Pubblicatasi finalmente nell'anno presente la pace stabilita fra le

corone di Francia e Spagna, si vide rifiorir la quiete per tutti i

regni cattolici. Incredibili feste e magnificenze spezialmente si

fecero in Francia per l'abboccamento del re Cattolico _Filippo IV_

e del Cristianissimo _re Luigi XIV_ suo nipote ai confini de' regni

nell'isola de' Fagiani, dove il primo colla regina consorte condusse la

infanta Maria Teresa sua figlia, destinata moglie d'esso re di Francia,

ma con patto ch'ella per sè e per li discendenti rinunziasse ad ogni

pretensione e diritto sopra i regni di Spagna: del che poi si risero

i Franzesi. Nel dì 6 di giugno colà comparve anche la _regina madre_

del re Luigi, sorella di esso re Cattolico, col _cardinal Mazzarino_,

principal autore della pace e di quell'illustre maritaggio. Non s'era

forse mai veduta suntuosità simile come fu quella del congresso e

delle nozze di que' potenti monarchi; e certamente Parigi, dove nel

dì 26 d'agosto fecero la entrata i regii sposi, non avea giammai

mirata pompa eguale, coronata dal concorso d'innumerabil nobiltà

straniera. Siccome racconta nelle sue Storie il Gazotti, fu chiamato

apposta da Modena a Parigi Gasparo Vigarani, maraviglioso inventor di

macchine e di teatri, di cui il duca di Modena _Francesco I_ s'era

sempre servito per gli suntuosi divertimenti dati alla sua città.

Egli fu che in Parigi sfogò l'ingegno suo nelle varie decorazioni

di quelle splendidissime feste. Procurò in questi tempi il cardinal

Mazzarino di unire con nuovi nodi alla real casa di Francia quella di

Toscana, con aver destramente procurato che il _gran duca Ferdinando

II_ accudisse al matrimonio della principessa _Margherita Luigia di

Borbon_, figlia del _duca d'Orleans_ zio del regnante re Luigi, col

_principe Cosimo_ suo primogenito. Nell'ottobre il _Gondi vescovo_

di Besiers fece solennemente la dimanda di questa principessa al

re, e fu riserbata all'anno seguente l'esecuzione di così nobil

maritaggio. Colle nozze del re erano già spirate affatto le speranze

della principessa _Margherita di Savoia_ pel trono di Francia; e però

si effettuarono le promesse fatte dalla corte di Torino a _Ranuccio

Farnese II duca_ di Parma e Piacenza. Portossi questo principe a Torino

con accompagnamento magnifico di nobiltà, e nel dì 29 d'aprile seguì

il di lui sposalizio, che fu poi condecorato da nobilissimi spettacoli

e divertimenti di quella corte, anche per altri motivi tutta in gioia,

per avere ricuperata dalle mani degli Spagnuoli la città di Vercelli.

Si videro in quest'anno comparire a Livorno (cosa non mai più veduta)

gli ambasciatori del gran duca, ossia czar di Moscovia _Alessio

Michelovich_, principe di smisurata ambizione e di ugual crudeltà.

Furono ben accolti dal gran duca di Toscana _Ferdinando II_.

Succedette in questi tempi un fatto, nell'alma città di Roma, che gran

commozione produsse in quella metropoli. Per dissapori precedenti,

e per la recente pace de' Pirenei, si trovava alterato forte l'animo

di _papa Alessandro VII_ e dei Chigi contro il _cardinal Mazzarino_ e

contro la Francia. Però, senza far conto delle pretensioni de' duchi

di Modena e Parma contro la camera apostolica, mosse dai ministri

de' due re, all'improvviso fece esso papa dichiarare il ducato di

Castro incamerato ed incorporato fra i beni della Chiesa romana, e per

conseguente sottoposto alle bolle vietanti l'alienazion degli Stati

d'essa Chiesa. Ora accadde, che volendo i birri, nel dì 20 di giugno,

prendere per debito di dieci scudi un velettaio, abitante nelle rimesse

delle carrozze di _Rinaldo cardinal d'Este_, protettore allora della

Francia, fu loro impedita la cattura da' servitori del cardinale. Con

maggior copia di sbirraglia tornò colà verso la sera il bargello, ma

gli convenne fuggire. Allora fu che don Mario Chigi fratello del papa,

ed arbitro della corte pontificia, ordinò ai Corsi e ad altre milizie

di Roma di spalleggiare il bargello, affinchè venissero carcerati gli

autori di quella violenza; giacchè non sapeano più i pontefici digerire

gli abusi delle franchigie, come perturbatrici della giustizia e della

quiete pubblica. Penetratosi questo disegno, si mise in armi tutta

la numerosa famiglia del porporato estense; gli ambasciatori tutti

de' principi, e fin quello di Spagna, e molti baroni romani, parziali

della Francia, in aiuto di lui spedirono e offerirono gente, e tutti

i Franzesi trassero al di lui palazzo. Non istimò bene don Mario

di far altro maggior tentativo; ma perchè si mirava un gran bollore

d'animi, si barricarono le strade, e si posero corpi di guardia nei

posti occorrenti. Interpostosi l'ambasciator di Venezia, trovò troppe

durezze ne' dominanti Chigi, e intanto da Napoli, dalla Toscana e da

Modena andarono sopravvenendo uffiziali e soldati per assistere al

cardinal d'Este; laonde si stava con batticuore in Roma per sospetto

che scoppiasse qualche gran baruffa, a cui tenesse dietro il saccheggio

della città. Non era il buon pontefice informato se non di quello che

il fratello e i nipoti gli voleano far sapere. Ma illuminato in fine

dal _cardinale Pio_ del vero sistema di questo imbroglio, ordinò al

manieroso cardinale _Francesco Barberino_ che vi rimediasse. Onorevole

accordo fu fatto, e tornò poi tutta Roma alla quiete primiera, se

non che restarono certe amarezze e fermenti fra le corti di Roma e di

Francia, che col tempo proruppero in maggiori sconcerti.

Si speravano in quest'anno progressi e felicità dell'armi cristiane

in Levante, giacchè il _cardinale Mazzarino_ aveva indotto il re

Cristianissimo a spedire in aiuto de' Veneziani un corpo di quattro

mila fanti. Pensava questo porporato di piantar in Francia un ramo

della nobilissima casa d'Este, con dare in moglie al _principe

Almerigo Estense_, fratello del _duca Alfonso IV_, Ortensia Mancini

sua nipote, e crearlo erede de' suoi beni e del suo cognome: fortuna

che poi toccò a _Carlo Armando duca_ della Migliarè. Ma affinchè

questo giovine principe, che già avea sotto il _duca Francesco I_ suo

padre fatto il noviziato della guerra, maggiormente si perfezionasse

in quest'arte, il destinò per generale delle milizie franzesi inviate

in soccorso di Candia, dandogli per luogotenente il signore di Bas.

Andò il principe Almerigo, sbarcò le sue genti alla Suda, con prendere

alcuni fortini, ed, unito co' Veneziani, s'accostò alla Canea per

farne l'assedio. Nacquero tosto dissensioni fra il suddetto Bas e

il Gremonville sergente generale franzese de' Veneziani. Da Candia

Nuova accorsero alla difesa della Canea i Turchi: il che fece cangiar

sentimento all'esercito di lasciar quella città e di portarsi sotto

Candia Nuova rimasta sguernita. Erano giunti colà, ed aveano già preso

un borgo con alcuni pezzi d'artiglieria, quando i soldati si diedero

disordinatamente a rubare. Ma ecco sortire da Candia Nuova una trentina

di cavalli turchi con urli, che misero un panico timore nell'armata

gallo-veneta, che niuno pensò più se non a menare le gambe. Uscito

allora tutto il presidio turchesco, gl'incalzò, e non finì la faccenda

che tra morti e feriti restarono sul campo da mille e cinquecento

persone, e il resto con gran fatica si ritirò alla città di Candia.

Con questo infelice fine terminò la campagna dell'anno presente, ma non

terminarono le disgrazie, perchè il principe_ Almerigo d'Este_ caduto

infermo a cagion dell'aria cattiva, senza poter intervenire al fatto di

Candia Nuova, per consiglio de' medici fu portato all'aria salutevole

dell'isola di Paros, dove nondimeno venne la morte a trovarlo nel dì

14 o 16 di novembre, perdendosi in lui un principe che dava una grande

espettazione di valore e di senno. Gli fece di poi il senato veneto

ergere un monumento di marmo colla sua statua al naturale entro la

chiesa de' padri francescani, appellati i Frari, in Venezia. Ma se

piansero i cristiani, neppure risero i Turchi, perchè nel dì 24 di

luglio un incendio sì spaventoso consumò la città di Costantinopoli,

che uno storico, aprendo ben la bocca, arrivò a scrivere, che vi

perirono settanta mila case, e venti o trenta mila persone. Certo è

che straordinario e indicibile fu il danno, essendo rimaste involte

in quella rovina anche le più superbe moschee. Ma osservossi dipoi

come la tirannide sappia convertire in utile proprio la calamità de'

popoli, perchè uscì tosto editto che chi non potesse riparar lo stabile

incendiato, ne restasse privo, e quello decadesse nelle mani del gran

signore. Nel giugno di quest'anno desiderosa la vedova _imperadrice

Leonora_ di veder _Maria duchessa_ di Mantova sua madre, venne a

Judemburg città della Stiria. Colà si portò anche la duchessa con

_Carlo duca_ di Mantova suo figlio, il quale passò poi ad inchinare

l'_Augusto Leopoldo_, mentre egli, mosso da Vienna, viaggiava per

la Stiria e Carintia, con arrivar fino a Trieste. Ma, ritornata essa

duchessa Maria a Mantova, finì quivi dopo poco tempo i suoi giorni:

principessa dotata di gran prudenza e pietà, e di tante altre belle

prerogative, che meritò luogo fra le più illustri principesse d'Italia.

Anno di CRISTO MDCLXI. Indizione XIV.

ALESSANDRO VII papa 7.

LEOPOLDO imperadore 4.

Fu questo l'ultimo anno della vita del _cardinal Giulio Mazzarino_.

Perchè in questo personaggio si ammirò un prodigio della fortuna e

dell'ingegno, con gloria dell'Italia, e spezialmente di Roma, che

produsse e diede alla Francia una testa di tanto vigore; non si

può di meno di non toccar qui la sua morte, ben corrispondente alla

gloriosa sua vita. Oppresso egli dalle fatiche dei viaggi e dai tanti

raggiri della sua mente, cominciò a sentire che veniva meno il corpo

per malattia, a cui i medici, dopo averla forse accresciuta coi tanti

rimedii, altro ripiego non seppero più proporre, se non il miserabile

di fargli mutar aria. Portato al castello di Vincennes, peggiorò;

laonde animosamente si preparò a ricevere la sempre disgustosa visita

della morte. Testamento da re fu il suo per li magnifici legati

fatti, prima al re Cristianissimo e alla regina, poscia ai monarchi

cattolici, al papa, ai principi del sangue, e ad altri gran signori

e a tutti i suoi parenti, e per la fondazione di alcuni luoghi pii.

Conto si fece che l'eredità sua ascendesse a quaranta milioni di

franchi (altri è giunto a dire di scudi) distribuita con ammirabil

generosità e giudizio. Cadde la morte sua nel dì 9 di marzo in età di

cinquantanove anni. Niun più di lui fu in odio alla nazion franzese,

e niun più di lui la beneficò, lasciando il regno in pace, depressa la

razza degli ugonotti, purgati i mali umori dei grandi, e accresciuti i

confini della monarchia. Camminò sempre colle massime del _cardinale

di Richelieu_, se non sante e giuste, certamente utili al regno;

ma con genio affatto diverso, perchè il Richelieu, uomo collerico,

violento ed implacabile, non meditava che vendette e guai a chi cadeva

dalla sua grazia; laddove il Mazzarino con somma placidezza trattava

i grandi affari, dolce con tutti, e fin verso i nemici, ch'egli si

studiava di guadagnare col perdono e colla liberalità, fondato in

quella massima: _Che il mondo bisogna comperarlo_. Per cagione di

questa sua mansuetudine e generosità, arrivò a morire in grazia del

re, e compianto anche da lui: locchè non era avvenuto al Richelieu.

Lasciò di bei ricordi al re Cristianissimo pel buon governo, e quello

spezialmente di non tenere in avvenire favoriti, ma di partir gli

uffizii in politico, militare ed economico: regolamento che il _re

Lodovico XIV_ molto bene eseguì, con prender egli in mano le redini

del regno; e n'era ben capace per l'elevatezza della sua mente. Nel

dì 19 d'aprile seguì con gran solennità nel palazzo reale di Parigi

lo sposalizio di madamigella _Margherita Luigia_, figlia del defunto

_duca d'Orleans_, col principe di Toscana _Cosimo de Medici_. Il duca

di Guisa procuratore del principe la sposò. Condotta questa principessa

in Toscana, si trovò onorata da magnifiche feste ed allegrezze di tutti

que' popoli. A godere di questi spettacoli fu anche invitato _Alfonso

IV_ duca di Modena, e vi andò con ricco corteggio. Nel giorno primo di

novembre per la nascita di un Delfino tutto il regno di Francia diede

in trasporti di giubilo; nè minor fu la consolazione degli Spagnuoli,

per aver la loro regina dato alla luce, nel dì 6 d'esso mese, un

principe, che fu poi _Carlo II_ re di Spagna.

Ora prosperosi ed ora infelici riuscirono in quest'anno i successi

dell'armi venete nella guerra col Turco. Non si sa il perchè _papa

Alessandro VII_, a cui pure stava molto a cuore il pubblico bene

della cristianità, non somministrasse in questi tempi all'aiuto loro

le sue galee. Gli avea lasciato il _cardinal Mazzarino_ ducento mila

scudi da impiegare nella guerra contro il nemico comune. Non meno

l'_imperadore Leopoldo_ che i _Veneziani_ aspiravano a questo boccone;

ma, per attestato dello storico Valiero, passato questo danaro a

Roma, svanì facilmente anche con poco vantaggio di Cesare. Accorsero

bensì ad unirsi coi Veneti sette galee degli zelanti Maltesi. Se

ne tornò intanto a Venezia il valoroso capitan generale _Francesco

Morosino_, con cedere il comando a _Giorgio Morosino_, il quale,

desideroso di qualche fatto glorioso, andò in traccia dell'armata

turchesca uscita dei Dardanelli. Trovata parte d'essa nelle vicinanze

dell'isola di Milo, diede nel dì 25 d'agosto la caccia a que' legni.

Sette galee turchesche, prese dallo spavento, andarono ad urtare in

terra, lasciandole infrante con salvarsi la gente. Due altre galee

vennero in potere de' Veneti, ed altrettante de' Maltesi. Il resto di

que' legni andò disperso, ed alcuni si ruppero ai lidi. Circa mille

Turchi dei rifugiati in terra dai Veneti furono condotti schiavi. Con

egual felicità anche Antonio Priuli espugnò alquante navi turchesche

da carico, con impadronirsi d'alcune e bruciarne delle altre. Questi

felici avvenimenti furono contrappesati da alquante perdite di navi

venete, che rimasero in altri luoghi preda dei corsari barbareschi:

dopo di che tutti si ridussero ai quartieri d'inverno. Trattavasi

intanto dal pontefice una lega fra i principi cristiani contra

del Turco; ma con ritrovare il re Cattolico impegnato contra dei

Portoghesi; il re Cristianissimo inceppato dall'antica amicizia coi

Turchi, e l'imperadore più disposto a conservare con qualche danno la

tregua colla Porta, che ad entrare nel periglioso giuoco della guerra.

Lo stesso papa, benchè bramasse la gloria di stabilir essa lega almeno

con Cesare e con i Veneziani, pure si raccapricciava, allorchè udiva il

suono delle spese occorrenti. La conclusione fu che i Veneti restarono

soli in ballo con loro incredibile dispendio, stante il dover essi

sostenere una sì lunga guerra contro una sì smisurata potenza, e in

paese lontano mille e ducento miglia, e coll'abborrimento ancora della

gente a passar il mare, perchè piena di apprensione di non tornarsene

poi mai più indietro.

Anno di CRISTO MDCLXII. Indizione XV.

ALESSANDRO VII papa 8.

LEOPOLDO imperadore 5.

Trovavasi in questi tempi il re di Francia _Lodovico XIV_ nel bollore

della sua gioventù, senza impegno di guerra, ma con gran desiderio di

farla, siccome avido di gloria, e più di dilatare i confini del suo

regno: sete inestinguibile di quasi tutti i principi della terra. Sopra

ogni cosa gli stava a cuore il conciliar dappertutto un gran rispetto

alla sua corona e potenza; e con tutto che incominciasse nel presente

anno a dar congedo alla continenza, conservata non ostante la sua

avvenenza e robustezza con ammirazion d'ognuno, per quanto fu creduto,

fin qui, coll'invischiarsi negli amori della Valiera: pur questi nulla

scemavano la sua applicazione al governo, a mettere in buono stato le

finanze, e a preparar forze per rendersi formidabile ad ognuno. Perchè

il barone di Batteville, ambasciatore di Spagna in Londra, volle in

un accompagnamento precedere colla sua carrozza a quella del conte

d'Estrades ambasciador di Francia, ne nacque perciò gran baruffa, con

riportarne i Franzesi bastonate e ferite; prese tal fuoco il re Luigi

a questo avviso, portatogli nel dì 16 di ottobre dell'anno precedente,

che cacciò tosto da Parigi e dal regno il conte di Fuensaldagna

ambasciatore di Spagna, il quale da lì a poco terminò i suoi giorni.

Se il re Cattolico non calmava quello sdegno con dar delle pretese

soddisfazioni, già tutto si disponeva per una nuova guerra. Nell'anno

presente un'altra novità occorse. Si doveva essere messo in testa

quel monarca di rendersi formidabile anche alla corte di Roma, giacchè

per motivi precedenti si dichiarava mal soddisfatto della altura de'

Chigi, e gli parea di trovar sempre delle durezze in qualunque cosa

ch'egli chiedesse al sommo pontefice. Mandò pertanto a Roma con titolo

di ambasciatore di ubbidienza il _duca di Crequì_ suo primo gentiluomo

di camera, personaggio d'umor fiero ed alto, poco amico dei preti,

avvezzo alle bruscherie della guerra, e non già alle manierose qualità

che richiede un'ambasceria. Seco erano molti uffiziali riformati e

genti di armi. Gli accorti Romani s'immaginarono tosto che spedizion

sì fatta tendesse a suscitar de' garbugli in Roma. Giudicò bene _don

Mario Chigi_ fratello del papa di accrescere cento cinquanta Corsi ai

soliti della guardia per maggior sicurezza della pubblica quiete. Chi è

vago di liti, dura poca fatica a trovarne. Varie insolenze e violenze

andarono facendo quei della famiglia dell'ambasciadore: e tutto si

tollerò. Ma un giorno tre soldati della pattuglia che allora si facea

per Roma, entrati per bere in una taverna, vi trovarono un mastro di

scherma franzese ed altri suoi compagni. Con varie villanie furono i

Corsi disarmati e cacciati. Dal _cardinale Imperiali_ governatore di

Roma questo schermitore processato, ebbe il bando della vita. Venne il

dì 20 di agosto, in cui due Franzesi, avvenutisi in tre soldati corsi,

attaccarono rissa; essendo incalzati, vennero in favor de' Franzesi i

famigli di stalla del duca di Crequì, che diedero una mortal ferita ad

un altro Corso che non era della rissa. Per questo accidente infuriati

i Corsi ch'erano di guardia alla Trinità, senza che gli uffiziali

potessero ritenerli, toccarono il tamburo, e coll'armi andarono al

palazzo Farnese, abitato allora dall'ambasciator di Francia, sparando

archibugiate contro chiunque era creduto franzese. Vi restò morto un

lacchè di un gentiluomo franzese e il garzone di un libraio. Per questo

rumore affacciatosi il duca di Crequì ad un balcone, volendo sgridare i

Corsi, n'ebbe per risposta qualche archibugiata, che il fece ritirare

ben tosto: il che nondimeno vien riputato falso nelle relazioni di

Roma. Lo stesso avvenne ad alcuni suoi gentiluomini, usciti per frenare

quell'empito, essendo rimasto ferito anche il capitan delle guardie

dell'ambasciatore. Dacchè videro i Corsi chiuse le porte del palazzo,

si ritirarono; ma passò questo inconveniente a maggiori eccessi;

perciocchè, incontratisi essi Corsi nella carrozza dell'ambasciatrice

di Francia (era di notte), spararono ancora più archibugiate,

con uccidere un paggio, ed anche un povero facchino accorso a

raccomandargli, come potea, l'anima. Ferirono anche un gentiluomo

nella seconda carrozza. Fuggì l'ambasciatrice piena di spavento nel

palazzo del cardinal d'Este. Perchè niuna pronta giustizia fu fatta

dell'insolenza dei Corsi, anzi si lasciarono fuggire i delinquenti, e

don Mario fece entrare in Roma molte compagnie di persone armate, con

formare due corpi di guardia in qualche lontananza dal palazzo Farnese,

il duca di Crequì nel dì 31 d'agosto si ritirò da Roma in Toscana coi

cardinali dipendenti dalla Francia, e non cessò di accendere sempre più

il già acceso re Cristianissimo con relazioni alterate contro la corte

di Roma, siccome diremo all'anno seguente.

Terminò nel presente la carriera del suo vivere _Alfonso IV d'Este_

duca di Modena in età di soli ventotto anni, principe mansuetissimo

e giusto, e però amatissimo da' popoli suoi. La podagra fu quella

che il tolse dal mondo nel dì 16 di luglio. Restò di lui un solo

principe, cioè _Francesco II_ nato nel dì 6 di marzo l'anno 1660, e

una principessa, cioè Maria Beatrice, che fu poi regina d'Inghilterra,

amendue sotto la cura e tutela della _duchessa Laura_ lor madre, donna

virile, in cui grande era il senno, maggiore la pietà. Maraviglioso

poi fu il governo di questa principessa, e lungamente ne durò una dolce

memoria. Le imprese fatte in quest'anno dall'armi venete si ridussero

a varie prede fatte di legni turcheschi. Venne a sapere il loro capitan

generale che a Scio era pervenuta la carovana navale dei Turchi che da

Costantinopoli passava in Egitto, portando preziose merci e gran regali

destinati per la Mecca. Spiegò le vele a quella volta. Dieci di quelle

navi da carico a questa vista diedero a terra, ed, essendo fuggiti i

soldati e marinari, rimasero in poter de' Veneziani. Essendosi ritirati

i vascelli di quella carovana nel porto di Coo, correndo il dì 29 di

settembre, i Veneziani con isforzo di battaglia cotanto si adoperarono,

che riuscì loro di prenderne tre. L'avidità maggiore della milizia era

contra del più grosso di que' vascelli, sapendo che veniva in esso un

agà eunuco del serraglio con carico (secondo l'opinione di molti) di

mezzo milione d'oro. Ma questo miseramente restò incendiato, e l'agà,

nuotando per salvarsi, rimase prigione. Di ventotto saiche nemiche

dieciotto furono prese, e dieci consumate dal fuoco. Si diede fine nel

presente anno alle controversie insorte fra la repubblica veneta e la

corte di Savoia, per cagione del titolo di re di Cipro e per altre

simili differenze. Dall'anno 1630 in qua avevano i Veneziani tenuto

presidio in Mantova, per sicurezza di quella città contro i tentativi

dei Franzesi e Spagnuoli. Essendo già passato ogni pericolo, ed avendo

fatta istanza l'_imperador Leopoldo_, protettor della casa Gonzaga, che

si ritirasse quella gente, vi acconsentì senza difficoltà il senato

veneto. Perciò il _duca Carlo II_ spedì tosto a Venezia il marchese

Odoardo Valenti Gonzaga a render le dovute grazie alla repubblica

dell'assistenza fin qui prestata a' suoi Stati.

Anno di CRISTO MDCLXIII. Indizione I.

ALESSANDRO VII papa 9.

LEOPOLDO imperadore 6.

Troviamo descritta nelle Storie di Andrea Valiero senator veneto,

del conte Gualdo Priorato, del Gazzoti e di altri autori la rottura

della corte di Francia con quella di Roma per l'accidente dei Corsi.

Spezialmente è da vedere sopra ciò un libro intitolato: _Racconto

dell'accidente occorso in Roma_, ec., e stampato alla macchia in

Montechiaro. A misura delle parzialità, secondo il solito, diversamente

si vide dipinto quel fatto. Puossi nondimeno accertare che niuna

parte ebbero i Chigi in tale emergente, e molto meno il povero papa,

che solamente la mattina seguente ne fu informato. Un mero furioso

ammutinamento de' Corsi ingiuriati, e con ferite maltrattati dai

Franzesi, cagionò tutto il disordine. Ora aveva già nel precedente

anno il _re Luigi XIV_ fatto seguire al tuono delle sue minaccie il

fulmine, con inviare sotto guardia di cinquanta moschettieri il nunzio

pontifizio _Piccolomini_ fuori del regno, fattolo accompagnare sino

ai confini della Savoia, senza permettergli di parlare se non ai suoi

domestici. Si credette _papa Alessandro VII_ di dare una soddisfazione

ai Franzesi con levare al _cardinale Imperiali_ il grado di governator

di Roma, giacchè la corte di Francia imputava spezialmente a lui e

a _don Mario Chigi_ la passata violenza, quasichè fatta d'ordine o

consenso loro, quando manifesto era che dalla sola bestialità de'

Corsi era avvenuto tutto lo sconcerto. Ma perchè data fu ad esso

cardinale la legazione della Marca, più onorevole e fruttuosa del

precedente suo posto, il duca di Crequì prese questo per maggiore

affronto, pretendendo che, invece di essere gastigato il porporato

suddetto, fosse anzi premiato. Eransi interposti il _duca Ferdinando

II_, i _Veneziani_ ed altri principi, per trattare di aggiustamento,

quando si ingropparono nel negoziato le pretensioni del duca di Modena

per le valli di Comacchio, e del duca di Parma per Castro contro la

camera apostolica, sostenute dalla Francia, che rendevano sempre

più difficoltosa la concordia. Laonde non si volle più fermare in

Italia il duca di Crequì, e dalla Toscana passò a Tolone, lasciando

più che mai imbrogliate le carte. Intanto il re Cristianissimo, per

maggiormente battere la corte di Roma, fatta nascere sedizione nella

città d'Avignone, mandò per sì procurato pretesto le sue milizie ad

impossessarsene, siccome di tutto il contado Venosino, spettante

alla Chiesa romana, sfoderando appresso delle rancide o, per dir

meglio, delle aeree ragioni sopra quegli Stati. Fece anche decretare

sul fine di luglio dal senato di Aix, che si riunivano quegli Stati

alla Provenza, come illegittimamente alienati una volta, quando erano

trecento anni che la Chiesa romana li possedeva. Nè ciò bastandogli,

cominciò a far sfilare in Provenza alquanti reggimenti di fanteria e

cavalleria, e farli anche dopo non molto calare in Italia ad alloggiare

nei ducati di Modena e Parma, col pretesto di difesa d'essi principi,

ma con intenzione di atterrir la corte di Roma e di condurla ai suoi

voleri; giacchè non par credibile che un re, il quale, al pari dei suoi

gloriosi antenati, si gloriava di essere il figlio primogenito della

Chiesa, covasse disegno di muovere veramente guerra ad un pontefice,

in cui non cadeva reità per gli altrui falli, ed offeriva anche

convenevoli soddisfazioni, senza però credersi obbligato ad accordare

le esorbitanti pretensioni della corte di Francia.

Tuttavia le correnti diavolerie suscitarono degli altri mali umori

in Francia, che fecero poi maggiore strepito negli anni susseguenti.

Imperciocchè in questi tempi comparvero alla luce alcune tesi della

Sorbona, per le quali si pretendeva che il papa senza il concilio non

fosse infallibile nei decreti del dogma; ch'egli fosse sottoposto al

concilio universale, che non si stendesse punto la di lui autorità

sopra il temporale dei principi; nè potesse egli deporre i re, nè

assolvere i sudditi dal giuramento di fedeltà: il che fece temere che

si pensasse a qualche scandaloso scisma nella Chiesa di Dio. In sì

scabrose contingenze non mancarono (nè mancano mai) animosi consiglieri

che persuasero a _papa Alessandro VII_ di fare il bravo e di sostenere

il decoro e la libertà del suo principato coll'armi; e però determinò

egli di ammassar ventimila fanti e duemila cavalli, con ordinar leve

di soldati anche negli Svizzeri e in Germania: al qual fine approntò

la somma di un milione e mezzo, prendendone una parte a frutto,

che probabilmente sta tuttavia a carico della camera apostolica, ed

esigendo dal monachismo d'Italia, ma non dello Stato veneto, trecento

mila scudi, oltre a quei di altre somme, che per altre cagioni dianzi

erano state sopra i loro fondi imposte. Quindi si diede a muovere i

principi della cristianità in difesa della Chiesa contro le violenze

che usava, e più minacciava d'usare il re di Francia. Andarono Brevi,

parlarono i suoi ministri; ma dappertutto si trovarono orecchie sorde;

e fin lo stesso re di Spagna, preoccupato dalla Francia, non diede se

non amorevoli consigli di aggiustare il meglio che si poteva questo

imbroglio, non sofferendo gli affari suoi per la guerra del Portogallo,

di sposare le altrui querele. Nè lasciava infatti il pontefice di

battere di buon cuore le vie dell'accordo, avendo a questo fine inviato

in Francia monsignor _Cesare Rasponi_, uomo assai destro e saggio per

trattar di concordia. Non fu questi ammesso nel regno, e solamente

a Ponte Buonvicino sui confini della Savoia seguì l'abboccamento suo

col _duca di Crequì_, e quivi colla mediazione dei ministri di Spagna

e di Venezia si spianarono i principali punti dell'accomodamento.

Tutto nondimeno andò in fascio, perchè insistendo il plenipotenziario

franzese, che precedesse la disincamerazione di Castro, intorno a

che non aveva facoltà il Rasponi, nè potè ottenerla da Roma, convenne

sciogliere l'assemblea, e lasciasse gli affari inviluppati come prima.

L'aprile dell'anno presente restò funestato dalla morte di _Margherita

di Savoia_, la quale, non avendo mai potuto conseguir la corona di

Francia, nè pur potè lungamente godere del suo matrimonio con _Ranuccio

II duca_ di Parma. Morì essa di parto. Però non tardò questo principe

ad intavolare un altro accasamento con la principessa _Isabella di

Este_, figlia del fu _Francesco I duca_ di Modena, a cui, siccome

diremo, si diede compimento nell'anno seguente. Similmente nel dì 6

di maggio dell'anno presente _Carlo Emmanuele II duca_ di Savoia con

pompa insigne introdusse nella città di Torino la nuova sua consorte,

cioè _Francesca di Borbone_ di Valois, figlia del fu _duca d'Orleans

Gastone_, cioè di un fratello del _re Lodovico XIII_ e sorella della

gran duchessa di Toscana Margherita Luigia. Ma le tante allegrezze

fatte da quella corte per queste nozze non uguagliarono il dispiacere

che vi si provò per la morte di Cristina di Francia, sorella del

suddetto re Lodovico XIII, e madre del regnante duca di Savoia:

principessa che con incomparabil prudenza, costanza, pietà ed amor

della giustizia avea per tanti anni governati quegli Stati in mezzo

ad infinite burrasche che servirono a far maggiormente conoscere la

grandezza del suo animo ed il complesso delle molte sue virtù. Mancò

essa di vita nel dì 27 di dicembre, lasciando un'immortal memoria di

sè in quella corte e nelle storie. Niuno avvenimento somministra la

guerra di Candia all'anno presente, essendo rivolti gli occhi d'ognuno

all'altra guerra che in questi tempi mosse il sultano de' Turchi

all'_imperadore Leopoldo_. Se ne stava questo buon monarca mirando con

tutta pace la guerra da tanto tempo mossa e continuata da quel tiranno

alla repubblica veneta, e parea che nol toccassero punto i di lui

progressi nell'altra che facea contro la Transilvania, senza pensare

che l'ingrandimento maggiore della smisurata potenza turchesca, già

padrona di gran parte della Ungheria, dovea tenere in continuo timore

ed allarme i suoi Stati e quei della Germania. Però immerso Leopoldo

nello amor della pace, e troppo fidante delle belle parole della Porta

Ottomana, si trovava mal provveduto di forze; quando all'improvviso gli

mossero guerra i Turchi con tal terrore, che fin si paventò di vederli

sotto Vienna, città, la quale con varie fortificazioni e colla spianata

dei borghi si preparò alla difesa. Presero i Turchi la forte piazza di

Neuheusel, occuparono Nitria, s'impadronirono di Novegradi e Levenz,

siccome nella Transilvania conquistarono Claudepoli. Allora svegliato

l'imperadore, con lettere ricorse a tutti i principi della cristianità,

andò in persona alla dieta di Ratisbona per implorar soccorsi; e trattò

di tirare in lega il papa e i Veneziani. Ma gl'imbrogli della corte di

Roma colla Francia frastornarono ogni altro affare. Raunò Cesare quante

forze potè in quella improvvisata, e buone speranze di aiuti riportò

dai principi dell'imperio.

Anno di CRISTO MDCLXIV. Indizione II.

ALESSANDRO VII papa 10.

LEOPOLDO imperadore 7.

Credevano gli antichi Romani che il loro dio Termino non sapesse

mai rinculare, cioè che, fatto l'acquisto di qualche paese, questo

non potesse più uscir delle loro mani: immaginazione derisa da

sant'Agostino, che fa vedere più d'una volta obbligata Roma a

restituire il tolto. Io non so se ne' moderni Romani fosse passata

una somigliante fantasia: solamente so, che avendo il papa incamerato

Castro e Ronciglione, volle più tosto rompere ogni trattato

d'accomodamento colla Francia, che indursi a disincamerarli, con far

valere le bolle pontifizie che lo vietavano. Ma nelle umane cose la

necessità dura maestra si fa conoscere superiore alle leggi. Erano

già pervenuti nel Parmigiano e Modenese sei mila fanti e quasi due

mila cavalli spediti dal re Cristianissimo; cresceva il tuono delle

minaccie de' Franzesi contro gli Stati della Chiesa, nè si trovava

pur uno che alzasse un dito in difesa del pontefice. Conoscevasi

da' saggi in Roma che esso papa avea già consumato gran danaro in

mettere insieme otto mila fanti e due mila cavalli, e in procurar

leve d'altra gente fuori d'Italia, nè restava nerbo di cassa e di

milizie per sostenere e continuare il preso impegno contro di un re

potentissimo. Però in fine si trovò che quella autorità che avea un

papa di fare un decreto in materia di beni temporali, non mancava ai

suoi successori per annullarlo. Con tal fondamento, e per l'urgenza

premurosa di guarir la presente piaga, ancorchè la guarigione dovesse

costar del dolore, _papa Alessandro VII_ disincamerò Castro, ed aprì di

nuovo la strada a ripigliare il negoziato di concordia col re _Luigi

XIV_. Unironsi dunque in Pisa _monsignore Rasponi_, plenipotenziario

del pontefice, e _monsignor Luigi di Bourlemont_, auditore di Rota,

plenipotenziario del re Cristianissimo; e perciocchè esso re di Francia

avea chiaramente protestato, che se per tutto il dì 15 di febbraio

presente non fosse compiuto l'accordo, egli intendeva di restare in

piena libertà di cercar quelle soddisfazioni che fossero competenti

alla sua corona, nella guisa che gli fosse sembrata più valevole e

propria: perciò nel dì 12 del suddetto mese furono da que' ministri

sottoscritti i capitoli della concordia fra sua santità ed esso

monarca. Poco profittò la casa Farnese in tal congiuntura; perchè fu

ben rimessa a lei la facoltà di riacquistar Castro nel termine di otto

anni, ma con restar vivi i debiti suoi ascendenti a più d'un milione

e secento mila scudi; e con tutte le apparenze che il _duca Ranuccio

II_ mai non ricupererebbe quello Stato, siccome in fatti avvenne. Meno

ne profittò la casa d'Este, perchè con trecento quarantacinque mila

scudi si pretese di quetar le sue sì fondate pretensioni, ascendenti

a più milioni. La principal cura de' Franzesi fu di spremere dalla

corte di Roma tutte anche le più esorbitanti soddisfazioni in ristoro

dell'affronto che pretendeano fatto al decoro della corona. Vollero

dunque che il _cardinal Chigi_ andasse con titolo di legato a Parigi

a scusare l'occorso accidente. Che altrettanto facesse il cardinale

Imperiali, già cacciato da Genova per le istanze del re. Che _don

Mario Chigi _ uscisse di Roma con protesta di non aver avuta parte in

quell'attentato, nè vi potesse tornare se non dappoichè il cardinal

Chigi avesse portato le discolpe della sua casa alla corte di Francia.

Finalmente vollero che si dichiarasse la nazion corsa da lì innanzi

incapace di servire a' papi, e che si alzasse in Roma una piramide

con iscrizione contenente questo decreto contra de' Corsi. Con sì

fatta disgustosa concordia, contra di cui fece dipoi il papa una

segreta protesta, ebbero fine i garbugli suddetti. Richiamò il re

Cristianissimo in Francia le sue fanterie, e lasciò che la cavalleria

passasse dipoi al servigio dell'imperadore. Ma niun saggio vi fu che

non disapprovasse un sì rigoroso e prepotente procedere della Francia

contra del vicario di Cristo, e tanto più per accidente avvenuto senza

menoma colpa del medesimo papa e de' suoi parenti.

Venivano intanto da Vienna calde e frequenti istanze al pontefice per

soccorsi, stante la guerra suscitata dal gran signore in Ungheria.

Trovò il papa un pronto spediente di aiutar l'imperadore, e di sgravare

nel medesimo tempo sè stesso da un grave fardello. Cioè gli esibì gli

otto mila fanti e due mila cavalli già da lui assoldati. Ma perchè

voleva concedere i soli uomini senza spendere un soldo da lì innanzi,

la corte di Vienna non vi si sapeva accomodare, e massimamente essendo

quella gente collettizia ed inesperta nel mestiere dell'armi. Mentre

su questo si va disputando, il papa, che non potea più sopportar quel

peso, impazientatosi, licenziò, nel dì 3 d'aprile, quasi tutta quella

gente, e lasciò malcontenti i ministri di Cesare, che avrebbero almen

presa la cavalleria; e nè pure procurò almeno di somministrar quelle

milizie ai Veneziani. Diede impulso questa risoluzione a non poche

declamazioni in Roma stessa contra del pontefice, che si leggono

nelle storie d'allora, quasi che egli si mostrasse così ritenuto ne'

bisogni urgenti della cristianità, quando poi compariva sì prodigo

in arricchir la propria casa, e profondeva danari in fabbriche non

necessarie. Giunsero fino a dire, essersi egli prevaluto in suo

uso dei duecento mila scudi lasciati dal _cardinal Mazzarino_ da

impiegarsi contra del Turco, e di parte ancora delle decime imposte

agli ecclesiastici, e destinate alla guerra stessa: il che nondimeno

si sa da storie migliori essere stato una calunnia. Lagnavansi ancora

ch'egli non trovasse danaro per aiuto di Cesare, quando si erano ben

approntati ducento mila scudi, acciocchè con gran fasto e vanità il

nipote cardinale comparisse alla corte di Parigi. S'impadronirono

in quest'anno l'armi dell'imperadore della città di Cinque Chiese;

e il valoroso Nicolò conte di Zrin fece altre prodezze. Ma, impreso

l'assedio di Canissa, convenne poi abbandonarlo. Sei mila Franzesi

furono spediti dal re Cristianissimo in aiuto di Cesare, che sotto il

comando del signor di Colignì diedero anch'essi de' begli attestati del

loro valore. Parimente Nitria fu ricuperata e Levenz, sotto la quale

ultima il maresciallo di Souches diede una rotta ai Turchi. Ma famosa

sopra tutto riuscì e ragguardevole la vittoria riportata dal generale

supremo Montecuccoli Modenese nel dì 4 d'agosto al fiume Rab della

tanto superiore armata ottomana. Circa sedici mila Musulmani rimasero

estinti sul campo e nel fiume, se pur dicono il vero le relazioni

d'allora. Non cessava intanto Cesare di manipolar la pace co' Turchi,

e questa fu conchiusa nel dì 10 d'agosto, più tosto con biasimo che

lode sua, perchè fatta dopo i felici avvenimenti delle sue armi, e per

aver lasciata in mano de' nemici la considerabil fortezza di Neuheusel,

e deluse le speranze de' Veneti, che per quell'impegno di guerra si

figuravano omai facile il ricuperare in Candia i luoghi perduti. Non

erano per anche asciugate le lagrime nella corte di Torino per la

morte della impareggiabil _madama reale Cristina_, che nuovo motivo di

pianto sopravvenne per la morte ancora della duchessa _Francesca di

Borbon_, moglie del regnante _duca Carlo Emmanuele II_, principessa

di vita esemplarissima, rapita da questa vita dopo soli pochi mesi

del suo maritaggio. Ad amendue furono fatti insigni funerali. Passò

dipoi quel real sovrano alle seconde nozze colla principessa di Nemours

_Maria Giovanna Batista_ della casa di Savoia. Similmente nel febbraio,

festeggiato da grande splendidezza, si vide in Modena e poscia in

Parma il matrimonio della principessa _Isabella d'Este_, figlia del fu

_duca Francesco I_ con _Ranuccio II duca_ di Parma. Incamminatosi da

Roma il _cardinal Flavio Chigi_ nel dì 5 di maggio con suntuosissimo

corteggio verso la Francia, fece la sua solenne entrata in Parigi

nel dì 28 di luglio, e nel dì 9 di ottobre tornò a rendere conto al

papa suo zio, dimorante allora in Castel Gandolfo, della sua felice

legazione. Trasferitosi anche il _cardinal Lorenzo Imperiali_ alla

corte di Parigi, ne partì poi molto contento. Compiuti questi uffizii,

anche il _duca di Crequì_ comparve di nuovo col titolo d'ambasciatore

in Roma, accolto colle maggiori dimostrazioni di stima e d'affetto,

restando solamente in dubbio se queste venissero dal cuore. Ricevette

in quest'anno il senato veneto due ambasciatori del _czar di Moscovia

Alessio_, che andavano girando per conoscere le forze de' principi

dell'Europa, cominciando oramai quella corte a scuotere alquanto della

sua antica barbarie.

Anno di CRISTO MDCLXV. Indizione III.

ALESSANDRO VII papa 11.

LEOPOLDO imperadore 8.

Fra gli altri motivi che avea avuto _Leopoldo Augusto_ di affrettar la

pace col sultano dei Turchi, uno dei primarii era quello di accudire

al suo matrimonio già conchiuso coll'infanta _Margherita di Austria_,

figlia di _Filippo IV_ re delle Spagne; perchè non avendo quel monarca

se non un figlio di complessione assai debole, poteano tali nozze

aprire a lui colle ragioni dell'infanta, aggiunte ad altre precedenti,

l'adito alla corona di Spagna. Era tuttavia il re Cattolico in guerra

coi Portoghesi, e il _marchese di Caracena_ suo generale nel giugno

appunto di quest'anno riportò una mala sconfitta a Villa Viziosa,

con perdita di circa quattro mila soldati. Si trovò in quel conflitto

il _principe Alessandro Farnese_, fratello di _Ranuccio II duca_ di

Parma, e general di cavalleria nell'esercito d'esso re Cattolico, che

gran saggio diede del suo valore. Ma un'altra guerra peggiore insorse

contra di esso _re Filippo IV_, cioè una malattia, che nel dì 7 di

settembre il portò all'altra vita in età di sessanta anni: principe

poco fortunato nella quasi continua lotta colla potenza franzese, e

colla ribellione de' sudditi suoi, sempre nondimeno intrepido a tutti

i colpi della sinistra fortuna. Avea mente per fare un ottimo governo,

e lo fece assai tristo, perchè volontieri si riposava sull'abilità

dei suoi ministri e dei favoriti, che, abusandosi dell'autorità,

e attendendo ad arricchir sè stessi, condussero l'ampia monarchia

spagnuola ad una gran depressione. Per altro la bontà, forse anche

eccessiva, la religione, la giustizia e la clemenza furono suoi pregi

singolari. Lasciò suo erede e successore Carlo II suo unico figlio,

fanciullo di quattro anni, sotto la tutela e reggenza della regina sua

madre, cioè dell'_arciduchessa Marianna_, figlia di _Ferdinando III

imperadore_, e sorella del regnante Leopoldo Augusto; con sostituire

a lui, se mancasse senza successione, lo stesso Leopoldo Cesare e i

suoi discendenti, e dopo loro il duca di Savoia, con escluderne le

regine di Francia in vigor delle rinunzie da lor fatte ai regni della

corona cattolica. _Carlo II Gonzaga duca_ di Mauiova terminò anch'egli

in quest'anno a dì 15 di settembre il corso di sua vita in età assai

immatura, e ne fu attribuita la cagione all'intemperanza sua, non

occulta, ma pubblica, per li suoi illeciti amori, che furono anche

tramandati alla posterità colle stampe in un libro intitolato: _Amore

di Carlo Gonzaga duca di Mantova e della contessa Margherita della

Rovere_. A riserva di questa sua passione, che lo screditò, fu principe

amatissimo dai sudditi suoi: tanta era la sua benignità, sì dolce il

suo governo. Solea dire: Che amava meglio di essere principe povero,

ed avere popolo ricco, che di avere popolo povero, ed essere principe

ricco. Restò di lui un figlio in età di tredici anni, non atto al

governo, cioè _Ferdinando Carlo_, che gli succedette nel ducato, sotto

la reggenza della duchessa _Isabella Chiara_ sua madre. Ma era entrata

la lussuria in quella nobil casa. Gli esempii cattivi del padre, colla

giunta degli altri della stessa sua madre, che non avea portate seco

a Mantova le virtù luminose dell'augusta casa d'Austria, servirono di

una pessima scuola e di una infelice educazione a questo giovinetto

principe: laonde se ne raccolsero poi degli amari frutti. Non badò

in quest'anno il gran signor de' Turchi alla guerra di Candia, e

neppure i Veneziani fecero ivi impresa alcuna di conto: che tale non è

probabilmente da dire l'aver eglino prese in varie volte due galee, una

grossa nave e tredici altri legni da carico. Furono liti fra il papa

ed essi Veneti a cagion dei mercatanti dello Stato ecclesiastico, che,

navigando per l'Adriatico, ricusavano di pagar dazio ad essi Veneti.

Seguirono di qua e di là rappresaglie, ma in fine toccò ai più deboli,

cioè ai pontifizii, di cedere. Nè il pontefice, nè i Maltesi, siccome

disgustati anche per altri motivi, mandarono in quest'anno le loro

galee in Levante. Nel dì 14 di maggio con somma allegrezza della corte

di Torino e de' suoi popoli, nacque al duca _Carlo Emmanuele II_ un

figlio, a cui fu posto il nome di _Vittorio Amedeo_, che riuscì poi il

più glorioso principe della real casa di Savoia.

Anno di CRISTO MDCLXVI. Indizione IV.

ALESSANDRO VII papa 12.

LEOPOLDO imperadore 9.

L'universal pace che si godè nel presente anno in Italia avea sparsa

la quiete e l'allegria dappertutto, quando parve che fossero per

turbarla alcune controversie insorte fra i duchi di Modena e di

Mantova pel possesso di varie isole nel Po verso Brescello e Boretto

in faccia di Viadana, dove il corrente d'esso fiume serve di divisione

e confine dei vicendevoli Stati. Sostenendo le due duchesche vedove

reggenti le pretensioni e ragioni dei piccioli duchi lor figli, misero

mano all'armi, e si fece gran preparamento di genti e d'artiglierie

all'una e all'altra riva del fiume. Stavano in espettazione i curiosi

di veder qualche gran fatto di queste novelle amazzoni, quando _don

Luigi Ponze di Leon_, governator di Milano, a cui non piaceva sì

fatta tresca, per sospetto che la duchessa di Modena, ricorrendo alla

Francia sua protettrice, svegliasse nuove guerre in Lombardia, spedì a

Modena il _conte Vitaliano Borromeo_, a Mantova il _marchese Lonati_

che intavolarono un armistizio, e rimisero la pendenza al tribunale

cesareo. Spedito poi in Italia per questo affare il _conte Amedeo di

Vindisgratz_, davanti al quale seguì poi una lunga discussion delle

controversie, solamente nel dì 6 di aprile formò, stante la minorità

dei duchi, un aggiustamento provvisionale che passò in una stabile

legge, osservata sino al dì di oggi da amendue le parti. Dimorava

nell'agosto di questo medesimo anno _Isabella d'Este_, duchessa di

Parma, in Colorno, dove partorì un figlio con somma consolazione

di quella corte; ma nel dì 21 d'esso mese si convertì l'allegrezza

in altrettanta mestizia per la morte di quel principino con estremo

dolore ancora del _principe cardinal d'Este_ suo zio, e della duchessa

di Modena, che vi si trovarono presenti. Nel dì 25 d'aprile, giorno

solenne di Pasqua di Risurrezione, fu sposata in Madrid dal duca

di Medina las Torres a nome dell'_imperadore Leopoldo_ l'_infanta

Margherita_, sorella del picciolo _Carlo II re_ di Spagna. Da lì a

qualche mese accompagnata dal _cardinal Girolamo Colonna_, e da un

superbo corteggio di nobiltà, andò ad imbarcarsi nella real flotta

delle galee di Spagna, Napoli, Sicilia, Sardegna, Gran duca e Malta.

Nel dì 20 di agosto sbarcò al Finale, accolta ivi dal governator di

Milano. Per tutto il viaggio sino a Milano ricevè tutti i possibili

onori, e finalmente nel dì 25 di settembre fece il suo pubblico

ingresso in essa città di Milano con incredibil pompa e concorso

d'innumerabil foresteria. Inviossi dipoi da Milano verso la Germania

nel dì 10 di ottobre, ed entrata nello Stato veneto, fu ricevuta

con insigne magnificenza dall'ambasciatore e dai ministri di quella

repubblica; dopo di che continuò il suo viaggio alla volta del Tirolo,

giungendo poscia a Vienna nel dì 5 di dicembre. Si distinse il presente

anno colla inondazione dei fiumi, e spezialmente negli Stati della

repubblica veneta dove fra gli altri il fiume Oglio devastò una intera

villa colla morte di ducento cinquanta persone. Perì sulle coste di

Sicilia e Calabria gran copia di navi mercantili, e in Palermo la

inondazione arrivò sino al secondo piano delle case con gravissimo

danno di quel popolo. Nè si dee tacere una curiosa cosa di Francia,

avvenuta sul fine di quest'anno, cioè che quel parlamento proibì l'uso

delle parrucche; e ciò, perchè s'era fatto il conto che in comperar

capelli, spezialmente fuori del regno, si spendeva ogni anno più di

due milioni di scudi. Se questo divieto avesse sussistenza, e come stia

oggidì la fortuna delle parrucche, non vi ha bisogno ch'io lo ricordi.

Durò la guerra di Candia, ma senza fatti meritevoli che se ne faccia

menzione.

Anno di CRISTO MDCLXVII. Indizione V.

CLEMENTE IX papa 1.

LEOPOLDO imperadore 10.

Fin qui avea condotto il suo pontificato _papa Alessandro VII_ con

somma prudenza e grande amore della giustizia, e con far godere un

placido governo ai suoi popoli, avendoli aiutati e difesi nei tempi

di peste e di carestia, ed eletto più tosto di comperar caro la pace

col re di Francia, dopo essere incorso nella di lui nemicizia senza

alcuna sua colpa, che di lasciar esposti a guai e molestie i sudditi

suoi. Di suntuose fabbriche ancora aveva ornata Roma, e spezialmente

dell'insigne portico e colonnato della piazza di San Pietro; avea

arricchita la biblioteca vaticana coi manoscritti dei già duchi di

Urbino, e provveduto il porto di Civitavecchia di un bell'arsenale.

Meditò anche seriamente di formare in Roma un insigne collegio di

uomini dottissimi in ogni sorta di erudizione ecclesiastica, tirando

colà da tutte le provincie del mondo cattolico i più chiari ingegni,

per valersi del loro consiglio nelle materie spettanti alla religione,

ed opporre le lor penne a quelle dei protestanti, conoscendo che la

scolastica, di cui unicamente si pregiano i più de' teologi, non è

bastevole nelle battaglie con essi. Intenzione sua era di alimentar e

provvedere di largo stipendio sì fatti insigni letterati, con applicare

al mantenimento d'esso collegio le rendite di que' monisteri e

conventi, nei quali si è perduta l'antica regolar disciplina, e servono

oggidì non di ornamento, ma di peso alla repubblica. Finalmente,

a misura del merito, del sapere e dei buoni costumi, intendeva di

promuovere uomini tali ai magistrati ed anche ai primarii della Chiesa

romana. Più bella, più utile, più gloriosa istituzione di questa non

potea cadere in mente ad un romano pontefice; e l'avrebbe egli eseguita

se le applicazioni sue non fossero state turbate dalla tempesta

contra di lui commossa dal re Cristianissimo e da altre disavventure.

Tornò, è vero, la serenità, ma in tempo che la sua sanità cominciò

a combattere con acerbi e lunghi mali che in fine il trassero al

sepolcro, lasciando la cura e gloria di sì memorabil impresa a chi

dei suoi successori porterà sul trono di san Pietro un animo grande, e

una piena conoscenza di ciò che è veramente di decoro e vantaggio alla

Chiesa di Dio. Mancò di vita questo pontefice con esemplar divozione

nel dì 22 di maggio, lasciando ben arricchiti i suoi parenti, e poco

desiderio di sè nel popolo romano, il quale caricò in tal congiuntura

di villanie _don Mario_ e i _nipoti Chigi_, perchè sotto il loro

governo s'erano aggiunte alle vecchie undici nuove gabelle. Corse

voce ch'egli lasciasse in mano del celebre _padre Sforza Pallavicino_

gesuita, da lui promosso alla sacra porpora, una scrittura di sua

mano, da consegnarsi al suo successore, in cui esortava i successori a

non permettere mai la restituzione di Castro e Ronciglione al duca di

Parma, tuttochè promessa nella concordia Pisana al re di Francia. Del

che poi si videro gli effetti, perchè, depositati in Roma gli ottocento

quindici mila scudi dal _duca Ranuccio II_, non si trovò chi li volesse

ricevere; e però gli convenne fare una protesta in preservazione delle

sue ragioni e dell'accordato colla Francia, la quale niun pensiero si

mise dipoi per fargli mantener la parola.

Dappoichè furono chiusi in conclave i porporati elettori nel dì 2

di giugno, vennero nel dì 20 d'esso mese ad unirsi i lor voti nella

persona del _cardinale Giulio Rospigliosi_ da Pistoia, di età di anni

sessantotto, il qual prese il nome di _Clemente IX_, e diede principio

al suo governo con un'azione che sommamente rallegrò il popolo

romano. Cioè levò un dazio da lungo tempo imposto sopra il grano, e

sembrato sempre insoffribile alla bassa gente, avendolo con danaro

riscattato da chi ne godea le rendite, per aver somministrate grosse

somme d'oro alla camera pontifizia, o per veri bisogni o per capricci

dei precedenti nipoti dei pontefici. Accompagnò l'ottimo pontefice

questo pubblico benefizio con un atto di eroica moderazione, perchè

nell'editto non volle che comparisse il suo nome, ma bensì quello del

predecessore _Alessandro VII_, per aver egli principalmente raunato il

danaro occorrente ad oggetto di estinguere quel dazio. Un vero zelo

nudriva questo papa per sostenere la cristianità contro gli sforzi

della potenza ottomana; nè perdè egli tempo a sollecitar tutte le

potenze cattoliche in soccorso dei Veneziani, troppo infievoliti per

la sì lunga e dispendiosa guerra di Candia. Ma per mala ventura in

questo medesimo anno più che mai si venne a scorgere che lo spirito

conquistatorio avea da essere in avvenire il primo mobile della mente

di _Luigi XIV re_ di Francia. Mosse egli delle pretensioni sopra il

Brabante ed altri paesi della corona di Spagna, e nello stesso tempo

con ismisurate forze si diede ad impadronirsene. Uscirono dall'una

e dall'altra parte manifesti e ragioni, esibendo invano l'indebolita

corte di Spagna nella minorità del re di rimettere in arbitri quella

pendenza, e indarno allegando le rinunzie fatte dalle ultime due regine

di Francia, e confermate dal medesimo re Luigi e dalla regina sua

madre. Papa Clemente IX spedì tosto ad esso re Cristianissimo _Jacopo

Rospigliosi_, figlio di Camillo suo fratello, ed internunzio allora

in Brusselles, per placarlo e per fermarlo. Trovò questi un benigno

accoglimento, nè gli mancarono sparate di belle parole, ma senza poter

punto interrompere il favorevol progresso dell'armi franzesi.

Intanto i Veneziani, dopo aver ricevuto sussidii di denaro o di gente o

di navi dal pontefice, dalla Spagna, dai duchi di Savoia e di Toscana,

da Malta e dal _cardinal Francesco Barberino_: spedirono in Levante

_Francesco Morosino_, eletto capitan generale, con tre mila soldati e

molti attrezzi da guerra. Straordinario armamento avea fatto il primo

visire, per passare all'assedio della città di Candia; e colà in fatti

comparve costui con potente esercito nel dì 22 di maggio, e dopo aver

fatto distruggere Candia Nuova, affinchè i suoi soldati deponessero

la speranza di ricovrarsi colà, distribuì intorno alla città i

quartieri, cominciò gli approcci, e con varie batterie di cannoni si

diede furiosamente a bersagliare la terra. Per una gagliarda difesa

non aveano i Veneziani tralasciata diligenza veruna; numeroso era il

presidio e ben animato a dare il sangue per sostener l'onore della

fede cristiana; e le donne stesse non la cedevano in coraggio e fatica

ai più valorosi combattenti. Perchè poco si avanzavano i Turchi ne'

lavori, per lo più sturbati dai cristiani, si applicarono con immensa

quantità di guastatori a far mine e fornelli, e farli giocare, con

isboccar anche nella fossa da tre parti. Memorabil fu la copia degli

estinti in tanti assalti, contandosi che dalla parte de' Veneziani

vi perissero da sei mila soldati, compresi ottocento uffiziali; e da

quella de' Turchi incredibile quantità di gente vi lasciò la vita.

Intanto fu sostenuto da essi vigorosamente quell'assedio fino al

dicembre, in quanto che di mano in mano veniva sempre di nuove genti

rinfrescato l'esercito loro. Lo stesso gran signore s'era portato

in Morea per dar più calore all'impresa. Nel mercoledì santo, a dì 6

d'aprile dell'anno presente, un fierissimo tremuoto recò immensi danni

alle città della Dalmazia e dell'Albania. Andò quasi tutta per terra

la città di Ragusi, non essendosi salvati che quattrocento abitanti

e sessanta monache. Tre giorni prima s'era ritirato il mare per tre

miglia da quel porto. Budua restò totalmente distrutta; Castelnuovo

e Dulcigno in gran parte atterrati; e la città di Cataro talmente fu

inghiottita dalle acque del mare, che le navi passeggiavano liberamente

sopra di essa. Sebenico e Traù furono anch'esse danneggiate assaissimo.

Nella stessa Venezia si sentì la scossa di quel tremuoto, e in molti

luoghi d'Italia, ma con far solamente paura.

Anno di CRISTO MDCLXVIII. Indizione VI.

CLEMENTE IX papa 2.

LEOPOLDO imperadore 11.

Oltre all'avere il _re Luigi XIV_ nel precedente anno ridotte alla

sua ubbidienza varie città e piazze della Fiandra, giacchè un bel

giuoco a lui faceva la minorità del re di Spagna _Carlo II_, e la poca

provvidenza dei suoi ministri: nel presente, mentre mostrava di dar

orecchio ai trattati di pace, avendo anche accettato per mediatore

_papa Clemente IX_, all'improvviso, durante anche il verno, cioè

nel dì 2 di febbraio, s'inviò alla volta della Franca Contea. Non

si aspettavano gli Spagnuoli insulto alcuno in quella parte, perchè

non pretesa ne' manifesti del re di Francia. In diecisette giorni

Besanzone, Dola e tutte le altre piazze forti di quella provincia

vennero in potere del re. Aprirono allora gli occhi i potentati vicini;

e conoscendo che se non si metteva argini a sì gran torrente d'armi,

e ad un re di sì buon appetito, che non direbbe mai basta, ognuno

se ne avrebbe a pentire: Leopoldo Augusto, i principi dell'imperio,

gl'Inglesi, Olandesi e Svezzesi, o trattarono o conchiusero leghe.

La corte allora di Francia, a cui non compliva di tirarsi addosso

l'invidia e nemicizia di tante potenze, accortamente, prima che

seguissero maggiori impegni, volle farsi onore col buon pontefice

Clemente (il qual certo avea accordato molte riguardevoli grazie alla

Francia) mostrando che in riguardo suo condiscendeva di buon cuore

alla pace. Questa infatti fu conchiusa in Acquisgrana nel dì 2 di

maggio, restando in potere del re Cristianissimo il meglio delle piazze

conquistate in Fiandra. Fu restituita agli Spagnuoli la Franca Contea

tal quale era; ma non quale era stata. Perciocchè, prevedendo il re

Luigi che dovea restituirla, smantellò tutte le mura e fortificazioni

delle fortezze, ne asportò le artiglierie, le munizioni ed armi, e fin

le campane. Secondo il calcolo degli Spagnuoli, ascese questo danno

ad otto milioni di lire di Francia, e altri ne dovettero poi essi

impiegare in rimettere bronzi, armi, magazzini e fortificazioni, per

tornar poscia in breve a tributar tutto ad un re confinante, troppo

ambizioso e manesco. Riuscì in questo anno all'ottimo papa Clemente di

ottenere dal re Cristianissimo che si abbattesse in Roma la piramide

ivi alzata per colpa di pochi in obbrobrio di tutta la nazione corsa,

con far anche il papa levar via una croce posta davanti la chiesa di

Sant'Antonio con iscrizione poco favorevole alla memoria del re di

Francia _Arrigo IV_. Calde ancora erano le istanze dello zelante papa

allo stesso monarca per soccorsi in aiuto di Candia, a cui minacciavano

l'ultimo eccidio l'armi turchesche. Contribuì il re danaro, affinchè

i Veneziani assoldassero gente in Francia, e somministrò navi per

condurla nell'Arcipelago. Concorsero volontarii a questa impresa molti

della primaria nobiltà franzese, e cento cinquanta uffiziali riformati.

Il _duca della_ Fogliada unì ducento gentiluomini, il _conte d'Arcourt_

della casa di Lorena, ottocento buoni soldati, e circa due altri mila

si misero sotto le lor bandiere, e andarono ad imbarcarsi col conte di

San Polo.

Fin qui il _marchese Francesco Villa_ Ferrarese, generale del duca di

Savoia, avea con sommo valore, con titolo di generale de' Veneziani,

militato in Candia, e per molte sue segnalate azioni s'era acquistato

gran gloria. Ossia che il duca per suoi proprii bisogni o disegni il

richiamasse a Torino, o ch'egli per gare accadute coi generali veneti

si trovasse mal soddisfatto, se ne tornò in Italia. In luogo suo fecero

i Veneziani venir di Francia il _Mombrun marchese di Santo Andrea_, di

setta ugonotto, capitano di grande sperienza nell'armi, benchè in età

di ottant'anni. I principi d'Italia, chi più, chi meno, contribuirono

soccorsi alla repubblica veneta in sì urgente bisogno; ma specialmente

si sbracciò per sovvenirli il pontefice, che, oltre all'avere, per

mezzo delle sue lettere e de' suoi ministri, commosse tutte le corti

cattoliche all'aiuto di Candia, prese al suo soldo tre mila fanti

agguerriti tedeschi, a lui mandati dall'imperadore sino alla Pontieba,

e ordinò alle sue galee che colle maltesi passassero in Levante.

Venuta la primavera, tornò con più gagliardia il visire a promuovere

le offese contro Candia. Risoluta era la Porta Ottomana di voler quella

città ad ogni costo. La grandezza del suo imperio e la vicinanza degli

Stati nulla di gente e di altre provvisioni lasciava mancare al suo

campo. Contavansi fra loro schiere intere di rinegati cristiani; e i

mercatanti inglesi ed olandesi vendevano loro quanti cannoni, bombe ed

altri militari attrezzi e munizioni occorrevano. Laddove la repubblica

veneta, consumata oramai dalle immense somme, e in tanta lontananza,

troppo inegualmente potea soddisfare al bisogno. Si sa che i Turchi

non risparmiano le vite degli uomini, allorchè preme al loro sovrano

l'acquisto di qualche piazza. Però un infernal carosello si fece per

tutto quest'anno ancora intorno a Candia. Incredibili furono gli sforzi

di que' Barbari, non minore la bravura dei difensori. Da gran tempo un

simile ostinato e sanguinoso assedio non s'era veduto. Insolita cosa

parve in que' mari una battaglia di mare eseguita dal capitan generale

_Francesco Morosino_ in tempo di notte, vegnente il dì 9 di marzo,

contro i legni turcheschi Conquistò egli cinque galee colla capitana

di Durach Bey, corsaro famoso, che ivi perdè la vita; i prigioni

ascesero a quattrocento dieci; gli schiavi cristiani liberati a mille e

cento. Nel campo degl'infedeli s'era già introdotta la peste, e almeno

ducento persone ogni dì perivano; pure, sopravvenendo sempre continui

rinforzi, non iscemava punto la lor potenza; le batterie de' cannoni,

de' mortari e bombe continuamente risonavano, e le mine e i fornelli

sovente scoppiavano con larghe breccie ne' baloardi, che venivano tosto

riparate dall'inesplicabil coraggio degli assediati, che non cessavano

di far sortite, inchiodar cannoni e spianar trincee.

Di niuno aiuto servirono in questo anno le galee ausiliarie del papa,

di Malta e di Napoli; perchè troppo tardi giunte, e piene di puntigli,

ben presto se ne tornarono ai loro porti. Ma sul principio di novembre

sbarcarono in Candia i venturieri franzesi, e inoltre il cavalier

della Torre con settantatrè altri cavalieri di Malta e quattrocento

soldati scelti spediti dal _gran mastro_. Memorabile riuscì fra

l'altre azioni una sortita fatta nel dì 16 di dicembre da trecento

animosi gentiluomini franzesi, con molti altri venturieri savoiardi ed

italiani, che andarono a testa bassa ad assalire i Musulmani nei loro

ridotti. Grande strage ne fecero, ma di essi non ne tornò indietro

se non la metà. Dopo di che i Franzesi scemati forte di numero, e

rimbarcati, sul principio del seguente gennaio spiegarono le vele

verso Provenza. Così terminò la diabolica campagna dell'anno presente

in quelle parti, con essersi calcolato che dalla parte de' cristiani

venissero meno quasi dieci mila e quattrocento persone, oltre ad alcune

centinaia d'uffiziali anche principali; e da quella de' Turchi circa

trentasette mila, fra' quali alcuni bassà, bey e beglierbey. Per la

morte della duchessa _Isabella d'Este_ rimasto vedovo _Ranuccio II_

duca di Parma, in quest'anno con dispensa pontifizia passò alle terze

nozze colla principessa _Maria d'Este_, sorella della defunta duchessa,

e figlia anch'essa del già _Francesco I duca_ di Modena. Con suntuose

feste venne celebrato questo maritaggio in Modena nel dì 16 di marzo,

e da esso provennero poi due principi, cioè _Francesco_ ed _Antonio_,

che furono poi l'un dietro l'altro duchi di Parma. Fece in quest'anno

_papa Clemente IX_ conoscere sempre più la grandezza dell'animo

suo, perchè nello stesso di 5 d'agosto, avendogli la morte rapito

_Tommaso Rospigliosi_ suo nipote, giovane di grande espettazione,

mentre si faceva il suo funerale, egli pacatamente intervenne al sacro

concistoro, e vi creò due cardinali. A questo giovinetto eresse dipoi

il senato romano una statua nel Campidoglio: tanto era il pubblico

amore verso il pontefice zio. Finì i suoi giorni in Milano _don Luigi

Ponze di Leon_ governatore di quello Stato nel dì 29 di marzo, e _pro

interim_ fu appoggiato quel governo al _marchese de Los Balbases Paolo

Spinola_, finchè venne, a dì 8 di settembre, ad assumere il comando

il _marchese di Mortara_, il quale dopo tre mesi parimente compiè la

carriera del suo vivere.

Anno di CRISTO MDCLXIX. Indizione <sc>VII<sc>.

CLEMENTE IX papa 3.

LEOPOLDO imperadore 12.

Ebbe la cristianità nell'anno presente di che affliggersi, perchè dopo

tanti dispendii d'oro e di vite, e dopo tante fatiche, fu costretta

l'infelice città di Candia di piegar il collo sotto il giogo turchesco.

Avea raddoppiati i suoi uffizii il buon _papa Clemente IX_ alle corti

dei principi cattolici, per ottener soccorso in sì urgente occasione

alla repubblica veneta. Accudì il generoso animo di _Luigi XIV re_

Cristianissimo in questo anno ancora a sostener l'onore del nome

cristiano contro degl'infedeli, ed allestì un corpo di otto mila

combattenti e una poderosa flotta, dandone la condotta al _duca di

Beaufort_ grande ammiraglio e al _duca di Novaglies_. Ed affinchè

alle violenze, che contra il diritto delle genti suol praticare la

Porta, non rimanesse esposto il suo ambasciatore in Costantinopoli,

spedì tre vascelli a levarlo di là; benchè poi si lasciasse quel

ministro avviluppar dalle lusinghe de' Turchi, e si fermasse: il

che attribuirono altri a maneggio suo, per non perdere quel lucroso

impiego. Varii principi di Germania, mossi a pietà della veneta

repubblica, oppressa da que' cani, varii soccorsi di gente e di danaro

le spedirono. Non fecero di meno i principi d'Italia, e fra gli altri

_Laura duchessa_ reggente di Modena inviò in loro aiuto un reggimento

di mille fanti, comandato da' suoi uffiziali, e in oltre, un regalo

di cinquanta mila libbre di polvere da fuoco. Gente, danaro e galee

preparò esso pontefice, e dichiarato _Alessandro Pico duca_ della

Mirandola mastro di campo generale delle sue armi in Candia, quanto

mai potè operò per sottrarre quella città dall'imminente rischio di

cadere nelle unghie turchesche. Fu creduto che i Veneziani, siccome

quelli che tenevano sempre un ministro senza carattere presso il primo

visire Acmet per trattare di pace, avrebbono potuto ottenerla con buone

condizioni, cedendo la città di Candia, e ritenendo la metà dell'isola;

ma dall'aspetto di tanti soccorsi isperanziti non seppero essi indursi

a conchiuderla. Per tutto il verno e per la primavera continuarono

i Turchi con incessante furore a sempre più avanzare i loro lavori

sotto Candia, contrastando però loro i valorosi cristiani ogni palmo

di terreno con vicendevole spargimento di sangue. Tante e tali furono

le memorabili azioni di guerra, e sopra tutto di questo arrabbiato

assedio, che han servito d'argomento a più libri di storie.

Nel dì 16 di giugno pervenne a Candia la flotta franzese composta

di tredici galee, quattordici vascelli, quattro navi incendiarie e

cinquanta legni minori. Trovarono i Franzesi in un miserabile stato

quella città, prese dai Turchi tutte le fortificazioni esteriori,

formate breccie, e il tutto in manifesto pericolo di peggio. Per la

discordia facilmente vanno a monte le più belle imprese. I bellicosi

comandanti ed uffiziali franzesi (ancorchè fossero di contrario

sentimento i generali veneti _Morosino Mombrun_, o sia il signore di

Santo Andrea) non vollero perdere tempo a fare una vigorosa sortita.

Eseguirono essi questo disegno, uscendo dalla piazza nella notte

precedente al dì 25 del suddetto mese di giugno, e, al primo spuntar

dell'alba, con incredibile ardore si spinsero contra le nimiche

trincee, superandone l'una e poi l'altra. Tal terrore entrò ne'

Musulmani, che, rovesciati di qua e di là, non tennero il piè fermo; e

già arrivato il grosso dei Franzesi alle batterie nemiche, apparenza

v'era d'una illustre vittoria; quando, accesosi improvvisamente il

fuoco in due barili di polve, levò di vita trenta d'essi. Bastò questo

perchè tutti gli altri, credendo minati quei siti, presi da panico

terrore, dissero: _Volta_; e per quanto si sforzassero gli uffiziali

per ritenerli, tutto fu indarno. Allora i Turchi, ripigliato coraggio,

scagliatisi loro addosso, gl'inseguirono sino alle porte della città.

Che mille cinquecento Turchi perissero in quel conflitto, fu scritto

da chi non avrebbe saputo come provarlo. Certo è bensì che lasciarono

ivi la vita lo stesso ammiraglio _duca di Beaufort_, sessanta bravi

gentiluomini franzesi, cinquantaquattro uffiziali riformati ed alcune

centinaia di soldati. Pertanto restò si malcontento di questa impresa

il _duca di Novaglies_, che per quante preghiere adoperassero il

capitan generale _Francesco Morosino_ ed altri, non si potè ottenere

ch'egli mutasse la risoluzion presa di rimbarcare il resto di sua

gente, e di far vela verso Francia nel dì 20 d'agosto. Con esso lui

fuggì anche non poca gente del veneto presidio in gravo discapito della

piazza. Trovò il Novaglies in viaggio il _signor di Bellafonte_, che di

Francia conducea altri mille e cinquecento fanti, nè questo giovò per

fermare i suoi passi. Fu poi disapprovata in Francia la sua ritirata,

e speditogli ordine di non capitare alla corte. Le ciarle, che corsero

allora, portavano ch'egli si lamentasse non poco del general Morosino,

per aver questi ricusato di secondare la felice sortita dei Franzesi,

credendosi, che se avesse anche egli loro dato braccio, in quel solo

giorno sarebbe restata Candia libera dall'assedio turchesco. Immaginò

la gente che il Morosino se ne astenesse o perchè avea trattato segreto

di pace co' Turchi, o per gelosia che, succedendo la vittoria, se ne

attribuisse la gloria ai soli Franzesi: pensiero che non potea cadere

in personaggio sì savio ed amante della patria. Probabilmente se ne

andò il Novaglies, perchè riconobbe l'impossibilità di tenere in piedi

un edifizio sì vicino alla rovina.

Erano già pervenute, nel dì 3 di luglio, a Candia le galee ausiliarie

del papa e di altri principi in numero di ventisette, sotto il comando

del balì _Vincenzo Rospigliosi_, nipote dello stesso pontefice. Colà

giunse ancora nel dì 22 di giugno il _duca della Mirandola_ colle

milizie di terra dei pontefice e del duca di Modena, le quali ultime

erano ridotte a soli settecento uomini per li disagi del lungo viaggio.

Ma infieriti sempre più i Musulmani, moltiplicarono le offese e

gli assalti; di modo che si poteva oramai paventare che colla forza

sboccasse il turbine loro nella misera città. Fu perciò stabilito di

cercar la pace per salvare nel naufragio quel che si potesse. Veggendo

il Rospigliosi disperato il caso, nel dì 29 d'agosto giudicò meglio

d'imbarcar la sua gente, e poi fece vela verso il Mediterraneo. Dopo

di che nel seguente giorno, esposta bandiera bianca, si cominciò a

trattar della resa e della pace coi deputati del primo visire. Nel dì

6 di settembre restò conchiuso l'accordo, per cui fu ceduta ai Turchi

la città di Candia, divenuta un cimiterio di tanti mortali, e un

orrido spettacolo di desolazione; e restarono in poter de' Veneziani

nell'isola di Candia le sole fortezze di Suda, Carabuso e Spinalunga

co' lor territorii, e Clissa con altre terre acquistate in Dalmazia ed

Albania; e che fosse lecito ai Veneziani il portar via le milizie e i

cittadini che non volessero restare in Candia, con tutti i lor bagagli,

viveri ed armi. Conto si fece che nel solo presente anno il numero

de' morti e de' divenuti invalidi dalla parte dei Veneziani ascendesse

a quasi undici mila persone. Perirono poi per burrasca di mare molti

di quei legni che menavano via il presidio e gli abitanti di quella

infelice città. E tale esito ebbe il memorando assedio di Candia,

con grave danno sì della repubblica veneta, ma con immortal gloria

altresì della medesima, per aver sì lungamente disputato alla smisurata

potenza de' Turchi l'acquisto di quella piazza. Portatone il doloroso

avviso a Venezia, persona assennata, che si trovò allora in quella

metropoli, mi assicurò che le parve di veder il dì del finale giudizio:

tanti erano i gemiti, le lagrime e gli urli dell'uno e dell'altro

sesso. Andava il popolo fanatico per le contrade deplorando la grande

sciagura, vomitando spropositi contro la provvidenza, maledizioni

contra de' Turchi, e villanie senza fine contra del _general Morosino_,

chiamandolo ad alte voci traditore, e spezialmente imputando a lui

la perdita della città, per non aver voluto sostener il felice ardire

della sortita franzese. Guai se questo generale fosse allora capitato a

Venezia; non sarebbe stata in sicuro la sua vita: cotanto era infuriato

quel popolo. Al dolore s'aggiugneva la paura, che i Turchi, soliti a

non mantener la fede, vedendo esausta e abbandonata la repubblica, non

si prevalessero di sì buon vento per maggiormente soperchiarla. Volle

Dio che a questa pace si acquetasse il loro orgoglio.

Pervenuta anche a Roma l'infausta nuova, riempiè d'affanni e lamenti

tutta quella corte e città, ma sopra gli altri se ne afflisse papa

_Clemente IX_, che con tanta premura s'era fin qui adoperato per

esentar Candia dall'ultimo eccidio. Credenza comune fu che questo

inaspettato colpo influisse non poco a privare il mondo cristiano

d'un sì degno pontefice. Imperciocchè da lì a tre giorni egli cadde

infermo, e dopo alquanti altri di combattimento col male, finalmente

nel dì 9 di decembre passò a miglior vita, lasciando in benedizione

la sua memoria, perchè principe pieno di vero zelo per la difesa

del cristianesimo, principe dotato d'una soda umiltà e di una rara

moderazione, e provveduto delle più belle massime del politico governo,

di modo che, se Dio non l'avesse chiamato sì presto a godere il premio

delle sue virtù, gran bene ne potea sperare lo Stato ecclesiastico.

Pensava egli continuamente alle maniere di sollevar i suoi popoli dalle

tante gabelle imposte da' suoi predecessori: al qual fine istituì una

congregazione. Cura ebbe eziandio, perchè si rimettesse il lanifizio

in Roma e il commercio per li suoi Stati. Non si applicò già egli ad

arricchire i proprii nipoti, avendo lasciata la sua casa con facoltà

poco superiori allo stato in cui era prima del suo pontificato.

Affinchè la giustizia procedesse con ordine, e si tenessero in freno

i ministri e parenti, due dì d'ogni settimana con somma pazienza dava

udienza a chiunque del popolo la voleva; e perchè un giorno, dopo avere

speso più ore in sì tedioso mestiere, ritirandosi alle sue stanze, udì

che un povero uomo si lamentava per non essere stato ascoltato, tornò

indietro, e amorevolmente udito il suo ricorso, rimandollo via tutto

contento. Parimente volle che nel muro delle camere dove si tengono le

congregazioni, fosse fatta una fenestrella, da cui senza essere veduto

potesse il pontefice ascoltare quanto ivi si trattava. Sprezzator

della gloria umana ornò di belle statue ponte Sant'Angelo, e nè pure

una menoma memoria vi fece mettere del suo nome. L'iscrizione ch'egli

ordinò, da porsi in rozzo marmo al suo sepolcro, altro non conteneva

che il solo suo nome e la dignità. Sigillò in fine queste sue virtù

colla maggiore delle altre, cioè colla carità, con visitar sovente

negli spedali, accompagnato da pochi suoi famigliari, e ministrando

loro conforti e cibi. Solito anche fu a pascere ogni dì in palazzo

dodici poveri pellegrini. Tale era questo buon pontefice, che Dio

mostrò per poco tempo alla sua Chiesa, e poi sel ritolse con incredibil

dispiacere di Roma tutta, che in lui perdeva un amatissimo padre, dopo

aver ammirata la saviezza del suo governo, la modestia de' suoi nipoti,

e certe virtù che non erano punto in uso nei tempi addietro. Andò

poi molto in lungo la creazione del suo successore, siccome vedremo

all'anno seguente. Fu in questi tempi che _Ferdinando II gran duca_

di Toscana inviò il _principe Cosimo_ suo primogenito a viaggiare per

varie corti d'Europa. Arrivò egli sul principio d'agosto a Parigi,

dove, siccome marito d'una principessa di Francia, cugina del re

medesimo, ricevette distinti onori da quel gran monarca, e dopo essersi

fermato quivi per un mese, passò poi in altre contrade.

Anno di CRISTO MDCLXX. Indizione VIII.

CLEMENTE X papa 1.

LEOPOLDO imperadore 13.

Tanti raggiri, discrepanze e battaglie più dell'usato accaddero nel

conclave, in cui s'erano, dopo la morte di papa _Clemente IX_, chiusi

i sacri elettori, che durò la loro o volontaria o forzata prigionia

quattro mesi e quattro giorni. Finalmente con lode del sacro collegio

andarono a cadere, nel dì 29 d'aprile dell'anno presente, i lor voti

nella persona di _Emilio Altieri_ Romano, a cui il pontefice suddetto

pochi dì prima di morire avea conferita la sacra porpora, mirando

in lui con una quasi prescienza chi dovea essere suo successore

nella cattedra di San Pietro. Tale in fatti era l'integrità de' suoi

costumi, l'affabilità, la perizia delle cose del mondo, e la generosità

dell'animo, che il popolo romano preventivamente lo andava acclamando

papa, nè v'era chi nol confessasse ben degno di sì alta dignità. La

sola età potea fargli contrasto, perchè vicino agli ottanta anni; la

robustezza nondimeno della sua complessione tuttochè non disgiunta da

qualche flussione che gl'indeboliva le gambe, faceva assai sperare

che reggerebbe buon tratto di tempo al peso del pontificato. Dopo

essersi dunque lungamente dibattuti i cervelli politici de' capi delle

fazioni, massimamente de' Franzesi e Spagnuoli, affettanti ciascuno

di promuovere uno dei lor parziali, ma senza poter ottenere il pallio,

si unirono all'esaltazione del cardinale Altieri, il quale, allegando

la poca sanità e la gravissima età sua, e gridando: _Guardate bene

ch'io non son abile_, con lagrime e scongiuri resistè non poco alle

loro intenzioni. Ma finalmente arrendendosi accettò piangendo un

peso, sì avidamente ricercato e con tanta allegrezza ricevuto da

altri. In venerazione del pontefice suo benefattore prese il nome

di _Clemente X_, e verso la di lui memoria esercitò dipoi in altre

guise la sua gratitudine. Della propria casa non aveva egli parenti,

e volendo pur continuare l'antica e nobile famiglia Altieri romana

ne' tempi avvenire, pensò a ricrearla nella parimente antica e nobile

dei Paluzzi Romani. Una sua nipote Laura Caterina era stata maritata

al _marchese Gasparo Paluzzi_ degli Albertoni, nipote del _cardinal

Paluzzo Paluzzi_. Adottò pertanto tutta quella famiglia, dandole il

cognome degli Altieri e il nome di nipoti, e cedendo loro tutti i beni

patrimoniali della sua casa. Conferì allo stesso cardinal Paluzzi,

appellato da lì innanzi il _cardinale Altieri_, le primarie dignità;

e siccome questi abbondava di vivacità d'ingegno e di abilità in

maneggiare i pubblici affari, così abbracciò volentieri l'assunto

di sollevare il vecchio pontefice nelle fatiche del governo. Conferì

ancora al suddetto _Gasparo Paluzzi_, marito della nipote, inserito

nella casa Altieri, il grado di generale dell'armi della Chiesa,

e di castellano di Sant'Angelo. Maritò _Lodovica_ sua pronipote in

_Domenico Orsino duca_ di Gravina, e _Tarquinia_ altra sua pronipote in

_Egidio Colonna_ principe di Carbognano. Roma, da gran tempo avvezza

ai nepotismi, nulla si stupiva di questi salti di grandezza, anzi ne

tripudiava per lo sforzo dei nipoti pontifizii, e massimamente perchè

Romani. Si ammutirono solamente i plausi de' saggi, al veder tanti

nuovi padroni (e spezialmente il cardinale), i quali ben si previde

che sotto l'ombra del decrepito pontefice dominerebbono, con timore

di soggiacere di nuovo ai passati disordini, e di provare un governo

diverso dal pietoso e saggio di _Clemente IX_.

Giunto all'età di sessanta anni _Ferdinando Il duca_ di Toscana

compiè il corso della vita e del principato nel dì 23 di maggio

dell'anno presente, dopo aver governato per lungo tempo i suoi popoli

con impareggiabil prudenza e con affetto da padre, ricompensato

anche dall'amore dei sudditi stessi, che di molte lagrime onorarono

il suo funerale. Secondo il glorioso costume della casa de Medici,

gran protettore fu delle lettere, e amatore de' letterati, siccome

pienamente dimostrò il dottor Giuseppe Bianchini da Prato nel suo

Trattato dei gran duchi di Toscana. Celebre sopra tutto riuscì, e

memorabile sarà presso i posteri l'Accademia del Cimento, istituita

nell'anno 1657 dal nobilissimo genio del _cardinale Leopoldo de

Medici_, e dalla liberalità di esso gran duca Ferdinando promossa

e favorita, dove insigni filosofi faticando, diedero poi alla luce

i tanto applauditi Saggi di naturali esperienze. Lasciò questo

principe due figli, a lui procreati da _Vittoria della Rovere_ gran

duchessa, donna di gran talento, cioè _Cosimo III_ gran principe,

tornato poco fa dai suoi viaggi per le corti d'Europa, che a lui

succedette nel dominio, e _Francesco Maria_, decorato poi della sacra

porpora cardinalizia. Nell'aprile di quest'anno giunse a Milano per

governatore _don Gasparo Tellez Giron duca d'Ossuna e di Uceda_, a cui

per lo sposalizio di una figlia del marchese di Caracena pervenne una

ricchissima eredità. Era in questi tempi duca di Guastalla _Ferrante

Gonzaga_; non avea che un figlio maschio, cioè il _principe Cesare_ in

età di sei in sette anni, che gli fu rapito dalla morte. Restandovi

una sola sua figlia, cioè la principessa _Anna Isabella_, con poca

o niuna speranza di altra prole, pensò allora la vedova _imperadrice

Leonora Gonzaga_ di procurare l'accasamento di questa principessa col

duca di Mantova _Ferdinando Carlo_ Gonzaga, figlio del _duca Carlo

II_, fratello di sua maestà, per desiderio di unire al ducato di

Mantova quello di Guastalla. Fece perciò dei gran maneggi per effettuar

questo maritaggio; tuttochè nel regno di Napoli esistesse una linea di

principi Gonzaghi di Guastalla, chiaramente chiamati alla successione

in quel ducato. Fu in quest'anno intentata nel senato veneto fiera

accusa contro il capitan generale _Francesco Morosino_, quasichè egli

avesse mancato al suo dovere nella resa di Candia; ma con pieni voti

restò egli poscia assoluto.

Anno di CRISTO MDCLXXI. Indizione IX.

CLEMENTE X papa 2.

LEOPOLDO imperadore 14.

Con sante intenzioni era entrato il _pontefice Clemente X_ nel governo

pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo

predecessore _Clemente IX_, confermò la congregazione da lui istituita

per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro

imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro

sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti

per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le

braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì

le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta

alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in

benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze

posta in piè da _papa Innocenzo X_. Alleggerì il numero de' soldati, la

spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte

spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo

Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le

componende ed altri emolumenti spettanti alla borsa privata del papa

si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in

pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso

più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la

pubblica felicità. Il _marchese di Lucerna_, ambasciatore allora di

Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce

d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione

sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli

l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi

giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi

suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente

loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento.

Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa,

come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno

tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde

stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le

batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero

il papa a mostrarsi uomo.

Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon

pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua

decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto,

convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano del

_cardinale Altieri_, di modo che non passò gran tempo che il popolo

dicea essere _Clemente X_ papa di nome, e il cardinale papa di fatti.

E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene

aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il

marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia

di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè

l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il

cardinale Altieri colla sua destrezza calmar quella tempesta senza

pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli

odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove,

provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal

governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più

caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in

mano, andò gridando per le strade: _Ammazza, ammazza_. Unitisi con

lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case

di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre

segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in

loro aiuto; ma ritrovarono il _re Lodovico XIV_ con altri pensieri

in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli

Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione,

che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol

tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dal _pontefice

Clemente X_, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di

tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non

vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per

animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per

arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti

si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi

Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati

guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.

Anno di CRISTO MDCLXXII. Indizione X.

CLEMENTE X papa 3.

LEOPOLDO imperadore 15.

Pieno d'umiltà il buon pontefice _Clemente IX_ avea ordinato un ignobil

sepolcro al corpo suo. _Clemente X_ esercitò la sua gratitudine verso

del defunto benefattore con ergergli ancora una suntuosa memoria

nell'anno presente. Inoltre pose la prima pietra per un insigne

ristoramento ed ornamento alla basilica Liberiana, ossia a Santa Maria

Maggiore, che fu condotto alla sua perfezione nel seguente anno. In

auge grande di felicità si trovavano gli Olandesi in questi tempi.

Affidati nella lor lega coll'Inghilterra e colla Svezia, si vantavano

di aver fatto paura al re di Francia _Luigi XIV_ nella precedente

guerra da lui mossa alla Spagna; ed avendo alterato il commercio coi

Franzesi, parlavano alto alle occasioni. Il re Cristianissimo, che

non solo avidamente aspettava, ma cercava col moccolino le occasioni

di farsi rispettare, di accrescere la sua gloria e di far nuove

conquiste, non lasciò cader questa per terra. Tante segrete ruote seppe

maneggiare lo industrioso e liberal suo gabinetto, che gli riuscì di

staccar la Svezia e l'Inghilterra dalla lega colle Provincie Unite,

e di stabilir anche una forte alleanza con _Carlo II_ re britannico

contra delle medesime. Dormivano i lor sonni gli Olandesi, quando sul

principio d'aprile il re di Francia e d'Inghilterra dichiararono la

guerra all'Olanda; e il primo passò con potente esercito a' suoi danni.

Presero i Franzesi in sei giorni le prime quattro piazze di frontiera.

Fu poi considerato come azione veramente mirabile l'avere la cavalleria

franzese valicato il vasto fiume del Reno in faccia ai nemici, che

fecero ben qualche resistenza, ma in fine, atterriti da tanto ardire,

si diedero alla fuga. In cinque settimane ridusse il vittorioso re più

di quaranta piazze alla sua ubbidienza; commosse ancora l'elettor di

Colonia e il vescovo di Munster contro gli stessi Olandesi, la fortuna

de' quali parea omai ridotta agli estremi, se la città d'Amsterdam, col

rompere le dighe ed allagar le campagne, non fermava il rapido corso

del valore e della fortuna franzese. Di altro non si parlava allora

per tutta Italia che di sì strepitosi avvenimenti; e se ne parlava

con piacere, per la speranza che di tali acquisti avesse a profittar

la religion cattolica, e fu infatti inviato un vescovo cattolico alla

già presa città d'Utrect. Ma si trovò vicina anche l'Italia a veder

crescere un acceso fuoco di guerra fra _Carlo Emmanuele II duca_ di

Savoia e la _repubblica di Genova_.

Passano per eredità gli odii di quei confinanti fra loro. Ma si

aggiunse a muovere il duca una cospirazione di Raffaello dalla Torre

bandito da Genova, che fecegli sperar facile l'acquisto di Savona.

Scopertasi a tempo da' Genovesi questa mena, vi provvidero. Ma giacchè

s'era dato principio alle ostilità col pretesto di controversie di

confini, si continuò poscia il ballo; furono presi luoghi dall'una

parte e dall'altra, e succederono delle azioni calde con far di molti

prigioni, e sì gli uni che gli altri vantavano superiorità di forza

e di bravura. Ma il re Cristianissimo, sia perchè fosse implorata la

sua mediazione, o perchè a lui non piacessero questi romori, spedì

il signor di Gaumont per interporsi con amichevoli persuasioni a far

posare l'armi, e a rimettere in arbitri le lor differenze, ordinando

anche di valersi del tuono di minaccie contro chi si trovasse

renitente. Tregua pertanto fu fatta, e destinata la città di Casale per

luogo delle conferenze. Riuscì alla voce del Gallo ciò che non aveano

potuto ottenere co' loro uffizii il papa ed altri principi d'Italia. Il

bello poi fu, che dopo avere il ministro franzese stabilito il luogo

del congresso, venne un imperioso ordine del re, che le pretensioni

delle parti si dovessero dedurre alla sua corte, con aspettarne la

decisione del savio giudizio di sua maestà. Rincrebbe più d'un poco

questo alto parlare al duca di Savoia, nulla dipendente dall'autorità

del re, e molto più a' Genovesi, che erano da gran tempo sotto la

protezione del re di Spagna. Tuttavia sì formidabile era il monarca

franzese, che convenne piegare il capo. Spediti poscia a Parigi

dall'una e dall'altra parte ministri ben informati delle scambievoli

ragioni, nell'anno appresso la tregua si convertì in pace, e le

restanti controversie de' confini furono rimesse ai giudici italiani

da eleggersi di soddisfazion delle parti. Terribili memorie lasciò

in quest'anno un tremuoto, a cui simile non s'era forse mai provato

nella Romagna e Marca. In Rimini spezialmente fu il maggior flagello,

perchè per la maggior parte in quella città chiese, palazzi e case

andarono per terra. Ed essendo succeduta la maggiore scossa, mentre

in dì di festa le genti si trovavano alle chiese, vi perderono la vita

più di cento persone, e senza paragone molti più vi restarono feriti.

Pretesero i sacri oratori zelanti questo essere stato un visibil

gastigo di Dio, perchè non era portato il dovuto rispetto alla casa del

Signore. Sommamente ancora patirono le città di Ancona, Fano, Pesaro e

Sinigaglia, col rovesciamento di assai chiese e case, e colla morte di

molti abitanti, essendo ridotti que' popoli a dormire a cielo scoperto.

In quest'anno la contestabilessa Colonna e la duchessa Mazzarina si

fuggirono da Roma per andarsene in Francia.

Anno di CRISTO MDCLXXIII. Indizione XI.

CLEMENTE X papa 4.

LEOPOLDO imperadore 16.

Aveano i perfidi Musulmani con varii pretesti mossa la guerra contro

la Polonia, regno di gran potenza, ma regno più debole di tanti altri

minori, e sempre mal preparato per la difesa, per cagion della forma

del governo, sì disadatta all'union degli animi, e a procurare il

pubblico bene. Coll'improvvisa irruzione di un potentissimo esercito

si impadronirono i Turchi dell'importante piazza di Caminietz, e di

quaranta quattro altri luoghi fra città e castella. Per sottrarsi a

perdite maggiori, fece il _re Michele_ una vergognosa pace, con cedere

que' luoghi, cioè tutta la Podolia, al gran signore, e con obbligarsi

inoltre di pagare venti mila scudi annualmente alla Porta. Non sofferì

la generosa nazion polacca un sì obbrobrioso accordo, e dichiarata la

guerra al Turco, si diede a sollecitar l'aiuto de' principi cristiani

contro il comune nemico. Con essi Polacchi entrò in lega il gran duca

di Moscovia; e questi inviò a Roma Paolo Manesio cavaliere scozzese,

capitan delle sue guardie, per implorar gli aiuti del pontefice. Trovò

ottimo trattamento, carezze e regali in quella corte, ma niuna voglia

di collegarsi con quel barbaro principe; e se ne partì mal soddisfatto,

perchè il papa nelle risposte non volle accordare al Moscovita il

titolo di _czar_, ossia di _Cesare_, che Giovanni Basilide dopo l'ampie

sue conquiste avea cominciato ad usare, riputandolo la corte romana

lo stesso che quel d'imperadore. Nè altro parimente che belle parole

potè ottenere dal senato veneto quell'ambasciatore, cioè quella stessa

moneta che i Polacchi e Moscoviti aveano adoperato allorchè i Veneziani

si trovarono in tante angustie per la guerra di Candia. A _Giovanni

Sobieschi_ generale della Polonia toccò di rintuzzare col suo valore

l'ardire turchesco; e questi poi seppe farsi eleggere re di quel regno

dopo la morte del re Michele, succeduta nell'anno presente.

Più che mai continuò ancora lo sforzo dell'armi franzesi contro

le Provincie Unite, e dopo un famoso assedio di sole tre o quattro

settimane ebbe il _re Lodovico XIV_, nel dì 5 di luglio, il contento

e la gloria di entrar vittorioso nella fortezza creduta inespugnabile

di Maestricht. Tanti progressi del monarca franzese, il quale intanto

non lasciava di dar buona pastura di accomodamento, essendo anche stata

scelta la città di Colonia per luogo de' congressi, cagion furono in

fine che _l'imperadore Leopoldo_, _Carlo II re_ delle Spagne e _Carlo

IV duca_ di Lorena, ne' mesi di luglio e d'agosto, strinsero lega con

gli Olandesi. All'incontro il re chiamato Cristianissimo, per dare

apprensione da un'altra parte a Cesare, conchiuse, nel dì 5 di giugno,

col gran signore Maometto IV un'alleanza più stretta che le precedenti.

Stava forte a cuore ad esso monarca il tener ben affetta a' suoi

interessi la corona della gran Bretagna; e giacchè il _re Carlo II_

non avea successione, e si trattava di far passare alle seconde nozze

_Jacopo Stuardo_ duca d'Yorch, fratello del medesimo re, che già s'era

dichiarato cattolico, si prese il pensiero esso re Cristianissimo di

trovargli moglie. A sì sublime grado fu scelta _Maria Beatrice d'Este_,

sorella del giovinetto duca di Modena _Francesco II_, principessa,

nel cui animo e cuore aveano posto seggio le più eminenti virtù. Ma

perchè più alto tendevano i pensieri di questa principessa, risoluta

di consecrarsi a Dio in un monistero, s'incontravano troppe difficoltà

ad ottenere il suo assenso. Nè si sarebbono superate, se il sommo

pontefice, considerando che in tai nozze concorreva il bene della

cristianità, non avesse interposte le sue paterne esortazioni. Però nel

dì 30 di settembre, in Modena dal conte di Peterburug a nome del duca

di Yorch fu sposata essa principessa. Dopo di che, accompagnata dalla

duchessa _Laura_ sua madre e dal _principe Rinaldo_ suo zio, si mise

in viaggio alla volta di Parigi, dove pervenuta, ricevè onori immensi

da quella corte. Quivi si fermò ella, finchè pacificato l'eretico

parlamento inglese, che non di buon occhio mirava una principessa tale,

perchè cattolica, e destinata al trono della Gran Bretagna, permise la

sua entrata nel regno nel principio di dicembre, onorata da frequenti

salve d'artiglieria, ma lacerata da non poche mormorazioni di chi

troppo odio professava alla religion cattolica. Trovò in fatti questa

principessa il parlamento affaccendato per islontanare dal regno ogni

ombra di esercizio pubblico della medesima religione. _Papa Clemente

X_ in questi tempi, con cadere infermo, fece sperare o temer mutazioni

in quella corte. Parea che la sua grande età nol lascerebbe risorgere;

ma si riebbe, ed uscì in pubblico. Alzavano intanto i nipoti Altieri

da' fondamenti un superbo palazzo in Roma, pel quale fu creduto dalla

gente maligna che s'impiegasse parte del danaro che sua santità avea

fatto depositare nel monte della Pietà, quando è certo ch'egli inviò di

grosse somme per difesa della Polonia contro de' Turchi.

Anno di CRISTO MDCLXXIV. Indiz. XII.

CLEMENTE X papa 5.

LEOPOLDO imperadore 17.

Cominciarono in quest'anno a cangiar faccia gli affari dell'Olanda,

perchè tanto s'industriarono i ministri di Spagna e gli amici degli

Olandesi in Londra, che il _re Carlo II_ lasciò andare la finora

inutile alleanza colla Francia, e stabilì pace con essi Olandesi.

Altrettanto poi fecero l'elettor di Colonia e il vescovo di Munster.

Sbrigata l'Olanda da questi nemici, e rinforzata dall'armi dei

collegati, cioè dell'_imperadore_ e della _Spagna_, fece prendere altre

risoluzioni al monarca franzese. Cioè abbandonò egli, alla riserva di

Mastrich e di Grave, tutte le altre piazze occupate agli Olandesi, ma

coll'avvertenza di torchiar prima le borse degli abitanti, di minare

e far saltare le fortificazioni, e di asportarne tutte le artiglierie

e munizioni. In bene e in male si parlò forte dappertutto di questo

abbandonamento e di tante asprezze. Alla testa delle sue armate passò

il re medesimo di nuovo nel mese di aprile verso la Franca Contea, e

dopo alcuni vigorosi assedii s'impadronì di Gray, di Besanzone, di

Dola, e d'ogni altro luogo forte di quella contrada, con piantarvi

i gigli, che quivi fecero buone radici. Inferì danni ben gravi al

palatino del Reno, perchè, lasciato il suo partito, aveva abbracciato

quello dei collegati. Riuscì intanto agli Olandesi di guadagnar

l'elettore di Brandeburgo, che con grandi forze venne in loro aiuto.

Contra di tanti nemici era la sola Francia, ma senza sgomentarsi.

Seguirono poi battaglie con varia fortuna dell'armi. Dall'un canto il

_maresciallo di Turrena_ e il _principe di Condè_ fecero di grandi

prodezze. Minori dall'altra parte non furono quelle di _Guglielmo

principe d'Oranges_, del vecchio generalissimo _conte Raimondo

Montecuccoli_ Modenese, e del _general Caprara_ Bolognese. Gran teatro

di miserie per tanti paesi fu l'anno presente; e tutto per l'ambizione

d'un solo monarca, le cui trionfali imprese venivano da' suoi popoli

e parziali esaltate alle stelle, ma con diverso giudizio riguardate da

altri, e detestate poi sommamente dai suoi avversarii.

Scoppiò nell'anno presente la ribellion di Messina. Potea dirsi ben

felice quella città per la copiosa popolazione e per l'abbondanza del

commercio mercè del suo porto, il più sicuro di tutto il Mediterraneo;

più felice ancora, perchè fra le città sottoposte alla monarchia di

Spagna, niuna godea tanti privilegii ed esenzioni, come Messina, perchè

avea ben governatore spagnuolo, ma ritenea forma di repubblica col suo

senato, composto di nobili senatori e di alcuni ancora del popolo. Fu

creduto che desse impulso alla sollevazione l'avere i regii ministri

imposti nuovi tributi; perciocchè uso fu degli Spagnuoli, allorchè li

pungeva la necessità delle guerre, di provvedere al bisogno presente,

senza mettersi pensiero dell'avvenire col vendere i fondi del demanio e

delle rendite regali nei regni di Napoli e Sicilia. Tornando poi nuove

angustie per nuove guerre, altro ripiego non restava che d'inventar

altre gabelle ed aggravii: del che si risentivano forte i popoli.

Ma, per sentimento di altri, ebbe origine quell'incendio dall'avere i

ministri spagnuoli introdotte e fomentate due fazioni nella città di

Messina, o tentato di escludere dal governo i senatori. Nacquero perciò

lamenti, satire e commozioni; e perchè furono castigati alcuni dei più

insolenti, crebbe maggiormente l'alterazione del popolo, che spedì a

Madrid le sue suppliche, affinchè il re provvedesse alla mala condotta

de' suoi ministri, ma con riportarne solamente minaccie di gastighi e

rigori. Perchè un dì del mese di agosto furono dal governator chiamati

a palazzo tutti i senatori, sorse e prese fuoco una voce che si volesse

levar loro la vita; e brutto indizio certamente fu l'essere state

chiuse le porte del palazzo, appena vi furono essi entrati. Allora

il popolo tutto corse all'armi, e trasse furiosamente al palazzo.

Avvertito di questa sollevazione il governatore _don Diego Soria_, fece

aprir le porte, e lasciò tosto uscire i senatori illesi; ma questo non

bastò a calmare l'ammutinata gente, che fieramente cominciò a cercare

gli Spagnuoli, e gli obbligò a ritirarsi nelle quattro fortezze della

città; ma senza insultare il governatore, che non volle abbandonare

il palazzo, gridando essi intanto: _Viva il re di Spagna_. Informati

pertanto di sì gran torbido il _marchese di Baiona_ vicerè di Sicilia,

e il _marchese d'Astorga_ vicerè di Napoli, non perderono tempo a

spedir gente e navi alla volta di Messina, e far piazza d'armi a

Melazzo, dando assai a conoscere che voleano colla forza soffocare quel

fuoco.

Allora fu che i Messinesi ruppero ogni misura, s'impossessarono di

varii posti e del palazzo, e cominciarono le ostilità spezialmente

contro la fortezza di San Salvatore, posta alla bocca del porto.

Cacciarono anche di città chiunque era tenuto per ben affetto agli

Spagnuoli. Intanto al vicerè Baiona giunsero cinque galee di Malta,

altrettante di Genova; e vennero da Napoli e dalle città di Sicilia

rinforzi di gente, coi quali cominciò egli a strignere la città

coll'occupazione di vari siti. Ma usciti i Messinesi, con tal fierezza

trattavano gii Spagnuoli, che questi ad ogni lor comparsa battevano

la ritirata. La proposizion fatta d'un perdon generale ebbe poca

fortuna, perchè venendo accompagnata dall'armi, non istimò il popolo di

potersene fidare, e massimamente sapendo di che tempra fosse il genio

spagnuolo. Aveano già i Messinesi, assai conoscenti che le lor forze

non avrebbono potuto reggere, spedito a Roma Antonio Caffaro a trattare

col _duca di Etrè _ ambasciatore di Francia, con offerir la loro città

al re Cristianissimo, ottenuta la quale, si facea credere assai facile

la conquista di tutta l'isola. Volarono corrieri al _re Luigi_, che

corse tosto al buon mercato, ed ordinò che il commendator di Valbella

con sei vascelli da guerra portasse viveri e munizioni a Messina; che

questo presentemente era il suo maggior bisogno. Arrivato che fu colà

il Valbella, fu proclamato il re di Francia per suo padrone dal popolo,

cantato il _Te Deum_, inalberati dappertutto gli stendardi coi gigli,

ed affrettata l'espugnazione di San Salvatore, che in fine fu costretto

alla resa. Nuovo vicerè in questo mentre giunse in Sicilia il _marchese

di Villafranca_, e colà arrivarono ancora molte milizie spedite da

Milano e dalla Catalogna, colle quali si cominciò a maggiormente

angustiar Messina, impedendo l'introduzione dei viveri; di maniera che

non finì l'anno presente che si trovò ridotto quel popolo in pessimo

stato, e gli Spagnuoli si teneano come in pugno di vederlo venir fra

poco colla corda al collo a chiedere misericordia.

Nè mancarono a Roma i suoi sconcerti nell'anno presente. Intento il

_cardinale Altieri_ a rendere maggiormente fruttifera la dogana di

Roma, trovò il gran segreto di mettere una nuova imposta di un tre

per cento sopra qualsivoglia roba mercantile che s'introducesse nella

città, obbligando a questo pagamento qualsivoglia persona, senza

dichiarar punto di eccettuarne i cardinali e gli ambasciatori: dal

che sarebbe provenuto un gran vantaggio alla camera, e, per quanto

fu creduto, anche al cardinale stesso, dicendosi che i gabellieri

gli aveano promesso venti mila doble, se levava le esenzioni ad essi

ambasciatori. Furono anche in procinto di mettere la pena di scomunica

contro i contravventori, se saggi teologi non l'avessero impedito.

Pretendeva infatti il cardinale che quei pubblici rappresentanti si

abusassero dell'esenzion fin qui loro accordata; e non avea il torto,

perchè ordinario costume degli uomini è il far fruttare, per quanto

si può, la propria bottega. Per questo editto, pubblicato nel dì 18

di giugno, e poi con dichiarazione più precisa nel dì 11 di settembre,

dove tutti si vedeano sottoposti alla confiscazion delle robe, a pene

pecuniarie ed anche corporali si alterarono forte non pochi porporati,

ma specialmente protestarono offeso il lor carattere, e i pretesi

lor diritti gli ambasciatori delle corone; perlochè unironsi insieme

quei di Cesare, di Francia, di Spagna e di Venezia, chiedendone

soddisfazione. Rispondeva l'Altieri che il papa era padrone in casa

sua, e co' suoi domestici si burlava di loro, perchè le potenze si

trovavano allora in troppi impegni di guerra. Mandarono tutti e quattro

gli ambasciatori i lor gentiluomini a chiedere udienza al papa; e il

maestro di camera rispose che sua santità per quattro giorni avvenire

si trovava impedito, benchè poi lo stesso pontefice confessasse di non

averlo saputo, e ne sgridasse, quando lo seppe, il mastro di camera.

Inviarono i lor segretarii per avere udienza dal cardinale Altieri, ed

egli fece serrar loro in faccia le porte del suo appartamento, tirar

le catene a quelle del palazzo papale e rinforzar le guardie; locchè

pretesero gli ambasciatori un maggiore strapazzo alla lor dignità.

Intanto fu scritto ai nunzii, affinchè rappresentassero alle corti

gli eccessi degli ambasciatori, pretendendo questi, all'incontro,

che fossero calunnie, e di provarlo coi mandati da loro spediti, dei

quali mai non poterono ottener nota. Continuò tutto il resto dell'anno

con varie scene, raggiri ed artifizii, che si leggono nelle relazioni

manuscritte di quei tempi. Il papa rimise l'affare in arbitri, ad una

congregazione; e finì l'anno senza che gli ambasciatori spuntassero

cosa alcuna. Il duca di Etrè quasi solo tenne saldo, perchè dal suo

sovrano ricevè ordine di sostener con vigore tutto quanto o di ragione

o di fatto aveano praticato i precedenti ministri.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 100 / 102 题