alla curiosità dei politici per

indovinarne il motivo. Si portò colà la maestà sua a visitare

_Cristina duchessa_ di Savoia, madre del duca Carlo Emmanuele II,

zia d'esso re, e principessa di mirabil senno e vivacità di spirito,

menando seco le due sue figlie, cioè la _principessa Luigia_ vedova

del _principe Maurizio_ di Savoia, e la _principessa Margherita_

nubile. Mentre madama reale era in trattato di accasar quest'ultima

figlia con _Ranuccio II Farnese duca_ di Parma, non lasciava ella di

trattar colla corte di Francia, per farla regina: e tale era la beltà

di questa principessa che potea fare un dolce incanto agli occhi

del re. Si trovavano veramente le mire di questo giovine monarca

rivolte all'infante di Spagna _Maria Teresa_: pure perchè tuttavia

s'interponevano gravi ostacoli a quel maritaggio e alla pace col

re Cattolico, seguì accordo con madama Reale, che se per tutto il

mese di maggio prossimo venturo il re non chiudeva il suo maritaggio

coll'infanta suddetta, egli sposerebbe la principessa Margherita di

Savoia. Si servì l'accorto Mazzarino di queste apparenze per tirar

gli Spagnuoli nel suo disegno. In fatti si ultimò poi la pace colla

Spagna, e le speranze della principessa di Savoia andarono a terminare

nell'accasamento col duca di Parma. Non sarà discaro ai lettori di

apprendere una particolarità spettante al cardinale suddetto, la quale

truovo io nella sua vita manoscritta, stesa in sestine da Giuseppe

Sellori Romano, stato suo familiare di gran confidenza. Cioè nel suo

appartamento del Louvre fece egli in quest'anno per tre mesi fare

un maraviglioso apparato di tappezzerie, vasi d'oro e d'argento,

lampane, pitture, ed altri mobili di rara ricchezza, con ingegnoso

compartimento, fatto dal signor di Colbert. V'era una gran credenza,

sulla quale stavano i premii per un lotto, cioè vasi d'oro e d'argento

d'ogni sorta, orologi, guantiere gioiellate, scrigni, corone, anelli,

croci, scatole e simili preziosi lavori ad ornamento spezialmente del

sesso femminile. A più di cento mila scudi romani ascendeva il valore

di questi premi. Alla funzione, nel dì 4 di aprile, intervenne il re,

la regina madre, con tutti i principi, principesse e gran signori e

dame di corte. Furono da madamigella Ortensia Mancini tirati a sorte i

bollettini del lotto, due pel re ed altrettanti per la regina, ed uno

per gli altri; e così fu distribuito tutto quel valsente, con ammirar

tutti la rara munificenza di questo porporato italiano.

Diede fine ai suoi giorni nel presente anno il doge di Venezia

_Bertuccio Valiero_, e fu alzato a quel trono _Giovanni Pesaro_.

Offeriva il gran signore la pace alla Veneta repubblica, purchè gli

fosse ceduta l'isola di Candia: condizion troppo dura, ma che nondimeno

fu proposta nel senato, il quale si sentiva stanco ed esausto per sì

lunga e dispendiosa guerra. Pure prevalse il parere de' più coraggiosi

di non cedere all'imperioso tiranno. Da sì generosa risoluzione

commosso il pontefice e i più ricchi de' cardinali, e spezialmente

_Francesco Barberino_ e _Flavio Chigi_, ed alcuni baroni romani, fecero

a gara per prestare soccorso ai Veneti. Perciò, oltre alle dodici galee

del papa, di Malta e di Toscana, furono spediti ad unirsi alla loro

armata altri dieci vascelli provveduti da essi porporati e baroni alle

spese loro. Il _cardinal Mazzarino_ ancor egli mandò un regalo di cento

mila scudi alla repubblica, coprendo probabilmente col suo nome ciò

che veniva dal re. Ma azione alcuna di rilievo non accadde in quelle

parti, avendo patito naufragio la flotta de' Veneziani colla perdita

di alcune galee; videsi anche riuscir vano il disegno di sorprendere

la Canea, e l'armata turchesca colla fuga deludere i cristiani, che si

erano preparati per venire alle mani. Quel solo che animava le speranze

de' Veneziani era il trovarsi disposta la corte di Francia, siccome

disgustata del Turco, a spedire un gran rinforzo di gente in Candia,

purchè seguisse la pace colla Spagna. Di ciò parleremo andando innanzi.

Anno di CRISTO MDCLIX. Indizione XII.

ALESSANDRO VII papa 5.

LEOPOLDO imperadore 2.

Gran pruova diede in questi tempi della sua saviezza il _cardinal

Mazzarino_. Non avea pari la beltà e vivacità di spirito di madamigella

_Maria Mancini_ nipote sua, e se n'era tanto invaghito il giovinetto

_re Luigi XIV_, che molti pensarono (non so se con vero o falso

fondamento) ch'egli sarebbe giunto a sposarla, se il cardinale, non

dirò vi avesse tenuta mano, ma solamente l'avesse permesso. Ruppe egli

il corso di queste fiamme e pensieri, con allontanare improvvisamente

dalla corte la nipote, che poi dopo la morte di lui divenne

contestabilessa Colonna; e per la sua bizzarria, per le dissensioni

col marito e coi suoi viaggi, diede tanto da dire agli spettatori

e dilettanti delle varie scene del mondo. Poteva inoltre collocare

un'altra sua nipote Mancini con _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia, se

fosse condisceso alla restituzion di Pinerolo, e a privar della regal

protezione la città di Ginevra. Ma egli sempre antepose il servigio

del re a' suoi privati interessi. Per opera sua, immediatamente dopo

la morte di _Francesco I duca_ di Modena, fu conferito il grado di

generalissimo dell'armi di Francia in Italia ad _Alfonso IV duca_

suo figlio e successore, il quale tosto fece i dovuti preparamenti

per uscire in campagna nell'anno presente. Si servì il Mazzarino

d'esso duca per far proporre alla repubblica Veneta una lega fra il

re Cristianissimo, essi Veneziani e i duchi di Savoia e di Modena,

con disegno di conquistar lo Stato di Milano, e di partire la preda

fra loro, esibendosi la corte di Francia d'indurre il gran signor de'

Turchi alla pace, e promettendo forze grandi per la sognata impresa.

I Veneziani, che si trovavano in sì grave impegno per la guerra di

Candia, e che saggiamente sanno in ogni tempo scandagliar le cose,

si sbrigarono in poche parole da questa tentazione, con rispondere

di non voler punto impacciarsi nella roba altrui. E perciocchè già

cominciava ad apparire buon incamminamento alla pace fra la Francia

e la Spagna, il Mazzarino segretamente consigliò il nuovo duca di

Modena a prestar orecchio ad un accomodamento, già proposto dal

governo di Milano al duca Francesco suo padre, perchè in tal guisa

migliori condizioni avrebbe ottenuto, che aspettando la pace generale,

in cui i principali contraenti pensano molto ai proprii vantaggi,

poco a quei dei minori confederati. Interpostosi dunque il duca di

Guastalla in questo maneggio, nel dì 11 di marzo dell'anno presente

seguì accordo fra esso duca Alfonso IV e il _conte di Fuensaldagna_,

per cui l'Estense rinunziò alla lega colla Francia, mettendosi in

buona e libera neutralità. Fu promessa l'investitura cesarea del

principato di Correggio al duca, e che ne sarebbe levato il presidio

spagnuolo; siccome ancora che gli sarebbe dato nel regno di Napoli uno

Stato di rendita annua di trentaduemila ducati di quella moneta, in

soddisfazione dei crediti della casa di Este assicurati in quel regno.

Con tali vantaggi, senza il braccio della Francia, si rimise il duca di

Modena in grazia del re Cattolico, e fu assicurato della protezion di

quella corona.

Passato dipoi a Madrid il suddetto Fuensaldagna, cavaliere di massime

onorate, tanto cooperò, che finalmente, dopo una tregua, nel dì 7

di novembre fu conchiusa la famosa pace de' Pirenei fra le corone

di Francia e di Spagna, e sigillata dalle nozze del _re Luigi XIV_

coll'infanta di Spagna _Maria Teresa_, per giugnere alle quali il

cardinal Mazzarino tanto avea vessata la Spagna, quasi prevedendo

che un tal maritaggio avrebbe anche un dì portati in Ispagna i gigli

d'oro. Altro non dirò io di questo avvenimento, che, dando fine

alle arrabbiate guerre durate per tanti anni fra quelle due potenze,

riempiè d'allegrezza tutte le provincie cattoliche, se non che fu ivi

confermato l'accordo seguito fra il duca di Modena e il governator

di Milano, ed assicurati sulla dogana di Foggia in regno di Napoli i

crediti della casa d'Este colla corona di Spagna, crediti nondimeno

poco fortunati, perchè mai non s'è trovata la via di soddisfarli.

S'impegnarono ancora le due corone d'interporre i loro uffizii per

ottenere soddisfazione dalla camera apostolica alle giuste pretensioni

della casa d'Este, e a quelle del duca di Parma pel ducato di

Castro. Valenza e Mortara furono restituite agli Spagnuoli; Vercelli

col Cenghio nelle Langhe al duca di Savoia: il che seguì dopo la

pubblicazion solenne della pace suddetta, differita sino al seguente

anno. Le controversie pendenti fra i duchi di Savoia e di Mantova per

le doti della fu _principessa Margherita_ di Savoia furono rimesse

in arbitri; e curiosa cosa riuscì dipoi l'essersi cotanto ostinato

esso duca di Mantova in certe sue pretensioni, che andò per terra

ogni accordo, e la corte di Savoia, col nulla pagare allora, mai

più non pagò. Ebbe a dolersi _papa Alessandro VII_ di questa pace,

perchè in essa non s'era voluto che alcuno dei suoi ministri mettesse

mano, e non si fece onore alcuno alla santità sua, ed in oltre vi si

parlò delle pretensioni dei duchi di Modena e di Parma. Altri dipoi

se n'ebbero anche più a dolere, perchè volesse Dio che le paci e i

giuramenti dei potenti non fossero talvolta trappole per ricavare

un presente guadagno, e rompere poi tutto, quando viene il tempo di

guadagnare anche più. Sul fine di questo anno passò a miglior vita

_Giovanni Pesaro_ doge di Venezia, ed ebbe per successore _Domenico

Contarino_. Si ridussero a poco le ostilità nella guerra di Levante,

dove indarno furono aspettate le galee del papa e di Malta, perchè il

priore Bichi general delle prime, arrivato a Napoli, per aver mirato

da lungi alcune navi barbaresche, da uomo saggio non volle continuar

il viaggio, e, voltate le prore, si restituì poscia a Civitavecchia;

e i Maltesi, dopo averlo lungamente aspettato a Messina, anch'essi se

ne ritornarono al loro porto. Sorprese il capitan generale _Francesco

Morosino_ la fortezza di Tamon nel golfo di Cassandra, che restò

saccheggiata e demolita, con asportarne trenta pezzi di cannone e

quattro petriere. Altrettanto avvenne a quella di Chisme nella Natolia

dirimpetto a Scio, dove si fece buon bottino, ed acquistossi buon

treno d'artiglierie. Ai poveri Greci abitanti nella venerata isola

di Patmos fu dato barbaramente il sacco dai Veneti. Da Castel Ruzo,

fortezza considerabile, presa e demolita, furono condotti via trentasei

pezzi d'artiglieria, e cento quarantasei prigioni. Così terminò quella

campagna. Nel dì 6 di novembre un fiero tremuoto conquassò in Calabria

Catanzaro, Soriano, Mileto, Squillaci ed altri luoghi, con gran rovina

di case e morte d'uomini.

Anno di CRISTO MDCLX. Indizione XIII.

ALESSANDRO VII papa 6.

LEOPOLDO imperadore 3.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 99 / 102 题