Ora avenne, che _Ranuccio_, e poscia Odoardo suo figlio, duchi di

Parma, per li loro precedenti impegni aveano contratto di molti debiti

in Roma, e formato quivi un monte, con assegnare ai creditori il

pagamento dei frutti sul ducato di Castro e Ronciglione, posto fra

la Toscana e il Patrimonio di San Pietro, che era riconosciuto in

feudo dalla Chiesa romana. Amoreggiavano i Barberini quello stato,

e proposero di comperarlo, o di prendere per moglie una figlia del

duca Odoardo, che lo portasse in dote. Ma, essendo venuto il medesimo

duca a Roma nell'anno 1639, per cagion di esso monte, e per trattar

della promozione alla porpora di _Francesco Maria_ suo fratello, e

per altri affari, fu dissuaso a lui quel parentado; il che produsse

non poche amarezze fra lui e i Barberini, i quali gli attraversarono

ogni negozio, contrastarono anche gli onori dovuti alla sua dignità.

Crebbero poscia i disgusti, perchè fu vietata al duca la tratta dei

grani di Castro, ch'era la maggior sua rendita; e, non potendosi perciò

pagare i frutti del monte, si fecero saltare su i creditori contra

di lui in Roma, ed uscirono citazioni ed altri atti giudiziali. Andò

in furore Odoardo Farnese, siccome principe di alte idee e risentito,

prendendo tutti questi atti come affronti a lui fatti dai nipoti del

papa, per voglia di spogliar lui, ed arricchire sè stessi di quegli

Stati. E perciocchè egli era solito a misurare, non dalle forze, ma

dall'animo suo le cose, spedì Delfino Angelieri con qualche presidio a

Castro, che cominciò a far quivi delle fortificazioni. Fu ciò valutato

in Roma come un principio di ribellione; e però poco stette ad uscire

un monitorio coll'intimazion di tutte le pene spirituali e temporali,

se in termine di trenta giorni non si demolivano le fortificazioni, e

non si sbandava il presidio. Poscia si stimò ben impiegato il danaro

della camera apostolica in fare con tutta fretta un armamento di sei

mila fanti e cinquecento cavalli a Viterbo, e un bel preparamento di

artiglierie ed attrezzi. Commossi da questo rumore e dalle doglianze

del duca di Parma il _senato veneto_, il _vicerè di Napoli_, i ministri

del _re Cristianissimo_, di _Ferdinando II gran duca_ di Toscana e di

_Francesco I duca_ di Modena, si diedero premurosamente a trattare di

aggiustamento, e a proporre varii partiti, ma con avvedersi in fine,

che quella corte ad altro non tendeva, che a tirare in lungo l'affare,

tanto che spirassero i trenta giorni, ed anche quindici altri che per

misericordia si ottennero.

Passati in effetto questi termini, il marchese Luigi Mattei, mastro di

campo generale del papa, si mosse da Viterbo colle milizie nel dì 27

di settembre, e con poca fatica s'impadronì della Rocca di Montalto,

e finalmente nel dì 13 di ottobre anche di Castro, con restar dubbiosa

la fede o il coraggio dell'Angelieri, che sì presto capitolò la resa.

Questi soli erano i due luoghi forti di quel ducato; però tutto il

resto venne in potere dei Papalini. Vie più allora si affaccendarono

i principi suddetti per trovar temperamento, con istudiarsi ciascun

d'essi di spegnere il nascente incendio. Ma i Barberini esultanti

fra il plauso universal de' Romani per tale acquisto, ed animati

maggiormente dal gran vantaggio del possesso ottenuto, non proponevano

se non condizioni, da lor conosciute tali che non sarebbono accettate.

Intanto si applicavano ad aumentar le loro soldatesche, e i presidii

delle piazze, e spezialmente inviando gente ai confini del Bolognese

e Ferrarese per ogni precauzione contro la repubblica veneta e contro

il duca di Modena. E perciocchè dagli ecclesiastici, benchè destinati

da Dio al regno spirituale, si fa non minor festa e tripudio per

l'acquisto dei beni temporali, di quel che facciano i secolari, il

pontefice, tutto giubilante per quello di Castro e di Ronciglione,

volle con una promozion di cardinali coronar la sua gioia; e questa fu

fatta nel dì 16 di dicembre dell'anno presente. Intorno a che non si ha

a tacere che erano dianzi seguite delle commedie, perchè il pontefice

oppure il _cardinal Francesco_, uomo cupo e perplesso in tutti gli

affari, non aveano voluto ammettere per loro particolari riflessi a

questo onore il principe _Rinaldo d'Este_, fratello del duca di Modena,

promosso dall'imperadore, nè monsignor _Giulio Mazzarino_ Romano,

proposto dal re Cristianissimo, nè l'abate _Francesco Peretti_ Romano

anch'esso, alle preghiere della Maestà Cattolica. Superati in fine

tutti gli ostacoli, seguì la promozione di que' tre soggetti con dieci

altri, non senza querele de' privati franzesi, che videro anteposto a

tutti loro nella nomina del re il Mazzarino Romano. Ma il Richelieu,

che avea per tante pruove conosciuto il mirabil talento di quest'uomo,

e l'attaccamento alla sua persona, il portò di peso alla porpora, per

valersi di lui a sostenere l'esorbitante sua autorità, che gli avea

poco fa eccitati contro non solo gravi pericoli, ma guerre ancora. E

però essendo mancato di vita fra Giuseppe cappuccino, stato in addietro

il suo braccio diritto, confidando nel Mazzarino, ebbe a dire a chi si

condoleva con lui di questa perdita: _La breccia è riparata_.

Anno di CRISTO MDCXLII. Indizione X.

URBANO VIII papa 20.

FERDINANDO III imperad. 6.

Cotante pratiche di accordo, durante il verno e la primavera di

questo anno, furono tenute in Piemonte fra i ministri della _duchessa

Cristina_ e del _re Cristianissimo_ dall'un canto, e del _cardinal

Maurizio_ e del _principe Tommaso_ dall'altro, che ne seguì a dì 14 di

giugno strumento di concordia. Restò la duchessa tutrice del picciolo

duca suo figlio _Carlo Emmanuele_, e reggente degli Stati; il cardinale

luogotenente della contea di Nizza, e il principe Tommaso d'Ivrea e

del Biellese, con avere i due principi una speziosità d'assistenza ai

più importanti affari, finchè il duca uscisse di minorità. Promise

il re di Francia la sua protezione, e varie pensioni ai principi; e

per valevole cimento della loro buona armonia con madama Reale, fu

stabilito, con dispensa pontificia, il matrimonio di esso cardinal

Maurizio colla principessa _Luigia Maria_ sua nipote e sorella del

picciolo duca. Depose il cardinale la sacra porpora, e si effettuò

il di lui sposalizio colle dovute solennità nel dì 21 di settembre:

con che ebbe fine la guerra civile del Piemonte. Grandi lamenti e

schiamazzi fecero per questo gli Spagnuoli; ed avvenne che il _conte

di Siruela_ governator di Milano, ossia che non peranche sapesse i

suddetti negoziati, o sapendoli prendesse consiglio solamente dalla

collera, precipitosamente richiamò da Ivrea le sue truppe. Non fu

pigro il principe Tommaso a metterle in viaggio, e perchè il Siruela,

ravveduto della sua balorderia, volle rimandarle colà, ebbe per

risposta dal principe di non averne più bisogno. Così il cardinal

Maurizio, dopo aver disposte alle armi alcune migliaia di Nizzardi,

chiamò nel castello Francesco Tuttavilla, mastro del campo spagnuolo,

e gli ordinò, se voleva egli uscire di là, di far uscire dalla città

di Nizza la sua guernigione, e convenne ubbidire. Sicchè laddove in

addietro gli Spagnuoli faceano guerra al Piemonte, si cangiò scena,

e i Piemontesi uniti ai Franzesi cominciarono le ostilità contra di

essi per ricuperar le piazze, che in lor mano restavano. Trovavasi

in questi tempi lo Stato di Milano non poco infievolito di forze; nè

potea sperar bastevoli soccorsi di Spagna, trovandosi quella monarchia

in troppo duri impegni, parte per la guerra di Fiandra, e parte per la

sollevazion dei Catalani sostenuti da' Franzesi, e molto più per la

ribellion de' Portoghesi, contra dei quali infelicemente procedevano

l'armi de' Castigliani. Però non fu da maravigliarsi, se una brutta

piega cominciarono a prendere gli affari di esso Stato di Milano a

cagione della metamorfosi suddetta.

Uscirono dunque in campagna i Franzesi sotto il comando del _principe

Tommaso_, con cui poscia venne a congiugnersi il _duca di Lungavilla_,

mandato dal re Luigi XIII al governo delle sue armi in Italia.

Secondo era il _marchese Guido Villa_, fedelissimo generale di madama

Reale colla cavalleria piemontese. La prima loro impresa fu sotto

Crescentino, che, dopo 15 giorni di assedio, verso la metà di agosto

capitolò la resa. Nel dì 22 di esso mese Nizza dalla Paglia venne

alla loro ubbidienza: e con poca resistenza fu anche ricuperata la

città di Acqui. Ognun si credeva, che queste armi continuerebbero il

corso per liberar dagli Spagnuoli le restanti piazze del Piemonte,

quando all'improvviso nel dì 4 d'ottobre andarono addosso a Tortona.

Consisteva questo esercito in dieci mila fanti e quasi cinque mila

cavalli. La città, siccome priva di fortificazioni, incontanente aprì

le porte, e, ridottasi la guernigione spagnuola nel castello posto

sulla collina si vide poco appresso cinta d'assedio. Fino a quest'ora

il conte di Siruela era sembrato placido spettatore dei progressi delle

nimiche milizie; pur venne il dì 8 del mese suddetto, in cui diede

la mossa anch'egli a quante milizie potè raunare per dar soccorso a

Tortona. Ma restò poi perplesso, perchè obbligato ad inviare un corpo

di milizie ad osservare gli andamenti del marchese di Pianezza, il

quale con un altro corpo di Piemontesi e Franzesi inaspettatamente

giunto sotto Verrua, avea data la scalata a quella terra, e se ne era

impadronito, e nel dì 20 del medesimo mese ebbe anche la rocca, posto

di somma importanza. Ciò non ostante si accostò il Siruela a Tortona,

sulla speranza forse che al suo comparire si avessero a ritirar per

la paura i Franzesi. Ma nè quelli si mossero, nè egli osò di tentare

il pericoloso giuoco di una battaglia; sicchè nel dì 25 di novembre il

presidio spagnuolo di quel castello con patti di buona guerra lo lasciò

in potere degli assedianti. Il principe Tommaso seppe far tanto dipoi

alla corte di Parigi, che il re gli diede in dono essa città di Tortona

con tutte le sue dipendenze, erigendola in principato.

Nè si dee tacere che in Parigi appunto nel dì 4 di dicembre diede

fine alla sua vita e alle sue sterminate idee _Armando cardinale di

Richelieu_, personaggio, che, mirato dall'un lato, meritò d'essere

collocato fra gli eroi di questo secolo pel suo maraviglioso ingegno,

per li tanti benefizii da lui recati in Francia alla religion

cattolica, nell'avere mirabilmente depressi gli Ugonotti, restituita la

disciplina monastica, ornato il clero di uomini insigni per la pietà

e pel sapere, e per aver portata la corona di Francia a un grande

auge di gloria e di potenza. Ma, considerato dall'altro lato, furono

bene contrappesate, anzi superate dai vizii e difetti le sue virtù.

Era il suo capo l'officina delle cabale, e il lambicco di quella

mondana politica che solo pensa al guadagno: il suo cuore un emporio

d'ambizione, d'odii e di vendette, non avendo egli saputo mai perdonare

e nè pur lo seppe vicino alla morte, perchè, consigliato a farlo,

rispose di non conoscere altri nemici che quei del re e del regno.

La persecuzion da lui fatta al fratello del re e a tanti grandi del

regno, e spezialmente la scandalosa contro _Maria de Medici_ regina

madre dello stesso _re Lodovico XIII_, non si contò al certo fra le

sue virtù. Non potè quella saggia ed infelice principessa prolungare

tanto la vita da vedere il fine del suo persecutore, perchè nel dì 4

di luglio dell'anno presente era mancata di vita in Colonia, cioè in

esilio, con terminare la lunga serie de' suoi disastri. In somma fu

considerato da molti il Richelieu come un tiranno della Francia, e

tiranno fu dello stesso re, il quale pien di clemenza e buona volontà,

per la forza e signoria che avea preso sopra di lui questo sanguinario

ministro, comparve crudele, e sembrò in più occasioni schiavo del servo

suo. Quella stessa religione cattolica, ch'egli promosse in Francia,

molto si ebbe bene a dolere di lui, per aver egli tanto cooperato

alla esaltazione del luteranismo e calvinismo in Germania ed Olanda.

Morì questo cardinale, odiato quasi da ognuno, e internamente ancora

ne provò contentezza il medesimo re Lodovico, al trovarsi libero da

sì duro tutore. Era già introdotto negli affari di quella corte e nel

favore anche di quel monarca, il _cardinal Mazzarino_, uomo che nella

perspicacia della mente e nell'accortezza, quasi potea competere col

Richelieu, ma di massime più moderate ed amorevoli, e però fu fatto

presidente del consiglio, con autorità nondimeno limitata, essendosi

dichiarato il re di voler da lì innanzi ricordarsi un po' più di essere

quel che era. Furono anche richiamati dall'esilio e dalle carceri non

pochi, già vittime dell'odio del defunto implacabile porporato.

Si andarono in questi tempi sempre più esacerbando gli animi de'

Barberini e di _Odoardo duca_ di Parma, ed uscì in Roma sentenza

di scomunica e di devoluzione di tutti i suoi Stati alla camera

apostolica; oltre a ciò si aumentò in Roma e in Viterbo l'armamento,

per gastigare questo chiamato ribello. Dal suo canto anche il duca

coll'impegnar le gioie, e prendere danari a frutto, ed ottenerne

qualche somma dalla repubblica veneta, si diede a far gente, e

pubblicò un manifesto delle sue ragioni, che dispiacque forte a Roma.

Non lasciavano essa repubblica, il gran duca, e il duca di Modena di

continuare i trattati di aggiustamento; ma durezze s'incontravano

da ambe le parti. Si andò in questa maniera baloccando un pezzo,

finchè, raunato sul Bolognese un copioso esercito pontifizio con

tutti gli attrezzi militari, si vide comparire a Modena Giovanni

Agostino Marigliani a chiedere il passo per quelle genti alla volta

di Parma. Si andò schermendo il _duca Francesco I_, e intanto avvisò

i Veneziani e il _gran duca Ferdinando_ dei grandiosi disegni dei

Barberini, affatto rivolti a turbar la quiete comune. Venuto poscia il

conte Ambrosio Carpegna a far più forti istanze, ed anche minacce pel

suddetto passaggio, il duca di Modena, che si trovava come disarmato,

fu costretto ad accordarlo se nello spazio di un mese non seguiva

concordia fra la camera apostolica e il duca di Parma. Allora fu

che i Veneziani, per altri motivi ancora disgustati del governo dei

Barberini, e il gran duca, e il duca di Modena, egualmente cognati

d'esso duca Odoardo, non volendo soffrire il di lui precipizio, nel

dì ultimo di agosto formarono fra loro una lega difensiva. Attese il

duca di Modena a rinforzarsi di gente, a fortificare e provveder di

munizioni le sue piazze, e ricevette anche dalla repubblica un aiuto

di tre mila fanti e di trecento cavalli, risoluto di contrastare il

passo ai Papalini. Altri soccorsi ancora doveano a lui venire dalla

Toscana. Furono cagione questi ripieghi, che i Barberini fermassero

l'impetuoso corso dei lor disegni. Trovavasi intanto in uno strano

labirinto il Farnese, perchè di gran gente avea raccolto; forze gli

mancavano per mantenerle; e vergogna gli parea il licenziarle, stando

tuttavia pendenti gli affari suoi. Perciò spinto dalla disperazione, e

non già guidato da sano consiglio, determinò di passare per lo Stato

ecclesiastico, con isperanza di ricuperar Castro, e mandò a chiedere

il passo al duca di Modena. Per quanto questi non si stancasse con

lettere, e con inviargli anche a questo fine il conte Fulvio Testi per

dissuaderlo, non potè vincere la ferocia dell'animo suo. Pertanto nel

dì 10 di settembre si mosse da Parma con soli tre mila cavalli, senza

artiglierie, senza altri militari attrezzi; ed essendo transitato per

lo Stato del duca di Modena, arditamente entrò nel Bolognese. Seco era

il _maresciallo di Etrè_, non già perchè la Francia avesse preso ad

aiutare il duca, ma perchè esso maresciallo non godeva la buona grazia

del re suo signore.

Se troppo capricciosa scena fu quella del duca, disapprovata anche

da altri principi, riuscì ben più ridicola l'altra dell'esercito

pontifizio, ascendente, per quanto fu detto, a diciotto in ventimila

guerrieri, la maggior parte nondimeno dei quali è da credere, che

fosse di villani atti a maneggiar la zappa e il badile, e non già

spade e moschetti, che al comparire del Farnese tutto si scompigliò e

dissipò, come fan le passere all'arrivo del nibbio. Chi qua, chi là,

senza che gli ufiziali potessero ritenerli, se pur gli ufiziali non

furono i primi a menar le gambe. _Don Taddeo Barberino_, prefetto di

Roma e generale della Chiesa, solamente allorchè arrivò a Ferrara si

tenne sicuro. Passò trionfalmente il duca Odoardo per le città della

Romagna, che niuna resistenza fecero, senza inferir danno, contento

delle necessarie provvisioni per gli uomini e per li cavalli. Non

gli mancò biasimo presso alcuni politici, perchè non si fermasse ed

afforzasse in quella ubertosa provincia, atta a mantener la sua gente,

e a fargli poscia conseguir dei vantaggi in una concordia. Ma egli

per Meldola e per la Toscana passò a Castiglione del Lago dove fece

alto, per dar agio a qualche trattato. Per sì baldanzoso e felice

passaggio del Farnese gran commozione, gran terrore si svegliò in

Roma, dove ognun si facea lecito di sparlare dei Barberini, temendo

di vedere fra poco un nuovo Borbone alle porte di quella gran città.

Il vecchio papa, a cui faceano sapere i nipoti quel solo che loro

piaceva, non potè ignorare in tale congiuntura i movimenti del duca,

e i lamenti e lo sbigottimento del popolo. Anzi spaventato anch'egli,

forse perchè sospettava intelligenze e congiure in Roma stessa, si

portò al Vaticano, per salvarsi, occorrendo, in castello Sant'Angelo,

con isfogar poi la collera contro i nipoti, che lo aveano condotto

in questo imbroglio. Si mise poi l'affare in negoziati fra essi

Barberini e i ministri della Francia e del gran duca, cioè in quella

via che appunto giovava ai primi, per guadagnar tempo e fortificarsi,

siccome in fatti avvenne. L'ozio intanto e la voce di un vicino

aggiustamento, ispirò la deserzione ai soldati del duca, e quanto più

gli altri cresceano di forze, e si sminuiva la paura, tanto più egli

si andava di giorno in giorno indebolendo. Ciò non ostante si formò

una capitolazione, e parve accordato il deposito di Castro; si venne

anche a qualche sospension d'armi; ma il duca in fine si trovò burlato

da chi ne sapea più di lui in questo mestiere. Laonde, avvicinandosi

il verno, prese la risoluzione di tornarsene indietro colle pive nel

sacco, lagnandosi forte del gran duca cognato, che, a riserva di un

tenue aiuto di danaro, con sole parole lo avea largamente assistito

fin qui; siccome si dolse il duca di Modena, perchè i Veneziani,

lasciandolo col peso addosso di tante truppe sue e straniere, non gli

permisero mai, durante lo scompiglio dei Barberini, di entrare nello

Stato ecclesiastico; intorno a che egli forte premeva, sì pel proprio

interesse, come per dar polso ai negoziati che si facevano pel duca

suo cognato. Tornossene dunque a Parma il Farnese, andarono per terra

tutti i trattati, e restarono più che mai imbrogliate le cose con gran

festa dei Barberini, che aveano saputo vincere senza far nulla. E così

terminò l'anno presente con questa, quasi dissi, comica guerra, e con

una lega piena di secreti riguardi e di un fiacco calore, che nulla

giovò al duca di Parma, e solamente servì a rendere più orgogliosi

i di lui nemici. Degno è ben _Galileo Galilei_ Fiorentino, che si

faccia qui menzione della sua morte, accaduta nel dì 8 di gennaio del

presente anno. Gran filosofo, insigne matematico, celebre astronomo,

sì benemerito di queste scienze si rendè, per confessione ancora degli

stranieri, che neppur presso i nostri verrà mai meno il glorioso suo

nome.

Anno di CRISTO MDCXLIII. Indizione XI.

URBANO VIII papa 21.

FERDINANDO III imperadore 7.

Non potea darsi pace il _conte di Siruela_ governator di Milano per la

perdita della città di Tortona, a lui tolta dal _principe Tommaso_.

Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè,

e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso

principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e

ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e

con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso.

Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena,

per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso

la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di

tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si

portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola,

e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e

poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggio della cittadella.

Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò

all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo

principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne

in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con

tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che

ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima;

e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia

non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età

di quarantadue anni il _re Lodovico XIII_, a cui fu dato il titolo di

Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re

Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati

non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a

risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca,

che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo

difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di

lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze

i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in

età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela della _regina

Anna d'Austria_ sua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la

destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari il

_cardinale Giulio Mazzarino_, benchè straniero e creatura dell'odiato

Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia.

Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi

e piemontesi, avendo il _marchese Villa_ sottomessa Villanuova d'Asti

a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso

con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di

grande importanza. Al _conte di Siruela_ era succeduto il _marchese di

Vellada_ nel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar

quell'assedio; ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi

gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede

vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle

parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in

Piemonte il piccolo duca _Carlo Emmanuele_ con somma consolazione di

tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di

guernigione i Franzesi.

Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai

Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia,

stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè la _veneta

repubblica_, il _gran duca_ e il _duca di Modena_. Ma più di essi

ardeva di sdegno il _duca di Parma Odoardo_, trovandosi più che mai

impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che

occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno

della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti

per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando

che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi

potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli

avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei

luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate

da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a

Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli

Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli

poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle

nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una

dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò

forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i

collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non

lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio,

s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti di fanteria,

altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi

d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata

gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si

fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono

più i _Veneziani_ a muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta,

Figheruola ed Ariano. Si mosse ancora _Francesco duca_ di Modena colle

sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli

scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar

anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e

pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come

Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa.

Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de'

Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse

formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove

egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad

unir le sue armi coll'Estense.

Diede campo questa irresoluzione e mala intelligenza dei collegati al

_cardinal Antonio Barberini_, legato e generale dell'armata papale,

di spignere il marchese Mattei con quadro mila fanti sul territorio

di Modena, che occupò San Cesario, Spilamberto, Vignola, Guiglia ed

altri luoghi, commettendo dappertutto crudeltà ed incendii, come s'egli

fosse stato uno spietato bassà. A questa parte dunque si voltò il fuoco

maggior della guerra. Nel dì 14 di giugno fu spedito dal duca di Modena

il cavalier della Valletta sul Bolognese, per tentare l'occupazione di

Crevalcuore, ma vi restò spelazzato dai Papalini. E perciocchè le poche

schiere venete, venute in rinforzo di esso duca, teneano ordini diversi

dall'idee del duca, prevalendosi il cardinale legato della poca buona

armonia dei suoi avversarii, nel dì 19 di luglio si portò all'assedio

di Nonantola. Avea il duca Francesco I, con licenza dell'imperadore,

richiamato dì Germania il generoso _conte Raimondo Montecuccoli_, suo

vassallo, che poi tanta fama si procacciò nel generalato delle armi

cesaree, e l'aveva costituito generale delle sue truppe. Al soccorso

di Nonantola marciò il prode cavaliere, e sì caldamente assalì l'oste

nemica, che la mise in rotta colla strage e prigionia di molti, e

col guadagno d'artiglierie. Lo stesso cardinale Antonio, che animava

colle benedizioni i suoi a far bene il loro dovere, corse pericolo

della vita, essendogli stato ucciso sotto il cavallo. Un altro buon

corridore il mise poscia in salvo. Entrò allora il duca di Modena

sul bolognese, impadronendosi di Piumazzo, Bazzano ed altri luoghi,

spargendo il terrore sino alle porte di Bologna. E già si disponeva

egli ad assalire quella vasta e sgomentata città, quando eccoti

avviso, che un grosso corpo di Papalini, passato il Po a Lagoscuro,

avea sorpreso il forte dei Veneziani, e quivi alzava in fretta delle

fortificazioni. Furono per questo richiamate dai Veneziani le milizie

loro, che erano sul modenese, e fu forzato il duca a ritirarsi. Guerra

intanto era anche ai confini del Sanese e del Perugino fra le genti

del papa e quelle del _gran duca Ferdinando II_, essendo riuscito ai

Fiorentini di occupar Città della Pieve, Monte Leone, Castiglione del

Lago, contuttochè il _duca Savelli_ con maestà di guerra li tenesse

ben ristretti, e rendesse loro la pariglia. Trovandosi impegnate

colà le milizie di Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di

tentare un bel colpo. Fece egli improvvisamente sul principio di

ottobre marciare il signor di Valenzè dal Bolognese per la via della

Poretta alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere quella città

sprovveduta di presidio. Con quattro mila fanti e mille cavalli andò

egli, e giunse a dare la scalata a Pistoia. Ma non corrispose al suo

valore la fortuna, perchè i cittadini coraggiosamente difesero le mura,

benchè non potessero poi esentar la campagna da un grave saccheggio.

Per questo accidente dimandò il gran duca soccorso ai Veneziani e al

duca di Modena, i quali accorsero per tagliare la strada al ritorno del

Valenzè; ma egli, dove men sel credevano, passò e li lasciò delusi.

Dopo queste, ed altre molte azioni di non molto rilievo, che io

tralascio, fatte in queste parti, ed anche in Toscana, dove i

Fiorentini non meno nelle difese che nelle offese riportarono molto

onore; questi bravi combattenti andarono a cercar riposo, lasciando

che nei gabinetti seguitassero le teste politiche i lor duelli, per

mettere fine ad una guerra, che costava poco sangue, ma che serviva a

distruggere assaissimo chi l'avea sul dosso. Il bello fu, che _Odoardo

duca_ di Parma, per cui pure era fatta la festa, se ne stette sempre

agiatamente al Bondeno e alla Stellata senza nè pure stendere un dito

in aiuto dei suoi protettori: il che diede molto da pensare e da dire

agli speculativi, e molto più da sclamare a chi si trovava interessato

in sì fatti imbrogli. E giacchè si è fatta menzione all'anno precedente

di aver la morte liberata la corte di Francia da un troppo violento

favorito e primo ministro di quel re, non si dee ora tacere, che la

prudenza nel presente anno liberò anche la corte di Spagna da un altro

potentissimo favorito, cioè dal _conte di Olivares_, appellato il conte

duca; perchè finalmente tiratosi il sipario al mal governo di questo

ministro, per cui tante sciagure si erano affollate sopra la monarchia

spagnuola, il _re Filippo IV_, arrivò nel 15 di febbraio a cacciarlo di

corte con relegarlo a Locches, dove ben presto gli affanni e la rabbia

gli abbreviarono la vita.

Anno di CRISTO MDCXLIV. Indizione XII.

INNOCENZO X papa 1.

FERDINANDO III imperadore 8.

Trattossi alla gagliarda nel verno dell'anno presente dal _cardinale

Alessandro Bichi_, come plenipotenziario del re Cristianissimo, di

comporre le differenze del duca di Parma e dei principi collegati

con Roma. Bramavano forte la pace i Veneziani; non men di loro v'era

portato il gran duca. Ancorchè i Barberini se ne andassero pettoruti

per avere vigorosamente sostenuto l'onore dello Stato ecclesiastico

contro gli sforzi altrui, pure conoscevano il bisogno di accomodarsi,

perchè miravano cadente il vecchio zio papa, e le sue infermità davano

a conoscere ch'egli teneva già un piede nel sepolcro. Gran tracollo

poteano essi aspettarsi, se durante la guerra fosse egli stato rapito

dalla morte. Si aggiugnevano i richiami de' saggi cardinali, e le

mormorazioni e querele di tutti i sudditi della Chiesa per sì ostinato

e poco importante impegno, che riusciva loro di sommo aggravio;

quando voce comune correa, che il maneggio di questa guerra fruttasse

dei tesori alla stessa casa Barberina. Nel mentre che si manipolava

l'accordo, non lasciarono i collegati di allestir nuove truppe e

far altri preparamenti per continuare, occorrendo, la guerra. Anzi

seguirono sul principio di marzo varie ostilità dei Veneziani contro

i forti fabbricati oltre il Po dai Papalini; e a Lagoscuro di qua

dal fiume occorse una fazion militare, in cui il cavaliere Valletta

mise in rotta un corpo di milizie pontifizie colla morte di duemila e

colla prigionia di centocinquanta persone. Accorso colà per sostenere

i fuggitivi il _cardinale Antonio_, e caduto in un'imboscata tesagli

dal medesimo Valletta, appena potè egli salvarsi colla velocità del

cavallo, lasciando ivi prigione il vicelegato di Ferrara Caraffa,

Antonio ossia Marco Doria governator di quel forte, ed altri uffiziali.

Per tali motivi dunque si affrettarono i ministri del pontefice e i

mediatori ad ultimare il trattato di pace. Fu questa sottoscritta in

Venezia dal _cardinale Giovanni Stefano Donghi plenipotenziario_ del

sommo pontefice, dal _cardinale Bichi_ a nome del re Cristianissimo,

da _Giovanni Nani_ per parte della repubblica di Venezia, dal cavalier

_Giambatista Gondi_ pel gran duca di Toscana e dal _marchese Ippolito

Estense Tassoni_ pel duca di Modena. Un'altra capitolazione a parte

nello stesso giorno nondimeno era stata fatta dai due cardinali

plenipotenziarii, riguardante l'accomodamento del duca di Parma con sua

Santità. La somma di questo accordo fu, che ognuno disarmerebbe ogni

luogo in questa guerra occupato, e che il papa, ad intercessione del

re Cristianissimo, assolveva il _duca Odoardo_, stante una umilissima

sua supplica, dalle censure, promettendo restituirgli, dopo sessanta

giorni, il ducato di Castro, rimettendo le cose nello stato in cui

erano prima della presente guerra, e restando il re Cristianissimo

garante delle promesse fatte dai principi contraenti.

E tal fine ebbe la guerra presente, guerra brevemente da me abbozzata,

perchè nulla conteneva di grande, nulla di glorioso nei consigli, nella

condotta e nelle azioni militari; e pur guerra con tal prolissità e

sì minutamente narrata dall'abbate Vittorio Siri, come se si fosse

trattato di quella d'Annibale coi Romani, o dell'altra di Cesare con

Pompeo. Se non fosse la gente avvezza a mirare come facilmente sotto

l'apparente unione di molti nelle leghe si appiatti la vera disunione,

per la diversità dei particolari privati interessi e desiderii, non

lascerebbe certo di maravigliarsi come nel maneggio di questa guerra

si osservasse tanta melensaggine negli uni, che poteano far tanto più,

e nol fecero; e l'ardore d'alcuni, ma sì mal secondato da' compagni;

conchiudendo gli scrittori, che se i collegati fossero ben camminati

d'accordo, ed avessero unite le forze, altra faccia avrebbero preso le

cose, e tante spese da lor fatte, e danni da lor patiti, non sarebbero

restati senza risarcimento. La verità nondimeno è, che con sì poche

prodezze ottennero l'intento loro di mettere in dovere l'orgoglio

dei Barberini, e di rimettere il duca di Parma in Castro; benchè tal

benefizio col tempo a lui nulla giovasse. E ciò per colpa sua, perchè

principe di poco consiglio, e che si moveva per lo più secondo il solo

empito delle sue passioni. Tanto oro ch'egli impiegò in questa guerra,

se fosse stato da lui applicato a soddisfare i suoi montisti, avrebbe

estinto il monte dei suoi debiti, e risparmiato a sè e agli altri il

dispendio della rottura suddetta. Ma egli volle guerra con restar

poi brollo in casa propria, e carico, come prima, dei debiti suoi.

Una più bella ne aggiunse dipoi. Tanto la repubblica veneta, che il

gran duca, e il duca di Modena, quantunque nulla avessero guadagnato

in questo sì dispendioso movimento d'armi, pure con lettere piene di

riconoscenza ringraziarono il re Cristianissimo e la regina reggente

dell'aver procacciata la loro pace. Il duca di Parma, che solo avea

raccolto il frutto dell'altrui spese e fatiche, niun ringraziamento

inviò alla corte di Francia, e da lì a poco negò il transito d'alcune

truppe franzesi per li suoi Stati. Cose tutte che probabilmente non

riportarono l'approvazion dei saggi. Quanto a Roma, non si può dire

in che discredito restassero i nipoti del papa, e quanta odiosità

del pubblico si concitassero contro per questa briga da lor voluta,

che costò tanti danni ai sudditi della Chiesa, accrebbe a dismisura

i dazi e le gabelle nello Stato ecclesiastico, parte dei quali dura

tuttavia, portò delle piaghe alla camera apostolica, che incancherite

son poi andate crescendo, e fece consumar tanta copia d'oro, tratta

da castello Sant'Angelo, per soddisfare ai capricci di chi si abusava

dell'autorità concessagli dal quasi decrepito zio. Ed è costante che

il povero papa, giacente in letto, restava in troppe maniere ingannato

dai nipoti, e desiderò sempre la pace, richiedendo solamente dal duca

Farnese le umiliazioni dovute alla sua sovranità: laddove i nipoti

altro non ambivano che guerra, e guastavano tutte le tele ordite per

la concordia. Se questo poi possa bastare a giustificar presso Dio un

pontefice, il quale in vece di valersi del consiglio di tanti saggi

porporati, dei quali sempre abbonda il sacro collegio, si abbandoni in

braccio ai nipoti, gravidi bene spesso di umane passioni, alla tenuità

della mia opinione non conviene il deciderlo.

Ma del pontefice _Urbano VIII_ andava sempre più declinando all'occaso

la sanità, e poco potè goder egli della contentezza d'aver restituita

ai suoi popoli la quiete. Fu scritto da altri che, in vece di

allegrezza, egli provò dei fieri tormenti per tanti dispendii della

camera apostolica, per tanti gemiti e maledizioni dei popoli, e

per l'esito della guerra, in cui restava intaccata non poco la sua

riputazione; e che questo crepacuore influisse a rendergli disgustoso

il sopravvivere. Comunque sia, nel dì 29 di luglio, dopo ventun anni

di pontificato, egli terminò i suoi giorni, restando perenne memoria

del suo vivacissimo spirito, del suo amore alla giustizia, della sua

letteratura, e dell'averla fatta fiorire in Roma a' suoi tempi, siccome

ancora delle tante fabbriche sue per ornamento e per difesa della

stessa Roma, e d'altri luoghi dello Stato pontifizio. Ma siccome del

troppo lungo suo pontificato era annoiata la gente, e le tante gabelle

imposte per la guerra voluta dai suoi nipoti, e il genio baldanzoso ed

imperante dei medesimi, congiunto coll'avere adunate tante ricchezze,

assorbendo essi tutto senza farne parte agli altri, aveano dato un

potente impulso all'invidia e alla malevolenza: così, appena spirato

il papa, fioccarono le pasquinate, e vi fu pericolo di sedizione nel

popolo, e fuorchè le poche creature dei Barberini, ognuno si facea

lecito di declamare contra di loro. Gran premura aveano i due cardinali

Barberini _Francesco_ ed _Antonio_, e grandi maneggi fecero, perchè

cadessero le chiavi di San Pietro in persona creatura dello zio e

ben affetta alla lor casa. Ma perchè il primo era capo della fazion

barberina, e l'altro dei Franzesi, siccome protettor di quella corona,

nè pur essi andavano d'accordo nelle lor pretensioni e mire, e vennero

anche un dì alle brusche fra loro. Tanti hanno scritto, e con tanta

diversità, anzi contrarietà di questo conclave, che non si sa cosa

credere; nè all'assunto mio è permesso d'indagare i cupi nascondigli

di quei maneggi, dove non dovrebbe avere, e pure ha tanta mano l'umana

politica, la qual nondimeno confusa sì sovente si truova dalla suprema

disposizione di Dio in bene della sua Chiesa, riuscendo papa chi non si

credea o non si volea.

A me dunque basterà di dire, che finalmente nel dì 15 di settembre

(dal Vianoli e dall'Oldoino, non so come, è detto nel dì 14 d'esso

mese) cadde l'elezione nella persona del _cardinale_ _Giambatista

Panfilio_ Romano, che con infinito applauso dei suoi concittadini

assunse il nome d'_Innocenzo X_. Era di età di settant'anni, uomo

dotto in leggi, di aspetto ruvido e brutto, ma maestoso. Mirabil cosa

fu, che concorressero in lui i cardinali Barberini, contuttochè il

cardinale Antonio per varii precedenti disgusti il credesse nemico,

almen poco amorevole di sua casa, e perciò ne avesse procurata

dalla corte di Francia l'esclusione. Ma dicono, che, interpostosi il

_cardinal Teodoli_ e il marchese suo fratello col signor di Sansciamon

ambasciatore di Francia, e adoperato l'ariete d'altre arti, il

tirassero in favor del Panfilio, onde per lui poscia si dichiarasse

anch'esso cardinale Antonio. Restò intanto fieramente esacerbata

la corte del re Cristianissimo per la condotta di esso cardinale e

dello stesso ambasciatore, non già, come si volle far credere, che si

avesse a male l'elezion del novello pontefice, ma perchè i medesimi

avessero prima diffamata la Francia, come contraria e nemica alla di

lui esaltazione, e poi l'avessero aiutato a salire sul trono. Gli

effetti di questo sdegno poco stettero a scoppiare, essendo venuti

ordini da Parigi che si levasse al _cardinale Antonio_ il brevetto

della protezion della Francia, e che l'ambasciatore se ne tornasse

immediatamente a Parigi. Così cominciò, ma qui non finì l'umiliazione

dei nipoti di _papa Urbano VIII_, quantunque sui principii del suo

governo _Innocenzo X_ si mostrasse (non è ben certo, se con vero o

pure con apparente affetto) lor protettore e fautore: così richiedendo

la gratitudine verso persone, senza il braccio delle quali non

sarebbe egli mai arrivato al trono. Si studiarono anche i Barberini

di rientrare in grazia degli Spagnuoli; ma non riuscì loro per l'odio

che si erano tirati addosso dei principi d'Italia, e massimamente

del _gran duca Ferdinando II_. Perlocchè spedirono in Francia il

_cardinale di Valenzè_ per addurre le lor discolpe, e promettere molte

cose in vantaggio del re Cristianissimo per gli affari d'Italia. Andò

segretamente questo porporato fino a Parigi, ma, senza volerlo la

corte ascoltare, fu obbligato ad uscirne. Tanto poi egli s'industriò,

che ottenne d'abboccarsi col _cardinal Mazzarino_ fuor di Parigi, e

dopo quello abboccamento se ne tornò tutto contento a Roma nell'anno

seguente.

In quest'anno ancora non mancarono novità e disgrazie al Piemonte e

allo stato di Milano, paesi lacerati non meno dai nemici che dagli

amici. Perchè incresceva al cardinal Mazzarino di tener tanti luoghi

presidiati in Piemonte, furono fatti negoziati da madama Reale

_Cristina_ per ottenere il rilascio in sua mano di Carmagnola, Asti,

Demonte e Lauset, ed anche della città di Torino, a riserva della

cittadella, dove (siccome ancora in Verrua, Santià e Cavours) dovea

restar guarnigione franzese. Fu conchiuso questo lungo trattato

solamente nel dì 3 d'aprile dell'anno seguente. Uscito in campagna

nel mese di giugno il _principe Tommaso_ colle milizie del re

Cristianissimo e piemontesi, andò a cercar la buona ventura. Si staccò

da lui in questi tempi il valoroso generale _marchese Guido Villa_,

disgustato da' Franzesi, e passò al servigio del papa, ma con ritornar

da lì a non molto al servigio di madama Reale. Dopo avere esso principe

Tommaso, colla spedizione di don Maurizio di Savoia acquistato il

castello di Ponzone, si portò sotto Arona sul Lago Maggiore; ma,

scoperta l'intelligenza che egli aveva in quel luogo, e trovata poco

prima ben provveduta d'armi quella terra e rocca, andò a mettere il

campo alla terra o sia città di Santià. In questo mentre il _marchese

di Vellada_ governator di Milano, che aveva atteso a rinforzarsi

di gente con raccogliere la licenziata dal papa e dalla lega, ebbe

maniera di sorprendere la cittadella d'Asti; ma non potè aver la città,

sostenuta dal coraggio degli abitanti, ed appresso rinforzata con

buone truppe dal principe Tommaso. Continuato poi l'assedio di Santià,

furono forzati i difensori Spagnuoli a capitolarne la resa nel dì 6 di

settembre. Ciò fatto, il principe condusse l'armata all'assedio della

suddetta cittadella d'Asti, che si tenne forte fino all'ultimo del

mese suddetto. Quindi con disegno d'impadronirsi del Finale di Spagna,

sprovveduto allora di gente, valicò l'Apennino; ma avendo il Vellada

senza ritardo spediti colà mille e quattrocento fanti, nè comparendo,

secondo il concerto, alquanti legni franzesi, che doveano fiancheggiar

l'impresa per mare, gli convenne tornarsene in Piemonte colla testa

bassa.

Cosa avvenne in quest'anno che fu la sorgente d'infiniti guai alla

repubblica di Venezia. Veleggiava pel mare Carpazio la squadra delle

galee dei cavalieri di Malta, che per l'impiego loro di tener netto,

per quanto possono, dai corsari infedeli il Mediterraneo, presso i

Turchi e Mori son chiamati i corsari cristiani. Vogliosi anch'essi di

qualche preda, si avvennero alle crociere, settanta miglia lungi da

Rodi, in un grosso galeone, ossia vascello turchesco, accompagnato

da due altri minori e da sette saiche. Poco vi volle ad accorgersi,

che quel gran legno conteneva nel suo seno di molte ricchezze; però

al valore ed ardire ordinario de' Maltesi si aggiunse la speranza

di un ingordo bottino, per cui sprezzando ferite e morti fecero un

incredibile sforzo per aggrapparsi sopra il galeone e ridurlo in loro

potere. Inferiore non fu la bravura e l'ostinazion dei Musulmani nella

difesa, e durò più assalti e più ore il sanguinoso combattimento;

ma finalmente restarono vincitori i cristiani. Era il galeone della

Sultana ricco di molto oro e gemme, di merci e di arredi preziosi,

e conduceva in Egitto Tembis Agà, già favorito di tre gran signori,

e governator del serraglio, andante alla Mecca, per poi riposare il

resto di sua vita nel Cairo. Nove cavalieri, cento e sedici soldati

morti, e intorno a ducente sessanta feriti si contarono dalla parte

de' cristiani: da quella de' Turchi perirono circa seicento persone,

e ne rimasero schiave trecento ottanta. Fu creduto che il valsente di

quel galeone ascendesse a più di tre milioni d'oro. Non vi fu soldato

o marinaro che non ne arricchisse. Sì mal concio restò quel legno

dalle cannonate, che non si potè lungamente rimurchiare, e però calò

a fondo nel mare. Le galee maltesi maltrattate anch'esse da' nemici e

da una tempesta, si ridussero a' dì 3 di novembre nel porto di Malta.

Sciolse ognuno le voci in acclamazioni al valor dei Maltesi per questa

vittoria; ma si mutò presto linguaggio, e le allegrezze si convertirono

in pianto, perchè oltre modo sdegnato ed irritato anche dalla Sultana,

il gran signore Ibraim contro i Maltesi, anzi contro il cristianesimo,

oppur mosso da altri impulsi di ambizione, e dal vedere in guerra fra

loro i potentati di Europa, determinò, dopo tanti anni di pace, di

muovere guerra a' cristiani, come pur troppo avremo a parlarne all'anno

seguente.

Anno di CRISTO MDCXLV. Indizione XIII.

INNOCENZO X papa 2.

FERDINANDO III imperadore 8.

Giacchè riuscì alla reggente duchessa di Savoia liberar la città (ma

non già la cittadella) di Torino dalla guarnigion franzese, nel dì 11

d'aprile con gran solennità e giubilo di quel popolo v'introdusse il

picciolo _duca Carlo Emmanuele_. Un lungo quartiere di verno aveano

goduto in quelle parti i Franzesi, quando per essere finalmente giunto

di Francia un buon rinforzo di soldatesche e di danaro, il _principe

Tommaso_ lor generale nel dì 21 di agosto, valicata la Sesia senza

trovarvi opposizione alcuna, si spinse contra di Vigevano. Non tardò

molto a capitolare la città, ed, essendosi ritirato il lieve presidio

di Spagnuoli e Napoletani nel castello, il principe cominciò tosto gli

approcci e le batterie per superarlo; e, quantunque trovasse gagliarda

resistenza nei difensori, pure nel dì 13 ovvero 15 di settembre,

ebbe il contento di ridurlo a' suoi voleri. Si amaramente fu sentita

dal presidente Bartolommeo Arese, capo del senato di Milano, e dagli

altri ministri di quel governo la perdita di Vigevano, che, formato

un segreto processo di tutti gli errori commessi dal _marchese di

Vellada_ governatore, lo mandarono in Ispagna, affinchè un reggente sì

fatto, pieno solamente di millanterie, fosse rimosso. Ma il marchese,

che non s'era attentato di portar soccorso a Vigevano, assai informato

che quella città e rocca scarseggiavano forte di viveri, e massime di

munizioni da guerra, giudicò di potersi rifare, con porsi ad angustiare

il campo franzese, e a difficultargli le provvisioni. Passò dunque con

tutte le sue forze, e andò a postarsi a Mortara, a Novara, e, a' passi

della Sesia. Il principe Tommaso trovandosi ristretto, e crescendo

gl'incomodi della stagione, senza che mai comparisse il convoglio

promesso dal conte di Plessis, dopo aver ben munito e presidiato

Vigevano, sul fine d'ottobre si mosse per ritornare in Piemonte. Sui

passi della Gogna trovò gli Spagnuoli preparati per contrastargli la

ritirata. Si venne perciò alle mani, e si combattè per più ore. Tale

nondimeno fu la bravura e condotta del principe, che sempre combattendo

e sempre ritirandosi, condusse finalmente in salvo le genti sue con

suo grande onore. Perirono in quell'azione circa mille Franzesi (altri

scrivono molto meno) e fra gli altri ufiziali vi lasciò la vita don

Maurizio di Savoia fratello bastardo del principe Tommaso. Degli

Spagnuoli fra morti e feriti si contarono circa trecento persone. Ora

perchè premeva forte al Vellada la ricuperazion di Vigevano, siccome

città posta nel cuore dello Stato di Milano, da che ebbe fatti i

necessarii preparamenti, nel dì 17 di dicembre, al dispetto del verno

andò ad accamparsi colà, e formò intorno ad essa città una ben intesa

circonvallazione. Con tali imprese ebbero fine in quelle parti le

operazioni della guerra. Seguirono in questi tempi gli sponsali fra

l'_Arciduca Carlo_ d'Innspruch, e la _principessa Anna_ de Medici

sorella di _Ferdinando II_ gran duca di Toscana. Parimente nel dì

25 di settembre in Fontanablò _Maria Gonzaga_, figlia del fu _Carlo

I duca_ di Mantova e Nevers, fu sposata a nome di _Uladislao re_ di

Polonia, colla dote di settecento mila scudi d'oro, cioè con un altro

gran salasso alla casa Gonzaga. Con tal pompa venne colà l'ambasciator

Polacco, tante feste poi si fecero in Polonia, che ognuno ne stupì.

Fin qui aveano goduto una competente bonaccia in Roma i Barberini,

quantunque il _cardinale Antonio_ si trovasse spogliato della protezion

della Francia, e a _don Taddeo_ suo fratello tolta la dignità di

general della Chiesa, e disputata quella di prefetto di Roma. Mutarono

faccia in quest'anno i loro altari, sia perchè _papa Innocenzo X_

non avesse portato un buon cuore verso di loro al pontificato, ossia

perchè nascessero tali emergenti, che gli facessero cambiar massime

ed effetti. Fu detto che si alterasse il papa per non poter cavar

di mano del cardinale Antonio certi biglietti, scritti dal marchese

Teodoli all'ambasciator di Francia, per tirarlo a favorir l'elezione

del cardinal Panfilio, de' quali tenea gran conto esso cardinale

Antonio, siccome cose che poteano servir di discolpa al suo operato

nel conclave. Tuttavia anche senza di questo potè papa Innocenzo

giungere a prendere altre risoluzioni: tanti erano i ricorsi fatti

contra dei Barberini dalla folla de' lor nemici, non solamente dal

popolo, ma anche da molti della corte stessa, e massimamente dagli

Spagnuoli, dichiarati troppo mal soddisfatti di loro. Imperciocchè

da gran tempo non si era veduto nepotismo che tanto odio ed invidia

avesse eccitato come questo, sì per la detestata precedente guerra,

e sì ancora per le tante ricchezze da loro accumulate, essendovi chi

fa ascendere (credo io con esagerazione) sino a quattrocento mila

scudi romani di rendita annua i lor beni tanto di chiesa che laicali,

consistenti in uffizii pubblici, luoghi di monti, città, castella,

ville, commende ed altri benefizii, essendo colati in loro tutti i più

pingui dell'Italia. Sopra tutto gravi erano i risentimenti della camera

apostolica rimasta indebitata di otto milioni d'oro, calcolandosi che

circa quaranta milioni fossero passati per le mani barbarine, durante

il loro governo; per lo che veniva il papa istigato a dimandarne conto.

Non potea di meno il buon pontefice di mirar con isdegno caricati

per capricciose occasioni sotto il precedente governo i suoi popoli

di tante gabelle, che poi si erano, secondo il solito, alienate con

fondar varii monti venduti a' particolari, di modo che di due milioni

d'oro di rendita annua degli Stati della Chiesa, un milione e trecento

mila scudi annualmente andavano a pagare i frutti, e i settecento mila

restanti appena bastavano alle spese necessarie: giacchè altre rendite

della dateria e vendite di uffizii soleano colare nella borsa propria

de' papi. Commiserava perciò Innocenzo tante piaghe della camera

apostolica, il commoveano tanti lamenti delle aggravate comunità, e

bramava di rimediarvi. La disgrazia volle che in soli desiderii andò

poi a finire la sua buona volontà.

Ora fra tante doglianze e grida contro di essi Barberini non mancavano

certamente delle calunnie e delle accuse vane ordite dalla sola

malignità e dall'odio quasi universale. Contuttociò il _cardinale

Antonio_, contro il qual solo era il tuono, e non già contro il

_cardinal Francesco_, porporato incorrotto e di vita esemplare,

da che vide crescere ogni di più il nuvolo nero contra di lui, per

essere egli camerlengo della Chiesa romana, e venir chiesto lo scarico

dell'amministrazione dei beni camerali, e nel veder già carcerati il

Braccese e il Possenti due suoi servitori: prese la risoluzione di

rifugiarsi in Francia, giacchè il _cardinale di Valenzè_ avea rimesso

lui coi fratelli in grazia di quella corte. E ciò per fini politici

ed anche privati del cardinal Mazzarino, già divenuto l'arbitro della

Francia nella reggenza di una donna, e nella minorità di un picciolo

re. Era egli con tutta la sua porpora indosso disgustato della sacra

corte, e fors'anche contro il medesimo papa Innocenzo X per cagione

del padre Michele Mazzarino suo fratello dell'ordine dei predicatori,

non peranche creato cardinale, e perchè il _cardinale Gian-Giacomo

Panciroli_, che non godea di sua grazia, era stato dal pontefice

eletto segretario di Stato. Oltre di che pareva al Mazzarino non

lieve guadagno per la Francia il tirare nel suo partito i Barberini,

gente sì ricca e potente, con cui andava concorde la fazione di tante

creature di papa Urbano VIII. Adunque nel dì 27 di settembre alla

sordina si levò di Roma esso cardinale Antonio, e, ito ad imbarcarsi

a Genova, volò a Parigi. Per questa fuga restò sommamente turbato il

papa, ed accesero maggiore il fuoco gli Spagnuoli: laonde passò la

Santità sua a sequestrar tutte l'entrate godute da quel porporato nello

Stato ecclesiastico, distribuì a varii cardinali le di lui cariche, e

spezialmente la camerlengheria al _cardinale Sforza_; deputò a rivedere

i conti della di lui amministrazione un fiscale di vaglia, e giunse

con pubblico editto, se non compariva il Barberino nello spazio di

sei mesi, a minacciargli la perdita di tutto, e fin del cappello. Dal

canto suo anche il Mazzarino mosse altre armi in difesa del cardinale

Antonio, cioè il parlamento di Parigi contro quell'editto, e la regina

a scrivere lettera risentita al papa pel poco rispetto che si mostrava

alla Francia, aggiugnendo rispettose minacce, quando non si mutasse

registro. Se il buon pontefice prorompesse in escandescenze contra

questi due porporati, l'uno protetto, e l'altro protettore, sarà ad

ognun facile l'immaginarlo.

Avea il Sultano de' Turchi Ibraim in questi tempi allestita una

potente armata navale, che, venuta a Navarino e rinforzata dai corsari

barbareschi, si trovò composta di ottanta galee, due maone, o sieno

galeazze, un galeone, ossia vascello grosso della Sultana, ventidue

navi armate e trecento saiche. Per quanto dicono, vi s'imbarcarono

quattordici mila spai, sette mila giannizzeri, ed altri quaranta mila

fanti: con facoltà, per non dire obbligo, ad ognuno di credere che

fossero molto meno. Vi erano molti ingegneri fiamminghi e francesi

ed altri rinegati, che in ogni tempo hanno cresciuta la baldanza

a quegl'infedeli. A udire i Turchi, la volevano contro Malta, per

punire quei cavalieri del brutto tiro fatto nell'anno precedente

al ricco galeone della Sultana. Penava a crederlo chi sa qual rocca

inespugnabile sia la città di Malta; ma, ciò non ostante il gran mastro

avea chiamati colà tutti i cavalieri, ed ammanito tutto l'occorrente

per precauzione e per ben riceverli. Al bailo veneto ingannevolmente

si faceano carezze in Costantinopoli, quando all'improvviso si trovò

egli prigione, e nel dì 25 di giugno si vide approdar l'armata ottomana

all'isola di Candia, regno antico della repubblica di Venezia; e, dopo

aver preso il forte ossia lo scoglio di san Todero, passare all'assedio

della città della Canea. Per non mostrar sè stessi protettori dei

Maltesi, non aveano i Veneziani fatto quel gagliardo armamento, che

in altri simili casi usa di fare la lor saviezza. Contuttociò misero

tosto in punto nove galee e vascelli, e li spedirono in Levante; e,

udita appresso la dolorosa nuova dello sbarco dei Turchi in Candia, e

dell'assedio della Canea, si diedero senza sgomentarsi a far gente,

ad accrescere le lor forze marittime, e ad implorare il soccorso

dei principi cristiani che, secondo il solito, per la maggior parte

attendendo a scannarsi fra loro, mostrarono commiserazione ai Veneti,

e tutta la liberalità andò a finire in parole. Papa Innocenzo X non si

fece punto pregare, ed allestite le proprie galee, procurò anche che

Napoli, il gran duca e Malta vi unissero le loro, giacchè i Genovesi

non vi vollero concorrere, anzi proibirono ai loro sudditi l'investir

danaro fuori della lor città. Si compose con ciò uno stuolo di ventitrè

galee, e il pontefice, per levar le contese, ne dichiarò generale il

_principe Ludovisio_ con cui dianzi avea maritata _donna Costanza_

sua nipote. Ma questa flotta fece vela troppo tardi, e quella dei

Veneziani, per liti insorte fra il generale Cornaro e Marino Cappello,

mai non arrivò a tentar la sua fortuna con quella dei Turchi. Mirabile

senza fallo fu la difesa della Canea, in cui fin le donne accorsero a

sostener gli assalti, e a dar la vita per la patria. Ciò non ostante,

perchè lievi furono i soccorsi in essa città introdotti, le convenne

soccombere nel dì 18 di agosto alla forza dei Musulmani. E questo

infausto principio ebbe la guerra di Candia: guerra la più lunga e la

più dispendiosa, che si abbia mai avuta la repubblica veneta contro

la Porta ottomana, e, guerra memorabile per la varietà delle azioni,

delle battaglie e degli assedii, e quantunque infelice nell'esito,

pure sempre gloriosa al nome veneto. Fu essa descritta dal conte Gualdo

Priorato, dal senatore Andrea Veliero, da Girolamo Brusoni, da Vittorio

Siri, da Alessandro Maria Vianoli, e da altri in lingua volgare,

ed ultimamente anche in testo latino dalla felice penna del signor

Giovanni Graziani pubblico lettore nell'università di Padova.

Anno di CRISTO MDCXLVI. Indiz. XIV.

INNOCENZO X papa 3.

FERDINANDO III imperadore 9.

Avea, siccome dicemmo, il _marchese di Vellada_ sul fine dell'anno

precedente messo l'assedio a Vigevano, risoluto di ricuperarlo dalle

mani dei Franzesi. La città si arrendè tosto, e però tutti gli sforzi

si rivolsero contro la rocca, dove s'era ritirato tutto il presidio.

La stagione cattiva e le strade fangose non permisero al _principe

Tommaso_ di recarle soccorso; laonde nel dì 16 gennaio dell'anno

presente i difensori con patti onorevoli ne accordarono la resa. Ne

fu ben lieta la città di Milano. Essendo poi stato richiamato in

Ispagna esso Vellada, a lui succedette nel governo dello Stato di

Milano il _contestabile di Castiglia_, il quale, trovandosi scarso

di forze, nulla di rilevante potè operare in quest'anno, se non che

sul principio d'agosto fece una irruzione verso la città d'Acqui, e

con poche cannonate se ne impadronì. Passato di là sotto il castello

di Ponzone, colle artiglierie e colle mine nel dì 17 d'esso mese lo

costrinse alla resa. Niuna altra bravura di lui si conta sotto il

presente anno. Quello che più diede da discorrere in questi tempi

all'Italia, fu un insolito preparamento di un'armata fatta dai Franzesi

in Tolone. Consisteva in trentasei vascelli da guerra, venti galee,

diciotto barche incendiarie, più di cento tartane, ed altri legni da

carico. Circa sei mila fanti da sbarco vi erano sopra, e per terra

doveano essere secondate le navi d'altri aiuti. Erasi invogliato il

_cardinal Mazzarino_ di far meglio conoscere agl'Italiani la potenza

della Francia, con isperanza di far conquiste nelle maremme di Siena,

dove gli Spagnuoli possedevano alcune fortezze. Più in là ancora

tendevano le ben alte mire sue, cioè nel regno di Napoli, dove il

principe Tommaso di Savoia nudriva delle intelligenze. Il cardinale

l'avea già fatto re di Napoli; la possanza spagnuola in Italia passava

oramai in sua mente per interamente abbattuta. Imbarcossi in quella

flotta esso principe, come generalissimo dell'armi franzesi, e sotto di

lui l'ammiraglio _duca di Brezè_ giovane di gran valore, e di non minor

perizia, con assai altri riguardevoli uffiziali. Nel dì 20 di maggio

pervenuta questa flotta a Monte Argentaro, poco ebbe da faticare per

impadronirsi del forte delle Saline, di Talamone, e di Santo Stefano.

Dopo di che andò ad accamparsi intorno ad Orbitello, vigorosa piazza

sì per la sua situazione, che per le fortificazioni. Il duca di Arcos,

in questi tempi vicerè di Napoli, avea per precauzione spedito prima

colà con della gente don Carlo della Gatta capitano, che gran nome avea

conseguito nelle guerre passate. Cominciò questi di buona ora a far

intendere ai Franzesi, esservi nella piazza gente pronta a sacrificar

le vite, e che sapea far sortite e guastare i lavori nemici.

Ora il vicerè suddetto rivenuto dal sospetto e timore che le forze

franzesi a dirittura piombassero sul regno di Napoli, attese da lì

innanzi al soccorso dell'assediato Orbitello. Felicemente per mare

inviò a Porto Ercole un rinforzo di settecento fanti. Indi unite le

galee di Napoli e di Sicilia alla flotta spagnuola, ordinò che essa

dalla Sardegna venisse a chiedere conto ai Franzesi del loro ardire.

Era composta di venticinque vascelli d'alto bordo, di trentuna galee,

e dieci barche incendiarie sotto il comando di don Antonio, ossia

Francesco Pimiento. Allorchè giunse tal nuova al duca di Brezè,

tutto allegro mosse anch'egli la maggior parte della sua flotta,

e benchè alquanto inferiore nel numero dei legni, si preparò alla

battaglia. Nel dì 14 di giugno verso le coste di Talamone furono a

vista le nemiche armate, e cominciarono a salutarsi con una tempesta

di cannonate. Crebbe l'ardore del conflitto, ma sempre con riguardo

di non affratellarsi troppo, come in tante altre simili battaglie di

mare succede, cioè unicamente combattendo da lungi colle artiglierie.

Seguitò questa terribil danza, finchè sorse un fierissimo vento,

che obbligò cadauna parte a cercare ricovero nei porti, andandosene

tutte quelle navi maltrattate, e cantando non meno i Franzesi che gli

Spagnuoli, e molto più i loro oziosi parziali, la vittoria. In tali

incertezze solamente certo è che, colpito da una palla d'artiglieria,

perì l'ammiraglio franzese duca di Brezè, compianto da ognuno; un

vascello franzese andò per accidente in aria; e nel dì seguente fu

presa una galea parimente franzese dagli Spagnuoli, che abbruciarono

ancora da ottanta tartane franzesi. Molte altre fazioni militari

accaddero sotto Orbitello, quando si udì che marciavano per terra, e

si avvicinava un corpo di cavalleria napoletana; e per mare alcune

migliaia di fanti, per soccorrere quella terra, e per inquietare

gli assedianti; i quali per le malattie e diserzioni s'erano molto

indeboliti. Cominciò per questo a consultarsi nel campo franzese, se

meglio fosse il battere la ritirata. A far prendere tal risoluzione

sommamente contribuì una furiosa sortita fatta nel dì 18 di luglio

da don Carlo della Gatta, a cui riuscì d'inchiodar molti cannoni, e

di spianare un trincieramento dei nemici. Levarono dunque il campo

i Franzesi, e si ritirarono, pizzicati alla coda dagli Spagnuoli, in

mano dei quali restò ancora qualche pezzo di artiglieria. Abbandonarono

inoltre essi Franzesi Talamone.

L'esito infelice di questa impresa non si può dire a quanti

schiamazzi desse occasione in Francia contra del _principe Tommaso_,

e incomparabilmente più contra del _cardinale Mazzarino_, imputando ai

lor capricci la perdita della riputazion della Francia in Italia. Ma il

cardinale, benchè si mordesse le labbra, pure, nulla curando l'abbaiar

della gente, nè sgomentato dai soffii della fortuna contraria, pensò

tosto a riparar l'onore del regno con altra spedizione, che niuno

mai si sarebbe aspettato. Ordinò dunque che dalla Provenza s'inviasse

verso Levante una poderosa flotta di navi con molte truppe, sotto il

comando del _maresciallo della Migliarè_, sulla quale ad Oneglia andò

ad imbarcarsi anche il _maresciallo di Plessis Pralin_ con cinque

mila persone. Passò quest'armata a dirittura all'isola dell'Elba,

dove all'improvviso sul principio d'ottobre sbarcò due mila soldati,

indi si avviò in terra ferma a cignere d'assedio Piombino. Pochi

dì impiegò in approcci e mine, perchè quel governatore Francesco

Bezza, più allettato dalle lusinghe ed esibizioni del Migliarè, che

spaventato dalle minaccie, rendè non solamente la città, ma anche

la cittadella, passando poi al servigio della Francia con grave suo

disonore. Rivolsero poscia i due marescialli tutti i loro sforzi

all'isola dell'Elba, dove, dopo aver occupato le torri del porto di

Portolongone, impresero l'assedio della medesima terra. Fece quanta mai

si può ostinata difesa quel presidio spagnuolo e napoletano; ma in fine

alloggiatisi sulla breccia i non men coraggiosi Franzesi, sull'ultimo

giorno d'ottobre si vide forzato ad esporre bandiera bianca, con

ottener buoni patti dai vincitori. Per tali successi in Parigi chiunque

dianzi si scatenava contra del cardinal Mazzarino, imparò a tessergli

degli elogii, e gran feste ne furono ivi fatte.

Ancorchè _Francesco I duca_ di Modena avesse nelle passate guerre

dati più attestati dell'attaccamento suo alla corona di Spagna,

spezialmente col somministrar soccorsi allo Stato di Milano, pure

cominciò ad osservar molto freddo in quella corte verso la sua casa;

e maggiormente se ne accertò, perchè concorrendo il _cardinale Rinaldo

d'Este_ suo fratello alla protezion dell'imperio, gli Spagnuoli tanto

attraversarono i suoi negoziati, che ne restò privo. Ma servì questa

ripulsa per fargli ottenere la protezion della Francia, godendo quella

corte di tirar nel suo partito un porporato tale, che in elevatezza

di mente non si lasciava torre la mano da alcuno. Appena fu egli in

possesso di tal carica, che giunse a Roma l'_almirante di Castiglia_,

ambasciatore del re Cattolico, il quale dichiarò di non voler invitare

il cardinal d'Este alla sua cavalcata. Poco questo importava al

cardinale, ma veggendo farsi dallo Spagnuolo massa d'armati al suo

palazzo, anch'egli per non rimanere esposto alle superchierie, si

armò. Gli venne da Modena gran copia di bravi e di nobili, con armi

ancora per quattrocento persone. Non si aspettavano i Romani, se non

qualche sconcerto fra le due fazioni; però il papa, e varii porporati

e principi si interposero per l'accomodamento. Perchè saldo stava

l'Estense nelle sue convenienze e sicurezze, continuò l'imbroglio,

finchè, incontratesi nel fin d'aprile le carrozze del cardinale e

dell'almirante, non so come, presso la piazza del Gesù, si udì uno

sparo di pistola. Dal numeroso popolo colà concorso fu preso questo per

un segnale della zuffa, e tutti si diedero ad una precipitosa fuga,

massimamente perchè le genti dell'almirante scaricarono le lor armi

ed uccisero e ferirono alcuni di quegl'innocenti. Poscia, credendo

anch'esse che le squadre dell'Estense volessero venire all'assalto,

si abbandonarono ud una vergognosa fuga, lasciando nelle peste il

padrone, che se ne tornò a casa, senza che gli armati del cardinale

Rinaldo facessero nè a lui nè ai suoi insulto alcuno. Inviperito

l'almirante per tale avvenimento spedì al vicerè di Napoli, chiedendo

soccorso di gente e di danaro; ma disapprovato da esso vicerè il di

lui irregolare impegno, ciò diede campo al papa di troncar questo

incamminamento a maggiori disordini; e però alla presenza della

Santità sua nel dì 3 di maggio si riconciliarono i due contendenti,

con ricevere dipoi l'Estense delle grandi acclamazioni dai Romani,

per aver con tanto decoro sostenuta la riputazion della Francia,

e mortificata l'imperiosa nazione spagnuola. Dacchè il pontefice

si mostrava cotanto alterato contra dei Barberini, il _cardinal

Francesco_ e _don Taddeo_ giudicarono anch'essi meglio di sottrarsi

ai minacciati rigori. Fatte pertanto a poco a poco imbarcare in varii

legni le preziose lor suppellettili, menando seco esso Taddeo anche

i figli, segretamente nel gennaio di quest'anno passarono in Francia

a trovare il _cardinale Antonio_ lor fratello. Per tempesta insorta

in quella stagion poco propria alla navigazione, ebbero fatica a

ridursi colà in salvo. A me ha asserito persona degna di fede di

aver più volte inteso dal _cardinal Carlo Barberino_, che in questo

passaggio un di quei legni restò preda dell'onde, con perire uno

inestimabil valsente di argenterie, gioie, pitture ed altri ricchissimi

mobili. Maggiormente si esacerbò per tal fuga _papa Innocenzo X_,

nè vi era chi non predicesse la rovina di quella casa. Ma il saggio

pontefice, allorchè sempre più venne scorgendo con che calore avesse

la corte di Francia preso il patrocinio dei Barberini, cominciò a

prestar l'orecchio a chi gli parlava di rimetterli in sua grazia, e

maggiormente raddolcito si mostrò dappoichè le armi francesi orgogliose

comparvero sotto Orbitello, e molto più dacchè misero il piede in

Piombino e Portolongone. Era Piombino del _principe Lodovisio_ suo

nipote, e per desiderio di riaverlo, disarmò l'ira contra di essi

Barberini. Non ottennero già eglino grazia, ma cessarono i processi,

e per soddisfazione della Santità sua passarono per qualche tempo ad

Avignone.

Accudirono con tutto vigore nel verno dell'anno presente i Veneziani

alla guerra di Candia, e dovendosi eleggere un capitan generale delle

forze di mare, nel gran consiglio aveano universalmente acclamato per

questa carica lo stesso _Francesco Erizzo_ doge di quella repubblica:

cosa insolita, ed illustre attestato del di lui merito. Benchè

settuagenario, pien di spiriti generosi pel pubblico bene, accettò

egli questo peso. Ma quella che sì sovente sconvolge i disegni dei

mortali, il tolse dal mondo nel dì tre di gennaio di quest'anno. A

lui succedette nel ducato il procurator _Francesco Molino_, e capitan

generale fu eletto Giovanni Cappello, che poscia mal corrispose

all'aspettazione che si aveva di lui. Tuttochè ascendesse l'armata

veneta a sessantasei galee, sei galeazze e quaranta grosse navi,

oltre a molti altri legni minori, e si potesse impedire ai Turchi

l'uscita dai Dardanelli, anzi battere la loro armata, pure nulla di

bene si eseguì. All'incontro i Turchi iti all'assedio della città di

Retimo, se ne impadronirono, e in Dalmazia, dove pur si guerreggiava,

tolsero Novigrado ai Veneziani. Intanto non men per la guerra, che

per la peste, si aumentava la desolazione dell'isola di Candia, e a

questi flagelli soccombevano tanto i cristiani che i Turchi. Diede

fine al suo vivere in età di quarant'anni nel dì 12 di settembre

dell'anno presente _Odoardo Farnese duca_ di Parma. Fu in concetto

di uno degli spiritosi ingegni del suo tempo; incantava la gente

col suo bel parlare, ma inclinando non poco alla satira; il che nei

privati è pericoloso e molto men conviene a principi e gran signori.

La splendidezza, la generosità e la liberalità si contarono fra i suoi

pregi. Teneva ministri, non per udire i lor consigli, ma solamente per

esecutori della sua volontà, credendo capace la testa sua di tutto.

E siccome egli era un cervello caldo, risentito al maggior segno, e

portato a cose grandi, così era facile a prendere risse e risoluzioni

superiori alle forze sue. Di _Margherita de Medici_ sorella del _gran

duca Ferdinando II_ lasciò quattro maschi, cioè _Ranuccio II_, che fu

suo successor nel ducato, _Alessandro, Orazio e Pietro_, oltre a due

principesse. Fu corpulento e grasso, e questa sua non desiderabile

costituzione di corpo passò in eredità anche ai suoi figli e nipoti.

Sorella di esso duca Odoardo fu _Maria Farnese_, duchessa di Modena.

Era essa mancata di vita nel dì 25 di giugno dell'anno presente

nel parto di un principino, che poco sopravvisse alla madre. Questa

principessa si portò dietro il cuore d'ognuno; tanto era amata e degna

veramente dell'amore di tutti.

Anno di CRISTO MDCXLVII. Indizione XV.

INNOCENZO X papa 4.

FERDINANDO III imperadore 10.

Tali e tanti furono in quest'anno i funesti avvenimenti e

sconvolgimenti d'Italia, spezialmente per le sollevazioni di Napoli

e Palermo, che han servito di largo campo ad alcuni scrittori per

tesserne particolari istorie, e mettere in mostra le verità di tutti

quegli accidenti e delle lor circostanze. Non uscirò io dei miei

confini, e basterammi d'accennare il massiccio delle avventure,

potendo, chi più ne desidera, ricorrere a chi con libri _ex professo_

lasciarono descritte le rivoluzioni dell'anno presente. Da molto

tempo era sossopra l'Europa tutta, durante le guerre delle provincie

della Germania, de' Paesi Bassi, dell'Inghilterra, Francia e Spagna,

maneggiandosi, siccome abbiam veduto, le armi anche in Italia,

con essersi ultimamente aggiunta alle altre sciagure la guerra del

Turco coi Veneziani. Le sollevazioni occorse in questi ultimi anni

del Portogallo e della Catalogna contro la monarchia di Spagna, non

è improbabile che influissero coll'esempio ad animar altri popoli

malcontenti alla ribellione se pure unicamente non s'ebbero a rifondere

i lor movimenti sull'insofferenza degli aggravii pubblici troppo

cresciuti, e sul poco saggio governo dei pubblici ministri. Nella

Sicilia, che pur vien riguardata come un granaio d'Italia, si provava

in questi tempi la carestia, flagello ordinariamente dei soli poveri.

Fece _don Pietro Faiardo_ marchese de los Velez, e onoratissimo

vicerè di quel regno, quanto potè per aiutare il numeroso popolo di

Palermo. Ma il volgo, che non pesa le cose, nè intende ragione, il

pagava con sole maledizioni, per non aver quanto voleva. Però nel dì

20 di maggio attruppatisi circa ducento della feccia d'esso popolo,

andarono alla casa del pretore caricandolo a gran voci d'ingiurie.

Essendo sconsigliatamente uscita la famiglia, ed avendo cominciato a

percuotere quella disarmata canaglia, trasse a quelle grida gran gente,

e bastoni e coltelli fecero ritirar quei del pretore. Furono accumulate

legna e fascine alla porta di quel palazzo, locchè fece risolvere il

pretore e alcuni senatori a fuggirsene per la porta di dietro. Affin di

quetare la matta furia di costoro saltarono fuori i padri Teatini, con

promettere a tutti che si farebbe il pane più grosso. Ma non prestando

loro fede, volarono al palazzo del vicerè, chiedendo sollievo. Dalla

finestra esso marchese de los Velez, e molti nobili usciti fuori

assicurarono i tumultuanti, che s'era dato l'ordine per dar loro

soddisfazione, ed arrivata la notte, parve dileguato quel nuvolo.

Ma sulle tre ore della notte, a cagion di molti che nulla aveano da

perdere e molto speravano di guadagnare nella rivolta, maggiormente

s'aumentò il tumulto: furono rotte le carceri e data la libertà

a circa settecento facinorosi; e dipoi s'inviò l'infuriata plebe

alla casa del duca della Montagna, maestro razionale del patrimonio

reale, per bruciarla. Colà bensì accorsero i padri Gesuiti, portando

processionalmente il Santissimo Sacramento; ma non conoscendo allora

il popolo imbestialito nè moderazion nè religione, si vide perduto il

rispetto ad essi religiosi (alcuni de' quali rimasero anche feriti)

e al Sacramento stesso, convenendo loro di ritirarsi in fretta. Iti

alla doganella e ai luoghi dove si riscotevano i dazii e le gabelle ne

stracciarono tutti i libri e registri.

Fatto giorno, si portò il sedizioso popolo al palazzo del vicerè,

gridando: _Fuora gabelle_; ma ritrovatolo ben custodito dalle guardie,

non osarono di tentarne l'assalto. Intanto non pochi della nobiltà, la

qual tutta stette sempre fedele al re, usciti a cavallo si studiarono

di calmare il fuoco, e indussero il vicerè a pubblicar un editto,

per cui si levavano le gabelle sopra la farina, carne, olio, vino

e formaggio, come le più gravose al popolo. E nè pur questo bastò,

temendo i sollevati di essere sotto quell'apparenza ingannati; e

però avvenutisi in don Francesco Ventimiglia marchese di Gierace,

personaggio amato da ognuno, il proclamarono per lor signore e capo.

A questo inaspettato e non voluto onore inorridì il cavaliere, e

consigliato il popolo a gridare _viva il re di Spagna,_ si applicò

poi da saggio a trattar di concordia fra essi e il governo, ottenendo

lor molte grazie e privilegii: locchè servì a quetare e rallegrare i

sediziosi. Ma perciocchè dai bottegai e dai rivenderuoli non si volle

stare al fissato calmiere dei commestibili, tornò più pazzamente di

prima ad infuriar la plebe, e andò per insignorirsi della casa dove si

conserva il tesoro del re; ma vi trovò un corpo di cavalleria che mandò

a monte i loro disegni. Fu consigliato il vicerè di mettere in armi

gli artisti, e così fatto. La nobiltà stessa e fin gli ecclesiastici

presero dipoi l'armi contra la plebe: nel qual tempo colti alcuni

capi degli ammutinati, a terrore degli altri furono impiccati. Ma

non andò molto, che anche gli artisti si unirono col popolaccio;

e perciocchè chiamati a palazzo due consoli dell'arti per trattare

d'accordo, tardarono a tornare indietro, sparsasi voce che fossero

stati strangolati (locchè era falso), vieppiù allora divampò la furia

della gente; e benchè comparissero liberi i consoli, non rallentò

punto l'ardore dei sediziosi. Con sì strepitose scene, che durarono

per più settimane, s'era giunto al dì 15 d'agosto, quando Giuseppe

da Lesi, tiradore d'oro, fattosi capo-popolo, e gridando: _Muoia il

mal governo_, condusse tutti i suoi seguaci all'armeria regale, dove

ciascun si provvide d'armi, di polve da fuoco, e di ogni munizione da

guerra; ed avendo anche tratto da un baluardo un cannone e un sagro,

condusse la truppa al palazzo e sparò quell'artiglieria verso la porta.

Allora il vicerè prese il partito d'uscire segretamente, e di salvarsi

nelle galee, e la viceregina si ritirò anch'ella a Castellamare. Allora

spezialmente fu, che s'unirono molti nobili per opporsi ai ribelli,

i quali perchè s'insospettirono del loro capo, cioè di Giuseppe da

Lesi, per aver egli messe guardie acciocchè non fosse dato il sacco

al palazzo, si rivoltarono contro di lui. Usciti i nobili a cavallo

cominciarono a dar la caccia ai plebei. Fu ucciso il suddetto Giuseppe

con Francesco suo fratello. Dei presi nel dì 22 d'agosto ne furono

strozzati tredici, ed altri menati alle prigioni.

Si era restituito il _marchese de los Velez_ a Castellamare, e quivi

coi suoi consiglieri andava studiando le maniere di dar fine alla

tragedia, con pubblicare un perdon generale, e promettere l'abolizione

delle gabelle; e furono anche distesi molti capitoli di miglior

regolamento in avvenire per bene ed appagamento del popolo. Ma quando

egli si credea d'essere in porto, si trovava di nuovo in tempesta,

perchè i Siciliani, nazion vivacissima, quanto facili sono a prendere

fuoco, altrettanto son difficili a quietarsi. Perciò durò il torbido

sino al dì 13 di novembre, in cui il vicerè sì per le vigilie e

crepacuori patiti, come per veder disapprovata dalla corte la sua

condotta, per non aver egli mai, siccome signore d'animo misericordioso

e buono, voluto domar colla forza il forsennato popolo, oppresso dagli

affanni cessò di vivere. Era già destinato a quel governo il _cardinal

Teodoro Trivulzio_, persona di gran mente e prudenza, e che sapeva far

anche alle occasioni da bravo, con averne dati più saggi nella difesa

dello Stato di Milano. Arrivò egli nel dì 17 del suddetto novembre

a Palermo, e, contro il parere di chi gli consigliava d'andar prima

a Messina, oppure, andando a Palermo, di ricoverarsi nel castello,

sbarcato che fu, passò francamente alla chiesa maggiore fra la gran

folla del popolo, che venerando l'alta sua dignità, e giubilando

per ricevere un vicerè italiano, lo accompagnò colà con incessanti

acclamazioni. Altro non rispondeva egli, se non: _Pace e libro nuovo_.

Come se riputasse quieti gli animi di tutti, cominciò a dar udienze ad

ognuno, a rimettere in autorità i magistrati, a gastigare animosamente

chi ricalcitrava, con opprimere dipoi varie congiure che di mano in

mano si andavano tessendo dai restanti malviventi. In una parola, con

tal dolcezza e insieme con tal forza maneggiò quei focosi cervelli,

che fece tornar la quiete e l'ubbidienza tanto in Palermo che in altre

parti della Sicilia, dove si era dilatata quella mala influenza.

Vegniamo a Napoli, città, che per essere tanto più abbondante di

popolo, e popolo anch'esso sommamente spiritoso ed inquieto, maggiori

e più strepitose scene, che quelle di Palermo fece vedere nella

sollevazion sua, appartenente anch'essa all'anno presente. Erasi

in quella gran città per li correnti bisogni della corona, a cagion

delle guerre, che in tante parti l'infestavano, istituita una gabella

sopra le frutta, che perciò si vendevano più care, ed eretta una

baracca nella piazza del Mercato, dove stavano i ministri deputati

per esigerla. Al basso popolo, che spezialmente si pasce di pane e

frutta, intollerabil parea questo nuovo aggravio, e non s'udiva che

mormorazione e digrignar di denti. Trovossi una mattina abbruciata

la baracca: locchè fece riflettere a _don Rodrigo Ponze di Leon duca

d'Arcos_, e vicerè molto savio, che non era da caricar la povera gente

di quel dazio, e doversi ricavar da altra parte quella somma di danaro.

Pure cedendo al parer di coloro, ai quali fruttava essa gabella, rimise

la baracca come prima. Ora avvenne che un certo _Tommaso Aniello_ da

Amalfi, comunemente appellato _Mas-Aniello_, giovane di ventiquattro

anni, di vivace ingegno, e pescatore di professione, introducendo

pesce senza aver pagata la gabella, fu maltrattato dagli esecutori

della giustizia e perdè quel pesce. Tutto collera ne giurò vendetta,

e cominciò a persuadere ai compagni, che se il seguitassero, gli

dava l'animo di liberar la città da tanta oppression di gravezza,

e indusse ancora i bottegai fruttaruoli a non comperar frutta che

pagasse gabella. Gran rumore facea allora anche nel popolo più vile la

sollevazion di Palermo. Ora mancando le frutta nel dì 7 di luglio, si

svegliò un tumulto nella piazza, ed accorso Andrea Anaclerio eletto del

popolo per quetarlo, corse pericolo d'essere lapidato. Fuggito che egli

fu, Mas-Aniello salito sopra una tavola (era bel parlatore) talmente

esagerò le miserie del povero popolo, assassinato dal presente governo,

che si trasse dietro una brigata di cinquecento uomini e fanciulli

della vil feccia, soprannominati Lazzari, che poco appresso s'accrebbe

fino a due mila persone. Acclamato da costoro per capo, ordinò tosto

che si attaccasse fuoco alla baracca, e ai libri e mobili di quei

gabellieri, e fu prontamente ubbidito.

Di là passò la baldanzosa canaglia (provvedutisi molti di picche e

d'altre armi) alle case dove si riscotevano le gabelle della farina,

carne, pesce, sale, olio ed altri commestibili, e della seta. A niuna

d'esse perdonò. Tanto esse, che i mobili tutti, fra i quali ricche

tappezzerie, argenti, danari ed armi furono consegnate alle fiamme,

comandando Mas-Aniello che nulla si riserbasse. Insuperbiti costoro per

non trovare chi lor facesse fronte, e cresciuti fino a dieci mila, si

portarono alle carceri di San Giovanni degli Spagnuoli, e furiosamente

rottele, quanti prigioni vi erano, posti in libertà s'unirono con gli

altri ammutinati. Allora tutti s'inviarono al palazzo del vicerè, con

alte voci gridando; _Viva il re di Spagna e muoia il mal governo_.

Affacciatosi ad una finestra il duca di Arcos, promise loro di levar

le gabelle della frutta, e parte di quelle della farina. _Tutte le

vogliamo levate_, replicava la plebe; e intanto entrando a furia per la

porta, e messe in fuga le guardie tedesche e spagnuole, presero quelle

alabarde, e cominciarono a scorrere per le camere del palazzo, con

dare il sacco a quanto trovavano. Portarono rispetto all'appartamento

dove stava il _cardinal Trivulzio_, dimorante allora in Napoli. Gittò

bensì il vicerè da una finestra biglietti sigillati col sigillo reale,

coi quali assicurava il popolo di sgravarlo da tutte la gabelle;

ma insistendo coloro di volergli parlare, egli animosamente scese a

basso, e con dolci parole cercando di ammansarli, confermò la promessa.

Tuttavia benchè molti gli baciassero mani e ginocchia, scorgendo egli

il bollore di quelle teste riscaldate, destramente salì in carrozza

per sottrarsi alla loro insolenza. Gli corsero dietro, e fermarono la

carrozza, ma egli con adoperare il preparato recipe d'alcuni pugni di

zecchini, che sparse fra loro, scappò lor dalle mani, e si salvò nella

chiesa e nel monistero di San Luigi, facendo tosto serrar le porte.

Sopraggiunti colà i sediziosi atterrarono la prima porta, e lo stesso

avrebbono fatto del resto, se non sopraggiugneva il cardinale Ascanio

Filamarino arcivescovo, che s'interpose per la concordia, e presentò

poi a quella furiosa gente una scrittura del vicerè con belle promesse.

Ma perchè questa non conteneva se non l'abolizione della gabella

delle frutta, e di parte di quella della farina, più che mai dierono

nelle furie: locchè servì d'impulso al vicerè di ritirarsi in castello

Sant'Ermo.

Accortasi di ciò la tumultuante canaglia, cresciuta fino al numero

di cinquanta mila persone, si voltò a rompere tutte le altre carceri

della città, portando riverenza alle sole dell'arcivescovato, della

nunziatura e della vicaria, con bruciar tutti i processi. Trovato per

istrada _don Tiberio Caraffa_ principe di Bisignano, il pregarono di

essere lor capitano. Nata in lui speranza di calmare sì gran movimento,

salì in pulpito nella chiesa del Carmine, e con un crocifisso alla mano

caldamente esortò ciascuno alla quiete. Tutto indarno: il mare era

troppo in furore, ed altro vi volea che parole a quietarlo. Pertanto

il buon cavaliere con bella maniera se la colse, e andò a chiudersi

in Castel Nuovo; nella qual fortezza passarono anche il vicerè e il

cardinale Trivulzio, per essere più alla portata di cercare riparo a

tanti disordini. Ma perciocchè si erano disposte numerose guardie nella

piazza e intorno al castello, apprendendo i sollevati che si avesse

a venire alle armi, corsero a sonare a martello la grossa campana del

torrione del Carmine e a provvedersi violentemente d'archibusi, spade,

lancie, polve da fuoco e palle, per tutte le botteghe e case, dove se

ne trovava. Concorrevano intanto dalle circonvicine ville rustici per

isperanza di bottino ad aumentare la truppa, risonando in ogni lato

trombe, tamburi, sventolando bandiere, e continuando ognuno a gridare:

_Fuora gabelle, Viva il re_. Per rinforzo del palazzo vi pose il vicerè

mille Tedeschi ed ottocento Spagnuoli, e fece far nuove fortificazioni

intorno ad esso e nella piazza. Ma il popolo, informato che venivano

da Puzzuolo cinquecento Alemanni e due compagnie d'Italiani, andò ad

incontrarli, ne uccise alcuni, altri menò prigioni, e dissipò il resto.

Tentò allora il vicerè di guadagnare il capo-popolo Mas-Aniello, con

iscrivergli un biglietto di esibizione d'abolir tutte le gabelle.

Ad altro non servì questa sommessione, se non a far maggiormente

insolentire chi si conosceva in avvantaggio, avendo Mas-Aniello coi

suoi seguaci sfoderate pretensioni anche di varii privilegi per la

plebe. Il vicerè, che non volea troncare per questo il trattato,

mosse alcuni della primaria nobiltà a frapporsi per l'aggiustamento,

ed avendo questi per il bene della patria assunto un tale impegno,

ridussero a tale il maneggio che parvero soddisfatti i sollevati,

qualora, oltre alle cose richieste, fosse confermato il privilegio

conceduto dall'imperadore Carlo V alla città, del qual documento

richiedevano essi l'originale.

Per quante ricerche facesse fare il vicerè, questo originale non si

trovava. Credendosi perciò burlato l'inquieto popolaccio, si ruppe

coi nobili mediatori, e carcerò anche il duca di Matalona, che trovò

maniera di fuggire dalle lor mani. Avuta poi nota di settanta case di

ministri e d'altri che aveano maneggiati i dazii e l'altre gravezze

del pubblico, di mano in mano si portarono i sediziosi a bruciarle

senza remissione, con gittar giù dalle finestre tutti i mobili, e fin

gli ori, argenti e danari e farne falò; giacchè severissimo ordine

v'era che niuno ne profittasse. E perciocchè premeva a costoro di

farsi padroni della torre di San Lorenzo e di quel monistero, colà

furibondi corsero in numero di dieci mila armati con un grosso cannone,

e gran copia di fascine per appiccarvi il fuoco. Da questo apparato

atterrite le guardie di quel posto, capitolarono la resa. Di là con

gran festa trassero i sollevati gran copia d'armi da fuoco e sedici

pezzi di cannone. Erasi intanto ritrovato l'originale del privilegio

di Carlo V, e il _cardinale Filamarino_, che facea la figura di padre

comune fra il vicerè e il popolo, con questa carta pecora in mano

si portò al Carmine, e alla presenza di Mas-Aniello, già dichiarato

capitan generale del popolo, e assistito dalla sua corte plebea la fece

leggere. Dopo di che manipolò l'accordo, con avere il vicerè conceduto

un perdon generale abolite le gravezze, confermato il privilegio, e

promessa loro dalla corte la conferma di tutto. Ma perchè si dicea di

perdonare ogni reato incorso per quella ribellione, fu cagion questa

parola che si guastasse tutta la tela. Non cessò l'arcivescovo pien

di zelo di rimediare, ed ottenne in fine dal vicerè un biglietto, per

cui pienamente si soddisfaceva alle premure del popolo. Ma il buon

prelato si trovò fra poco burlato. Mentre s'era raunato al Carmine

tutto il popolo, aspettando che intervenisse anche il vicerè per

cantare il _Te Deum_, eccoti comparire colà cinquecento banditi (altri

scrivono solamente ducento), tutti ben montati a cavallo, che si

fingevano venuti in servigio del popolo. Il servigio che intendevano

di prestargli era quello di trucidar Mas-Aniello, e poi di fare un

macello della gente colta all'improvviso. Se ne insospettì Mas-Aniello,

e mandò ordine che smontassero: non vollero ubbidire. Comandò che

andassero ad un posto assegnato; ed essi, per lo contrario, entrarono

così a cavallo in chiesa. Allora egli gridò: _Tradimento_; e i banditi

spararono contro di lui alquante archibugiate; e maraviglia fu che di

tante palle niuna il colpì. Il pazzo popolo attribuì ciò a miracolo,

credendo assistito dalla divinità il suo gran generale; pretendendo,

all'incontro, i buoni frati che lo scapolare da lui portato gli avesse

servito d'ingermatura. Allora l'infuriata plebe si scagliò addosso a

quanti di quei banditi potè cogliere, e li trucidò. Per confessione

di uno di essi si scoprì essere stata mandata quella gente dal duca di

Matalona e da don Giuseppe, volgarmente chiamato don Peppo Caraffa. Che

il vicerè fosse consapevole del fatto, si potè ben sospettare, ma niuno

il nominò; ed egli sopra di questo fece l'indiano. Cercato il Matalona,

ebbe la fortuna di salvarsi. Non così avvenne a don Peppo, che fu

scoperto e tuttochè forse non avesse mano in quel fatto, gli fu reciso

il capo, e si vide trascinato il cadavere per la città. Ciò non ostante

il cardinal arcivescovo raggruppò il negoziato dell'accomodamento,

e lo trasse a fine; accordando il vicerè quanto si volle dal popolo,

con disegno non di meno che soltanto durasse la sua promessa finchè

venisse il tempo e il comodo della vendetta; non sapendo inghiottire

un animo spagnuolo il mirar ridotta a sì vile stato l'autorità sua, e

la riputazion della nazione da un miserabile pescivendolo, giunto a far

tremare tutta Napoli.

Volendo poi l'arcivescovo condurre a palazzo Mas-Aniello, bisognò

che adoperasse gli argani per farlo spogliare de' suoi poveri cenci,

e prendere veste di tela d'argento e cappello con pennacchiera.

Accompagnato fino a palazzo da tutto il basso popolo in armi, che si

credette ascendere a cento cinquanta mila persone, prima di entrare

fece un patetico discorso a tutti, esortandoli a gridare: _Viva il

re di Spagna_; e ricordando loro che egli era nato povero, e tale

voler anche morire; e che l'operato da lui finora non era proceduto da

ambizione, nè da voglia di guadagnare un soldo, nè di fare ribellione

al re, ma solamente di liberarli tutti dal troppo gravoso mal governo

finora patito. E siccome egli non si fidava del vicerè, così aggiunse,

che se fra un'ora noi rivedessero, pensassero a vendicar la sua

morte. Venne egli poscia accolto colle più vistose carezze, e con

dimostrazioni anche esorbitanti di onore dal vicerè, e furono lette

le capitolazioni, ed approvate. Ossia che si spendesse gran tempo

in questo, e che il popolo, per non vederlo tornare, dal bisbiglio

passasse ad un gran rumore; o ciò accadesse per altra cagione; di tanto

strepito s'impazientava il vicerè. Allora Mas-Aniello, affacciatosi ad

un balcone, e datosi a conoscere, coll'indice alla bocca fece segno

che tacessero. In quell'istante niuno osò più di zittare, stupendo

il vicerè allo scorgere tanta ubbidienza a quell'uomicciattolo. Si

esibì Mas-Aniello di rinunziare il comando; ma per suoi fini politici

non lo permise il vicerè. Fu poi col cardinal Filamarino ricondotto a

casa il gran generale; e dappoichè furono con gran solennità giurate

le capitolazioni dal vicerè nella metropolitana, tornò la quiete

nella città. Continuando nondimeno Mas-Aniello a far da governatore

del popolo, pubblicava editti, governava le guardie, intento sopra

tutto a torre di mezzo i banditi e malviventi. Con aria severa sempre

comandava, temuto perciò ed ubbidito da tutti. Un suo solo cenno

bastava per una sentenza di morte. Perchè gli furono sparate contro

alcune archibugiate, vietò a chi che sia il portar vesti lunghe e

mantelli, affinchè si conoscesse chi andava con armi. Non vi fu prete

o frate che non ubbidisse. E certamente tanto egli che la moglie sua

cominciavano a grandeggiare, e a gustare il comando e le distinzioni.

Pretese l'insuperbito pescivendolo, che il cardinale _Trivulzio_

andasse a fargli una visita. Il prudente porporato, per non incorrere

in qualche pericolo, volle soddisfarlo, ed andato il trattò con titolo

d'_illustrissimo_. Questo Arlichino finto principe gli rispose: _La

visita di vostra eminenza, benchè tarda, ci è cara_. Ma, a guisa

dei fenomeni, ben corta durata ebbe l'esaltazion dell'ardito plebeo.

Eccolo vaneggiare, eccolo divenuto forsennato, e talvolta furibondo.

Non si sa, se perchè le applicazioni e vigilie gli avessero di troppo

riscaldata la nuca; o perchè nella visita a palazzo egli avesse

votate alquante caraffe di lagrima, al che non era avvezzo; oppure

perchè qualche ingegnoso veleno gli fosse stato in quella congiuntura

somministrato; andò crescendo la sua frenesia, di modo che dopo alcune

scene di leggierezza o crudeltà, il popolo l'abbandonò, e il vicerè

ebbe modo nel dì 16 di luglio con quattro archibugiate di farlo levar

dal mondo. Sicchè soli sei giorni durò il regno di Mas-Aniello, e

quattro il suo vaneggiamento, ristringendosi in questo poco di tempo

tutte le peripezie fin qui raccontate, oltre a tante altre che mi è

convenuto lasciare indietro.

Credevansi gli Spagnuoli per la morte di costui omai liberi da ogni

impaccio; ma s'ingannarono a partito. Nel dì seguente, giorno 17 d'esso

luglio, pentito il popolo, corse a raccogliere il corpo di Mas-Aniello,

che era stato strascinato per la città, l'unirono alla testa che gli

era stata tagliata, e sopra un cataletto lo portarono alla chiesa del

Carmine, prorompendo in alte acclamazioni di liberator della patria,

di padre della povertà. Ne fecero fino un santo, come divenuto martire

in benefizio del pubblico. A udire que' pazzi, la testa s'era unita

col busto, avea lor parlato e data la benedizione; correndo perciò la

stolta gente a baciarlo e a toccarlo colle corone. Vollero ancora,

che gli si facesse un superbo funerale con isterminata e suntuosa

processione, coronata dai sospiri e dal pianto di ciascuno, e a gara

tutti si procacciavano il suo ritratto; se con piacere degli Spagnuoli,

non occorre che io lo dica. Poco in fatti durò la quiete. Scorgendo

il popolo che non gli si mantenevano le capitolazioni giurate, e

che si trovavano appesi alla forca di tanto in tanto alcuni del loro

seguito, di nuovo si sollevò, e ito al palazzo per chiedere udienza al

vicerè, attaccò un'aspra zuffa colle guardie che durò ben tre giorni.

Quanti Spagnuoli furono colti, rimasero vittima del furor popolare; il

vicerè fu costretto a ritirarsi in Castel Nuovo, all'espugnazion del

quale si accinsero i sediziosi, siccome ancora di castello Sant'Ermo,

dando principio sotto d'esso ad una mina. Perchè mancava loro un capo,

fecero forza a don Francesco Toralto principe di Massa della casa di

Aragona, acciocchè assumesse il grado di lor capitan generale. Accettò

egli, confortato anche dal vicerè, con animo di servir meglio al re

che alla plebe in sì scabrosa occasione: siccome egli fece coll'andare

destramente distornando la loro furia da maggiori risoluzioni, con

promuovere una suspension d'armi, tanto che le fortezze, già ridotte

in angustia, si potessero vettovagliare. Oltre a ciò, per addormentare

e deludere il più che mai tumultuante popolo, il vicerè nel dì 7

di settembre confermò di nuovo le grazie e capitolazioni ad esso

accordate. Grande fu l'allegrezza d'ognuno, ma che restò in breve

amareggiata per la nuova sparsasi che _don Giovanni d'Austria_, figlio

bastardo del re Cattolico, giunto in Sardegna con poderosa flotta, si

preparava per dirizzar le prore alla volta di Napoli. Comparve egli in

fatti alla vista di quella città nel dì primo di ottobre, e chiesero

i popolari udienza per parlargli, ma non l'ottennero. Per consiglio

del vicerè, fu fatto loro intendere che don Giovanni non metterebbe il

piede a terra, s'essi prima non deponessero e rinunziassero l'armi,

rimettendosi alla clemenza del figlio del re: proposizione che parve

troppo dura e pericolosa a chi conosceva di che buono stomaco fossero

gli Spagnuoli. Per maneggio del Toralto fu conchiuso che rilascerebbono

solamente l'armi, e sarebbono lor confermate le grazie e i capitoli

precedenti. E però nel dì 4 del suddetto ottobre fu data esecuzione

al trattato, nè si videro che bandiere bianche per la città e segni

d'allegrezza.

Ma altro non meditando gli Spagnuoli che gastigo e vendetta,

determinarono di sterminar colla forza nel dì seguente quella pertinace

canaglia. Per quanto il cardinal Trivulzio e i più saggi consiglieri

dissuadessero sì fiera esecuzione, prevalse l'opinione del vicerè e

d'altri pochi. E però avendo don Giovanni trattenuto presso di sè il

general Toralto, con cui probabilmente era fatto il concerto, nel dì

6 d'ottobre uscirono tutti i combattenti dalle navi, e quanti ancora

poterono uscir dei castelli, e in ordine di battaglia andarono ad

assalire i posti dei popolari, che non si aspettavano una tal visita.

Nello stesso tempo da tutte le navi e dai castelli si diede principio a

fulminar la città con cannonate, a gittar bombe e fuochi artifiziali.

Parve allora Napoli la casa del diavolo: tanto era il rumor delle

artiglierie, il martellar delle campane, gli urli e le grida delle

donne e de' fanciulli. Corse il popolo a barricar le strade, ad

afferrare i posti, e le donne dalle finestre gittavano sassi, tegole ed

acqua bollente. Seguitò l'orrido conflitto per più ore; ed accorgendosi

in fine gli Spagnuoli del poco profitto che faceano i lor cannoni e

mortai, e che andava crescendo la forza e furia del popolo, cessarono

dalle ostilità, e con esporre bandiera bianca invitarono il popolo

a qualche concordia. Ma questo non rispose, se non coll'inalberare

bandiera nera, risoluto di azzardar tutto, piuttosto che fidarsi della

corrotta fede e dei violati giuramenti degli Spagnuoli. Si combattè

anche ne' giorni seguenti; e il vicerè fece ricorso al cardinal

Filamarino, che s'interponesse; ma questo arcivescovo, certamente

fedele al re, siccome quegli che non lasciava di amare anche il povero

suo popolo, disapprovando il tradimento fattogli dopo tanti giuramenti,

mostrò delle difficoltà a mischiarsi di nuovo in questi imbrogli.

Non gliela perdonarono mai più i vendicativi Spagnuoli. Giacchè niun

effetto ebbero i tentativi fatti per altri mediatori di venire alla

concordia, continuarono le ostilità. Crebbero intanto i sospetti

del popolo contro il lor generale Toralto, imputandolo di segrete

intelligenze col vicerè, e di aver impedito l'acquisto di Sant'Ermo.

Veri o falsi che fossero questi reati, è certo che nel dì 22 d'ottobre

posto prigione e processato, ebbe troncato il capo, e il corpo suo per

un piede fu appiccato alla forca. In luogo di lui fu eletto per capo

del popolo Gennaro Annese, uomo di bassa condizione.

Conoscendo nulladimeno i più saggi del popolo che a lungo andare non

potrebbero tener forte contro la potenza e rabbia degl'implacabili

Spagnuoli, e tanto più perchè la nobiltà del regno, per la morte data a

don Peppo Caraffa, sembrava dichiarata contro la plebe; si avvisarono

di fare ricorso alla corona di Francia, ben consapevoli del pronto

volere de' Franzesi in tutto ciò che tendeva alla depression della

monarchia di Spagna. Il _marchese di Fontanay_ ambasciator di Francia,

e i cardinali franzesi esistenti in Roma non lasciarono cadere in terra

le preghiere ed esibizioni dei Napoletani; ne scrissero alla corte, ne

riportarono magnifiche promesse di soccorsi. Trovavasi allora in Roma

_Arrigo di Lorena duca di Guisa_, nelle cui vene circolava il sangue

degli antichi re angioini. Fu egli creduto a proposito, siccome signore

di gran vaglia, per sostenere questa impresa; ed egli l'accettò,

col mostrarsi in apparenza unicamente mosso dall'amor della gloria

in liberare il popolo di Napoli dalla oppressione e tirannia degli

Spagnuoli, e di ridurre Napoli a forma di repubblica; ma con desiderio

segreto, e non senza speranza, che assistendogli la fortuna, potesse

la corona di Napoli cader sul suo capo. Nel dì 13 di novembre si

mosse egli da Roma con poche feluche, ed ebbe la sorte di felicemente

sbarcare a Napoli, dove da quel popolo fu accolto con incredibil

allegrezza; e dopo aver fatte alcune prodezze, ottenne il comando

dell'armi, continuando nondimeno Gennaro Annese nella superiorità del

governo civile. Ma non andò molto che cominciarono gare e gelosie fra

questi due capipopolo; pure il Guisa seppe far tanto, che si fece

proclamar duca ossia doge della repubblica di Napoli. Più curiosa

cosa fu il veder comparire alla vista di quella gran città il duca

di Richelieu con potente flotta franzese, ma senza mai accordarsi col

duca di Guisa e col popolo. Chi disse perchè il Guisa, che avea molto

alzata la cresta e tendeva alla corona, non volle che i Franzesi gli

sturbassero quella caccia, sperando di compierla senza di loro; chi,

perchè il popolo napoletano, se ammetteva i Franzesi, temeva di mutar

solamente il giogo, laddove intenzione sua era di scuoterlo affatto;

e chi, che il duca di Guisa odiava il _cardinal Mazzarino_, ovvero

che il cardinale mirava lui di mal occhio, e che, per conseguente, i

Franzesi non vollero porgergli aiuto, e se ne tornarono colla flotta a

Portolongone. Non mi stenderò io più oltre in questo racconto. Esistono

in franzese e in italiano le memorie del medesimo duca di Guisa,

tramandate col mezzo della stampa ai posteri, dove egli dipinse quegli

affari secondo che a lui parve il meglio.

E pur qui non finirono le novità di Italia nell'anno presente.

Perchè in Piemonte scarseggiavano di forze i Franzesi nulla poterono

operare, anzi lasciarono che il governator di Milano s'impadronisse

di Nizza della Paglia, senza neppur tentarne il soccorso. Ma intanto

il gabinetto di Francia lavorava per muovere contro lo Stato di Milano

dei nuovi nemici, e gli venne fatto di tirar nel suo partito _Francesco

I d'Este_ duca di Modena. Non avea questo principe ommessa diligenza

veruna per attestare il suo ossequio alla corona di Spagna; le aveva

anche offerto il suo servigio. Trovò sempre dal ministero milanese

attraversato, anzi contrariato ogni suo maneggio; e spezialmente ebbe

a dolersi perchè gli Spagnuoli gli negavano il possesso di Correggio,

che pur gli era stato venduto dall'imperadore. Si prevalse il Mazzarino

di questi dissapori per condurre sul principio di settembre esso duca

in lega colla Francia, la quale, facendo la liberale colla roba altrui,

facilmente accordava che tutte le conquiste da farsi nello Stato di

Milano sarebbono in pro di chi le facesse, con obbligo nondimeno di

prendere il possesso di ogni acquisto a nome del re, il qual poscia

a suo tempo ne darebbe fedelmente il possesso ai conquistatori.

Quattro mila fanti e mille e cinquecento cavalli franzesi vennero da

Piombino sul Reggiano, ai quali il duca Francesco unì un pari numero

di combattenti. Riuscì al duca con questa gente sul fine del suddetto

mese di valicare il Po, e di spargere il terrore fra gli Spagnuoli,

che tutti si ritirarono alla difesa di Cremona. Colà comparve

l'esercito gallo-estense, e si fecero alcune fazioni, e il tutto

finì in far solamente paura agli Spagnuoli. Non andando d'accordo col

duca gli uffiziali franzesi; non venendo mai il _principe Tommaso_,

benchè chiamato a questa impresa, e crescendo ogni dì più le pioggie

e i fanghi dell'ottobre, bisognò battere la ritirata. Si ridusse

quell'esercito ai quartieri di verno nella ricca e nobil terra di

Casal Maggiore del Cremonese, dove patì de' gran disagi per mancanza di

foraggi e d'altre provvisioni. Nell'isola di Candia poco profittarono

in quest'anno le armi venete, anzi riuscì a' Turchi di accostarsi

alla città di Candia stessa, e di fortificarsi in quei contorni.

Celebre nondimeno riuscì la nave capitana di Tommaso Morosino, che

contro cinquantadue galee nemiche valorosamente si difese. Vi lasciò

gloriosamente la vita il prode generale, ma vi perirono de' Turchi più

di mille e cinquecento persone. Maggior felicità provarono i Veneziani

nella Dalmazia, dove ricuperarono Novigrado, difesero bravamente

Sebenico, e ridussero alla loro ubbidienza Nadino, Scardona, Zemonico

ed altri luoghi.

Anno di CRISTO MDCXLVIII. Indizione. I.

INNOCENZO X papa 5.

FERDINANDO III imperad. 11.

Sul fine dall'anno precedente il _duca di Guisa_, non contento di far

guerra in Napoli agli Spagnuoli, pensò a conquistar anche varie città

del regno, e mosse in quante parti potè banditi e mal affetti al nome

spagnuolo, dispensando a larga mano patenti ed uffizii. Sopra tutto

a lui premeva la città d'Aversa, troppo importante pel trasporto dei

viveri. Era questa per ordine del vicerè divenuta piazza d'armi dei

baroni napoletani commossi alla difesa della corona, sotto il comando

di don Vicenzo Tuttavilla. Ma fra questi nobili non mancavano di

quelli che mal sofferivano la dominazione spagnuola. Con più di dieci

mila armati andò a quella volta il Guisa, e in diversi incontri ne

riportò delle spelazzate. Tuttavia avendo le sue genti occupata Nola ed

Avellino, ed essendosi ribellate le provincie di Salerno e Basilicata,

restò Aversa in grave pericolo, perchè priva di soccorso. Tanto innanzi

crebbero quivi le angustie, che que' nobili di colà si ritirarono

a Capoa, lasciando la città nella vigilia dell'Epifania in potere

del Guisa, la cui gente tenne lor dietro, e mise il campo anche alla

stessa Capoa. L'acquisto di Aversa portò grande onore al Guisa, e somma

allegrezza ai popolari; ed egli poi fece ogni sforzo per trarre nel

suo partito i nobili, ma senza poterli rimuovere dalla fedeltà verso

il re di Spagna. Era intanto il vicerè _duca di Arcos_ odiato a morte

dal popolo, e neppure ben veduto dalla nobiltà di Napoli. Ora facendo

i più saggi ministri amatori della patria delle segrete consulte per

trovare riparo alle presenti piaghe, e tenendo anche intelligenza con

Gennaro Annese capo del popolo, che era col cuore alienato affatto dal

duca di Guisa: fu in fine creduto il mezzo più proprio di giugnere alla

sospirata pace, quello di rimuovere dal governo esso duca di Arcos,

e di sostituire in esso pro interim _don Giovanni d'Austria_, che

tuttavia colla flotta spagnuola si tratteneva in quei mari. Il non aver

egli reato alcuno presso il popolo, l'essere figlio del re, e giovane

assai amabile, e il potersi sperare che quanto egli promettesse,

riporterebbe l'approvazione della corte, animò ciascuno a desiderare

questa mutazione. Contuttochè il _cardinal Filamarino_ arcivescovo

fosse mirato con occhio bieco dagli Spagnuoli, perchè in questi viluppi

faceva la figura di neutrale e manteneva buona corrispondenza col duca

di Guisa e col popolo, pure fu interrogato del suo parere. E siccome di

cuore desiderava questo porporato il bene della patria e insieme l'onor

della corona di Spagna, concorse anch'egli a consigliare la deposizione

del vicerè, come il migliore spediente agli affari, che per altro

minacciavano precipizio: e tanto più perchè riuscì al duca di Guisa

di occupare il borgo di Chiaia, che tagliava la comunicazion degli

Spagnuoli per terra col resto del regno. Talmente dunque si adoperarono

col duca d'Arcos i suoi confidenti, che l'indussero ad imbarcarsi, e

ad abbandonar Napoli nel dì 26 di febbraio. Servì la sua partenza a

maggiormente unire il baronaggio al partito e servigio reale.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 98 / 102 题