in possesso de' suoi Stati il _duca Carlo Gonzaga_, ma con trovarsi
in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel
fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o
impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato
terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste
spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che
vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per
la morte di _Carlo_ già _principe di Rhetel_ suo primogenito, mancato
di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con
restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poi _Carlo II duca_
di Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine
al suo vivere in Casale _Ferdinando duca d'Umena_, altro suo figlio:
con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato
suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un
sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti
dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli
convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e
lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro,
collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi
con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e
l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di
assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero
colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che
assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba
del governator di Milano e della corte di Spagna, che fecero per questo
mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran
traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà,
Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di
Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi
Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente
si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la
soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco
all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.
Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino,
e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua,
quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia
della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella
protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli,
che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato
dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato
avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se
ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna
sostanziale opposizione per questo; se non che, avendo _Ferdinando
II gran duca_ di Toscana sposata in quest'anno _Vittoria_, nipote del
defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili
ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli
particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte
liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed
istigato _papa Urbano VIII_ ad investire di quel ducato uno dei suoi
nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse
l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le
nozze di _Francesco I d'Este_ duca di Modena colla _principessa Maria
Farnese_, sorella di _Odoardo duca_ di Parma. Nel dì poi 16 di dicembre
ebbe principio l'incendio del monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu
uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città
di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in
terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato
alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che
coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città
della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale
gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia
lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso
rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e
un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un
miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti,
e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume
acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante
case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non
pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per
dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del
mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva
per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad
accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in
abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del
monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai
soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente
mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi
continuando in essa i motivi di piagnere.
Anno di CRISTO MDCXXXII. Indizione XV.
URBANO VIII papa 10.
FERDINANDO II imperad. 14.
Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace
del precedente anno, restando solamente in moto un po' di marea per
lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e
pel poco loro buon animo verso il duca di Savoia _Vittorio Amedeo_, a
cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno
dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca
di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re
Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse
alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa,
e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo
trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato
alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura
della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni
s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo
stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per
togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di
negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora
duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto
e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di
Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid,
sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che
ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente
rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente
1633, il _cardinal infante don Ferdinando_, fratello del re di Spagna,
incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse
il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di
Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la
corte di Roma ed alcuni potentati, per aver _papa Urbano VIII_, nel
giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai
cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il
titolo di _eminentissimi_: al che in alcune corti fu fatto contrasto.
Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipote _Taddeo Barberino_,
principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata
per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio
nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle
altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè
il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle
teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire
alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso
prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di
ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.
Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno
presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito
paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era
mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che
tutto di faceva il formidabil re di Svezia _Gustavo Adolfo_, unito
coll'_elettor di Sassonia_ e con altri principi, o disgustati del
regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle
spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si
vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di
quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava
nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augusto _imperador
Ferdinando_, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue
armate il superbo _duca di Fridland Vallestain_, e colla dura condizion
di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse
ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di
pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva
il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in
Italia, e di terminare i suoi trionfi in Roma stessa. Il perchè grande
occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diede _papa Urbano_
colla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti
un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva
allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà
degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e
conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri
di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori
pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma
il _cardinale Pasman_, spedito apposta dall'imperadore, ed altri
porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente il _Borgia_
ambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche
parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa,
naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a
prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore.
Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza
e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli
Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta
a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento
scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le
presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere
il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì
8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto
al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il
Borgia seguitava ad alzar la voce, il _cardinal di Santo Onofrio_,
cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello,
il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il
rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura
contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano fece
per questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinali _Ubaldino_,
_Ludovisio_ e _Aldobrandino_, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio,
che si lasciò ammazzar dal cordoglio.
Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar
cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma
ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi.
Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici
miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti,
condotti l'uno dal re _Gustavo Adolfo_, e l'altro dal _duca di
Fridland_. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò
la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania;
ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad
incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio
senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran
vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe,
che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo
vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe
pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina
dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo
dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra
prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni,
col nome di _Cristina_, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta
figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni
di gran valore nella giornata di Lutzen diedero _Borso_ e _Foresto
principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici_,
il _conte Ernesto Montecuccoli_ Modenese generale dell'artiglieria,
_Ottavio Piccolomini duca_ di Amalfi, insigne generale di Cesare,
_Luigi_ ed _Annibale Gonzaghi_ e uno _Strozzi_ colonnelli. Alle truppe
del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondo il fiero
Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora
al servigio dell'imperadore. Il _gran duca di Toscana_, il _duca di
Modena_ e i _Lucchesi_ diedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono
in sì gran bisogno.
Anno di CRISTO MDCXXXIII. Indizione I.
URBANO VIII papa 11.
FERDINANDO II imperad. 15.
Perchè fioriva la pace in Italia, niun considerabil avvenimento
somministrò essa alla storia del presente anno. Erano rivolti gli
occhi di tutti alla Germania, che continuava ad essere il teatro delle
miserie, perchè desolata egualmente da amici e nemici. S'era creduto
che colla caduta del temuto _re Gustavo_ avesse la fortuna dell'armi
da dar l'ultimo addio agli Svezzesi. Così non fu. Sorsero tre altri
insigni capitani, cioè il _duca di Vaimar_ Sassone, _Gustavo Horn_ e
_Giovanni Bannier_, che alla testa del già vittorioso esercito degli
eretici più che mai tennero in piedi la guerra con assedii nuovi,
combattimenti e stragi, ora in questa, ora in quella provincia,
fiancheggiati sotto mano dai danari della Francia, tutta intenta a
deprimere l'_imperador Ferdinando II_. All'incontro, non lasciava
anche dal canto suo il re Cattolico Filippo IV di porgere soccorsi di
pecunia al parente Augusto; e nell'anno presente fece di più, perchè
ordinò al _duca di Feria_ governator di Milano di passare in Germania
in aiuto di lui con un corpo di dieci mila fanti e mille e cinquecento
cavalli, parte Spagnuoli e Lombardi e parte Napoletani. Passò il Feria
per la Valtellina nella Svevia, e senza sfoderare spada fece ritirar
da Costanza e da Brisacco l'armi nemiche, ma senza altre prodezze.
S'era avuto a male il superbo _Vallestain_ duca di Fridland, che
questo generale spegnuolo fosse entrato in Germania con indipendenza
dal sublime suo grado di generalissimo, e però fra loro entrò una
irreconciliabil discordia. Oltre a ciò, non avvezzi gl'italiani
ai rigori del freddo germanico, cominciarono a lasciar sotto quel
diverso cielo le vite, o pure a disertare; di maniera che l'armata del
Feria notabilmente si sminuì; ed egli stesso sul fine di quest'anno
gravemente infermatosi, non reggendo ai malori del corpo, alle
afflizioni dell'animo, terminò poi in Monaco il suo vivere nel dì 14 di
gennaio dell'anno seguente, con lasciar dopo di sè gloriosa memoria di
una rara integrità, per non aver mai defraudato un soldo alle milizie,
non accumulate ricchezze, ma speso sempre anche del suo patrimonio.
Dichiarò egli prima di morire successor suo nella carica di generale
_pro interim_ il conte _Giovanni Serbellone_, cavalier milanese,
personaggio di lunga sperienza militare e di molta stima presso il
re Cattolico. Si videro finalmente in quest'anno inviati da _papa
Urbano VIII_ in sussidio della lega cattolica di Germania cinquanta
mila scudi: picciolo refrigerio in vero alla sete e al bisogno di que'
cattolici, ma pure refrigerio.
Da varii scrittori vien riferita al primo di dicembre dell'anno
presente la morte d'_Isabella Clara_, già moglie dell'_arciduca
Alberto_ e governatrice de' Paesi Bassi cattolici: ma essendo certo
che _Ferdinando cardinale_ infante di Spagna nel presente anno passò
per mare in Italia, destinato al governo d'essa Fiandra, parrebbe
che la morte di quella principessa appartenesse al precedente anno.
Quando veramente questa succedesse nel presente, si avrà a credere
che precedesse una lunga malattia di lei, per cui il re Cattolico
determinasse di inviar preventivamente il fratello al governo di quei
popoli per resistere agli Olandesi, ai quali era riuscito in questi
ultimi anni di far non poche conquiste sopra i cattolici. Sul principio
di maggio arrivò esso cardinale infante a Villafranca, accompagnato da
una bella flotta di galee, e dal corteggio di molti magnati di Spagna e
di non poche milizie. Colà si portò a visitarlo _Vittorio Amedeo duca_
di Savoia, usandogli finezze tali, come se si fosse trattato di un
re. Giunto che fu a Genova, fu accolto parimente con immensi onori da
quella repubblica, e di là poi passò a Milano, facendovi la sua pomposa
e solenne entrata nel dì 24 del mese suddetto, dove trovò tuttavia
il _duca di Feria_, che si andava allestendo per la sua andata in
Germania. Perchè dall'armi dei collegati protestanti restavano chiusi
i passi per penetrare in Fiandra, si vide egli obbligato a riposar
lungo tempo in Milano, sperando sempre che il Feria gli aprisse il
passaggio a quella volta. Non istette egli intanto co' suoi ministri
ozioso, se pur si seppe il netto del fatto che son per dire. Trovavasi
in questi tempi in Mantova l'_infanta Margherita_, sorella del _duca di
Savoia_ e vedova del fu _Francesco Gonzaga duca_ di Mantova, ita colà
a visitar la _principessa Maria_ sua figlia, vedova del fu _principe_
o sia duca di Rhetel, e nuora del duca regnante di Mantova _Carlo
Gonzaga_. Perchè non mancavano di que' legisti che imbrogliavano il
mondo, e che tenevano essere quella principessa unica e vera erede
dei ducati di Mantova e di Monferrato, ad esclusione della linea di
Nevers, fu consigliata la figlia dalla madre di fare una pubblica
protesta per man di notaio e testimonii, che annullava qualsisia atto
da lei fatto in età pupillare; e a lei restavano allora solamente due
giorni per entrare nell'anno venticinquesimo di sua età. Gran rumore
fece un tale atto nella corte di Mantova, e fu creduto che l'infanta
Margherita sua madre, portata da un parzialissimo genio verso gli
Spagnuoli, tramasse di maritar la figlia coll'infante cardinale: il
che non si sa ben intendere, perchè di essa Maria e del principe di
Rhetel restava vivente un picciolo figlio, a cui negar non si poteva la
successione di quei ducati. Giunto l'avviso di questa gran novità alla
corte di Francia, non vi fu chi non credesse, queste essere orditure
della sagacità spagnuola; e però vennero pressanti lettere del re
Cristianissimo al duca Carlo di Mantova di cacciar di là la duchessa
madre, e alla repubblica veneta premurosi uffizii per dare assistenza
al duca. Dopo aver fatta gran resistenza e querele, si ritirò l'infanta
Margherita a Gualtieri, terra del duca di Modena, cioè di un figlio di
una sua sorella. Ma ecco da lì a non molto altre fulminanti lettere
di Francia ad esso duca di Modena, che l'obbligarono a far ritirare
anche di là l'infanta suddetta. S'indusse poi la principessa Maria a
ritrattare il fatto, e sua madre tal merito si acquistò nella corte
del re Cattolico Filippo IV, che col tempo passata in Ispagna, fu
creata viceregina di Portogallo, dove con gran prudenza esercitò il suo
governo fino alla rivoluzion di quel regno.
Venne a scoprirsi nel presente anno in Roma un pazzo ed insieme orrido
attentato contro la vita del pontefice _Urbano VIII_. Giacinto Centino,
nipote sconsigliato del saggio e pio _cardinal Felice_ Centino da
Ascoli, infatuato del desiderio e della sognata idea di veder lo zio
nella cattedra di San Pietro, si diede in preda allo studio delle
malie; e coll'aiuto di alcune persone religiose, ma indegnissime di
questo nome, fabbricò una statua di cera, per cui, secondo la stolta
o almen sacrilega persuasion dei fattucchieri, disegnava di condurre
a morte il pontefice. Da chi prese l'impunità fu rivelato l'empio
disegno; vi andò la testa del Centino; gli altri complici furono
bruciati, o pur condannati alla galea o a perpetuo carcere, a misura
della lor condizione e reato. Fu in questi tempi che il duca di Savoia
_Vittorio Amedeo_, per farsi conoscere superiore al grado dei cardinali
esaltati da papa Urbano, cominciò pubblicamente ad intitolarsi _re
di Cipro_: il che dispiacendo alla repubblica veneta, siccome atto
contrario alle sue pretensioni, cagion fu che s'interrompesse il
commercio fra loro. Uscì anche fuori in Torino un libro apposta per
provar dovuto al duca il titolo regio, in cui perchè non si parlava col
rispetto convenevole al _gran duca_ di Toscana, venne fuori perciò in
Firenze una risposta al medesimo libro. Fu il duca Vittorio il primo
che cominciasse ad usare e ad esigere il titolo di _altezza reale_.
Gran rumore fece in questi tempi, e maggiormente l'ha fatto dipoi, la
condanna emanata in Roma, non già con editto _ex cathedra_ del sommo
pontefice, ma della congregazione del santo Uffizio, contro la sentenza
del Copernico, sostenente il moto della terra intorno al sole. Diede
occasione a cotal proibizione _Galileo Galilei_ Fiorentino, uno dei più
insigni filosofi matematici ed astronomi che abbia prodotto l'Europa, e
a cui si professano debitori tutti coloro che si son poscia esercitati
in somiglianti studii. Gli era stato ordinato di non tenere e difendere
quella opinione, ed egli avea promesso di farlo; ma non attenne la
parola. Laonde chiamato a Roma in età di settanta anni, fu obbligato
a condannarla, e a sofferire una specie di piacevol prigionia in Roma,
e poscia in Firenze. Ciò non ostante, sappiamo avere oggidì gran voga
da per tutto l'opinione copernicana, nè essere disdetto a' cattolici
stessi il tenerla come sistema, giacchè niun finora è giunto a darne
sufficiente dimostrazione, nè ad atterrare affatto la contraria.
Anno di CRISTO MDCXXXIV. Indizione II.
URBANO VIII papa 12.
FERDINANDO II imperadore 16.
A chi in bene e a chi in male diede molto da discorrere sul fine di
febbraio dell'anno presente la caduta di _Alberto Vallestain_ Boemo
duca di Fridland, che fra i capitani del tempo suo, a riserva del _re
Gustavo Adolfo_, non ebbe pari. Generalissimo dell'armi di _Ferdinando
II_ imperadore era stato finora il sostegno della vacillante casa
d'Austria, intrepido sempre, e per lo più vittorioso in tanti
combattimenti. Il solo suo nome valeva un'armata, sì alto concetto
di valore e di saggia condotta nel maneggio dell'armi s'era egli
acquistato. Ma lo aver egli voluto un dispotico comando negli affari
della guerra, e la sua superbia, ed altri vizii che si mischiavano
nelle molte sue virtù militari, e il niun riguardo da lui mostrato ai
principi e popoli amici, col cercare unicamente il comodo e l'utile
delle sue soldatesche, accrebbe di troppo la schiera degl'invidiosi e
dei nemici suoi, massimamente alla corte cesarea. Fu dunque messa in
sospetto presso l'imperadore la fede sua per varie ommessioni credute
dolose, e per non poche intelligenze che passavano fra lui e i Franzesi
e Svezzesi: non potendosi negare che il cardinale di Richelieu e
lo Oxestern sveco non tentassero di guadagnarlo con larghe offerte,
benchè tuttavia sia incerto se corrompessero la di lui onoratezza.
Tanto infine operarono gli emuli suoi, che il buon Ferdinando Augusto
s'indusse a levargli il comando. Portatone a lui l'avviso, gli
uffiziali dei suo partito il dissuasero dal cedere, e con iscrittura
si obbligarono di sostenerlo in quel grado. Atto tale fu preso per una
ribellione nella corte cesarea, e però l'imperadore principe di buone
viscere, dopo essere stato perplesso tra lo amore e la gratitudine
verso di sì gran capitano, e la necessità dello Stato, spedì in fine
ordini per la di lui cattura, ma non già per la di lui morte. Gli
uffiziali incaricati di questa impresa fecero del resto, togliendo
la vita in un istante ai tre principali fautori di lui, e poscia a
lui stesso: al quale avviso non potè l'Augusto Ferdinando contener le
lagrime, ricordevole de' tanti segnalati servigi a lui prestati dal
Fridland; e laddove dianzi ognun si scatenava contra di un sì altero
generale, poscia, mosso a compassione, non parlava che de' meriti
suoi. Fu dipoi conferita la carica di generalissimo a _Ferdinando
re_ d'Ungheria, figlio dello imperadore, che non tardò ad imprendere
l'assedio di Ratisbona, e a costrignerla alla resa nel dì 26 di luglio.
In questo mentre l'_infante di Spagna cardinale_ dimorando in Milano
ammannì un corpo di sei mila e cinquecento pedoni e di mille e
cinquecento cavalli per passare in Fiandra. Poscia nel dì 20 di giugno
per la Valtellina s'incamminò alla volta d'Inspruch, accompagnato dal
_marchese di Leganes_ e dalle truppe suddette. Si lasciò vincere il
cardinale dalle istanze e preghiere del re Ferdinando, e andò ad unirsi
seco colle sue genti comandate da molta nobiltà spagnuola, napoletana
e lombarda, che unite colle altre già condotte dal _duca di Feria_
e reclutate formavano un'armata di circa venti mila combattenti.
Passarono il re e il cardinale all'assedio di Norlinga, nelle cui
vicinanze nel dì 6 di settembre seguì un formidabil fatto d'armi fra
essi e la armata svezzese, colla total rovina degli ultimi, e con
singolar onore della cavalleria napoletana. Questa insigne vittoria
diede un gran crollo alla superbia degli Svezzesi, ed agevolò altre
conquiste al re Ferdinando, quantunque restassero molto deboli le
sue forze, per aver voluto l'infante cardinale passare in Fiandra. Il
di più di quelle continuate guerre, delle quali seppe ben profittare
la Francia coll'impadronirsi della Lorena e dichiararsi fautrice dei
protestanti, non l'aspetti da me il lettore. Furono in questi tempi
dalla politica spagnuola guadagnati il _cardinale Maurizio_ e il
_principe Tommaso_, fratelli del duca di Savoia _Vittorio Amedeo_,
con avere il primo in Roma rinunziata la protezione della Francia, e
l'altro con portarsi all'improvviso in Fiandra a militare in favore del
re Cattolico, dove si segnalò con varie azioni militari, benchè taluno
scriva che egli seco portasse la sfortuna all'armi spagnuole. Aveva
egli prima inviata a Milano la moglie coi figli per ostaggi. Fu creduto
da' Franzesi che tali passi non fossero stati fatti senza saputa e
segreto consenso del duca; ma questi tardò poco a far costare la verità
con levare al principe Tommaso il governo della Savoia, e sequestrare
tutte le rendite sue in Piemonte. Ingelositi nondimeno i Franzesi,
ingrossarono in Pinerolo e Casale i lor presidii. A _Francesco I duca_
di Modena nacque nel febbraio dell'anno presente un figlio, che fu poi
col nome di _Alfonso IV_ suo successore nel ducato. Erano insorti in
Roma de' mali umori, trovandosi non pochi mal soddisfatti, parte dello
stesso _papa Urbano_, e parte dell'imperioso governo de' suoi nipoti
Barberini. Servì questo di motivo al pontefice per rinovar con rigore
i decreti del concilio di Trento e dei susseguenti pontefici, che
obbligavano i vescovi ed anche i cardinali alla residenza nelle loro
chiese. Dovettero perciò alcuni porporati e parecchi prelati abbandonar
le delizie e grandezze romane, con ritirarsi ai lor vescovati, cioè
ad esercitare il vero loro mestiere. Cacciato da' suoi Stati il
duca di Lorena _Niccolò Francesco_ per la prepotenza de' Franzesi,
e segretamente fuggito, venne colla moglie a ricoverarsi in Firenze,
accolto favorevolmente dal _gran duca Ferdinando II_ suo parente.
Anno di CRISTO MDCXXXV. Indizione III.
URBANO VIII papa 13.
FERDINANDO II imperadore 17.
Più lunga durata non potè fare la pace in Italia. Con occhio bieco si
andavano da gran tempo guatando i due primi ministri, anzi gli arbitri
delle due corti di Francia e Spagna, cioè il _cardinale di Richelieu_
e l'_Olivares_, ossia il conte duca. La testa del primo a più doppii
superava quella dell'altro; e laddove lo Olivares parea nato per
rovinare la monarchia di Spagna, il Richelieu, all'incontro, sembrava
dato alla monarchia franzese per accrescerla sempre più di riputazione
e di Stati. Pieno di questa idea il poco scrupoloso cardinale, tutto
il giorno tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della
religione, delle parentele e di ogni altro vincolo della umana società,
per abbassar le due potenze austriache, ed esaltar la franzese. A
tanti movimenti dei protestanti contra dell'imperadore aveva egli
principalmente data la spinta, e mantenuto il fomento. Le leghe col
maneggio suo fatte dal re _Lodovico XII_I coi principi della Germania e
colla Svezia contro l'imperadore, si leggono stampate. Nel precedente
anno una parimente ne avea stipulata cogli Olandesi contro la Spagna,
obbligandosi di pagar loro annualmente due milioni e trecento mila
lire. Nell'anno presente poi a dì 8 di febbraio un'altra ne conchiuse
con essi Olandesi difensiva ed offensiva, con disegnar fra loro lo
spartimento delle provincie cattoliche dei Paesi Bassi, che si meditava
di conquistare. Un'altra ne fece nel dì 27 di ottobre coi protestanti
di Germania, per mantener guerra contro di esso imperadore, promettendo
loro annualmente quattro milioni di lire. Si presentarono alla corte di
Francia motivi veri o palliati di dichiarar la guerra in Fiandra al re
di Spagna sul principio di maggio. Per occupar poi gli Spagnuoli in più
parti, spedì il cardinale nella Valtellina il _duca di Roano_. Questi
con sei reggimenti di fanteria franzese e due di Svizzeri, e alquanti
squadroni di cavalleria, senza far complimenti, nè chiedere licenza,
improvvisamente dall'Alsazia sul fine d'aprile pel paese de' Grigioni
calò in quella valle, e andò a postarsi a Chiavenna e Riva: tutto
ciò per impedire che dalla Germania non potessero passare soccorsi al
Milanese; nel qual tempo vendeva ai Grigioni e ai Valtellini quante
speranze volevano l'una all'altra contrarie. Era governator di Milano
il _cardinale Egidio Albornoz_, che colto da questa improvvisata non
perdè già il coraggio, e si diede col maggior calore a guernire i
confini, e a sollecitar dalla Spagna, da Napoli e dal gran duca di
Toscana soccorsi.
Dalla parte ancora del Piemonte determinarono i Franzesi di muovere
guerra agli Spagnuoli, e fecero proporre una lega ai principi d'Italia
contra dei medesimi. Non vi fu che _Odoardo Farnese_ duca di Parma, il
quale vi saltasse dentro a pie' pari; nè cercava egli altro, perchè
mal soddisfatto dei ministri spagnuoli, per lo più poco discreti
vicini. Era principe pieno di spiriti guerrieri, che nondimeno più
si consigliava col proprio coraggio che colle sue forze. Portato dal
desiderio della vendetta, si diede egli tosto a far gente, e ricevette
alla sfilata alquanti Franzesi in Piacenza. Anche il _duca di Mantova
Carlo_ concorse in questa lega col nome, giacchè colle forze non potea.
Ma quel che più importava al Richelieu, era di trarre in essa lega il
duca di Savoia _Vittorio Amedeo_. Gli fece proporre la conquista dello
Stato di Milano da partirsi fra loro. E perchè non tornava il conto
al duca di vedersi tra le forbici dei Franzesi, fu a lui esibito lo
Stato di Milano, colla rinunzia della Savoia alla Francia. Nè all'uno
nè all'altro progetto inclinava Vittorio Amedeo, ma dicono che gli fu
fatta violenza col negargli la neutralità; laonde nel dì 11 di luglio
gli convenne imbarcarsi, e contrasse lega col re Cristianissimo con
patti di molto vantaggio, facili a scriversi in un pezzo di carta, ma
difficili poi all'esecuzione. Se veramente suo malgrado oppure di buon
cuore convenisse il duca di Savoia in tale accordo, lascerò ch'altri
lo decida. Ben so che generale dell'armi franzesi e collegate in
Italia fu dichiarato esso duca; e il _maresciallo di Crequì_ entrato
in Italia con otto mila fanti e due mila cavalli, sul fine di agosto
cominciò le ostilità contro lo Stato di Milano, ed imprese l'assedio
di Valenza contro il volere del duca di Savoia, che proponeva Novara,
e del duca di Parma, che desiderava Cremona. Di queste sconcordanze
abbondano le leghe. Comparve colà il duca di Parma con cinque mila
fanti e mille cavalli; ma non già il duca di Savoia, che lentamente
procedeva nei suoi movimenti. Malamente cominciato e peggio proseguito
fu quell'assedio, perchè si lasciò tempo ed agio agli Spagnuoli
d'introdurvi gran rinforzo di gente e di munizioni. La diffidenza entrò
tosto fra i collegati. Il Farnese mostrava di credere guadagnato il
Crequì dagli Spagnuoli, e che perciò avesse lasciato entrare soccorsi
nella piazza; e il Crequì facea querele al Farnese per avergli condotto
o soldati inesperti, o gente che, allettata dalle doble spagnuole,
disertava a furia. Finalmente nel dì 13 di ottobre arrivò colle sue
truppe il duca di Savoia, ma si alloggiò a San Salvatore, sette miglia
lungi dal campo Franzese; e visitato l'assedio, non potè esentarsi
dal tacciare delicatamente la vanità del Crequì, che si era messo a
quell'impresa senza ponderarne le imminenti brutte conseguenze. Fra lui
e il Crequì, erano insorte gare e terribili diffidenze, e i franzesi
sparlavano forte del duca, come se egli macchinasse tradimenti. In
somma nel dì 15 del mese suddetto, essendo stato di nuovo rinforzato
dagli Spagnuoli il presidio di Valenza, fu forzato il Crequì a levare
vergognosamente l'assedio, con lasciar ivi il cannone, e ritirarsi a
precipizio: il che sommamente increbbe alla corte di Francia.
Ma più ne restò malcontento il duca di Parma, per essere rimasto
sguernito ed esposto alla vendetta degli Spagnuoli il suo Stato;
laonde si affrettò per tornarsene a Piacenza colle sue truppe.
Poche erano queste, e si prevedeva che il passaggio sarebbe ad esso
Stato contrastato da don Diego di Gusman marchese di Leganes, nuovo
governatore di Milano, tornato dalla Germania. Laonde il duca di
Savoia gli diede per iscortarlo il _marchese Guido Villa_ Ferrarese,
generale della sua cavalleria, che con mille e ducento cavalli arrivato
alla Scrivia, trovò gli Spagnuoli preparati per vietargli il passo.
Ma egli colla spada alla mano si fece largo, e verso le feste di
Natale arrivò salvo a San Giovanni sul Piacentino. Per ristorar poscia
queste milizie, e risparmiare l'aggravio agli Stati del duca di Parma,
trovò questo generale il comodo ripiego di venire ad acquartierarsi a
Castelnuovo del Reggiano, senza mettersi pensiero delle doglianze di
_Francesco I duca_ di Modena, che in questi imbrogli aveva ricusato
di far lega coi Franzesi, nè si era dichiarato per gli Spagnuoli.
Meglio passarono nella Valtellina gli affari dei Franzesi, perchè,
quantunque scarsi di numero, aveano alla testa il _duca di Roano_,
grande ugonotto e gran capitano. Per tacere altri precedenti fatti,
avevano concertato insieme Tedeschi e Spagnuoli di ricuperar quella
provincia dalle mani dei Franzesi. Il barone di Fernamonte dalla banda
del Tirolo con più di quattro mila fanti e quattrocento cavalli, e il
conte Giovanni Serbellone dalla parte di Como, doveano nello stesso
tempo farvi un'irruzione. Ora nel mese appunto di novembre calò il
Fernamonte, e prese il contado di Bormio; ma il Roano, per nulla
trattenuto dalla superiorità delle truppe nemiche, andò ad assalirlo, e
gli diede una solenne sconfitta. Di così sinistro avvenimento, siccome
vogliono alcuni, non era informato il Serbellone, quando addosso anche
a lui repentinamente arrivò il Roano, che il mise in rotta, e fece
acquisto di tutto il suo ricco bagaglio e della cassa di guerra: il
che rasserenò nella corte del re Cristianissimo il torbido cagionato
dallo sconsigliato assedio di Valenza. Fecero anche nell'anno presente
un tentativo gli Spagnuoli contro la Francia con allestire una flotta
di trentacinque galee e di alquanti grossi vascelli, e di altre vele
minori, che dirizzò le prore verso il mare di Provenza. Ebbe questa a
combattere con un furioso temporale, che cacciò a fondo sette di quelle
galee con tutta la gente, e disperse e conquassò il resto con aver
dovuto gittar in mare artiglierie e cavalli.
Le cure del romano pontefice _Urbano VIII_ in questi tempi erano
quelle che si convenivano al sacro suo grado, cioè di procurar la
pace fra i principi cristiani. A questo fine spedì egli a Parigi con
titolo di nunzio straordinario _Giulio Mazzarino_, nato di padre
palermitano nel 1602 in Piscina d'Abbruzzo, ingegno dei più fini
che si abbia mai prodotto la terra, e che potea stare a fronte del
finissimo _cardinale di Richelieu_. Era egli ben conosciuto ed assai
stimato da esso cardinale, forse anche fu da lui sostenuto, e con
segreti uffizii presso il papa promosso, dacchè gli Spagnuoli per
la perdita di Casale erano divenuti suoi giurati nemici, e tardarono
poco a far calde istanze al pontefice per farlo richiamar di Francia,
dipingendolo per uomo venduto al Richelieu; e in ciò non s'ingannavano.
Gran corte faceva il Mazzarino al cardinale, e quelle due nobilissime
volpi bene spesso stavano soli testa a testa per lo spazio di quattro
ed anche più ore, grandi affari masticando fra loro, per far non
già la pace desiderata dal papa, ma guerra per tutta la cristianità.
Credeva la gente che il Mazzarino si fermasse in Francia per servigio
del solo papa, ed egli nello stesso tempo serviva come di ministro
al Richelieu, al quale riuscì di tener saldo in Francia per due anni
questo sì utile strumento. Gravissime ancora furono le querele fatte
al papa dall'ambasciatore di Spagna contra di _Odoardo duca_ di Parma,
per aver osato di prendere l'armi contro la corona di Spagna, senza
permissione del pontefice suo sovrano, e spronavano la santità sua
a dichiararlo decaduto dal feudo, e ad investirne il suo nipote _don
Taddeo_, promettendogli la potente loro assistenza. Ma papa Urbano che
non voleva liti colla Francia, altro non fece, per quetar il rumore
degli Spagnuoli, che di inviare al duca il vicelegato di Bologna per
intimargli di desistere dall'armi, e per minacciarlo se non ubbidiva.
Si fecero ben sentire per questo i Franzesi, e il papa non passò
più oltre. Bollivano intanto dissensioni fra la corte pontifizia
e la repubblica veneta a cagion de' confini del ferrarese, e per
altre brighe. Mentre i ministri di Francia erano dietro a maneggiar
l'aggiustamento, per consiglio del Contelori fece il santo Padre mutare
nella sala regia del Vaticano un elogio de' Veneti per la pace seguita
in Venezia fra _papa Alessandro III_ e _Federico I imperadore_. Se
ne chiamò tanto offeso il senato veneto, che interruppe ogni pubblico
commercio con quella corte, senza che la sua saviezza passasse a più
sonori risentimenti.
Anno di CRISTO MDCXXXVI. Indizione IV.
URBANO VIII papa 14.
FERDINANDO II imperad. 18.
Dopo avere il _duca di Parma Odoardo_ avuto il coraggio di cimentarsi
colla potenza spagnuola, fondato sulle lusinghiere promesse della
Francia che sa valersi sovente de' minori, non già per loro vantaggio,
ma per farli servire al proprio; si vide ridotto in gravi affanni pel
timore di provar in breve gli effetti dell'ira e vendetta di chi certo
l'avea giurata contro di lui. Sul fine dunque di gennaio si portò per
le poste a Parigi ad implorar poderosi aiuti per la propria difesa. Di
onori e di carezze n'ebbe quanto mai potea desiderare; di magnifiche
promesse fece ancora una copiosa raccolta; ma queste poi nei fatti si
ridussero a poco. Circa la metà di marzo se ne tornò egli accompagnato
da molti nobili franzesi, ma non già da verun reggimento o squadrone,
in Piemonte, con trovare invasi i suoi Stati da _Francesco I duca_ di
Modena. Allorchè il _marchese Villa_ sul fine del precedente anno,
o sul principio del presente, occupò Castelnuovo del Reggiano, e vi
fece piazza d'armi, non contento di ciò, volle anche rallegrar le sue
truppe, con permettere loro di bottinar sull'altre ville di quelle
contrade, valendosi di quegli empii privilegii che la forza pretende
sulla ragione. Il duca di Modena fin qui aveva atteso a mantener la
quiete nel suo paese, immaginando di non dovere ricevere insulti dalla
parte del _duca di Savoia_ suo cugino, nè da quella del _duca di Parma_
suo cognato. Ora commosso dalla insolenza del Villa, raunò tosto cinque
mila fanti e mille cavalli, ed ottenne dai Veneziani il _principe
Luigi d'Este_ suo zio e lor generale, affinchè venisse al comando
delle sue milizie. Scrisse ancora per aiuto al _marchese di Leganes_
governator di Milano, che sollecitamente mise in marcia due mila
fanti ed ottocento cavalli, con ordine di passare il Po ed entrare nel
Parmigiano. Sul principio dunque di febbraio s'inviò il duca di Modena
colle sue genti ad unirsi cogli Spagnuoli, e giacchè il marchese Villa
s'era condotto di là dall'Enza per contrastarne il passo, gli riuscì
di valicar quel fiume, e d'inseguire i Savoiardi e Parmigiani, che si
ritiravano verso Parma. A San Lazzaro si venne alle mani, e restarono
sbaragliate quante schiere nemiche s'incontrarono lente nel cammino.
Ma il Villa, accorso col meglio dei suoi al conflitto, sì bravamente
rimise in buono stato la battaglia, che furono con loro danno
obbligati Spagnuoli e Modenesi a tornarsene indietro. Nello stesso
tempo spinse il Leganes quattro mila fanti e secento cavalli ai danni
del Piacentino, dove colla forza fu occupato Castel San Giovanni, ed
esercitato l'estremo della barbarie col fuoco e coi saccheggi in quelle
parti; e però fu chiamato colà in aiuto il marchese Villa. Allora il
duca di Modena con dodici mila fanti, mille cavalli e quattro compagnie
di corazze, e con tutta la nobiltà del suo dominio, da più parti assalì
lo stato di Parma, s'impadronì di Rossenna e Colorno, luoghi forti,
e di altre terre, mettendo a sacco tutto il paese, con obbligare i
nemici a ritirarsi sotto il cannone di Parma: città, che si aspettava
un assedio, siccome anche Piacenza dal lato degli Spagnuoli. Era per
crescere questo incendio; ma il pontefice _Urbano VIII_, con inviare
al duca di Modena _monsignor Mellini_ vescovo d'Imola, e il _gran duca
Ferdinando_, tanto si adoperarono che lo indussero ad una tregua, e
susseguentemente alla pace col duca suo cognato. Anche la valle di Taro
fu in questi tempi da Vincenzo Imperiali tutta messa a sacco, di modo
che il _duca Odoardo_, costretto a passare incognito pel Genovesato,
se volle ritornare a casa, vi trovò desolati tutti i suoi Stati, colla
perdita anche di alcune terre. Questo fu l'unico guadagno che gli recò
la lega con Francia e Savoia, da lui intrapresa fuor di proposito.
Svegliatisi per li danni del Parmigiano e Piacentino il duca _Vittorio
Amedeo_ e il _maresciallo di Crequì_ con tutte le lor forze sul fine
di febbraio, a motivo di una diversione, entrarono nel Milanese, con
prendervi alcune terre, e minacciar Vigevano: il che fece uscire in
campagna anche il Leganes. Dopo una svantaggiosa scaramuccia furono
forzati i collegati a ritirarsi di là dalla Sesia. Ma questi, dopo aver
fatto concerto col _duca di Roano_, che nel medesimo tempo egli dalla
Valtellina assalisse lo Stato di Milano, mentre essi farebbono un'altra
maggiore invasione verso il Pavese e Novarese, ripigliarono nel mese
di giugno le azioni militari. Altro non fece il Roano che penetrare
in Valsasina, e commetter ivi quanti saccheggi potè, con tornar poscia
ai primieri suoi posti, dacchè seppe che il principe Borso d'Este con
due mila e cinquecento Alemanni veniva per opporsi ai suoi tentativi.
Ora il duca di Savoia e il maresciallo di Crequì nel mese di giugno,
entrati nel territorio di Novara, s'impadronirono di varie terre,
e massimamente di Fontaneto, luogo forte, dove lasciò la vita il
_maresciallo di Toiras_. Trovate poi sguernite le rive del Ticino,
arditamente lo passarono, nè furono pigri a guastar le fabbriche, per
le quali si conduce a Milano il canale appellato il Naviglio: cosa
che mise in somma costernazione la stessa città di Milano. Avrebbe
appunto voluto il Crequì marciare a dirittura verso quella città; ma il
saggio duca di Savoia ricusò di concorrere alla bestialità di quella
risoluzione, perchè non aveano forze per sì grande impresa. Ora per
cacciare i collegati di là, o per impedir loro maggiori progressi,
coll'esercito suo comparve colà il marchese di Leganes, e lì trovò ben
trincierati a Tornavento, luogo ignobile, che acquistò poi fama nelle
storie. Benchè non avesse egli peranche fatta la massa di tutte le sue
soldatesche, pure, non ostante il contrario parere de' suoi uffiziali,
nel dì 23 di giugno (altri dicono nel dì 22) in ordine di battaglia
andò all'assalto delle trincee de' Franzesi, e per rompere il loro
ponte sul Ticino. Si combattè per più ore con gran valore e mortalità
da ambe le parti; e già agli Spagnuoli era riuscito di superare alcuni
posti, benchè colla morte di Gherardo Gambacorta Napoletano, capitano
di gran credito, quando arrivò con nuovi rinforzi il duca di Savoia,
che li ridusse di vincitori, quali pareano, ad essere come vinti. La
notte fece fine al conflitto, e in essa si ritirarono gli Spagnuoli a
Biagrasso. Non si figuri alcuno di saper mai il netto delle battaglie,
spezialmente quando non succeda la totale sconfitta dell'una parte,
studiandosi sempre i vincitori di accrescere la vittoria, e i vinti di
scemare la perdita. La verità si è, che restò il campo di battaglia ai
Franzesi e Savoiardi; ma altresì è certo ch'essi da lì a pochi giorni,
dopo aver conosciuto qual fosse il valore degli Spagnuoli e Napoletani,
dianzi da lor creduti figli della paura, si ritirarono di là dal
Ticino, laonde furono appresso ricuperati quei luoghi dagli Spagnuoli,
e rimesso il Naviglio nell'essere di prima con somma consolazione della
città di Milano. Attribuirono i collegati questa loro ritirata alla
troppa copia de' tafani, che recavano gran travaglio spezialmente a'
cavalli, e alla necessità di sloggiar da un sito, dove il puzzor de'
cadaveri potea far peggio che una seconda battaglia.
Mentre cotali bravure si faceano verso il Ticino, tornato a Parma il
duca Odoardo, e pien di rabbia per li danni sofferti, prevalendosi
della lontananza dell'armi spagnuole, unì ad un corpo di tre mila
Franzesi i suoi soldati di fortuna e miliziotti, e con essi entrò nel
Cremonese e Lodigiano, sfogando la sua vendetta sopra le sostanze
degl'innocenti contadini. Se n'ebbe presto a pentire, perchè il
Leganes sbrigato dall'impaccio de' Franzesi, nel dì 15 di agosto spedì
sul Piacentino don Martino d'Aragona con alcune migliaia di fanti
e cavalli; nel qual tempo anche il _cardinale Trivulzio_ con altre
milizie, dopo aver fatte ritirar le genti del Farnese dal Lodigiano
e Cremonese, assalì il Piacentino di là da Po, e penetrò poi anche
nello Stato Pallavicino, impossessandosi di Borgo San Donnino,
e commettendo ogni sorta di ostilità. Si trovò allora Odoardo in
incredibili angustie; speranze non v'erano che potessero transitar
soccorsi del duca di Savoia e del Crequì; la flotta franzese, che dovea
sbarcare alla Specia cinque mila soldati, non si vedea mai comparire,
e andava a sacco tutto il paese del Farnese. Inoltre già si trovava
alla vigilia d'un assedio la città di Piacenza, tutta attorniata dagli
Spagnuoli, salutata anche da più tiri di cannone; ed una isola del
Po in faccia a quella città occupata dall'armi nemiche si metteva in
fortificazione. A questo spettacolo dell'imminente rovina d'esso duca
commossi _papa Urbano_, colla spedizione del conte Ambrosio Carpegna,
e il gran duca di Toscana di lui cognato con quella di Domenico
Pandolfini, s'indussero per rimetterlo in grazia del governator di
Milano, e liberarlo dal totale eccidio. Trovarono questi ministri tutta
la buona disposizione nel marchese di Leganes, e all'incontro, non
senza lor maraviglia, una grande, non so se vera o finta ostinazione
nello sconsigliato duca. Contuttociò tanto perorarono le lagrime della
_duchessa Margherita de Medici_ sua consorte e quelle degl'infelici
suoi popoli, colla giunta ancora della continua deserzione de' pochi
suoi Franzesi, che finalmente sul principio dell'anno seguente si
diede per vinto, ed acconsentì ai consigli de' mediatori. Fu conchiusa
la pace con rinunziar egli alla lega della Francia, e con lasciare
Sabionetta alla cura degli Spagnuoli, i quali dai di lui Stati
ritirarono l'armi, lasciandovi dappertutto segni lagrimevoli della
lor nemicizia. I Franzesi, che si trovavano di presidio in Piacenza, e
nulla mai seppero di quel negoziato, sotto pretesto di una rassegna,
burlati rimasero fuori della città; e veggendo il cannone rivolto
contra di loro, non fecero resistenza alcuna. Vennero dipoi con belle
parole congedati. Fecesi gran rumore per questa risoluzione del Farnese
in Parigi, e fu anche arrestato il conte Fabio Scotti suo inviato; ma,
fatte esporre dal duca le giustificazioni, restò approvata la di lui
condotta, ed egli continuò ad essere di cuor franzese.
L'avere in mezzo a queste turbolenze _Francesco I d'Este duca_ di
Modena saputo cattivarsi la grazia del _re Cattolico_, agevolò a lui
l'acquisto del principato di Correggio, che in occasione della guerra
di Mantova fu tolto dagli imperiali a _don Siro_ per alcuni suoi
delitti, e ceduto poscia agli Spagnuoli pel prezzo di ducento trenta
mila fiorini d'oro. Ne fu posto il duca in possesso, coll'obbligo di
rimborsare la corona di Spagna di quella somma, qualora don Siro non
avesse redento esso feudo con pari pagamento in un tempo prefisso.
Sempre si trovò impotente il Correggiasco a soddisfare; e però col
tempo fu la casa d'Este investita di quello Stato, e rimasero quetate
con un accordo le pretensioni della casa di Correggio, estinta in fine
a' giorni nostri. Non cessava in questi tempi il pontefice _Urbano
VIII_, secondo il suo paterno affetto, di muovere quante ruote poteva
per indurre alla pace le corone cattoliche; ed essendo riuscito a' suoi
maneggi di far deputare la città di Colonia per luogo di un congresso,
spedì a quella volta il _cardinale Marzio Ginetti_ con titolo di legato
a latere. Le infermità intanto cominciavano a far dubitare della vita
del buon _imperadore Ferdinando II_. Laonde passò egli alla dieta di
Ratisbona per trattar ivi dell'elezione in re de' Romani di _Ferdinando
III_ suo figlio re d'Ungheria e Boemia, che già gran credito s'era
acquistato nel maneggio dell'armi. Concorsero in fine nei di lui
desiderii i voti degli elettori; e però nel dì 22 di dicembre seguì
l'elezion di esso principe con gran festa e giubilo di chiunque amava
l'augusta casa d'Austria; ma con disapprovazione non lieve di chi
nudriva affetti diversi. Nè si dee tacere che, passata in quest'anno la
flotta spagnuola nei mari di Provenza, s'impadronì dell'isole di Jeres,
cioè di Santo Onorato e di Santa Margherita, dove tosto si applicò a
fabbricar ivi dei forti, che misero in grande apprensione la vicina
Provenza e le coste di Nizza. Vi ha chi riferisce un tal fatto all'anno
seguente.
Anno di CRISTO MDCXXXVII. Indiz. V.
URBANO VIII papa 15.
FERDINANDO III imperadore 1.
Diede fine al suo vivere nel dì 44 di febbraio dell'anno presente
l'_imperadore Ferdinando II_ in età di cinquantanove anni: principe che
nella pietà e clemenza non ebbe pari, sommamente geloso e benemerito
della religion cattolica, e fin prodigo verso i religiosi; non mai
gonfio per le vittorie, che per un pezzo lo accompagnarono; non mai
alterato per li sinistri avvenimenti che il seguitarono fino alla
morte. La felicità delle sue armi nei primi anni del suo governo sì
tirò dietro l'invidia di molti. La guerra da lui poscia intrapresa
per Mantova gli concitò contro l'odio e la nemicizia di assai più
gente, di maniera che si vide poi traballare la corona in capo; e se
la battaglia di Lutzen nol liberava dal re sveco, restava all'ultimo
crollo esposto il suo trono. Fra i suoi difetti si contò una virtù
tendente all'eccesso, cioè la troppa bontà, per cui non si dispensavano
i gastighi a chi n'era degno, e si lasciava all'interesse privato la
briglia, dal quale si negligentava o tradiva il pubblico: disgrazia
continuata nelle due auguste case di Austria fin quasi agli ultimi
tempi nostri. A lui succedette _Ferdinando III_ suo figlio, già re dei
Romani, in età di ventotto anni, essendogli stata conferita da lì a non
molto la dignità imperiale. Contuttochè le di lui imprese di guerra il
facessero credere ad alcuni poco amator della pace, pure dai più saggi
tenuto fu per diverso di genio l'animo suo. In Italia con poche azioni
di rilievo proseguì la guerra tra i Franzesi e Spagnuoli. Primieramente
nel mese di marzo mutarono faccia gli affari della Valtellina. S'era
ivi annidato il _duca di Roano_, e in suo potere teneva i forti di
quelle parti, dando con ciò continua apprensione ai confini di Como,
ed obbligando il governator di Milano a mantener ivi buona guardia.
Cominciarono ad impazientarsene i Grigioni, allettati fin qui da esso
duca colla speranza di ricuperar l'antico dominio di quella provincia;
e finalmente, insospettiti che la Francia meditasse di fissar ivi le
radici per sempre, fecero perciò dello strepito e vive doglianze con
lui. Li quietò il Roano con una convenzione, per cui si sosteneva nella
Valtellina l'esercizio della religione cattolica, e si restituiva ai
Grigioni quello della giustizia. Perchè poi la corte di Francia non
approvò alcuni capitoli, e non mandò danari per le paghe dovute ad essi
Grigioni, costoro si volsero al governator di Milano e alla reggenza
d'Inspruch, dove trovarono buon accordo, e si conchiuse di muovere
unitamente l'armi per iscacciar di colà i Franzesi. Tra perchè il Roano
era stato infermo, ed aveano le di lui promesse e lusinghe perduto il
credito, non gli fu possibile di dissipar il temporale; di maniera che,
assalito dai Grigioni, Spagnuoli ed Austriaci nello stesso tempo, si
trovò obbligato a rendere le fortezze e a ritirarsi colle sue genti.
Così tornarono i Valtellini cattolici a provare il disgustoso governo
dei Grigioni eretici, salva ivi sempre restando la religione cattolica.
Stabilissi nondimeno che chiunque si tenesse aggravato dalle sentenze
dei magistrati grigioni, potesse ricorrere a due persone, che sarebbono
deputate l'una dal governator di Milano, l'altra dalle leghe d'essi
Grigioni.
Sbrigato da questo affare il _marchese di Leganes_, giacchè avea
all'ordine diciotto mila fanti e quasi cinque mila cavalli a cagion dei
rinforzi a lui giunti dalla Spagna e Germania e da Napoli, pensò ad
altre imprese. Occupò egli nelle Langhe la terra e rocca di Ponzone,
Nizza della Paglia nel Monferrato, ed Agliano nel territorio d'Asti.
Ritornò intanto di Francia il _maresciallo di Crequì_, ed unite che
ebbe le sue forze con quelle del duca di Savoia, uscì in campagna:
con che terminarono i progressi dell'armi spagnuole. Anzi riuscì al
_marchese Villa_ generale di Savoia nel dì 8 di settembre di mettere in
isconfitta a Mombaldone quattro mila Spagnuoli condotti da don Martino
di Aragona: il che recò gloria e piacere al _duca Vittorio Amedeo_. Ma
poco durò l'allegrezza di questo principe, perchè, caduto infermo in
Vercelli, nel dì 7 di ottobre con somma intrepidezza d'animo chiuse
gli occhi alla presente vita in età di cinquanta anni, e lasciò una
gran disputa ai temerarii giudizii del volgo, che il sospettò tolto
dal mondo col veleno. Era egli col conte di Verrua suo più confidente
ministro, e col marchese Guido Villa valoroso condottiere delle sue
armi, stato accollo ad un convito dal Crequì nel dì 26 di settembre.
Poco dopo furono tutti e tre assaliti da un malore, per cui il duca
e il conte furono tratti al sepolcro; ma ne campò il marchese, perchè
uomo di robusta complessione, restando sano dopo quattro soli giorni
di malattia. Gran dissensione era sempre stata in addietro fra il duca
e il Crequ', e in gran diffidenza si trovava il duca alla corte di
Parigi. Tali circostanze fecero nascere e fomentarono le dicerie degli
oziosi; ma, oltre all'essere in buon concetto i Franzesi di non valersi
di sì empii mezzi per far delle vendette, il corso della malattia del
duca _Vittorio Amedeo_ procedè sempre con sintomi naturali; e sparato
poi il suo cadavero, non vi si trovò indizio di alcun detestabile
tradimento. Non vi ha scrittore che non esalti le rare doti e virtù di
questo principe, in cui era passata col sangue non già l'affabilità e
il tratto obbligante, ma bensì l'inarrivabile intelligenza e sagacità
del _duca Carlo Emmanuele_ suo padre, temperata nondimeno da più
moderati pensieri e desiderii, essendosi creduto effetto della singolar
sua saviezza l'essersi attaccato ai Franzesi, perchè non potea di
meno, ma con regolare in tal guisa le cose, che non ne restassero
atterrati gli Spagnuoli, dei quali potea abbisognare contro le violenze
dei medesimi Franzesi. Non è a me permesso di maggiormente stendermi
nel di lui elogio. Riuscì l'inopportuna sua morte in mezzo a tanti
turbini di guerra un colpo funestissimo alla reale sua casa e a tutti
i sudditi suoi. Imperciocchè restarono di lui due figli maschi, cioè
_Francesco Giacinto_ nato nel settembre del 1632, e _Carlo Emmanuele
_nato nel giugno del 1634, oltre a due principesse, cioè _Luigia Maria_
e _Margherita Violante_. Erano tutti in età pupillare; ed essendo
succeduto nel ducato il primo dei maschi, prese la tutela di tutta
quella tenera prole la vedova _duchessa Cristina_, sorella del regnante
allora _Lodovico XIII_ re di Francia.
Trovossi questa saggia principessa ben presto in un pericoloso
labirinto, per avere nemici fieri gli Spagnuoli, amici poco fedeli i
Franzesi. E ad accrescere le angustie sue da lì a poco scoppiarono
le pretensioni dei fratelli del defunto duca, cioè del _cardinale
Maurizio_ e del _principe Tommaso_. Mossi amendue questi principi dalla
politica spagnuola, e insieme dalla propria ambizione, intendevano di
venire in Piemonte collo spezioso titolo di assistere alla duchessa
in tempi sì turbolenti per l'indennità dei nipoti; e le cominciarono
a persuadere che si guardasse da' Franzesi, ne' quali più potea
l'interesse proprio che la regia parentela. Ma perciocchè ambedue
seguitavano il partito austriaco, il cardinale in Roma e il principe
Tommaso in Fiandra, si mostrò risoluta la duchessa di non volerli in
Piemonte; e intanto si raccomandava alla corte di Francia, perchè
si venisse ad un armistizio, affine di levarsi di dosso la guerra
troppo minacciante i suoi Stati. Ma il _cardinale di Richelieu_, che
riguardava per molto utile alle sue idee la continuazion di questo
incendio in Italia, altro non rispondeva che belle promesse e sparate
della regal potente protezione per gl'interessi della duchessa e de'
suoi figli. Per quanto poi fu detto, appena cessò di vivere il duca
Vittorio Amedeo, che saltò in capo all'Emery, ambasciatore di Francia
in Piemonte, di sorprendere non solamente Vercelli, ma anche la stessa
duchessa co' principini, a titolo di assicurarsi della casa di Savoia
e di quello Stato, sperando che cotale ingiuriosa violenza potesse
essere non disapprovata, anzi gradita, dal ministero, di Francia.
Ma scopertasi la mena (se pur non fu un mero sospetto o pretesto),
il marchese Villa entrato di notte in Vercelli con delle truppe, e
chiuse tenendo le porte, fece abortire ogni contrario attentato. Alla
morte del duca di Savoia precedette di pochi giorni quella di _Carlo
Gonzaga_ duca di Mantova, che nel dì 25 settembre cessò di vivere
in età di sessantun anni: principe che in Francia, dove era gran
signore, ma suddito, avea mostrato sentimenti da sovrano; giunto poi
alla sovranità di Mantova, non ebbe che genio e costumi da privato:
scusabile nondimeno, per essere restato troppo esangue e desolato lo
Stato suo a cagion delle passate tragedie. Restò dopo di lui un suo
nipote erede del ducato, cioè _Carlo II_, nato dal principe ossia _duca
di Rhetel_ suo figlio, ma per l'età incapace del governo. La reggenza
fu presa dalla principessa ossia _duchessa Maria_, sua nuora e madre
del duchino, che si diede con molta forza a governar que' popoli.
Niuna novità si fece per tal mutazione da' vicini Spagnuoli, e meno
dagli imperiali, perchè non mancò alla duchessa la buona assistenza
della repubblica veneta. In quest'anno ancora, adirati i Franzesi per
vedere annidati nelle isole di Santo Onorato e di Santa Margherita gli
Spagnuoli, e volendone far vendetta, uscirono in mare con una flotta
sotto il comando del conte d'Arcourt; e fatto un improvviso sbarco in
Sardegna, s'impadronirono d'Orestano; ma ne furono ben tosto cacciati
dai Sardi. Quindi passarono alle suddette isole di Jeres, dove colla
forza e colla espugnazione di varie fortezze finalmente costrinsero gli
Spagnuoli a rimettere tutto nelle lor mani, con istupore d'ognuno per
la difficoltà e insieme per la felicità di quell'impresa.
Anno di CRISTO MDCXXXVIII. Indiz. VI.
URBANO VIII papa 16.
FERDINANDO III imperadore 2.
Trovavasi forte di gente il _marchese di Leganes_ governator di
Milano; sapeva in oltre dubbiosa ne' suoi disegni la reggente di Savoia
_Cristina_, sì pel suo desiderio di una sospension d'armi, e sì per
l'inquietudine che cominciava a recarle il _cardinal Maurizio_ suo
cognato; e però pensò a levarsi dal piede una dolorosa spina, cioè il
vigoroso forte di Breme, fabbricato dal defunto _duca Vittorio_, che
teneva in un continuo allarme lo Stato di Milano. Passò a quell'assedio
nel dì 11 di marzo. Pensavano i Franzesi che Breme si potesse sostenere
per due mesi; restarono ben delusi, perchè quella piazza nel termine
di non molti giorni, cioè nel dì 30 del mese suddetto, capitolò la
resa, e costò questa il capo al Mongagliardo, che n'era governatore,
senza che gli valessero scuse e ragioni. Costò anche quell'assedio la
vita al _maresciallo di Crequì_, perchè, essendo egli ito, nel dì 26,
a spiar col cannocchiale i postamenti degli assedianti, colpito dalla
palla di un sagro, in un momento passò all'altro mondo. Fu in sua vece
scelto al comando dell'armi franzesi in Italia il _cardinale della
Valletta_, che non dovea aver bene studiato i sacri canoni, e s'era
forse dimenticato d'essere arcivescovo. Per la presa della fortezza di
Breme, che tutta fu poi smantellata, grandi allegrezze si fecero in
Milano. Provveduta di gran talento era la vedova duchessa di Savoia,
ma questo non bastava nel fiero viluppo delle circostanze presenti.
Trattava segretamente con gli Spagnuoli di pace; ricusava di confermar
la lega co' Franzesi; ma cotante minaccie, e insieme sì belle promesse
di gagliardi aiuti misero in campo essi Franzesi, che la duchessa non
trovò scampo, e si lasciò condurre a ratificar la lega con essi. Perchè
nondimeno fece ella questa risoluzione, come vogliono alcuni (il che è
negato da altri), senza participazione e consenso de' suoi ministri, ne
fu un gran dire; e i popoli cominciarono a mostrarsi mal animati contra
di lei; e tanto più perchè segretamente soffiavano in quel fuoco gli
emissarii del _cardinale Maurizio_ e del _principe Tommaso_, zii del
piccolo duca, che aspiravano alla di lui tutela, e alla depressione
della duchessa. Anzi scrive Vittorio Siri di avere saputo dalla bocca
di _Francesco I duca_ di Modena che, nel passare per quella città, in
venendo da Roma esso cardinale, spiegò apertamente l'intenzione sua
di farsi duca di Savoia; al che inorridì l'Estense suo nipote. Ora il
marchese di Leganes, veggendo che non andavano innanzi i suoi trattati
colla duchessa, pubblicò nel dì 25 di maggio una circolare, dove, per
dar qualche colore all'invasione da lui già meditata del Piemonte,
si servì di quelle galanti apparenti ragioni che bene spesso veggiamo
usate dall'ingegnosa penna dei politici per deludere gl'ignoranti, ma
che fan ridere i savii: cioè muover egli l'armi solo per compassione
degl'infelici Piemontesi oppressi da' Franzesi, e per liberare la
duchessa reggente dalla loro prepotenza, e non già per usurpare menoma
parte di quegli Stati, promettendo inoltre buon trattamento a chi non
si opponesse _ad un così santo ed approvato disegno_.
Nel giorno seguente all'improvviso spinse l'esercito suo sotto la
città di Vercelli, e ne imprese l'assedio. Dentro vi era il marchese
Dogliana, che coraggiosamente si preparò alla difesa, deplorando
solamente la scarsezza del suo presidio e delle munizioni. Diedesi
frettolosamente il Leganes a formar la circonvallazione e gli approcci,
e cominciarono le artiglierie a far il loro dovere. Pervenne in questo
tempo a Torino il _cardinale della Valletta_ col _duca di Candale _suo
fratello; ma le soldatesche condotte da lui erano poche; altre bensì
ne venivano, ma zoppicando. La riputazione sua e le premure della
duchessa esigevano che si andasse al soccorso di Vercelli. In fatti
colà marciarono tutte le forze de' Franzesi e Piemontesi, e nella notte
del dì 20 di giugno venne lor fatto di spignere entro quella città da
ottocento fanti. Questo rinforzo servì bensì a far differire, ma non
già ad impedire, la resa di Vercelli; perchè, venute men le munizioni
ai difensori, i quali con gran valore s'erano sostenuti, finchè
poterono, dopo aver ottenuto oneste condizioni, lasciarono nel dì 5
di luglio libero l'ingresso agli Spagnuoli in quella città. In quello
assedio, se dice il vero Alberto Lazari, fu adoperata l'_invenzion
nuova delle bombe_, ma già da noi veduta molto più antica. Ivi ancora
scrivono, che alzate in aria venti braccia di grosso muro da una mina,
ricaddero a piombo nel medesimo sito, senza nè pure che apparisse una
fessura: il che par troppo. Mentre si facea questa danza in Piemonte
un'altra scena ancora succedette nel Monferrato. Oltre all'essere stata
allevata la _principessa Maria_ reggente di Mantova con genio agli
Spagnuoli, non sapeva ella veder di buon occhio i ministri di Francia,
che in Mantova stessa si davano l'aria come di padroni; e però nacquero
dissensioni fra lei ed essi, e si passò alle vicendevoli gelosie e
diffidenze. E queste per parte de' Franzesi furono credute dai saggi
ben fondate; imperciocchè non solamente la principessa escluse dal
ministero chiunque professava parzialità alla corona di Francia,
sostituendone altri partigiani della Spagna, ma si venne anche a
scoprire un trattato menato da lei co' ministri di Spagna, di scannare
quanti Franzesi si trovavano in _Casale_, e d'introdurvi guarnigion
spagnuola. Negò dipoi la principessa questo maneggio; ma pretesero
i Franzesi di averne chiare e convincenti pruove. Adunque per ordine
loro fu preso il Monteglio governatore, poi processato e decapitato.
Furono ancora cacciati altri uffiziali e ministri della principessa,
e molti di que' nobili del suo partito; e rinforzato maggiormente quel
presidio. In sostanza, occuparono il dominio di quella città, lasciando
gridar gli Spagnuoli che queste erano imposture e mascherate per andare
usurpando l'altrui.
Cangiarono faccia anche in Piemonte le cose; imperciocchè madama reale
_Cristina_ mirando esacerbati i sudditi non men per le conquiste
degli Spagnuoli, che per l'aggravio de' Franzesi; e temendo anche
delle segrete mine dalla parte dei due principi cognati suoi, tutta
si gittò in braccio agli stessi Franzesi. Fece vista di arrolare
un reggimento di essi per la propria difesa, e il mise in Torino;
lasciò in oltre, che nelle altre sue fortezze i medesimi mettessero
il piede: con che tutto il Piemonte col Monferrato si trovò come in
ceppi, divenuto Franzese. Prese motivo il Leganes dai cangiamenti
avvenuti in Mantova, per pubblicare un altro manifesto, lavorato sul
torno del precedente, intendendo di giustificare la di lui meditata
invasione del Monferrato, non già per vantaggio alcuno della Spagna,
che Dio guardi; ma per iscacciarne i Franzesi occupatori ingiusti, in
benefizio del duchino di Mantova. Entrarono in fatti poco d'appresso
l'armi spagnuole nel Monferrato, col farvi la sola bravura di prendere
il castello di Pomà, e di spianarlo da' fondamenti: che questo fu
il primo servigio prestato al duchino. Essendo accorsa l'armata del
cardinale della Valletta co' Piemontesi, se ne ritirarono da lì a
non molto gli Spagnuoli con poco lor gusto; e tutti poscia andarono a
godersi i quartieri d'inverno. Fu rapito in questi tempi dalla morte
il picciolo duca di Savoia _Francesco Giacinto_ in età di sei anni,
dopo molte febbri, che nel dì 4 d'ottobre il levarono dai guai del
mondo. Non vi restò di maschi se non _Carlo Emmanuele_, che in età di
quattro anni prese il titolo di duca. Nè solamente in quest'anno restò
innaffiata la terra dell'uman sangue, ma anche il mare. Faceano vela
quindici galee di Spagna venendo da Napoli, sotto il comando di don
Rodrigo Velasco, per isbarcar al Finale mille e cinquecento fanti, e
assai danaro in soccorso dell'esercito di Lombardia. N'ebbe avviso il
signor di Poncurlè, nipote del _cardinale di Richelieu_, e con quindici
altre galee uscito di Provenza, cominciò a rondare, aspettando che gli
Spagnuoli avessero sbarcate le soldatesche, per poscia assalirli. Il
Velasco, senza far altro sbarco, si fermò aspettando le risoluzioni
della flotta nemica. Sicchè nel dì primo di settembre si attaccò
fra loro alla vista di Genova un atroce conflitto. Quattro galee di
Spagna non reggendo al diluvio dei sassi gittati dai mortai o cannoni
franzesi, si ritirarono dalla battaglia. Se questo non succedea, fu
creduto che avrebbero gli Spagnuoli cantato il trionfo. Non perciò
si smarrirono le undici rimaste in ballo, finchè fu ucciso il lor
generale Velasco, e le lor ciurme, composte di schiavi e di malviventi
condennati al remo, tumultuarono, gridando _libertà_. Perciò e di
dentro e di fuori bersagliati gli Spagnuoli, furono forzati a cedere il
campo, seco nondimeno conducendo prese tre galee nemiche. All'incontro
i Franzesi, meglio serviti delle lor ciurme, consistenti in soli
volontarii, presero cinque galee, e in oltre la capitana di Sicilia,
che poi lasciarono andare per mancanza di remiganti e fu condotta a
Genova. Rimasero anche malconci i Franzesi per la strage fatta dalla
moschetteria nemica, essendovi perito lo stesso lor generale, e, ciò
non ostante, si attribuirono, e con ragione, la vittoria.
Ma altro incomparabilmente maggior motivo di tripudiare ebbe in
quest'anno la Francia, perciocchè dopo più di venti anni di sterilità
della _regina Anna d'Austria_, sorella del re di Spagna, e moglie del
_re Lodovico XIII_ (alla qual disgrazia aveano forse contribuito non
poco le illecite amicizie del re consorte, e le cabale del cardinale
di Richelieu), si videro in fine frutti del suo matrimonio. Per
accidente impensato accoppiatasi essa regina col re verso la metà di
dicembre del precedente anno 1637 a Grobois, concepì un Delfino, che
venne alla luce nel giorno quinto di settembre del presente anno, e
fu poi gloriosissimo re di Francia col nome di _Luigi XIV_. Abbiamo
l'attestato del celebre Ugon Grozio, ambasciatore allora di Svezia in
Parigi, che questo monarca nacque con due denti, avendo egli perciò
scritto: _Caveant vicini a mordacitate hujus Principis_, il che ben si
avverò. È scritto che anche il rinomato _cardinal Mazzarino_ uscì dal
ventre materno con due denti già formati. Nè si vuol tacere che col
tempo (cioè allorchè la felicità del medesimo cardinal Mazzarino, e la
sua intrinsichezza nel servigio d'essa regina, suscitarongli l'invidia
e la malevolenza d'infinite persone), saltò fuori e prese piede per
tutti i regni cristiani un'ingiuriosa e abbominevol diceria, cioè che
esso Mazzarino avesse supplito alle mancanze del re Lodovico XIII per
arricchir la Francia di un sospirato Delfino. Questa infame calunnia fu
chiaramente poi strozzata dalla penna di Gregorio Leti, facendo egli
toccar con mano che Giulio Mazzarino molti mesi prima era partito di
Francia, e trovavasi in Roma, allorchè avvenne il concepimento di Luigi
XIV. La nascita di questo principe diede impulso a grandissime feste,
e portò seco importanti conseguenze pel regno di Francia. All'incontro
una lagrimevol calamità accadde in quest'anno alla Calabria a cagion
d'un fierissimo tremuoto, accaduto nel dì 27 di marzo, dove Cosenza,
Stigliano e più di cinquanta luoghi rimasero affatto atterrati; più
di cento divennero inabitabili; e vi si contarono più di dodici mila
persone estinte. Fra gli altri luoghi la città di Policastro vide
a terra il vescovato e tutte le chiese e monisteri; niuna casa vi
restò in piedi, e perirono mille e ducento abitanti, fra i quali
il duca d'Aquino, padrone d'essa città. Seppellita fra le rovine
la principessa sua moglie, gravida di più mesi, fu ritrovata viva e
salva con una sua figliuola. Erano entrati nell'Adriatico i corsari
algerini e tunesini con forte squadra di galeotte, e gran timore vi
fu che mirassero a svaligiar la sacra casa di Loreto. Marino Cappello
coll'armata veneta di ventotto galee e due galeazze sorprese costoro
alla Vallona, e nel dì 5 d'agosto in quel porto, senza far caso delle
cannonate della piazza turchesca, a forza d'armi s'impadronì di tutti
quei legni barbareschi, e trionfalmente li condusse a Corfù. Poco
mancò che per tal atto la porta Ottomana non dichiarasse la guerra ai
Veneziani; ma questi ebbero maniera di placar lo sdegno dei Musulmani.
Desiderosa in questi tempi la corte del re Cattolico di tirar nel suo
partito _Francesco I d'Este duca_ di Modena, principe che ad un raro
senno accoppiava uno non inferior valore, mostrò gran piacere che
egli passasse in Ispagna, per tenere al sacro fonte quel principe o
principessa che era per dare alla luce la gravida regina. Con superbo
accompagnamento si portò colà questo principe per mare, ricevette
grandi onori, ed alzò nel dì 7 d'ottobre dal fonte battesimale
l'_infanta Maria Teresa_, che fu, nel 1660, sposata dal poco prima nato
_Luigi XIV_ re di Francia. Di più non ne dico io, per avere abbastanza
parlato nelle Antichità Estensi dei motivi ed effetti di questo
viaggio.
Anno di CRISTO MDCXXXIX. Indiz. VII.
URBANO VIII papa 17.
FERDINANDO III imperad. 3.
Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a
cagion dei principi di Savoia, cioè del _cardinal Maurizio_ e del
_principe Tommaso_, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur
non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa
vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati.
Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era,
nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte,
dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei
ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo
arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e
postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia
dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e
che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto
fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano.
Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia
di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si
sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni col _marchese di Leganes_,
benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si
conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle,
all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar
libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità
dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del
dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamento del fu duca
_Vittorio Amedeo_ per conto della tutela lasciata alla duchessa, e un
monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi
legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state
carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò;
e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è
la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo
la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i
Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal
loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse,
con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in
fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino
suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la
sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi
del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una
principessa franzese.
Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don
Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello
fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar
prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata,
lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio
Cengio, ributtò il soccorso che il _cardinal della Valletta_ e il
marchese _Villa_ tentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di
quel castello. In questo mentre il _principe Tommaso_, entrato in
Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a
conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a
suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante,
ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso
tempo il _cardinal Maurizio_ passò a Biella, e alla valle di Aosta,
che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza,
trovandosi popoli che acclamarono i principi al primo lor comparire.
La _duchessa Cristina_, all'avviso di questa metamorfosi, e più a
quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte
le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i
marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta
di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del
partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i
figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per
sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei
le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per
presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti,
si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero
movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero
più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le
truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura,
e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè
quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente
notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di
Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi
col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano
corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i
cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi
giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile
per le tante fortificazioni fattevi dal _duca Carlo Emmanuele_, e gli
uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma
egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella
città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà
dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non
avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza
che dovea, e però nel dì 24 di maggio si vide superata essa piazza
da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i
luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei
vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal
saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il
cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e
quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro
sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli
Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto
dal Delfinato a Torino il _duca di Lungavilla_ con quattromila fanti e
duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono,
lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei
Franzesi.
Non minor felicità avea provato in questi tempi il _cardinal Maurizio_
con un altro corpo di milizie, perchè gli prestarono ubbidienza,
senza ch'egli sfoderasse la spada, i popoli di Cuneo, Ceva, Mondovì,
Saluzzo, Dronero, Busca, Fossano, Bene e Demont. Ma con egual facilità
accorsi in quelle parti i Franzesi, ricuperarono Saluzzo, Racconigi,
Carignano e Fossano, uscendo le genti incontro a chi veniva con più
forze, per esentarsi dal loro furore. Sicchè fu obbligato il cardinal
Maurizio a ritirarsi in Cuneo, piazza anche allora la più forte di
que' contorni. Impadronitosi dipoi il Longavilla di Mondovì, quivi
fece piazza d'armi, e in questo mentre i marchesi Villa e di Pianezza
per forza espugnarono il castello di Bene, tagliando a pezzi la
maggior parte del presidio Spagnuolo. Sarebbe anche fuggito di Cuneo
il cardinal Maurizio, perchè era passato ad assediarlo il Lungavilla,
se non avesse avuta conoscenza di un gran tentativo ch'era per fare
il principe Tommaso. Questi infatti avendo osservato divisi in tante
piazze i Franzesi, e tenendo intelligenze segrete con molti cittadini
di Torino e con qualche uffiziale ancora degli Svizzeri, che quivi
erano di presidio, marciò improvvisamente a quella volta con un buon
nerbo di fanteria e cavalleria, e con provvisione di scale e petardi.
Nella notte precedente al dì 27 di luglio diede da più parti l'assalto,
e gli riuscì d'entrarvi, spezialmente assistito da don Maurizio di
Savoia suo fratello naturale. Madama Reale Cristina, avuto appena tempo
di raccogliere le sue gioie ed alcune carte, intrepidamente si ritirò
nella cittadella colle principali sue dame e ministri. Presentaronsi
la mattina seguente i cittadini al principe, che gli assicurò da
ogni violenza, e diede gli ordini perchè si alzasse terreno contro
la cittadella. Entrò in essa città anche il _marchese di Leganes_,
con restare intanto molto dubbiose le cose; perchè non avendo pensato
ed osato gli Spagnuoli di assalir per di fuori la cittadella, nè di
formarvi la circonvallazione, restò perciò libero il campo ai Franzesi
di tener comunicazione colla medesima, siccome infatti avvenne, essendo
accorsi colà il cardinale della Valletta, il Lungavilla e gli altri
Franzesi. Non trovò la duchessa nè letti nè mobili per sè, e molto meno
per la sua corte. Il peggio fu, che mancava anche il vivere per lei
e per quella nobiltà. Mandò a chiederne al principe Tommaso, che le
mandò un sol piatto di vivande per lei ogni giorno. Ne fece istanza al
cardinale della Valletta, e questi negò tutto, richiedendo che prima
desse la cittadella in mano dei Franzesi, e bisognò in fine accomodarsi
alla di lui volontà. Parea alla duchessa un'ora mille anni d'uscire
di là. Fu da essi Franzesi provveduta di tutto la cittadella, e il
cardinale della Valletta con uno staccamento di cavalleria condusse
dipoi madama Reale a Susa.
Non avea cessato in addietro _monsignor Cafferelli_ nunzio pontifizio
di proporre ripieghi di pace, ma con poco frutto. Al veder egli ora
tanto sconvolgimento di cose, maggiormente accese il suo zelo, per
ostare a più gravi disordini; e però propose una tregua, sperando
con questo gradino di salir poscia più alto. Vi trovò renitente il
principe Tommaso, per le notizie ch'egli aveva di essere mal fornita di
provvisioni da bocca la cittadella; ma il Leganes, che mirava tuttavia
assai forti i Franzesi, e sminuita non poco la sua armata per tanti
presidii, gli diede orecchio. Più facilmente ancora vi consentirono i
comandanti franzesi, sicchè fu conchiusa una suspension d'armi sino
al dì 24 di ottobre, nel qual tempo poterono i Franzesi provvedere
abbondantemente di vettovaglie la cittadella di Torino. Il cardinal
Maurizio, che non aveva acconsentito a questo trattato, passò a
Nizza e Villafranca, e se ne impadronì. Durante questo riposo, non si
rallentarono i negoziati di qualche accomodamento fra madama Reale e il
principe Tommaso, restando intanto quasi tutto il Piemonte in potere,
parte degli Spagnuoli, parte dei Franzesi e de' principi, con aggravio
intollerabile de' poveri popoli. Aveano i Franzesi come costretta la
duchessa a lasciar loro mettere presidio anche ne' castelli di Susa,
Avegliana e Cavours. Ciò non bastò alla politica del cardinale di
Richelieu, che unicamente aggirando nel suo capo la sempre maggiore
esaltazione della corona di Francia, in questa sua ubbriachezza non
conosceva misura alcuna. Quanto più mirava egli vicina al precipizio
la duchessa, che pur era sorella del re suo padrone, tanto più pensò a
profittarne per la Francia. Questo era, secondo lui, il tempo d'indurre
essa madama a mandare in Francia i suoi figli, e ad ammettere nella
inespugnabil fortezza di Monmegliano le armi franzesi, valendosi del
pretesto che sua maestà non si potea fidare dei Piemontesi dopo il
fatto di Torino. Fece a questo fine venire sino a Grenoble l'ubbidiente
re _Luigi XIII_, e colà invitò _madama Reale_, la quale non potè
esimersi da questo viaggio; ma vi andò con un pungente risentimento
del suo cuore, perchè avvertita da persona sua confidente di ciò che
tramava il cardinale, e ben sapeva di che fosse capace quell'imperioso
porporato, il quale facea tremare tutta la Francia. Prima colle dolci,
e poi con grandi slargate di aiuti e vantaggi le parlò il Richelieu: e
vedendo salda come torre madama a non voler mettere affatto in ceppi il
figlio duca e i suoi stati, passò alle minaccie, e trascorse anche in
parole di poco rispetto verso una sì gran principessa, ma senza potere
punto smuoverla. Glie ne fece anche parlare dal re, a cui ella altra
risposta non diede se non colle lagrime che le caddero dagli occhi. Ai
ministri ancora della duchessa non mancarono minaccie e strapazzi in
questa occasione. Tornossene poi ben mal contenta a Sciamberì la povera
principessa.
Essendo mancato di vita nel dì 27 ossia 28 di settembre il guerriero
_cardinale Lodovico della Valletta_, la corte di Francia spedì al
comando delle sue armi in Italia _Arrigo di Guisa conte di Arcourt_
della casa di Lorena, che si era segnalato nel riacquisto dell'isola
di Jeres. Finita la tregua, esso conte volendo aprirsi la strada per
mandare rinforzi a Casale, piazza troppo amoreggiata dagli Spagnuoli,
nel dì 25 di ottobre andò a mettere l'assedio a Chieri, e in capo a due
giorni l'ebbe in suo potere. Di là spedì gente a Casale. Ma in Chieri
e nei circonvicini luoghi cominciarono presto a venir meno i viveri,
nè maniera appariva di supplire al bisogno: però l'Arcourt prese la
risoluzione di cercar paese più largo e comodo pel verno, con passare
verso Carmagnola e Saluzzo. Non avea più di otto in novemila persone al
suo servigio. Trapelò questo disegno, e il Leganes fu di concerto col
principe Tommaso per frastornar questa ritirata, giacchè erano di molto
superiori le lor genti a quelle dei Franzesi. Si mosse all'improvviso
da Chieri l'Arcourt la notte precedente al dì 15 (altri ha 29) di
novembre, e, giunto che fu al ponte della Rotta, arrivò alla di lui
retroguardia il principe Tommaso, che cominciò a menar le mani. Fu
combattuto più volte con gran valore da ambe le parti; ma restò burlato
il principe dal Leganes, il quale non avea gran genio alle battaglie
campali, credendole troppo pericolose; e però accorse bensì, ma non
entrò daddovero nella mischia; del che fece poi grandi querele esso
principe. Il perchè passò oltre il duca di Arcourt sino a Crescentino,
e per questa gloriosa ritirata gli fu fatto gran plauso non meno in
Italia che in Francia. Scrissero alcuni che il principe Tommaso vi
perdesse più di due mila uomini tra morti, feriti e prigioni, fra i
quali molti uffiziali del reggimento del _principe Borso d'Este_,
composto di tre mila Alemanni; ma altri fanno ascendere la sua
perdita a sole cinquecento persone. Dalla parte dei Franzesi solamente
mancarono trecento combattenti, e fra essi il marchese Giulio Rangone,
cavaliere insigne di Modena, mastro di campo di cavalleria nelle truppe
di Savoia. Tutti dipoi si ridussero ai quartieri, e passò il verno
con molti negoziati di madama Reale, ora con l'uno ora coll'altro dei
principi, ma senza che mai si potesse aggruppare concordia alcuna fra
loro.
Anno di CRISTO MDCXL. Indizione VIII.
URBANO VIII papa 18.
FERDINANDO III imperadore 4.
Da che Dio ebbe chiamato il _cardinal della Valletta_ a rendere conto
dell'improprio suo mestiere, e fu spedito in suo luogo il _conte
d'Arcourt_, parve che questo valoroso principe conducesse seco in
Italia la fortuna dell'armi francesi. Se ne stava egli colle sue truppe
godendo i quartieri in Saluzzo, Alba, Fossano, Savigliano Cherasco,
Bene, ed altri luoghi posseduti da madama Reale, con far gridare e
bestemmiare quei popoli, perchè aggravati da molte contribuzioni,
ed affezionati al partito dei principi. Andava in questo mentre
il principe Tommaso facendo dei preparamenti per formare l'assedio
della cittadella di Torino, senza che gli passasse per mente, che il
_marchese di Leganes_ fosse per mancargli in così importante disegno
e bisogno. Ma si trovò egli ben deluso. Altro non aveva in testa il
marchese che l'acquisto di Casale di Monferrato. Questo era il vello
d'oro a cui egli aspirava. Conquistato Casale, la gloria avrebbe dato
nelle trombe per esaltare dappertutto il suo nome; e certamente una
tal gioia meritava bene che gli Spagnuoli se la tenessero cara, e
pensassero a non dimetterne mai più il possesso. Per lo contrario non
trovava il Leganes i suoi conti nell'impiegar gente, oro e fatiche,
per fare un buon nido ai principi di Savoia colla espugnazion della
cittadella di Torino. Tanta era la sicurezza sua per l'occupazion di
esso Casale, che coi suoi più confidenti gloriosamente la contava
per cosa già fatta. A questo fine aveva egli ammassata gran copia
di pecunia, ed accresciuto l'esercito suo con rinforzi venuti di
Spagna, Germania e Napoli; laonde, nel sabato santo, giorno da lui
superstiziosamente scelto, secondo gl'insegnamenti della più fina
strologia, cioè nel dì 7 d'aprile, si mosse alla volta di Casale con
quattordici mila fanti e cinque mila cavalli. Nel lunedì di Pasqua
formò l'assedio della città, presa la quale giudicava assai facile
l'acquisto anche del castello e della cittadella, ed occupò le colline
e castella all'intorno. La guernigion franzese di Casale sotto il
comando del signor della Torre, fu supposto non essere più di mille e
ducento fanti, nè il conte di Arcourt aveva forze tali da potere rapir
dalle unghie spagnuole questa preda. Il papa e i Veneziani, commossi da
tal novità, inviarono aspre doglianze, ed anche minaccie al Leganes; ma
egli gonfio per figurarsi d'aver già in pugno la vittoria, si sbrigò
da quegli inviati, protestando di far quell'assedio, non già in danno
del duca di Mantova, ma solamente per forzare i Franzesi alla pace:
che di questa polve da gittar negli occhi alla gente niuno mai dei
principi conquistatori è mancante. Per altro comune opinione fu che
la principessa, ossia duchessa di Mantova _Maria_, camminasse in ciò
d'accordo con gli Spagnuoli. Anzi scrivono che, presa poi la segreteria
del Leganes, ivi si trovarono i chiari attestati della vera loro unione
in questo proposito.
Non più che sette mila fanti e quattro mila cavalli tra Franzesi
e Piemontesi potea contare in questi tempi il _conte di Arcourt_
maresciallo di Francia. Contuttociò, perchè animato dal proprio valore,
e spronato dagli ordini del gabinetto di Francia, e dall'importanza
dei presenti affari, nel dì 21 d'aprile si mosse da Poerino per
accostarsi a Casale, e tentarne il soccorso. Trovò gli Spagnuoli che
lo aspettavano entro i forti trincieramenti della lor circonvallazione.
Non punto sgomentato per questo, coraggiosamente nel dì 29 del suddetto
mese andò ad assalir le loro trincee. Trovò gente che sapea ben
difendere i posti, e dopo replicati sforzi, che costarono la vita a più
di ottocento de' suoi, gli convenne retrocedere. Ma da lì a non molto,
passato dove erano più deboli le trincee, arditamente saltò dentro a
cavallo: esempio riuscito di tale stimolo alle sue truppe, che ognuno
sprezzando la morte, si affrettò a passar oltre e a sbaragliar quanti
nemici andava incontrando. Allora fu che il marchese di Leganes si
avvide della vanità dei suoi sognati trionfi, e ad altro non attese
che a ritirarsi il meglio che potè, ma sempre inseguito dai vittoriosi
Franzesi. Tuttavia il maggior suo danno di gente consistè nella perdita
di coloro che, per sottrarsi alle spade franzesi, trovarono la morte
affogandosi nel Po, giacchè per cumulo delle disgrazie si ruppe, a
cagion della troppa calca, il ponte da lui fabbricato su quel fiume. Fu
creduto, che dalla parte d'esso marchese perissero tre mila persone,
oltre ai rimasti prigioni. Vennero ancora alle mani dei Franzesi il
segretario del Leganes colla cancelleria, le di lui argenterie con
sessanta mila scudi della cassa regia, e i cannoni e il bagaglio,
che si trovarono nell'accampamento di San Giorgio dalle banda di
Pontestura. Circa un migliaio di Franzesi e Savoiardi lasciarono la
vita in questo conflitto. Poco si fermò il prode Arcourt pieno di
gloria per questa vittoria in Casale, dove si fecero molte allegrezze,
per non consumar le poche vettovaglie che vi restavano, e passò a
Chieri, e di là, nel dì 10 di maggio andò ad accompagnarsi al Valentino
in vicinanza di Torino. Poscia dopo essersi impadronito d'alcuni posti,
e specialmente di quello dei cappuccini, nel dì 16 distribuì il suo
campo intorno a quella città. Memorabile riuscì quell'assedio, sì
perchè il _principe Tommaso_ dalla città andò facendo varie sortite,
ora favorevoli ed ora sinistre, siccome ancora il presidio franzese
della cittadella contro la città, e sì ancora perchè il Leganes venne
anch'egli a mettere il campo in quelle vicinanze; perlochè seguirono
altre non poche azioni militari che io mi dispenso dal riferire.
Faceano gli uni e gli altri delle continue scorrerie per difficultare
il trasporto dei viveri; ma in fine sì forte circonvallazione fece
l'Arcourt, che rendè inutile ogni tentativo dei nemici per introdurre
soccorsi nella città di Torino.
Lentamente procedeva in tutti i suoi andamenti il Leganes, saldo nella
massima di nulla azzardare, e ritirossi a Chieri. Pure spronato dal
bisogno della città, e dalla nuova di un vicino rinforzo, che veniva
di Francia all'Arcourt, nel dì 11 di luglio tentò d'introdurre gente,
munizioni e vettovaglie in Torino. Andò poco felicemente l'impresa,
quantunque penetrassero in questa città mille fanti. All'incontro nel
dì seguente 12 di luglio senza impedimento da Pinerolo pervenne al
campo franzese un soccorso di sei mila fanti e di mille cavalli con
gran copia di vettovaglie. Scarseggiava forte il principe Tommaso
di polve da fuoco; e perchè niuna comunicazione restava fra lui e
il Leganes, trovata fu l'invenzione di gettare dal campo, cioè da un
posto più vicino alla città, entro la medesima delle bombe, ciascuna
delle quali conteneva dieci libbre di polve. Altri scrivono che dalla
città si cominciò a spingere al campo del Leganes palle di ferro, che
contenevano nel concavo loro seno le occorrenti lettere; il perchè
quello era chiamato il cannone corriere; e che da ciò imparò il campo a
far volare nella città altre palle maggiori cariche di polve e di sale.
L'inventore di queste palle, alle quali precedeva un segno col fumo,
dicono essere stato Francesco Zignoni Bergamasco. Fu eziandio notato
come cosa rara, che in una delle sortite degli assediati restò anche
uccisa, per non volersi rendere, una donna tedesca, la quale cresciuta
ed allevata fra le soldatesche in abito virile, avea fin qui fatte
molte prodezze, ed era pervenuta, pel suo valore, al grado di capitano
di cavalleria, chiamata volgarmente per burla il capitan _Barbone_,
altri dicono il capitan _Cappone_, perchè, a guisa dei castrati,
non avea barba. Menava seco questo femmineo capitano una donna,
fingendola sua moglie, dameggiava per la città, e nei cimenti era dei
più arrischiati. A questa scena fece ella fine col morire da brava,
e fu poi collo spoglio riconosciuta per quella che era. Intanto non
meno al campo spagnuolo che al franzese andavano sopraggiugnendo nuovi
rinforzi di gente, e cresceva da ambe le parti l'impegno e il pericolo.
Ma perchè al principe Tommaso cominciavano a venir meno le provvisioni
da bocca e da guerra, concertò egli col marchese di Leganes di far
l'ultimo tentativo. Il dì 13 di settembre fu scelto per l'impresa. Con
tutto il suo presidio uscì il principe della città, dopo aver lasciato
quanti Spagnuoli potè avere con licenza del nunzio pontificio a far le
sentinelle per le mura, e gli riuscì di prendere alcuni fortini dei
Franzesi, e di superar altri posti; ma non essendo accorsi a tempo
nè con egual ardore gli Spagnuoli del Leganes, gli convenne in fine
ritirarsi colla perdita di molti dei suoi. Allora fu che, trovandosi
in questo poco felice stato di cose, cominciò a dare ascolto alle
proposizioni d'accordo, che sempre aveano tenuto vive i ministri del
papa. Restò dunque conchiuso, nel dì 17 di settembre, che il _principe
Tommaso_ rimetterebbe la città di Torino al _re di Francia_ sotto
la reggenza di _madama Reale_, e ch'egli con tutti i suoi potrebbe
ritirarsi dove volesse.
Rientrarono dunque i Franzesi in Torino, e colà pure la vedova
duchessa comparve nel dì 18 di novembre, ricevuta dal popolo con
gran solennità. Ma le sue allegrezze restarono ben turbate sul fine
dell'anno, perchè d'ordine del re Cristianissimo fu preso e poi mandato
prigione in Francia nel bosco di Vincennes il conte Filippo di San
Martino di Agliè, il più intimo e confidente ministro e consigliere
della medesima madama Reale, non d'altro reo, che d'essere stato
creduto dal cardinale di Richelieu il principale autore della costanza
di quella principessa, allorchè ella fu a Grenoble, in negare al re
la fortezza di Monmegliano. Furono anche arrestati o mandati fuor di
Torino alcuni suoi parenti. Un gran dire, un esclamare di ognuno fu
per questa iniquissima violenza del Richelieu, e per un sì rilevante
strapazzo fatto alla autorità della duchessa, e duchessa sorella
dello stesso re, gridando ognuno che pazzia era ormai il fidarsi più
della Fraucia. Ma la Francia altro non era allora che il cardinale
di Richelieu, il quale comandava a tutti, e fino allo stesso re, nè
conosceva misura ai suoi odii e alle sue vendette. Solamente allora che
mancò di vita esso porporato, il povero innocente cavaliere fu rimesso
in libertà. Non lasciava intanto il Richelieu di far maneggi, per
tirare nel suo partito i principi di Savoia, e fatto venire in Piemonte
il già divenuto prelato monsignor _Giulio Mazzarino_ con titolo di
plenipotenziario, intavolò un segreto accordo col _principe Tommaso_,
che non ebbe poi effetto. Si trovò questi dipoi ben imbrogliato,
perchè volea, prima di dichiararsi, riavere la moglie e i figli, già
condotti in Ispagna, e, fattane istanza a quella corte, ne riportò una
bella negativa. Trovavasi allora la corte del re Cattolico agitata da
gravi burrasche per la superbia e balordaggine dell'Olivares primo
ministro, e per l'insolenza dei governatori e soldati castigliani.
S'era rivoltata la Catalogna; rivoltossi anche il Portogallo, e fu ivi
acclamato re _Giovanni duca di Braganza_, senza che mai più riuscisse
agli Spagnuoli di ricuperar quel regno: tutti colpi che servirono non
poco ad abbattere la monarchia spagnuola. Nè alcuno di quegli imbrogli
vi fu, in cui non mettesse le zampe il Richelieu, avendo egli fissato
l'appoggio della sua gloria in procurare, per quanto potea, la rovina
delle due case d'Austria, per esaltar sopra di quelle la corona di
Francia. Non erano da meno le idee dell'Olivares, cioè dell'arbitro
della Spagna, per l'ingrandimento di quella monarchia; ma non aveva
egli la testa nè la condotta e nè pur la fortuna del Richelieu, e però,
in vece di accrescere, diminuì notabilmente la riputazion di quella
corona.
Anno di CRISTO MDCXLI. Indizione IX.
URBANO VIII papa 19.
FERDINANDO III imperadore 5.
Per tutto il verno furono tenuti in piedi negoziati e progetti per
tirare al partito della Francia e alla concordia colla duchessa
reggente i principi di Savoia. Più renitente del _principe Tommaso_
si trovò il _cardinal Maurizio_, che s'era afforzato in Nizza e
Villafranca. Andava innanzi e indietro l'industrioso _Mazzarino_,
ma in fine restò questa volta delusa la sua grande arte in maneggiar
negozii. Il principe Tommaso addusse per iscusa di non poter continuare
nel già segreto accordo, per essergli vietato di ritirar di Spagna la
moglie coi figli; e intanto insieme col cardinal suo fratello stabilì
un nuovo onorevol trattato colla corte di Spagna. Uscirono manifesti
di madama Reale e de' principi cognati, tendenti ognuno alla propria
giustificazione. Si venne dunque a nuova rottura, e i Franzesi nel dì
6 di marzo s'impadronirono di Moncalvo, e poscia passarono nel dì 12
d'aprile ad assediare Ivrea. Colà ancora giunse, tornato di Francia, il
_conte di Arcourt_ con alcune nuove brigate di combattenti; ed, appena
fatta la breccia, nel dì 23 d'esso aprile volle venire all'assalto,
non con altra orazione animando i soldati, che con dir loro: _Miei
figli, salvate le mura al re: tutto il resto è per voi_. Ma fallirono
i conti, e fu forzato a ritirarsi colla perdita di trecento uomini: sì
bravamente si difesero gli assediati. Era intanto uscito in campagna il
principe Tommaso coll'armata spagnuola, e per fare una diversione andò
sotto Chivasso, sperando di mettervi dentro il piede con una scalata.
Gli costò il tentativo circa quattrocento soldati. Ciò non ostante ne
formò l'assedio, e fu questo cagione che l'Arcourt si levasse di sotto
Ivrea. Andarono dipoi le due nemiche armate badaluccando un pezzo; se
non che i marchesi Villa e di Pianezza furono spediti all'assedio di
Ceva, sostenuta con vigore da quel presidio, ma in fine obbligata alla
resa: anche il Mondovì venne alla loro ubbidienza. Passarono poscia i
Marchesi col campo sotto Cuneo, città, che per la sua situazione avea
fatto abortire tanti assedii in addietro, e molti altri ancora rendè
vani nei tempi susseguenti. Pure per mancanza di munizioni da guerra,
dopo cinquantatrè giorni di ostinata difesa, nel dì 16 di settembre se
ne impossessarono con insigne gloria dell'Arcourt e del marchese Villa.
Ridussero poscia alla loro ubbidienza anche Demont e Revel; quando
all'incontro il principe Tommaso altra utile impresa far non potè che
quella di ricuperar Moncalvo. Passò il resto dell'anno in negoziati,
per trovar maniera di stabilir qualche concordia fra madama Reale e i
principi suoi cognati, i quali per la perdita di Cuneo e di tanti altri
luoghi, ormai conoscevano quanto poco lor giovasse l'aderenza agli
spagnuoli. Al _marchese di Leganes_, che per le istanze del principe
Tommaso fu richiamato in Ispagna, fu sostituito nel governo di Milano
il _conte di Siruela_.
Appartiene all'anno presente la scena del picciolo principato di
Monaco, da gran tempo posseduto dalla casa Grimalda nella riviera
di Genova. Fin dall'anno 1605 riuscì agli Spagnuoli di poter ivi
mettere presidio mercè di alcuni vantaggi proposti a quella casa. Col
tempo si trovò troppo malcontento di questi ospiti _Onorato Grimaldi_
principe di quel luogo, perchè, non correndo le paghe, era costretto
egli del suo a mantenere chi gli facea da padrone addosso. Intavolò
dunque un segreto trattato per iscuotere quel giogo, e sottomettersi
al creduto più dolce e vantaggioso dei Franzesi. Venne il tempo che
s'era indebolita di molto la guarnigione spagnola; allora fu, che
il principe, dopo aver data una lauta cena e buon vino a que' pochi
uffiziali, li mandò a dormire; ed egli, chiamati a sè alcuni suoi
sudditi, fatti prima carcerare sotto colore di varii delitti, propose
loro la risoluzion fatta di liberarsi dagli Spagnuoli. Prese dunque
l'armi da essi, e da tutti i suoi cortigiani, nella notte precedente
al dì 18 di novembre, fecero prigione chiunque dei fanti non osò
far resistenza; e, spedito immantenente l'avviso al governatore
della Provenza, ricevè da lì a poco per mare soccorso di gente e
di munizioni. Così entrò in Monaco presidio franzese, che tuttavia
vi persiste, avendo quel principe ricevuto dal re Cristianissimo in
ricompensa degli Stati, a lui tolti nel regno di Napoli, il ducato di
Valenza nel Delfinato, con pensioni ed altri feudi in altre provincie
di Francia. Ma mentre inclinavano gli affari turbatissimi del Piemonte
verso la quiete, ecco, per la corrotta costituzione del mondo, in
cui sì facilmente imperversa l'ambizione e l'interesse con altre
maligne passioni de' regnanti, aprirsi il varco ad un'altra guerra.
Colla lunga età ed imperio di _papa Urbano VIII_, aveano avuto agio
i Barberini suoi nipoti di accumular immense ricchezze e beni; e
siccome all'opulenza suol tenere dietro il fasto e la superbia, ed
anche l'ansietà di sempre più salire in alto, non mancavano certamente
questi mantici nel cuore de' suoi fortunati nipoti, cioè de' _cardinali
Francesco_ ed _Antonio_, e di _don Taddeo_ principe di Palestrina,
poichè il terzo _cardinale Barberino_, cioè _Antonio_ seniore, conservò
sempre i buoni alimenti della religione cappuccina, del qual ordine
egli fu. Quanto più venivano calando le forze del corpo, e la vivacità
dello spirito nel vecchio papa, tanto più andava crescendo l'autorità
del cardinale Francesco da lui prediletto, che sotto nome del pontefice
operava quanto a lui piaceva.