intimato da papa _Urbano VIII_; ma non vi si mirò il gran concorso de'
pellegrini divoti, come in altri precedenti. La pestilenza insorta in
Palermo ed altri luoghi della Sicilia facea quivi terribile strage, e
sommo spavento eziandio recava all'Italia. Oltre a ciò, le turbolenze
della Valtellina, e un fiero temporale insorto contra della repubblica
di Genova, intorbidavano in questi tempi la quiete della Lombardia e
dei circonvicini paesi: tutti ostacoli alla divozione pellegrinatoria
de' fedeli. Si videro nondimeno comparire a Roma in sì pia congiuntura
_Uladislao principe_ di Polonia, figlio dell'invitto _re Sigismondo_
trionfatore de' Turchi, e poscia l'_arciduca Leopoldo_, i quali dal
pontefice riceverono ogni maggior contrassegno di stima e di affetto.
Poco godè dell'illustre sua dignità _Francesco Contarino_ doge di
Venezia, perchè fu in quest'anno rapito dalla morte, ed ebbe per
successore _Giovanni Cornaro_. Concepì speranze di grandi vantaggi
il cattolicismo per le nozze di _Carlo I re_ della Gran Bretagna (il
cui padre _Giacomo Stuardo re_ era dianzi nel mese di aprile mancato
di vita) celebrate nel mese di luglio con _Enrichetta principessa_
sorella di _Lodovico XIII_ re di Francia: ma queste speranze col tempo
si ridussero a sole foglie e fiori. Nè si dee tacere per gloria di uno
de' gran capitani, figli dell'Italia, che avendo _Ambrosio Spinola_,
generale dell'armi spagnuole in Fiandra, nel mese d'agosto del
precedente anno, assediata Bredà, piazza pel sito e per le innumerabili
fortificazioni creduta inespugnabile, in vicinanza del mare e di
Anversa, gli riuscì di rendersene padrone nel dì 5 di giugno dell'anno
presente. Celebre sopra modo fu quell'assedio, incredibile l'industria,
il senno e la costanza dello Spinola in sostener quell'impresa contro
tutti gli sforzi dell'Inghilterra e di Maurizio di Nassau principe
Oranges e generale degli Olandesi, che appunto finì i suoi giorni sul
principio di maggio del presente anno, lasciando fama di essere stato
uno de' primi guerrieri del suo tempo.
Qualche azion militare si fece in questi giorni anche nella Valtellina,
ma di sì poco rilievo, che non occorre farne menzione. Il _duca di
Feria_ governator di Milano avea già in pronto un sufficiente esercito,
che servì a frastornare ogni ulterior progresso de' Franzesi e Veneti
in quelle parti. Avrebbe egli anche potuto far di più, se non fosse
stato costretto a tener gli occhi aperti ad un maggior temporale
che scoppiò contro i Genovesi. Era riuscito, siccome dicemmo, a
_Carlo Emmanuele_ duca di Savoia d'ubbriacare i Franzesi colla da
lui rappresentata agevolissima conquista di Genova, rappresentando
quella città tanto illustre e ricchissima ormai invecchiata e sopita
nell'ozio, infiacchita nelle delizie, sprovveduta di fortificazioni
moderne e di soldatesche, con supporre ancora ai medesimi, e non senza
ragione, di tener buone intelligenze con alcuni malcontenti nel cuore
della medesima città. Perciò, come se avessero in pugno la preda, con
alcune capitolazioni la spartirono fra loro; anzi fecero i conti fin
d'allora sullo Stato di Milano, sul Monferrato, sulla Corsica, formando
varii patti di divisione: che di tali magnifiche idee era mirabilmente
fornito l'animo grande di esso duca. Avea la corte di Francia a questo
fine fatto un trattato cogli Olandesi, che s'impegnarono d'inviare
venti grossi vascelli ben corredati in rinforzo dell'armi di Savoia.
Le galee ancora e i galeoni di Francia, benchè solamente i fusti, e
senza inalberarvi lo stendardo reale, doveano servire al duca, e il
contestabile di Lesdiguieres come ausiliario assistergli con grosso
nerbo di gente, pretendendo con ciò di non far guerra dichiarata: tele
di ragno, colle quali vanno anche oggidì i principi del mondo coprendo
gli ambiziosi loro disegni. Non concorsero i Veneziani collegati in
questa diversione, anzi positivamente la riprovarono; e se pure si
volea far guerra, la desideravano contro lo Stato di Milano: cotanto
si trovavano ora mal soddisfatti delle due potenti case d'Austria.
Fatta dunque nel dì 4 di marzo in Asti la rassegna generale delle
truppe franzesi e savoiarde, si trovò ascendere quell'armata a venti
quattro mila fanti e tre mila cavalli con buon treno di artiglieria.
A sì feroce insulto poco si trovavano preparati i Genovesi, perchè
niun giusto motivo nè dalla parte della Francia, nè da quella di
Savoia appariva di muoversi alla loro rovina: senza riflettere che ai
conquistatori non mancano mai pretesti per far guerra ai vicini; e che
se un confinante s'arma, s'ha sempre a temere. E quantunque sorgessero
sospetti che contro di loro si disponesse la danza, pure non voleano
prestar fede a chi gli assicurava della trama ordita; e però lentamente
procederono ad armarsi, e a raunar genti, viveri e danari per una
gagliarda resistenza; finchè, veduto vicino il nembo, si svegliarono.
Allora fu che si diedero a tempestare il duca di Feria in Milano, e
il re Cattolico _Filippo IV_ per poderosi aiuti, facendo con facilità
conoscere quanto comune fosse la causa. Perduta Genova, era perduto
lo Stato di Milano. Parimente fecero istanze ai lor corrispondenti
di Spagna per soccorso di pecunia, e questi non mancarono d'inviarne
dipoi in gran copia. Intanto si dilatò lo sbigottimento nella città;
e dappoichè si vide muoversi a quella volta il torrente, vennero non
pochi al disperato consiglio di abbandonar tutta la riviera di Ponente
e il di qua dall'Apennino, per ritirar tutte le forze alla difesa
del cuore. Ma prevalse il sentimento di Gian-Girolamo Doria, capitan
vecchio e di sperienza, e di Carlo Doria duca di Tursis, e di altri
più saggi e coraggiosi, che si sostenesse la città di Savona, e si
armassero i passi di Gavi e di Rossiglione, per trattenere, il più che
fosse possibile, lungi da Genova quell'impetuosa tempesta.
Entrò dunque l'esercito collegato dalla parte di Novi nel Genovesato,
e gli si arrenderono varii luoghi. Il _duca di Savoia, il principe di
Piemonte Vittorio Amedeo suo figlio_ e _Lesdiguieres_ in varii siti
di qua dall'Apennino fecero sì grande empito, che sconfissero nel
giorno di giovedì santo le truppe genovesi a Rossiglione, e poscia
diedero una rotta maggiore ad esse genti ad Ottaggio: disgrazie che
accrebbero forte lo spavento in Genova, e insieme lo sdegno contra del
duca, incredibilmente per altri motivi odiato da loro. Si rincorarono
poscia alquanto gli animi per l'arrivo colà di Lodovico Guasco con
due mila fanti e ducento cavalli, spediti per le vie di Levante in
loro aiuto. Ottaggio intanto fu preso, e dato a sacco, e rimasero
prigionieri i difensori. In quelle parti vi restava ancora Gavi da
espugnare, ma non si durò fatica a prendere quella terra col castello.
Gran dispareri poscia seguirono fra il duca e Lesdiguieres. Pieno di
fuoco e di speranze il primo, insisteva che si marciasse a dirittura a
Genova; laddove l'altro, considerando le forze e la gran popolazione di
quella città, e di che sia capace l'amore della libertà; e riflettendo
a ciò che potea avvenire, se il duca di Feria dalla parte di Milano
con assai schiere da lui allestite venisse a tagliar la comunicazione
colla Lombardia, e se inoltre sopraggiugnessero per mare i soccorsi
aspettati in Genova da Napoli e Sicilia; ripugnò a tal risoluzione.
Il perchè dal duca fu spedito il principe di Piemonte ad occupar la
riviera di Ponente, frutto che dovea a lui restare di questa guerra.
Andò egli; colla forza si impadronì della ricca terra della Pieva,
dove tutti corsero al saccheggio: ricuperò Oneglia, terra sua poco
prima occupata dai Genovesi; e vennero poscia alle sue mani la città
di Albenga e Ventimiglia, e le terre di Alassio, Porto Maurizio, San
Remo, Loano, Castel Diano, in una parola, tutta la suddetta riviera,
cominciando dal Finale sino a Villafranca per lo spazio di sessanta
miglia. Non dimenticarono i vittoriosi soldati di far quanto spoglio
poterono in quelle parti. Continuava nulladimeno il duca nel disegno
di passar sotto Genova; al qual fine facea di gran preparativi: ed
essendosi impossessato di Savignone, sei miglia vicino alla città,
se l'aspettavano a momenti i Genovesi sotto le mura. Giunse a tempo
a calmare la costernazione di quel popolo una galea che di Spagna
recava un milione di ducati d'oro, e ne sopraggiunsero poi altre che
condussero di colà (per quanto fu detto) sei altri milioni, spettanti
ai privati Genovesi, ma somministrati al bisogno della repubblica.
Quel nondimeno che maggiormente fece dar bando al timore, fu che il
cavalier Pecchio arrivò a Genova con circa tre mila fanti dei terzi di
Modena e Parma, inviati dal duca di Feria. In quei mari ancora comparve
il marchese di Santa Croce con trentatrè galee di Spagna, sopra le
quali erano quasi quattro mila fanti, la maggior parte gente veterana.
Da Napoli vennero alcuni galeoni con mille e cinquecento uomini, e
le galee di Sicilia con secento Spagnuoli, e parimente il marchese
di Bozzolo con ottocento fanti e ducento cavalli, condotto da quella
repubblica: con che si trovò aver già in pronto i Genovesi un'armata di
circa dodici mila fanti.
Contuttociò fu creduto in Genova miglior consiglio di nulla azzardare,
se prima non usciva in campagna il duca di Feria. I soli popoli della
Pozzevera infestavano il campo gallo-savoiardo, e giunsero ad assediare
in Savignone il principe di Piemonte, che fu liberato dal padre. Erano
in questo mentre le forze principali dello Stato di Milano impiegate
nella difesa di Riva, luogo vilissimo sul lago di Chiavenna, ma ben
fortificato dal governator di Milano. Al comando di esse stava il conte
Giovanni Serbellone, che varie pruove diede in ributtare il marchese
di Coeuvres, ito più volte, ma indarno, ad assalire quel sito. Tante
nondimeno furono le istanze de' Genovesi, che il Feria passò infine
con quante genti potè raunare a Pavia, e intanto andarono giugnendo
in Lombardia i Tedeschi, assoldati specialmente coll'oro de' Genovesi.
Se si ha da credere al Capriata, erano circa sedici mila combattenti,
comandati dal barone di Pappenaim, e dai conti di Solm e di Scultz, ed
inoltre non poche squadre di cavalleria feroce, venuta dalla Polonia
e Croazia, che, unita ai Lombardi e Napoletani, ascendeva a cinque
mila cavalli. Mossesi allora il duca di Feria da Pavia con passare
ad Alessandria, e al movimento suo cominciarono ad eclissar le glorie
efimere del nemico esercito; e tanto più perchè erano cresciute le gare
e diffidenze fra il duca di Savoia e il contestabile Lesdiguieres,
sospettato, probabilmente senza ragione, corrotto dai regali segreti
dei Genovesi. Ritiraronsi dunque i Gallo-Savoiardi fuori dello Stato
di Genova, inseguiti sempre dal Feria, che volò ad impadronirsi della
città d'Acqui, dove fu ritrovato un magazzino di viveri e munizioni,
e la guardaroba del duca di Savoia con ricchi arredi, argenterie e
livree, colle quali si sparse voce che egli pensasse di far la sua
pomposa entrata nella debellata città di Genova. Grande onore acquistò
in tal congiuntura il principe Vittorio Amedeo, perchè, inseguito dagli
Spagnuoli, con buon ordine e bravura ridusse in salvo tutte le genti ed
artiglierie.
Ricuperarono intanto i Genovesi Gavi e Novi, e gli altri posti di qua
dall'Apennino, con cogliere in Gavi molti pezzi d'artiglieria del duca
di Savoia. Similmente il marchese di Santa Croce colle galee per mare,
e con otto mila fanti e due compagnie di cavalleria per terra, si
portò a liberar la riviera di Ponente dai nemici. In poche settimane
tornarono all'ubbidienza della repubblica Albenga, Ventimiglia e tutte
le altre terre di quelle parti. Nè di ciò contenta quell'armata, passò
ad assediar Ormea, terra del duca, con prendere a forza d'armi non
meno essa che il castello. Seguì ivi grande effusione di sangue, e
tutto andò a sacco. Da questo esempio sgomentati quei di Garessio e
di Bignasco, inviarono le chiavi al Santa Croce. Mentre tali imprese
si faceano nella Riviera, il duca di Feria, bramoso di qualche fatto
glorioso, si portò all'assedio della fortezza di Verrua, considerabile
allora per la situazione sua, ma non già per regolate fortificazioni;
vi passò nondimeno con tale lentezza, che diede tempo al duca di Savoia
di gittarsi in Crescentino, e di spingere un buon rinforzo di gente in
quella piazza, di farvi alcuni trincieramenti, e di fabbricare dipoi
un ponte, che congiugneva Crescentino con Verrua: ponte due volte rotto
dagli Spagnuoli, e sempre rifatto dall'intrepido duca Carlo Emmanuele.
Per quanti sforzi facesse dipoi il Feria sotto Verrua, tutti riuscirono
vani; laonde, accostandosi il verno, e ricevuta nuova che fossero
calati in Piemonte sei mila Franzesi, giudicò meglio il ritirarsi,
che di lasciar ivi a repentaglio gente ed onore. Ed ecco dove andò a
terminare sì strepitoso fenomeno, senza alcun frutto, e solo con danno
per parte del duca di Savoia, e con ignominia dal canto dei Franzesi,
che sì leggermente entrarono in questo impegno, e poi lasciarono il
duca in ballo senza soccorrerlo colla flotta del duca di Guisa, e con
valersi in proprio servizio dei venti vascelli olandesi, già promessi
per l'Italia. Si aggiunse, aver preteso nello stesso tempo di metter
eglino i presidii nelle terre che si andavano occupando. In somma
poco conto per lo più truovano gli altri animali in voler far lega col
lione.
Al pontefice _Urbano VIII_ sommamente dispiacevano queste funeste
brighe in Italia; laonde, per troncarne il corso, e massimamente per
impedire, se era possibile, che non venissero ad un'aperta rottura
le corone di Francia e di Spagna, determinò d'inviare a Parigi una
maestosa legazione; e fu scelto per essa il _cardinal Francesco
Barberini_ suo nipote, assai giovane di età, ma non di senno, ed anche
assistito dai prelati veterani nelle faccende del mondo. Giunto egli
colà nel mese di maggio, rinnovò i risentimenti per l'affronto fatto
all'armi della Chiesa nella Valtellina, chiedendone il risarcimento;
propose una sospension d'armi in Italia, e a tutto suo potere seminò
consigli di pace. Finezze e dimostrazioni di stima non mancarono
al legato; ma per conto dei suoi negoziati, si trovò egli tanto
inviluppato dagli artifizii di quella corte, che finalmente sul
fine dell'anno, veggendo andarvi del suo decoro nel continuare in sì
disutile impiego, si partì da Parigi, e tornossene poco contento a
Roma. Disgustato per questo il pontefice, parve disposto a voler far
prova della sua bravura nell'anno seguente, con assoldare infatti sei
mila fanti e cinquecento cavalli per rientrare nella Valtellina. Poca
durata ebbe poi questo fuoco, tra perchè s'intrecciarono varii privati
disegni dell'ingrandimento della propria casa, e perch'egli penetrò,
siccome diremo, gli occulti matteggi delle due corone, per venire senza
di lui alla concordia. Prosperarono cotanto in quest'anno non meno in
Ungheria che in Germania gli affari di _Ferdinando II_ imperadore, che
ottenne di far coronare re d'Ungheria il suo figlio _Ferdinando III_.
Anno di CRISTO MDCXXVI. Indizione IX.
URBANO VIII papa 4.
FERDINANDO II imperadore 8.
Si aspettava ognuno che più fiera che mai si riaccendesse la guerra
nell'anno presente in Italia, dacchè si vide inviato a Parigi il
_principe di Piemonte_ dal duca _Carlo Emmanuele_ suo padre a far
istanza per un più potente armamento; e molto più dacchè si seppe
che allo stesso principe era stato conferito il titolo di generale
dell'armi della Francia in Italia, senza dover dipendere dal
contestabile, o da altri pedanti nelle imprese militari. A maggiormente
poi accrescere nel mese di marzo questo timore servì l'arrivo in
Lombardia di _Torquato Conti_ duca di Guadagnolo, figlio del duca
di Poli, con sei mila fanti e secento cavalli stipendiati dal papa,
con ordine di accoppiarsi con gli Spagnuoli alla ricuperazion della
Valtellina, e a tornare in pristino il deposito di quella provincia.
Del che pervenuto l'avviso in Francia, furono spediti danari ed
ordini al marchese di Coeuvres, per far leva di nuove genti. Ma
eccoti all'improvviso contro l'espettazion d'ognuno saltar fuori la
pace tra la Francia e la Spagna, i cui articoli nel dì 5 oppure 6 di
marzo furono segnati in Monsone, terra d'Aragona, dal conte duca,
cioè dall'Olivares, e dal conte di Fargis ambasciatore di Francia,
ma pubblicati molto più tardi. Non si può spiegare quanti artifizii e
mascherate si facessero giocare in questo negoziato. Più d'una volta
fece vista la corte di Parigi di disapprovare il concordato dal suo
ministro in Ispagna, e di voler richiamare e gastigare lui stesso;
e pure gustò infine l'operato da lui. V'erano delle segrete ruote
che movevano il _Richelieu_ a voler quella pace, perchè abbondavano
in Francia i malcontenti ed invidiosi del soverchio suo dominio; nè
molto si stette a vederne lo scoppio. Era giunto il papa ad inviare
in Ispagna con titolo di legato lo stesso suo nipote _cardinale
Francesco_, voglioso di far una nuova comparsa anche in quella corte,
per tenere al sacro fonte una nuova figlia del re Cattolico, e per
trattar ivi della pace d'Italia, sperando miglior fortuna ivi di
quella che avea provato in Parigi. Arrivato che egli fu in Catalogna,
e volendosi mischiare nel trattato, gli diedero ad intendere già
terminato il negozio (che nondimeno era tuttavia pendente), e finsero
dipoi sottoscritti i capitoli nel dì suddetto di marzo. Nulla in Parigi
se ne comunicò al principe di Piemonte e al ministro veneto, se non
dopo il fatto con pascere intanto ambedue di pensieri ed apparati
di guerra. I principali articoli di questa concordia furono: Che
in perpetuo non sarebbe altro esercizio che quello della religion
cattolica romana nella Valtellina, contado di Bormio e Chiavenna. Che
fosse salva in que' luoghi la sovranità dei Grigioni, con pagar loro la
provincia un annuo tributo, ma con facoltà ai Valtellini di eleggere
liberamente i lor governatori e magistrati tutti cattolici; la quale
elezione fosse obbligata la repubblica dei Grigioni di ratificare. Che
tutti i forti di essa provincia sarebbono rimessi in mano del papa, e
poi demoliti e rasati. Fu riserbato ad arbitri e all'autorità delle due
corone di comporre le differenze civili rimaste fra i lor collegati.
Gran rumore, gran battaglia di sentimenti cagionò questa improvvisa
pace. I più, ed anche in Francia, ne sparlavano a bocca aperta, come
se si fosse fatto il funerale alla riputazione della corona franzese
con questo accomodamento, e quasichè troppo in esso avesse guadagnato
la Spagna. Perciocchè, senza parlar del punto della religione, voluto
e lodato dai cattolici tutti, dicevano essi che veniva la Valtellina
a restare in sostanza, se non in apparenza, indipendente dalla
giurisdizion dei Grigioni, e tutta divota per i ricevuti vantaggi e per
la necessità del commercio a' vicini Spagnuoli. Oltre a ciò, rimanevano
traditi e sacrificati gl'interessi di tutti i collegati della Francia,
e troppo sconciamente pregiudicato alle convenienze d'ognuno. Infatti
rimasero stranamente alterati gli animi de' Grigioni, de' Veneziani,
e specialmente del duca di Savoia, ed ognuno di essi proruppe in
molte doglianze. Tuttavia per prudenza e per necessità convenne loro
accomodarsi alle determinazioni di chi le poteva far eseguire. Il
pontefice, i Genovesi e gli altri principi d'Italia con occhi diversi
riguardarono questo accordo. Se ne compiacquero gli ultimi, non già
per l'onore e per li vantaggi della Spagna, ma perchè tornava la calma
in Italia. Maggior piacere ne provarono i Genovesi, che collegatisi
in questo boiler di cose col re Cattolico, restavano sotto la di
lui protezione, e liberati dalle nuove minaccie del duca di Savoia.
Finalmente assaissimo ne esultò il pontefice, perchè, quantunque
penasse a digerire il non essere stati ammessi i suoi ministri al
trattato, pure, al mirare così ben assicurato il punto importante della
religione, e provveduto al suo decoro colla restituzion dei forti
della Valtellina, di più non gli restava da desiderare. Forse anche
l'armamento da lui fatto non provenne da intenzione alcuna di guerra,
ma bensì da segretissimi avvisi, come avea da finir questa faccenda;
laonde spedì egli prontamente quelle truppe, affinchè fossero pronte
a riceverne la consegna. Finalmente, considerando il midollo d'essa
pace, non vi si potè trovar lesa la giustizia, perchè si restituì ai
Grigioni l'alto lor dominio nella Valtellina, con rimediar solamente
all'usurpazione da lor fatta contro i precedenti usi e patti sulla
religione e libertà di que' popoli. Si attese intanto all'esecuzion
del trattato. Gran difficoltà e dilazioni oppose il marchese di
Coeuvres alla consegna delle fortezze; ma sul principio dell'anno
seguente n'entrò in possesso Torquato Conti a nome del pontefice,
e tutto fece demolire. In Francia coll'assenso dello ambasciatore
spagnuolo fu dipoi tassata la pensione o tributo, che si dovea pagare
ogni anno dalla Valtellina ai Grigioni, in venticinque mila scudi.
Più scabroso riuscì il comporre le differenze del duca di Savoia co'
Genovesi, e convenne portar l'affare alla corte di Spagna. Pretendeva
il duca per preliminare la restituzione dei luoghi, di una galea e
dei cannoni a lui presi. A questo in fine condiscesero i Genovesi, ma
ben saldo tennero l'acquisto del marchesato di Zuccherello, e viva
tuttavia durò la discordia fra loro. Restò sì amareggiato esso duca
_Carlo Emmanuele_ contro la corte di Francia, e massimamente contro il
cardinale primo ministro, che, per isfogare il conceputo implacabile
suo odio, non lasciò indietro arte veruna. Era cervello atto ad
imbrogliar tutta l'Europa. Però non fu difficile il figurarsi che egli
per mezzo dell'abbate Scaglia suo accortissimo ministro avesse preso
a fomentare i malcontenti di Francia, esibendo loro aiuti; e certo
egli accolse chi di essi a lui ricorreva. Erasi in effetto manipolata
una grave congiura contra del favorito _Richelieu_, al cui dispotismo
non si sapeano accomodare i grandi, e vi ebbe parte lo stesso _Gastone
duca_ d'Orleans fratello del re. Ma più volte la testa sagacissima del
Richelieu solo seppe far abortire tutti i loro disegni. Se veramente il
duca avesse mano in que' viluppi, non ho io cannocchiale che mel faccia
discernere. Fallito questo colpo, fu creduto che egli si volgesse a
_Carlo I re_ della Gran Bretagna, per attizzarlo contro i Franzesi,
e che movesse trattati segreti cogli Ugonotti e col duca di Lorena,
acciocchè tanto essi dal canto loro, che egli dal suo, in un medesimo
tempo attaccassero un fiero incendio in Francia. Quel che è certo,
quantunque sapesse irritata forte contra di lui per le passate cose
la corte di Spagna, pure ebbe maniera di introdurre colà un negoziato
per riconciliarsi, offerendosi pronto ad abbracciare il partito del re
Cattolico: al che trovò delle disposizioni nel conte duca. Concepì in
questi medesimi giorni esso duca di Savoia l'idea d'intitolarsi re di
Cipri: al che non gli mancavano buoni fondamenti, ma con trovare la
repubblica di Venezia armata d'opposte pretensioni e ragioni. Si può
ben credere che di somigliante disputa non si mettesse gran pensiero
la Porta Ottamana, la quale placidamente in danno della Cristianità
seguita anche oggidì a godersi quel regno, nè sembra inclinata a
rilasciarlo ad alcuno dei pretendenti. Il dì 29 di ottobre l'ultimo
fu della vita di _Ferdinando Gonzaga duca_ di Mantova; e perchè non
lasciò prole alcuna legittima, a lui succedette nel ducato _Vincenzo_
suo fratello, uomo perduto ne' piaceri, e che perciò andava fabbricando
delle mine pregiudiziali al suo vivere, come infatti staremo poco a
vedere.
Di sopra accennammo non avere _Francesco Maria della Rovere_ duca
d'Urbino procreato se non un figlio, cioè _Federigo Ubaldo_, giovane
dissoluto, prodigo e di vita sregolata, senza che nè i comandi del
padre, nè i consigli della gente savia e pia il potessero tenere in
freno. Sul più bello dei suoi solazzi e delle sue allegrezze, per
essere stato pochi giorni prima proclamato duca, fu questi una mattina
trovato morto in letto senza precedente alcuna infermità. Questo
avvenne nell'anno 1623. Chi ne disse una cagione, e chi un'altra. Con
gran costanza il duca Francesco Maria ricevette l'avviso dal vescovo
di Pesaro, città, dove succedette la repentina morte del figlio, e
saviamente represse gli empiti e violenti affetti della natura. Siccome
di sopra dicemmo, la corte di Roma, che stava attentissima a tutti i
moti di quella d'Urbino, sapendo ch'erano, per la vecchiaia del duca
quasi ottuagenario, seccate le speranze d'alcuna successione, cominciò
per tempo a disporsi per raccogliere quel riguardevole Stato, che
andava a decadere in lei. Ma perciocchè _Claudia de Medici_ moglie
del defunto Federigo Ubaldo era restata gravida, e partorì poscia una
fanciulla, alla quale fu posto il nome di _Vittoria_, i Veneziani,
il gran duca e gli altri principi d'Italia avrebbono desiderato che
per mezzo di questa principessa fosse ivi continuato quel principato,
affinchè non si slargassero tanto le fimbrie della Chiesa. Ma essa ne
era incapace secondo le investiture; oltredichè le tante bolle dei
papi contrarie all'infeudare Stati cospicui non lasciarono luogo a
cotal progetto. Oltre a ciò, per quanto fosse proposto al _pontefice
Urbano VIII_ di far cadere questo pezzo d'Italia in uno dei suoi
nipoti, e gli Spagnuoli stessi si gloriassero di essere promotori di
un tal consiglio, pure il papa si difese sempre da somiglianti sirene.
Fu dunque con sollecitudine spedito da esso papa ad Urbino il novello
_arcivescovo Santorio_, che cominciò ad ingerirsi in faccende di Stato,
e a volerla fare da soprintendente: del che si riputò molto offeso il
vecchio duca; e perciò sdegnato inviò la nipote Vittoria ad allevarsi
nella corte di Toscana; e tanto più perchè bramava di darla poi in
moglie al giovinetto _gran duca Ferdinando II_. Rinforzò egli anche di
guernigioni toscane le sue principali piazze. Ma di ciò ingelosito il
papa, quasichè si tramasse di far passare quel ducato nella casa de
Medici, inviò anche egli truppe ai confini della Toscana e d'Urbino.
Cessati poi quei primi rumori, si mise mano alla quintessenza della
destrezza ed eloquenza romana, per indurre il duca a rinunziare con
donazione _inter vivos_ il suo ducato alla Chiesa, affine di risparmiar
le dissensioni ed ogni pericolo di guerra, che potesse suscitarsi
dall'invidia e malizia altrui. Era il duca _Francesco Maria_ principe
di grande intelligenza, prudente, amico de' letterati (pregio, di cui
si gloriarono anche l'avolo e il padre suo), benigno, affabile, e in
lui concorreva la gloria primaria dei veri principi, perchè padre
dei suoi popoli, non di nome, ma di fatti, ed amato egualmente in
ricompensa dagli stessi popoli. La sola considerazione d'esentar da
ogni vessazione e rischio i cari sudditi suoi, quella fu che prevalse
in suo cuore: laonde si ridusse nell'anno presente a rinunziar quegli
Stati al sommo pontefice, con patto espresso, tra gli altri, che
non si potessero mettere in avvenire nuovi aggravii a quei popoli, e
riserbando a sè molte rendite, e il far grazie anche da lì innanzi.
Ritirossi pertanto a Castel Durante, terra che da Urbano VIII fu
poi dichiarata città col nome d'Urbania; e in questo mentre venne il
cardinale _Berlingieri Gessi_ a prendere a nome del papa il possesso
di quel ducato, che abbraccia le città di Urbino, Pesaro, Gubbio,
Sinigaglia, Fossombrone, San Leo, Cagli e la suddetta Urbania, con
trecento terre e castella situate in paese delizioso ed ameno, benchè
montuoso: accrescimento ben riguardevole alla signoria della Chiesa
romana. Cento mila scudi furono tosto sborsati dal cardinale al duca
per le artiglierie, armi e munizioni delle fortezze. Dopo questo
eroico atto, sopravvisse il duca sino all'anno 1656; nè gli mancarono
occasioni di pentirsi più volte della presa risoluzione, a cagion
degli amari bocconi che gli fecero inghiottire i ministri della camera
apostolica. Anzi (convien pur dirlo) aveva egli spedita persona a Roma
col mandato della rinunzia, che se ne pentì, e spedì tosto ordine che
nulla se ne facesse; ma il mandatario, a cui premeva di guadagnarsi
la grazia del sole nascente, occultò l'ordine, e fece prontamente la
rinunzia, ch'ebbe il suo effetto.
Anno di CRISTO MDCLXXVII. Indizione X.
URBANO VIII papa 5.
FERDINANDO II imperadore 9.
Dappoichè colla pace di Monsone fu posto fine alle perniciose
controversie della Valtellina e del duca di Savoia coi Genovesi, tornò
la quiete in Italia, e solamente si leggevano con piacere, benchè
con disparità di genii, le guerre della Germania, e i progressi e
le vittorie dell'_imperadore Ferdinando II_ debellatore di tutti i
suoi nemici. Cominciò anche a recare un dolce divertimento ai curiosi
novellisti l'assedio della Rocella, a cui diedero in quest'anno
principio l'armi del re Cristianissimo _Lodovico XIII_, dopo aver
cacciati gl'Inglesi con loro gran danno da que' contorni. Vantavasi
la Rocella d'essere come la metropoli e l'asilo dei malcontenti
del regno di Francia, e come capo della repubblica degli ugonotti
sparsi per tutto quel regno; nè si mostrava bene spesso dipendente
in parte alcuna dall'autorità regale. L'essere quella città creduta
inespugnabile per la sua situazione sulle coste dell'Oceano, e per le
tante sue fortificazioni, la faceano rispettare fin dagli stessi suoi
monarchi. Ma ciò non trattenne l'industrioso _cardinale di Richelieu_
dal persuaderne l'assedio al re Lodovico: assedio che riuscì poi famoso
anche ai secoli avvenire. Avendo in questi tempi l'_arciduca Leopoldo_
d'Austria, fratello dell'_imperador Ferdinando_, rinunziati al nipote
_Guglielmo_ i vescovati d'Argentina e Passavia per voglia di maritarsi,
venne a Roma, trattò e conchiuse il matrimonio con _Claudia de Medici_,
che di sopra dicemmo rimasta vedova del principe d'Urbino. La condusse
ad Inspruch, dove per più giorni furono fatte magnifiche feste. Poscia
a dì 21 di novembre _Eleonora Gonzaga_ moglie dell'Augusto Ferdinando
solennemente in Praga ricevette la corona di Boemia. Alcuni giorni dopo
anche _Ferdinando III_ figlio del regnante imperadore, già coronato re
d'Ungheria, aggiunse anch'egli con gran pompa a quella corona l'altra
d'esso regno boemico. Lagrimevole spettacolo all'incontro vide la
Puglia in quest'anno, perchè nel dì 30 di luglio un terribil tremuoto
diroccò la città di San Severo con altri non pochi luoghi circonvicini;
e si fece conto che in quelle rovine perissero diciassette mila
persone: durissima pensione, a cui sono di tanto in tanto soggette le
deliziose provincie del regno di Napoli per tanto zolfo chiuso nelle
viscere loro.
Quando pur si lusingava la Lombardia di godere i frutti della pace già
stabilita, per le misere umane vicende si vide nascere un seminario
di nuove guerre, che si trassero dietro un diluvio di sangue e di
calamità maggiori delle passate. Era declinata dall'antico lustro
delle virtù la potente e nobil casa Gonzaga, signora di Mantova e del
Monferrato; perciocchè, dimentica dell'antico valore e della saviezza,
si era abbandonata al lusso e alla dissolutezza, di modo che i finti
matrimonii e i veri frequenti stupri e adulterii, e gli eccessi della
gola erano divenuti alla moda in quella corte. Di qui poi provennero
i gastighi ordinarii dell'intemperanza, cioè le indisposizioni di
corpo, la vita corta e la sterilità de' matrimonii. _Ferdinando duca_
di Mantova, che nel precedente anno assai giovine terminò i suoi
giorni, dopo aver menata una vita troppo sregolata, oppresso dalla
pinguedine, niun successore avea lasciato. Vi restava _don Vincenzo_
suo fratello, nato nel 1594, il quale per tempo datosi anch'egli in
preda ai piaceri, punto non inclinava allo stato clericale. Con tutto
ciò Ferdinando gli avea procacciata la porpora cardinalizia, ma senza
mai poterlo indurre a passare a Roma per prendere il cappello, e per
fissar ivi la sua abitazione. Soggiornando Vincenzo nella terra di
Gazzuolo, s'invaghì d'Isabella vedova di Ferrante Gonzaga principe di
Bozzolo, donna di singolare ingegno, saviezza e bellezza. E perchè a
queste doti si aggiugneva anche la fecondità, e Vincenzo desiderava
prole, perchè il disordinato vivere del fratello Ferdinando facea
predire poco lunga la sua signoria (con che veniva a ricadere in lui
il ducato), segretamente, in forma non di meno legittima, la sposò,
ancorchè tuttavia vestisse la sacra porpora, giacchè non avea a
cagion d'essa contratto vincolo in contrario; ma con irreverenza alla
dignità del sacro collegio, e verso il fratello non consapevole di
tal risoluzione, che poi saputala diede forte nelle smanie. Per la sua
inabilità non trasse Vincenzo alcuno frutto da quel matrimonio, e venne
anche a liti e a divorzio con Isabella. Anzi succeduto al fratello
defunto, e proclamato duca, fece di mani e di piedi per disciogliere
quel matrimonio, aspirando a sposare _Maria_ sua nipote, figlia del
già _duca Francesco_ suo fratello maggiore. Ebbe poi altro da pensare,
perchè i passati disordini cotanto sconcertarono la di lui sanità, che
si conobbe incamminato fra poche settimane al sepolcro.
Viveva e soggiornava in questi tempi in Francia _Carlo Gonzaga_, figlio
di quel _Lodovico Gonzaga_, che fratello minore di _Guglielmo duca_ di
Mantova, cioè dell'avolo del suddetto duca Vincenzo, passò a cercare
in Francia miglior fortuna, e la trovò col tanto corteggiare l'unica
rimasta figlia del duca di Nevers, che essa il prese per suo marito,
e gli portò in dote i ducati di Nevers, Rethel ed Umena. Essendochè
niun'altra prole maschile della linea Gonzaga Guglielmina veniva a
restare, avvertito di quanto accadeva in Mantova il suddetto duca di
Nevers, spedì per le poste in Italia _Carlo duca_ di Rethel suo figlio,
che ebbe la fortuna di penetrare per la Valtellina, e di giugnere
a Mantova in tempo che il _duca Vincenzo_ si trovava all'ultimo di
sua vita. S'erano già fatte varie disposizioni per far succedere il
suddetto duca di Nevers, e s'era procurata da Roma la dispensa affinchè
il duca di Rethel suo figlio potesse sposare la nipote Maria: punto di
somma importanza, perchè non mancavano legisti pretendenti che a questa
principessa appartenesse il ducato di Monferrato. Col suo testamento
lasciò li duca Vincenzo suo successore ed erede il suddetto _Carlo duca
di Nevers_, e nella notte stessa ch'egli diede fine al suo vivere, cioè
nella notte precedente al dì 26 di dicembre dell'anno presente, il
duca di Rethel sposò la prefata principessa e consumò il matrimonio.
Stavano attentissimi a questo avvenimento l'_imperador Ferdinando_,
trattandosi di due insigni ducati d'Italia, feudi dell'imperio; i
Franzesi, per sostenere un principe considerato per lor nazionale e
ben affetto; e gli Spagnuoli, per non ammettere chi troppo si scorgeva
dipendente dalla Francia. Però anche prima dell'ultima malattia del
duca Vincenzo ognun dei suddetti potentati prese le misure convenevoli
ai proprii interessi; ma che per conto degli Austriaci rimasero
imbrogliate dalla diligenza del duca di Rethel. Pretendeva il ducato
di Mantova anche _don Ferrante Gonzaga_ principe di Guastalla, perchè
nipote dell'altro celebre _don Ferrante_, che fu fratello di _Federigo
duca_ primo di Mantova; benchè la linea sua fosse più lontana di un
grado da quella del primo duca di Nevers, figlio del suddetto Federigo.
Non poteva questi punto pretendere sul Monferrato; ma mosse ben le sue
pretensioni sopra quello stato _Margherita Gonzaga_ duchessa vedova di
Lorena, sorella dei tre ultimi duchi di Mantova. In favore di questa
principessa e del principe di Guastalla si dichiararono i ministri
di Spagna alla corte imperiale, covando nondimeno altri lor segreti
disegni di profittare di questo scompiglio, siccome non mai sazii di
dilatar la potenza di quella corona.
Eransi anche ordite in Mantova varie tele dai divoti della casa
Guastalla, e preparate armi; ma queste vennero scoperte, e restò
dissipato ogni contrario disegno dal duca di Rethel, che assunse
il titolo di principe di Mantova; s'impadronì di Porto, cioè della
fortezza di Mantova, e di ogni altro luogo forte, e si fece giurar
fedeltà da quel popolo. Il conte Giovanni Serbellone, colà spedito
da Milano, tosto si ritirò fuor del palazzo; e benchè visitato e
richiamato dal principe, gli disse di non aver affari da trattare
col duca di Rethel, e se ne andò poi sdegnato e minacciante. Chi
maggiormente non di meno si dava dei gran movimenti pel deliquio
della casa Gonzaga, era _Carlo Emmanuele duca di Savoia_, principe
mirabilmente attento anche ad ogni menomo vento, per cui potesse
sperare o gloria al suo nome, o qualche accrescimento ai suoi Stati.
Ecco venuto il tempo di risvegliar le sue sempre vive pretensioni sul
Monferrato, e le ragioni per la restituzion delle doti di _Margherita_
sua figlia. Maggiormente poi s'irritò per lo sposalizio di Maria sua
nipote senza saputa sua e della madre. Accostatosi per questo fine
agli Spagnuoli, di buon'ora intavolò un trattato con _don Gonzalez di
Cordova_, deputato _pro interim_ al governo di Milano, dappoichè il
duca di _Feria_ fu richiamato a Madrid. Intanto sì il pontefice _Urbano
VIII_ che i _Veneziani_ e gli altri principi d'Italia non aveano
bisogno di studiar molto nei libri per conoscere evidenti le ragioni di
Carlo Gonzaga duca di Nevers, essendo egli l'agnato più prossimo agli
ultimi duchi di Mantova, che tanto per le sue proprie ragioni, quanto
per quelle della _principessa Maria_ da lui sposata, veniva ad essere
legittimo erede del Monferrato. Ma un gran delitto per lui era l'aver
nelle vene sangue franzese, e il possedere riguardevoli Stati nella
stessa Francia. Però saltò su la ragion di Stato, cioè quel maestoso
idolo, a cui sì sovente fan voti e sagrifizii i potenti del secolo, e
che, quando occorre, si tien sotto i piedi, non dirò le leggi sole di
Giustiniano, ma quelle ancora della natura e delle genti e la religione
stessa. In somma non istava bene nel cuor dell'Italia, e confinante
da tante parti agli Stati della corona di Spagna, un principe tale, e
bisognava far tutto per atterrar lui e le pretensioni sue. Procedette
sul principio con qualche riguardo l'Augusto Ferdinando, con pretendere
che il duca di Nevers, siccome trasversale e in concorrenza d'altri
che si riputavano chiamati, non dovesse senza sua licenza ingerirsi
nel possesso e dominio di Mantova e del Monferrato; e però cominciò
a procedere per giustizia con avocazioni, citazioni e deputazione
di commessarii. All'incontro, il Cordova e il duca di Savoia meglio
giudicarono di procedere per la via di fatto, con aprire la porta ad
innumerabili ed indicibili guai, de' quali parleremo all'anno seguente.
Anno di CRISTO MDCXXVIII. Indiz. XI.
URBANO VIII papa 6.
FERDINANDO II imperad. 10.
Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di
Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò il
_duca Carlo di Nevers_, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio
dalla Francia a Mantova, di spedire _Vincenzo Agnello_ vescovo di
quella città per suo inviato all'_Augusto Ferdinando_, per attestargli
l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei
ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea
in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici,
per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi
che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania.
Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti
contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il
vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli
Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori
ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte
Giovanni di Nassau. Intanto _don Gonzalez di Cordova_, che appresso
ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca
di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava
l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in
buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui.
Fu in questa occasione che _Carlo Emmanuele_ venne riguardato nel più
bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che
quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno
d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della
Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare
il Monferrato, e di partirne fra loro la preda. Colle forze dello Stato
di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale,
e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze
con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi
inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia,
e sposò le massime di don Gonzalez.
Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione
e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate
l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro
non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di
Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire
ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del
duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad
arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca
Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano
calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papa _Urbano
VIII_, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni,
solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso
duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de'
suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia
di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A
poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova
e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di
modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la
difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono
quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente
da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure
l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato
agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre
all'essere stati non poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine
dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi
di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che
potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con
alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del
Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni.
Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in
cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le
batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che
coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e
i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini
nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione
della città col resto del Monferrato.
Nello stesso tempo anche il _duca di Savoia_ con quattro mila fanti e
mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato.
Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di
guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne
adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel
presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo
capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove
fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente
fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i
patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi
Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne
per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di
questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del
duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava
dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e
si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavano ai confini d'Italia. E
veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in
piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova
dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a
scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà
il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai
congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni
gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi
nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero
per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro
quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse
dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne
fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo
l'indegnità di cotal vendetta.
In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di
Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto
si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici
giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a
rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè
il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare
in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza
maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del
Monferrato, pretendendo l'_imperador Ferdinando_ che nè Spagna nè
Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro
del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila
fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di
Uxelles; ed avea ricevuto ordine il _maresciallo di Crequì_ governatore
del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi
non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè
il _principe Tommaso_ figlio del duca di Savoia ne impedì l'unione;
oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre,
che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles
di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel
passo detto dell'Agnello, ma con incontrare il _duca Carlo Emmanuele_
e _Vittorio Amedeo_ principe di Piemonte suo figlio, che con quasi
altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di
Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e
fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse
l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora
per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente
che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte
del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia,
dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo
glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione
del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono
tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena
bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion
della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di
antemurale dell'Italia. All'incontro, a _Carlo duca di Mantova_ fu
per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato,
e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e
naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia.
Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviò
_Carlo duca di Rethel_ suo figlio per placar l'imperadore, confidando
nell'appoggio dell'_imperadrice Leonora_ sorella dei tre ultimi duchi
di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli
Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati
nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion
conosciuta, il Rethel, che nè pure fu riconosciuto per principe di
Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre
furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito
di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in
quell'assedio o blocco.
Efficacemente ancora si adoperò il _nunzio pontificio Scappi_ in
Lombardia per una sospension d'armi; ma il trattato andò a monte.
Si trattò di soddisfare con cessione di Stati al duca di Savoia; ma
egli quanto più mirava ridente la sua fortuna, tanto più alzava la
tassa delle sue pretensioni. Intanto Casale niuna paura mostrava degli
Spagnuoli assedianti, i quali infine si avvidero, che volendo prendere
quella città colla fame, conveniva espugnar prima Ponzone, San Giorgio
e Rossiglione; e in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline
di Casale, e restringendo l'assedio. Ma la poca avvertenza degli
Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella città, che
non si perdeano punto d'animo i difensori; e all'incontro nel campo
spagnuolo si provava gran carestia, perchè i grani andarono a male
in quest'anno, e a cagion di ciò fu anche una sedizione in Milano.
Fu infin creduto che lo stesso duca di Savoia vi avesse sotto mano
lasciata entrare copia di vettovaglie, perchè, dopo avere acquistata
per sè la parte a lui destinata del Monferrato, ed anche di più,
nell'interno suo non gustava che quella importante fortezza cadesse in
mano degli Spagnuoli. Ora finchè il re Cristianissimo e il cardinale
di Richelieu si trovarono immersi nel grande affare dell'assedio della
Rocella, non poterono accudire se non con ufizii e promesse all'aiuto
del duca di Mantova, che pure stava loro assaissimo a cuore. Finalmente
nel dì 30 di ottobre dell'anno presente, dopo aver la fortuna secondato
il valore dei Franzesi contro i tentativi degl'Inglesi, contro le furie
del mare e contro l'indicibile ostinazione degli ugonotti rocellesi,
che si ridussero all'estrema miseria, si rendè a discrezione quella
dianzi inespugnabil fortezza, con immortal gloria del _re Luigi XIII_.
Entrò egli trionfante nel primo giorno di novembre in quella piazza,
o, per dir meglio, in quel cimiterio, dove non trovò che gli scheletri
di uomini, ed ordinò poscia la demolizion delle fortificazioni, con
rimetter ivi l'esercizio della religione cattolica. Allora fu che il
re e il ministro cardinale cominciarono a pensar daddovero all'Italia.
Portava, siccome dicemmo, la regina madre _Maria de Medici_ odio a
Carlo duca di Mantova, non per li demeriti suoi, ma perchè _Gastone
duca_ d'Orleans fratello del re, volendo passare alle seconde nozze,
inclinava solamente in _Maria Gonzaga_ figlia di esso Carlo; laddove la
regina sua madre pontava da gran tempo perch'egli si accasasse con una
delle due sorelle di _Ferdinando Il gran duca_ di Toscana. Se la prese
per questo essa regina non solo contra del Mantovano, ma anche contra
del Richelieu: il che cagionò poi gravissimi sconcerti ed affanni alla
medesima regina. Lasciossi ella trasportare cotanto dalla passione,
che nell'anno seguente giunse a far imprigionare la suddetta innocente
principessa Maria. Oltre a ciò, i fazionarii di lei nel consiglio
reale s'ingegnarono a tutto potere di frastornar la buona intenzione
del re verso il duca di Mantova. Ma il Richelieu, che sempre più si
introduceva nel favore del re, e s'era acquistato un sommo credito per
la conquista della Rocella, tenne saldo il re in quel proponimento,
e cominciò a fare sfilar verso i confini d'Italia alcuni reggimenti,
con ispargere voce che il re stesso volea scendere in persona alla
liberazion di Casale. Cessò di vivere in questo anno nel dì 11 di
dicembre _Cesare d'Este duca_ di Modena e Reggio, lasciando ne' suoi
popoli un gran desiderio di lui: sì dolce, sì giusto era stato il suo
governo, sì grande la sua pietà, la sua clemenza e l'amor della pace.
Donna _Virginia de Medici_ figlia di _Cosimo I gran duca_ di Toscana,
moglie sua, l'avea arricchito di una numerosa figliuolanza, cioè
di _Alfonso II_ primogenito, che a lui succedette nel ducato, e dei
principi _Luigi, Ippolito, Niccolò, Borso e Foresto_.
Anno di CRISTO MDCXXIX. Indizione XII.
URBANO VIII papa 7.
FERDINANDO II imperadore 11.
Memorabile riuscì l'anno presente per tante calamità che si affollarono
addosso alla Lombardia e ad altri paesi dell'Italia, a cagion della
contrastata successione degli stati di Mantova e di Monferrato.
Tutto lo studio fin qui fatto da _Carlo Gonzaga duca_ novello di
Mantova, era stato di guadagnar tempo, finattantochè si mettesse il
re Cristianissimo in istato di poterlo soccorrere: del che continue
speranze gli venivano di Francia. Varii progetti di accomodamento in
Madrid andarono sempre a finire in nulla, perchè il Gonzaga allettato
dalle promesse del _cardinale di Richelieu_, confidava di ottener
tutto col mezzo della forza francese. Promettevasi anche molto dagli
aiuti della repubblica veneta, la quale mirava bensì troppo di mal
occhio le violenze degli Spagnuoli in tale occasione, ma procedeva
con gran circospezione, nè inclinava a venire a dichiarazione alcuna,
bastandole di accrescere le sue truppe colla apparenza di sola
precauzione per la difesa dei propri Stati. Se il duca di Mantova
avesse voluto acconsentir a depositar Casale in mano dell'imperadore
sino a ragion conosciuta, si sarebbono posate l'armi, perchè veramente
l'_Augusto Ferdinando_ si mostrava volonteroso di pace in Italia, e
non altro dicea di pretendere se non di sostenere i diritti delle sua
sovranità, trattandosi di feudi su i quali più di uno pretendea di
aver delle ragioni. Avrebbe il duca consentito al deposito in mano del
papa, o di altro principe italiano; ma ciò non piacendo alla corona
cesarea, egli si lasciò in fine condurre a veder la rovina di tutti
i suoi Stati, e a rimanere esposto al pericolo di perdere tutto. Non
potea, siccome dicemmo, essere in più bell'auge per questi tempi la
potenza di esso imperadore. Le vittorie riportate dal suo maresciallo
Tilly il rendevano formidabile a tutta la Germania; e però veggendo
poco rispettata l'autorità sua dal duca Carlo Gonzaga, cominciò a
disporsi per ottener colla forza ciò che per via amichevole non avea
potuto conseguire: ma prima di lui diede all'armi la Francia a fin di
prevenire la caduta di Casale. Il Richelieu, a cui premeva di tenere
il _re Lodovico_ lontano dalle cabale della corte di Parigi e dai
tentativi della madre, cotanto seppe incantarlo colle vive pitture
della gloria, di cui hanno da essere innamorati i monarchi, che il
trasse a venire in persona verso l'Italia, e ciò nel furore del verno.
Aveva egli approntato un esercito di ventidue mila fanti e di tre mila
cavalli, tutta gente veterana; dato ordine che si allestisse un'armata
navale in Provenza, gli davano a sperare i Veneziani di entrare anche
essi in ballo con dodici mila fanti e cinquecento cavalli; e il duca
di Mantova facea credere di avere al suo soldo sei mila fanti e più di
mille cavalli.
Avendo pertanto il re Cristianissimo fatto chiedere al duca di Savoia
il passo per li suoi Stati, il duca spedì il conte di Verrua, e
poscia il principe di Piemonte al cardinale, per trattare di qualche
accordo. Propose il porporato che sua maestà si obbligherebbe di far
dare al duca Trino con quindici mila scudi di rendita annua in tante
terre del Monferrato; e di questo si trovava appagato il duca; ma
perciocchè si chiedevano specificazioni maggiori intorno alle terre,
si tirava in lungo l'affare. Due gran cime di uomini in accortezza ed
astuzia erano il duca di Savoia e il cardinale di Richelieu, e l'uno
non si fidava dell'altro. Ora il porporato, che sospettò essere tutti
questi artifizii del duca, affinchè intanto Casale si arrendesse
agli Spagnuoli (dal che era ben alieno l'animo del duca), ruppe il
trattato, e nel dì 4 di marzo mosse lo esercito franzese con ordine
di assalir le barricade contrarie. Passato il Mon-Genevra al dispetto
delle nevi e dei ghiacci, e superati i trincieramenti di Chaumont, calò
quell'annata nel dì 6 verso Susa, nella cui valle avea il duca tirato
un trincierone, e messovi alla difesa il mastro di campo Bellone, e
Girolamo Agostini, mandatogli in soccorso con quattro mila fanti dal
governator di Milano. Seguì ivi un gran conflitto, in cui il duca
e il principe di Piemonte furono in gran pericolo; e il re, oltre
all'aver guadagnate nove bandiere, fece prigionieri circa ottanta,
quasi tutti uffiziali: dopo di che la cittadinanza di Susa gli mandò
le chiavi, restando la cittadella risoluta di difendersi. Ritirossi il
duca ad Avigliana col grosso delle sue genti, e quivi si fortificò;
ma apprendendo sempre più l'impetuosità di questo torrente, ebbe per
meglio d'interporre gli uffizii della nuora _Cristina_ col re suo
fratello, per raggruppare l'interrotto trattato d'accordo. Spedito
dunque a Susa il principe di Piemonte, restò conchiusa la pace, per
cui concedette il duca libero il passo e vettovaglie all'esercito
reale, e per ostaggi di sua fede la cittadella di Susa e il castello
di San Francesco. Promise anche di entrare in lega col re, col papa,
colla repubblica di Venezia, e col duca di Mantova, e che _Gonzalez
di Cordova_ leverebbe l'assedio di Casale. Obbligossi all'incontro
il re di far avere al duca Trino con altre terre dell'annua suddetta
rendita nel Monferrato. Il bello fu che lo stesso Cordova per timore di
peggio consentì a sì fatto accordo, e si ritirò dall'assedio di Casale,
città che fu immediatamente provveduta di mille e cinquecento sacchi
di grano, e v'entrò appresso un buon numero di Franzesi col signor
di Toiras. Il che fatto, determinò il re col cardinale di tornarsene
in Francia, glorioso di aver conseguito tanto col solo tuono delle
sue armi; e ciò perchè in Linguadoca più che mai si facea sentire la
ribellione degli ugonotti, incitati dal duca di Roano; nè maniera vi
fu che l'ambasciator veneto col mostrare la poca sussistenza di quella
pace forzata, restando tuttavia armati gli Spagnuoli col duca di
Savoia, il potesse ritenere.
Aveano intanto essi Veneti preso ad aiutare con pubblicità il duca
di Mantova, animati dalla calata di un re di Francia, per sostenere
la medesima causa. Incoraggito anche lo stesso Gonzaga dal movimento
e dalle forze dei Franzesi, avea fatto con cinque mila armati
un'irruzione nel Cremonese, e presa e data a sacco la grande e ricca
terra di Casal Maggiore, ma senza poter fare di più: azione che
dispiacque non poco all'imperadore, già irritato per la venuta dei
Franzesi in Italia, per decidere di Stati spettanti all'imperio, e
che tanto più l'accese a procedere contra esso duca di Mantova. La
corte di Spagna, senza voler ratificare il trattato di Susa, spedì
poscia al governo di Milano il _marchese Ambrosio Spinola_, cotanto
celebre per le sue prodezze nelle guerre di Fiandra, il quale con
grosso accompagnamento d'oro e di milizie, e con ordini di proseguir la
guerra nel Monferrato, arrivato nell'agosto a Milano, si diede tosto a
far tutti i preparamenti per accrescere il suo onore anche in Italia.
Camminava la corte di Spagna perfettamente d'intelligenza con quella
di Vienna, e però l'_imperadore Ferdinando_ anch'egli mise in ordine
un fiorito esercito per inviarlo in Italia. Ed ecco all'improvviso
comparire la vanguardia di questa cesarea armata, consistente in dieci
mila fanti e mille cinquecento cavalli, al passo dello Steich, per
cui si penetra nella Rhetia o sia ne' Grigioni. S'impossessarono i
Tedeschi di quel passo, ed entrati anche in Coira, vi fecero prigione
l'ambasciatore di Francia, che fu poi da lì a non molto rilasciato.
Calò poscia e venne ad unirsi tutto l'imperiale esercito, ascendente
a ventidue mila pedoni e tre mila e cinquecento cavalli, secondo lo
scandaglio del Capriata e del conte Gualdo Priorato, benchè il Nani li
faccia trentacinque mila fra cavalleria e fanteria. Giunse quest'armata
nello Stato di Milano sotto il comando di _Rambaldo conte di Collalto_,
cavaliere d'antica nobile famiglia furlana, ma pel suo valore nelle
guerre di Germania divenuto caro allo imperadore, e portato ai primi
gradi della milizia. Era già venuto l'autunno; pure il Collalto verso
la metà di ottobre passò sul Mantovano, e non trovando resistenza, andò
prendendo varii luoghi circonvicini al lago e alla città di Mantova;
e finalmente si accostò al borgo di San Giorgio, dove essa città più
sta vicina alla Terra ferma. Entrati i Tedeschi in quel borgo, alzarono
senza ritardo varie batterie, che faceano gran fuoco e rumore, ma niuna
paura ai difensori delle città. Tenne fin qui la repubblica veneta in
mezzo a questo incendio un contegno come di ausiliaria del duca di
Mantova, e non già come nemica dichiarata dell'imperadore. A questo
fine avea nel dì 8 d'aprile segnata lega col re Cristianissimo, ed
aiutato di gente, di viveri e di contanti il duca, e l'andava tuttavia
rinfrescando secondo i bisogni, custodendo intanto i suoi confini con
un esercito di circa sedici mila combattenti.
Quanto al marchese Spinola governator di Milano, siccome persona
provveduta al pari di valore che di senno, avea dei motivi d'inclinar
più alla pace che alla guerra, e però abboccatosi con _Monsignor
Panciroli_ nunzio del papa, per mezzo di lui fece proporre al duca
di Mantova ripieghi di sospension d'armi, di sommessioni e di qualche
deposito, che tornasse in onore di sua maestà cesarea. Ma nè il duca
si accomodava a cedere piazze; e quand'anche si mostrava disposto a
far qualche passo, il Collalto si opponeva, per non aver mandato a
far trattati di pace o di tregua. In questo negoziato fu adoperato
dal nunzio pontificio _Giulio Mazzarino_, che in basso stato cominciò
allora il noviziato della sua fortuna. Perdute dunque le speranze di
qualche accordo, lo Spinola, che avea raunato un esercito di quasi
sedici mila fanti e quattro mila cavalli, mandato avanti don Filippo
suo figlio, che entrò nel Monferrato, cagion fu che i Franzesi,
sparpagliati per quelle terre, si ridussero a Casale. Occupò Acqui,
Nizza della Paglia, Ponzone, e successivamente le altre terre, già
prese e poi abbandonate da don Gonzalez di Cordova suo predecessore,
e quivi distribuì le sue milizie a quartieri; giacchè per la vicinanza
del verno non gli parea quello tempo proprio per imprendere l'assedio
di Casale, dove era bastevol guarnigione di Franzesi. Il Collalto
anch'egli, essendo venuto il freddo, e cresciuti gli enormi fanghi
intorno a Mantova, che troppo difficoltavano le azioni e il trasporto
dei viveri, per mezzo dell'accorto ed eloquente Mazzarino indusse il
_duca Carlo_ verso le feste di Natale ad una tregua di dieci giorni,
durante la quale ritirò le sue artiglierie, e andò a distribuir le
sue truppe in luoghi più lontani, tenendo solamente bloccata la città.
Dopo di che il duca di Mantova ricuperò Curtatone, Marmirolo e qualche
altro picciolo luogo. Andava innanzi e indietro il suddetto Mazzarino,
proponendo a nome del papa temperamenti per terminare amichevolmente
sì gran pendenza; e il duca con lettera dimandante perdono, e col
condiscendere ad ammettere qualche presidio cesareo, avrebbe potuto
ottener dall'imperadore molta indulgenza, ed esimere sè stesso e le
cose sue da un gran precipizio. Ma lusingato di soverchio dalla fidanza
nella protezion de' Franzesi e Veneziani, mai non seppe risolversi ad
accomodarsi alla presente avversa fortuna.
In questi tempi _Francesco I duca_ di Modena presidiò la Mirandola, ed
altrettanto fece _Odoardo Farnese duca_ di Parma di Sabioneta, affinchè
i Tedeschi non mettessero piede in quelle due fortezze. E qui si vuole
avvertire che ben succedette al _duca Cesare_ il principe _Alfonso
III_ primogenito suo; ma questi già meditava di procacciarsi un regno
migliore e di eterna durata, piuttostochè di goderne un transitorio
nel nostro mondo. Avea egli sortito un temperamento focoso, aspro
e risentito, e faceva temere ai sudditi suoi un governo ben diverso
dal mansuetissimo del duca Cesare suo padre. Ma avendogli tolta Iddio
nell'anno 1626 l'_infanta Isabella_ figlia di _Carlo Emmanuele duca_
di Savoia, sua dilettissima consorte, tal dolore provò egli per la
perdita di questa pia e saggia principessa, tale impressione fecero in
lui i consigli e ricordi a lui lasciati da lei prima di morire, che
fin d'allora determinò di dare un calcio alle grandezze terrene per
consecrarsi nel religioso umile istituto de' cappuccini. Da che fu egli
proclamato duca, parea pure che gli allettamenti del trono avessero da
far guerra, e da prevalere al conceputo disegno; ma egli, più costante
che mai, volle eseguirlo nell'anno presente dopo soli pochi mesi di
comando, senza che le batterie de' suoi cortigiani nè l'amore dei figli
il potessero ritenere. Fatto dunque testamento nel dì 24 di luglio, in
cui dichiarò erede il _principe Francesco_ suo primogenito, che riuscì
poi glorioso eroe de' suoi tempi, e provvide di convenevoli appannaggi
gli altri suoi figli, cioè _Obizzo, Cesare, Carlo Alessandro_ e
_Rinaldo_, che fu poi cardinale, con ammirazione di ognuno sul fine di
esso mese s'inviò verso il Tirolo a vestir ivi l'abito de' cappuccini,
con prendere il nome di fra Giambatista da Modena. Quanto poi egli
si alzasse alto nelle virtù, e quali splendide ed esemplari azioni
di pietà, di zelo e di umiltà facesse egli dipoi, non mi fermerò
io a descriverlo, avendone bastevolmente trattato nella parte II
delle Antichità Estensi. Però duca di Modena divenne il suddetto suo
primogenito Francesco. In questi sì sconcertati tempi non si sapea
ben discernere ciò che bollisse in capo al duca di Savoia, principe di
mirabili raggiri. Per la pace di Susa aveano conceputa gran diffidenza
di lui gli Spagnuoli, quasi che fosse proceduto d'intelligenza co'
Franzesi per disturbare l'assedio di Casale. Dappoichè si videro
incamminati verso l'Italia i Tedeschi, non si potè più levar di testa
ai Franzesi che egli avesse incitata a queste mosse la corte cesarea.
La verità si è, ch'egli non gradì mai che Casale cadesse in poter
degli Spagnuoli, e che gli stava sul cuore, come una pungente spina,
l'aver dovuto cedere al re Cristianissimo la cittadella di Susa. Si
era egli intanto con assai fortificazioni trincierato ad Avigliano,
ed ivi teneva accampato il nerbo maggiore delle sue soldatesche. Così
passò l'anno presente; anno fecondo di guai e di lagrime; perciocchè
insoffribili furono i danni cagionati al Monferrato, e gli aggravii
sofferti dal Piemonte; terribile ancora la penuria dei grani in
Lombardia. Eppur nulla fu questo a petto delle calamità del bello e
ricco paese Mantovano. Restò esso con tanta crudeltà desolato dalla
fiera e mal disciplinata nazione tedesca, che le ville intere andarono
a sacco, rimasero incendiate e desolate le case, tolti i bestiami
che non erano fuggiti, uccisi gl'innocenti contadini per ogni piccola
disubbidienza o resistenza a quegli ospiti crudeli; e niun rispetto nè
pur s'ebbe ai luoghi ed arredi sacri. Dappertutto in somma si miravano
segni della maggior barbarie, che di più non avrebbono operato i
Musulmani. A questi flagelli s'aggiunse quello eziandio della peste,
portata dai medesimi Alemanni nella Valtellina, e poscia nel Milanese e
Mantovano, che per cagion del freddo non fece per ora gran progresso,
ma giunse nell'anno seguente ad un terribile scoppio ed incendio. Nel
dicembre di quest'anno fini i suoi giorni _Giovanni Cornaro_ doge di
Venezia, a cui poscia fu dato per successore _Niccolò Contarino_
Anno di CRISTO MDCXXX. Indiz. XIII.
URBANO VIII papa 8.
FERDINANDO II imperad. 12.
Molte e gravi erano state nell'anno precedente le calamità; crebbero
di lunga mano nel presente. Era riuscito alle armi gloriose di
_Luigi XIII_ re di Francia nella state passata di fiaccar le corna ai
ribelli ugonotti, che mettevano sottosopra tutta la Linguadoca, con
impadronirsi delle città e fortezze da loro occupate, con rimetter
ivi in trono la religion cattolica, ed astrignere il duca di Roano,
capo degli eretici malcontenti, ad uscire del regno, e con ridonare
la pace e il buon ordine a quelle contrade. Sì prosperi successi li
riconosceva il re dai consigli e dalla direzione del _Richelieu_; e
perchè somma premura conservava la maestà sua di soccorrere in buona
forma il duca di Mantova, nè si sentiva voglia di tornar a valicar
l'Alpi, esso Richelieu, siccome testa bramosa di comparir grande
non solo nell'arti del gabinetto, ma in quelle ancora della guerra,
assunse volentieri il comando delle armi, e la incombenza di calar di
nuovo in Italia con tutta l'immaginabil plenipotenza per la pace e per
la guerra. Ecco dunque un porporato divenuto generale dell'esercito
franzese in viaggio, con aver sotto di sè i marescialli di Bassompiero,
di Sciomberg e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di gennaio s'incamminò
egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll'armata
regale, cominciò a trattar col _duca Carlo Emmanuele_ non già di un
solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due
corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il duca che
il cardinale erano dei più scaltriti uomini della terra niun d'essi si
fidava dell'altro; e negoziatore fra loro a nome del nunzio di Torino
era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in
accortezza, astuzie e raggiri. Parve al Richelieu di essere burlato
dal duca, e tenuto a bada, affinchè intanto lo Spinola e il Collalto
facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso
tempo già compariva insospettito lo Spinola d'esso duca, con giugnere
a negargli soccorso di danaro, e con pretendere se lo somministrava,
qualche piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di
marzo, quando il cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar
quel fiume, con disegno di sorprendere il duca, il quale, soggiornando
in Rivoli, luogo di delizie, col figlio principe di Piemonte, mostrava
secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle
cure e a' pericoli più gravi. Andò fallito il colpo, perchè da qualche
amico (ne fu poi sospettato il duca di Memoransì) avvisato il duca, si
ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le porte, armar le mura,
e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro (e non erano pochi, iti o
per inchinar la principessa sorella del re, o per comperar varie cose),
restando stranamente sdegnato, anzi inviperito e solo spirante vendetta
contra del Richelieu per un tiro sì disdicevole alla sua dignità e alla
pubblica fede. Pertanto diede fuori un manifesto, in cui amaramente
si dolse di varii tradimenti del cardinale verso la sua persona e i
suoi Stati, senza nondimeno parlare di quel di Rivoli. Allora fu che
intavolò un trattato col marchese Spinola, per cui poscia si gittò
tutto in braccio agli Austriaci di Spagna e di Germania, senza mai più
voler dar orecchio a proposizioni del Richelieu, nè ammettere le sue
ambasciate.
Per la ritirata di Carlo Emmanuele trovando il cardinale di Richelieu
liberi i passi, s'inoltrò verso Torino, affinchè colà si riducessero
le forze del duca, fingendo di voler assalire quella città. Poscia
all'improvviso spinse il Crequì addosso a Pinerolo, luogo distante
dodici miglia da Torino, e v'andò poi egli in persona con tutta
l'armata. Nè la terra, nè la cittadella fecero lunga difesa. Nel dì
31 di marzo, giorno di Pasqua, furono amendue in poter de' Franzesi;
e il cardinale, che già meditava più vasti disegni, ordinò tosto una
potente fortificazione a quel luogo, per formarvi una fortezza reale
che servisse di continua briglia alla casa di Savoia, e di porta aperta
ai Franzesi per entrare in Italia: il che non si può esprimere quanto
trafiggesse l'animo del duca. Gli fu intanto spedito in aiuto dal
marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacchè
sette mila altri ne erano calati allora dalla Germania: gente che si
diede ad esercitar la sua bravura, non già contro i Franzesi, ma in
desolar gli infelici abitatori del Piemonte. Arrivò in questi tempi a
Torino il _cardinale Antonio Barberino_, spedito con titolo di legato
di Lombardia dal pontefice_ Urbano VIII_, siccome padre comune, per
trattar di pace. Abboccatosi egli con lo Spinola e col Cobalto, avea
scorto in essi buone disposizioni. Trovò ben venti contrarii, allorchè
trattò col duca di Savoia, tutto volto ai pensieri di cacciar di
là da' monti i Franzesi, come si figurava di poter fare tirando in
Piemonte tutte le forze spagnuole ed imperiali. Nè gli passò meglio
col Richelieu, il quale, dopo l'acquisto di Pinerolo e di Bricherasco,
terra forte, e di altri circonvicini luoghi, tutto gonfio di sè stesso,
sempre più alzava il capo e parlavo da vincitore. Fu forzato in fine
il legato Barberino, perchè vi andava dell'onore della santa Sede,
a ritirarsi, lasciando le cose più che mai imbrogliate. Tenutasi
una conferenza dal duca col Cobalto e collo Spinola, per unir la
triplice armata tutta, affin di cacciare i Franzesi, si trovò disposto
a ciò il Cobalto; ma non già lo Spinola, che o per gara coll'altro
generale, o per poco buon animo verso il duca, o per ordini venuti di
Spagna, contento di veder posto assai ostacolo ai Franzesi, perchè
non potessero interrompere i suoi disegni nel Monferrato, spinse
poi le soldatesche da lui dipendenti in quella provincia. Occupò
Pontestura, San Giorgio e Rossigliano intorno a Casale, ed appresso
ordinò l'assedio della medesima città. Seguirono sotto quella piazza
varie fazioni militari, ora vantaggiose, ora dannose agli assedianti,
che io tralascio. In questi tempi, cioè verso il fine di maggio,
entrato lo stesso _re Luigi XIII_ in Savoia con otto mila fanti e
due mila cavalli, s'impadronì di Sciambery e di tutto quel ducato,
eccettuata la cittadella di Mommegliano, ben fortificata dalla natura
e dall'arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col re,
il quale appresso spedì il _duca di Memoransì_ con dieci mila fanti e
mille cavalli a rinforzare i marescialli _de la Force_ e _Sciomberg_,
dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il principe di
Piemonte le assalì con gran vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente
bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla
liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e
per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a
Saluzzo, con occupar quella terra, e da lì a poco anche la cittadella
con altri luoghi: il che recò incredibil cordoglio al duca.
Mentre in sì gran tempesta involto il Piemonte avea di che piangere,
da non minori calamità era battuta ed afflitta la città di Mantova con
tutto il suo territorio; perciocchè, venuta la primavera, fu di nuovo
stretta quella città dall'armi cesaree, rinforzate con altri soccorsi,
calati di fresco dalla Germania. Il _maresciallo di Etrè_ (già marchese
di Coeuvres) pervenuto da Venezia a Mantova nel dì 8 di aprile, non
vi portò se non parole e speranze. Vani non solamente, ma dannosi
riuscirono al duca Carlo i tentativi da lui fatti a Rodigo ed Ostiglia
per ricuperar que' luoghi. Altra speranza a lui non restava che nei
soccorsi della repubblica veneta, impegnata forte a sostenerlo, eppure
lentissima a farlo. Tanto nondimeno perorò in Venezia l'ambasciator
franzese, che si spiccò ordine di tentar la sorte per introdurre
nell'affannata città di Mantova un buon sussidio di gente e di
vettovaglia. A tal fine, fatta piazza d'armi a Valleggio, tentarono
poscia i Veneziani di occupare alcuni vicini luoghi del Mantovano,
necessarii al passaggio dei soccorsi; ma ebbero a fronte dieci mila
Tedeschi, che misero in rotta le lor genti con tal precipizio, che
anche Valleggio fu lasciato alla lor discrezione. Restò dunque più che
mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi
ridotti a poco numero i difensori, e questi atterriti; e le guardie con
troppa svogliataggine si faceano. Non ignoravano i Tedeschi l'infelice
stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla.
Si disputò allora, e tuttavia si disputa fra gli scrittori, se in
quella tragedia intervenisse tradimento dal canto dei Mantovani
stessi, oppure se l'industria sola dei capitani tedeschi formasse e
perfezionasse tutta quella funestissima mina. Il cavalier Nani e il
Vianoli nelle loro storie venete, il conte Loschi ed altri sostentano
passate intelligenze fra i Tedeschi ed alcuni cittadini, nominando
anche espressamente uno dei marchesi Gonzaga, cioè il marchese
Gian-Francesco, perchè fu poi dichiarato governatore di Mantova. Erano
essi nemici del nome franzese, ed inclinati all'_imperatrice Leonora_
di loro schiatta, e al duca di Guastalla, e però creduti che tenessero
mano alla rovina del _duca Carlo_. Vittorio Siri all'incontro, tuttochè
dei più acuti ricercatori delle cose segrete, il Capriata ed altri,
non seppero riconoscere tradimento, in quell'orrida tragedia, forse
figurandosi improbabile che alcuno almen nobile potesse concorrere
allo sterminio della patria sua, senza pensare che in essa anche egli
resterebbe involto; perchè chi può dar misura alla furia di truppe
scatenate ed ansanti di preda che prendano a viva forza una città?
Il conte Galeazzo Gualdo, che suppone anch'egli orditura interna di
qualche cittadino, siccome alquanto lontano di età da quella terribile
scena, non è bastante a decidere la controversia, e molto meno lo son
io. Quel che è certo, ossia che dal duca Carlo, dacchè fu ritornato
in Mantova, non si trovasse fondamento a tante dicerie e sospetti,
oppure che per tema e rispetto dell'imperadore si rimanesse dal pescare
ulteriormente in questo imbroglio, processo non fu fatto, e restò
solo in bocca del popolo e dei curiosi il pro e il contra di questa
particolarità.
Ora avendo i primarii uffiziali della armata cesarea, cioè i baroni
di Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il
Collalto) fatto gran preparamento di barche nel lago, nella notte
precedente al dì 18 di luglio quetamente si accostarono al di sotto
del Ponte di San Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso
tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu dipoi attaccato il
petardo alla porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se
ne impadronirono, ed appresso anche del palazzo ducale. _Francesco
Orsino_ dei duchi di Lamentana e il Durante accorsero alla difesa;
ma il primo vi lasciò la vita, e il secondo con altri uffiziali restò
prigione. Saltati dal letto il duca e il maresciallo d'Etrè, sostennero
alquanto l'empito de' nemici; ma conosciuto infine disperato il caso,
si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un monistero
la _principessa Maria_ col suo figliuolino. Trovavasi Porto dalla
parte della città sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava
la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la
vettovaglia. Però avendo tosto gli uffiziali cesarei spedito colà per
esplorar le intenzioni del duca, il trovarono disposto per necessità
a capitolare la resa. Incaricato dunque da lui il marchese Strozzi,
conchiuse nello stesso dì 18 di luglio che fosse lecito al duca Carlo,
alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, oppure di ritirarsi nel
Ferrarese col bagaglio che aveano in Porto (ed era ben poco) senza
permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno
seguente anche il maresciallo di Etrè potrebbe andarsene liberamente
colla sua famiglia. Furono accompagnati esso duca con tutti i suoi
e il maresciallo fino a Melara nel distretto ferrarese; e l'infelice
principe passò dipoi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra
la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senzachè nè egli nè
la duchessa avessero potuto portar seco un soldo o una gioia da potere
almen vivere per qualche giorno. Al cumulo ancora delle disgrazie del
duca s'aggiunse il mancargli il compatimento di molti, che gli davano
la taccia d'essersi comperato il suo eccidio, coll'aver sempre ricusato
di chiedere perdono all'imperadore, e di non aver voluto accettare
alcuna della tante proposizioni d'accordo fattegli per parte dello
stesso imperadore e de' suoi ministri; perchè certamente gli fu più
volte esibita l'investitura di Mantova, se avesse voluto consentire per
onore di sua maestà ad accettar qualche presidio, potendo sperare di
riaver anche il Monferrato con un po' di pazienza e di maneggio. Dopo
il fatto costa pur poco il far da dottore. Non mancarono consiglieri,
ed anche di alta sfera, che impedirono sempre ad esso duca l'accettar
condizione alcuna. Ridotto in tanta povertà il duca Carlo, altro
partito non ebbe che di limosinar qualche aiuto di borsa dalla veneta
repubblica, e ne ottenne mille dobble, colle quali andò vivendo come
potè, aspettando miglior costellazione alla sua depressa fortuna.
Torniamo a Mantova. O perchè non si potè di meno, o perchè fu permesso
in ricompensa alla per altro poca fatica durata in quell'acquisto,
gl'infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera città,
e durò per tre giorni quella barbarica lagrimevole scena. Godeva
dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza dei dominanti e
dei cittadini, un delizioso e fioritissimo stato. Ma per la peste,
che avea già tagliato il filo della vita a quasi vinticinque mila
abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro
di miserie. Fu messo a ruba tutto il palazzo ducale, dove i principi
Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi
mobili, pitture, tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, dei
quali nondimeno ne avea il duca Carlo per le necessità della presente
guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono
i palagi e le case che non soggiacessero alla rapacità militare con
tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso
le donne e verso i luoghi sacri, alcuni nondimeno dei quali rimasero
esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Alessandro Zilioli nelle
sue Storie scrive che i buoni Tedeschi attesero molto a rubare,
poco a soddisfar la libidine. Nè solamente contro le persone e robe
degl'innocenti infierirono, ma anche contro le stesse case e muraglie,
o incendiandole, o rompendole per iscavarne i pretesi nascosi tesori.
Chi volle far ascendere il danno di quella città a diciotto milioni di
scudi, di che ricapiti si servì mai egli per tirar questo conto? Giunta
poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore,
e ne restò altamente ferito il cuore del pio _Ferdinando imperadore_,
che avea appunto dati ordini di moderazione a tutti i suoi generali,
nè si sarebbe mai aspettato un colpo sì alieno dalla clemenza ed
intenzione sua. E l'_imperadrice Leonora_ Gonzaga consorte non sapea
dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della patria sua.
Succedette poi a tutti questi assassinii lo stesso che avvenne pel
sacco di Roma, perchè in breve perirono quasi tutti o per peste o per
morti subitanee, nè di quelle rapine goderono punto i loro eredi. Ma
questo nulla suffragò all'infelice città e al suo territorio, che forse
in peggior situazione restò, perchè spogliato di abitatori, di alberi e
di bestiame, colle case abbattute, o pure ridotte a nude mura, e que'
fertilissimi campi e giardini tutti incolti, divenuti una selva di
sterpi e spine. Rimasero da lì innanzi i miseri Mantovani esposti alle
continue angherie dell'Aldringher, che giunse fino ad intimare ad un
popolo spogliato di tutto una contribuzione di cento mila dobble: del
che avvertito l'imperadore, mandò ordini in contrario. Non si può dire
che odiosità contro il nome dell'imperadore e della nazion tedesca si
diffondesse per l'Italia a cagion della guerra e del sacco di quella
infelice città e territorio.
Poco dopo la tragedia deplorabile di Mantova, descritta da Alessandro
Zilioli, un'altra ne accadde in Piemonte. _Carlo Emmanuele duca_
di Savoia, circa il dì 20 di luglio, era passato a Savigliano con
tutte le forze sue e de' collegati, con animo di venire a battaglia
coi Franzesi che aveano occupato Saluzzo, oppure di impedire i lor
progressi. Dicono che fu preso da gente intestata dei pregiudizi del
paganesimo per cattivo augurio l'essere alcuni giorni prima caduto un
fulmine sopra l'albero maggiale piantato avanti al palazzo ducale in
Torino, coll'uccisione d'alcune guardie; e che in Savigliano posate
l'armi del duca sopra un tavolino, cinque volte caddero in terra senza
essere toccate da alcuno. Quivi esso duca colpito da apoplessia, fra
tre giorni passò all'altra vita nel dì 26 del mese suddetto in età
di sessantaotto anni, e quasi sette mesi. Comune opinione fu ch'egli
soccombesse agli affanni in mirare, dopo tante fatiche, spese, disegni
ed azioni sue, per ingrandire i propri Stati, andare a terminar
tutto nella perdita della Savoia e di Susa, Pinerolo e Saluzzo, porte
dell'Italia, divenuto per lui un insoffribil ceppo alla sua signoria;
e nella desolazion del Piemonte, lacerato e calpestato allora tanto dai
Franzesi che dagli Spagnuoli e Tedeschi; e finalmente nell'abbassamento
della sua riputazione, che per lui era la pupilla degli occhi, odiato
e deluso dai Franzesi, e mal corrisposto dagli Spagnuoli. Di questo
principe si trova una diversa pittura, lavorata a penna dalle passioni,
rappresentandolo alcuni per principe turbolento, ambiziosissimo,
incostante, infido, libidinoso e sanguinario, e che presumeva troppo
di sè stesso in ogni occasione. Negli ultimi periodi di sua vita,
dicono nullameno aver egli meditato d'invadere la Francia, e di
cacciar Spagnuoli e Tedeschi d'Italia. Dall'altro canto presso diversi
scrittori non fu defraudata la memoria sua di un compiuto e verace
elogio delle maravigliose doti e virtù che in lui si adunavano. Fuor
di dubbio è ch'egli in vivacità ed accortezza di mente andò innanzi
ad ogni principe e monarca della sua età. Nel suo picciolo e curvo
corpo alloggiava un cuor grande, un valore non inferiore a quello dei
maggiori eroi. Sapeva di tutto; peritissimo in ogni arte ed esercizio
di pace e di guerra, amante della storia, delle matematiche, delle
belle lettere, e perpetuo fautore e rimuneratore dei letterati. Nella
generosità, nella liberalità, affabilità ed eloquenza naturale non
avea pari; sapea comperarsi il cuore di chiunque trattava con lui.
Della sua pietà e magnificenza lasciò immortali memorie dappertutto con
tante fondazioni di monisteri, chiese, collegii, spedali, fortezze e
palagi. Non istavano mai in ozio i suoi pensieri per informarsi delle
azioni dei suoi ministri, ed anche dei suoi sudditi, e per penetrar nei
gabinetti di tutti i potentati d'Europa. A lui mancò solo la fortuna;
ma se le forze vennero meno ai voli troppo vasti da lui intrapresi,
meritò almeno l'ammirazione sì del suo che dei secoli avvenire. Lasciò
viventi dopo di sè _Vittorio Amedeo_ suo primogenito e successore
nel ducato, il _cardinal Maurizio_, e il _principe Tommaso_, oltre a
_Margherita_ vedova duchessa di Mantova, e due altre figlie religiose.
Con pensieri più regolati e discreti succedette al padre in età di
quarantatrè anni, ben addottrinato nel mestier della guerra e della
politica, il novello _duca Vittorio_ che, siccome cognato del re di
Francia, non tardò a mostrar segni di affettuosa divozione verso quella
corona, senza nondimeno alienar l'animo suo dal rispetto verso l'altra
di Spagna. Ma perchè egli si trovava a fronte l'esercito nemico dei
Franzesi, gli convenne sul principio difendersi dai loro insulti.
Eransi eglino ultimamente insignoriti di Carignano. Per ricuperar
quella terra si mosse nel dì 7 di agosto il duca con gli Alemanni
collegati, e venuto ad un conflitto, n'ebbe la peggio. Giuntogli
poi in aiuto il conte di Collalto con otto mila fanti e cinquecento
cavalli, avrebbe potuto sperar dei vantaggi, se non fosse giunto
al campo franzese con quattro mila fanti e cinquecento cavalli il
_maresciallo di Sciombergh_, il quale per viaggio ridusse alla sua
ubbidienza la terra e il castello di Avigliana. Intanto maggiormente
veniva stretto e bersagliato Casale dal _marchese Spinola_ con rabbia
dei Franzesi, vogliosi pure di soccorrerlo, ma impotenti a farlo. In
questi imbrogli, non mai stanco di fare il corriere e paciere Giulio
Mazzarino, s'interpose; e giacchè troppa difficoltà s'incontrava ad
una pace, tentò di guadagnare il punto che si venisse per ora ad una
tregua. Tanto fece che nel dì 4 di settembre questa fu stipulata per
tutto il dì 15 del prossimo ottobre, e in essa stabilito che la città e
il castello di Casale sarebbono tosto consegnati allo Spinola, e questi
obbligato a somministrar viveri alla cittadella di Casale, custodita
dal maresciallo franzese _Toiras_ fino al dì ultimo di ottobre. E
quando questa non fosse soccorsa per tutto quel dì dall'armi franzesi,
anch'essa fosse ceduta allo Spinola suddetto. All'incontro, essendo
essa entro quel tempo soccorsa, si obbligava lo Spinola di restituir
di nuovo ai Franzesi la città e il castello. Poca fortuna ebbe questa
sospension d'armi; nè pur volle ratificarla lo Spinola, credendola
troppo svantaggiosa, seppur non fu perchè adirato dall'averla il duca
e il Collalto conchiusa senza saputa sua. Ma essendo allora, o poco
prima, caduta in deliquio la sua sanità, nè solo del corpo, ma anche
della mente, venne a lui sostituito _pro interim_ il _marchese di Santa
Croce_ nel governo di Milano e dell'armata spagnuola; ed egli poi colla
fama di essere stato uno dei più gloriosi capitani del tempo suo, finì
i suoi giorni nel dì 25 di settembre; altri dicono nel dì 28. Approvò
il Santa Croce la tregua, e però la città di Casale col castello gli fu
consegnata, restando tuttavia la cittadella nelle mani dei Franzesi e
del duca d'Umena figlio di Carlo duca di Mantova, ma solamente di nome.
Fin qui era camminata tutta a seconda de' suoi voleri la fortuna
dell'_imperador Ferdinando II_ per tante vittorie riportate da' suoi
generali _Alberto Vallestain_ duca di Fridland, _Tilly_ e _Pappenaim_.
Se questo Augusto, principe per altro di gran pietà e saviezza, patisse
alcune di quelle vertigini, che suol produrre l'eccessiva prosperità,
nol so dir io. Egli è almen certo che la sua gran potenza cagionava dei
brutti sintomi in cuore della maggior parte dei principi dell'imperio,
od oppressi come nemici, o maltrattati come amici. Specialmente si
accordavano tutti in non poter più soffrire la superbia e l'insolenza
del Vallestain. Nelle fucine di questi malcontenti cominciò a soffiare
il _cardinale di Richelieu_, sì per ispirar loro il ripugnare ad esso
Augusto, desideroso dell'elezione di _Ferdinando re_ d'Ungheria suo
figlio in re dei Romani, e sì per formare una forte lega contro di
lui. Particolarmente si studiò il più politico che religioso porporato
di muovere a danni dell'imperadore il re di Svezia _Gustavo Adolfo_,
povero sì di forze, ma ricco di coraggio; e a dargli la spinta concorse
ancora con promessa di danaro il senato veneto, troppo alterato per
le peripezie di Mantova. Questo nero nuvolo accompagnato da fulmini
quel fu che rendè pieghevole l'Augusto Ferdinando alle proposizioni di
pace fatte nella dieta di Ratisbona dai ministri del papa e del re di
Francia, sostenute ancora dall'interposizione degli elettori. Furono
dunque nel dì 15 d'ottobre segnati i capitoli d'essa pace, e stabilito
che l'imperadore darebbe al duca Carlo Gonzaga l'investitura di Mantova
e Monferrato, con ritenere una sufficiente guernigione in Mantova e
Canneto. Che esso duca Carlo cederebbe al duca di Savoia Trino con
tante altre terre del Monferrato, di rendita annua di diciotto mila
scudi. Che al duca di Guastalla darebbe sei mila scudi di rendita in
tante terre (e ne ricevette poi Luzzara e Reggiuolo). Che tanto lo
imperadore dall'Italia che il re Cattolico da Casale e dal Piemonte
ritirerebbero le loro truppe; e lo stesso farebbe il re Cristianissimo
dalla cittadella di Casale, dal Piemonte e dalla Savoia, ritenendo solo
una discreta guernigione in Pinerolo, Susa, Bricherasco ed Avigliana.
Finalmente, dappoichè si fosse data esecuzione ai capitoli suddetti, si
avevano da ritirare le suddette guernigioni, lasciando libera Mantova,
Pinerolo, ec., ai duchi di Mantova e Savoia. Ma questa pace ebbe la
sfortuna di dispiacere al re Cattolico, perchè conchiusa senza di lui;
e ai duchi di Savoia e Mantova, perchè pretesa di sommo loro aggravio.
E il più bello fu che quel grande imbrogliatore di Richelieu, il quale
pure s'era servito di fra Giuseppe cappuccino, suo gran confidente e
del medesimo calibro, a quel trattato, proruppe in grandi schiamazzi
contro l'ambasciatore Brulart, e indusse il re Cristianissimo a non
ratificarlo.
Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in
Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della
cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua,
verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti
mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto
mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della
città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di
forze. Si fece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere
far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il
Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue
e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto
seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese
Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua
poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di
dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso
i Franzesi, gridando: _Alto, alto; pace, pace_. La pace fu che il
_maresciallo di Toiras_ colla guernigione uscirebbe della cittadella
di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca
Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a
nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi
dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente
dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli,
abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro
occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro
a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì
vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli
Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del
Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero
due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa
Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con
più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città
suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri,
e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano
sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il
Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano
verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a
cavallo il Mazzarino, che ora agli uni, ora agli altri applicando il
lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo,
per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a
Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si
ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita il _conte di Collalto_,
uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di
essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato
richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con
lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.
In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte,
le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito
dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la
peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra,
che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni,
fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone
negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a
Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu
creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e
ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena,
Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di
Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di
viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di
Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre
a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operò _Ferdinando
II gran duca_ di Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de'
suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel
mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna
l'_infanta Maria_ sorella del re di Spagna, sposata a _Ferdinando III_
re d'Ungheria e figlio del regnante imperadore. A cagion della peste
che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo
di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a
Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero
al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi
loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli
Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò
poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo
numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel
viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità
ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il
suo breve principato nel corrente anno _Niccolò Contarino_ doge di
Venezia, a cui fu sostituito dipoi _Francesco Erizzo_.
Anno di CRISTO MDCXXXI. Indizione XIV.
URBANO VIII papa 9.
FERDINANDO II imperadore 13.
Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale
ed inganni in Italia. Il _cardinale di Richelieu_ era in Parigi il
giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero
congiurati contra di lui il _duca d'Orleans Gastone_ fratello del re,
e la _regina Maria_ madre d'amendue, con alcuni altri dei primarii
personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso re
_Lodovico XIII_, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans
si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che
maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone
del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi
in mano al feroce _Gustavo Adolfo_ re di Svezia contra l'_imperador
Ferdinando II_, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo
e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione
con Cesare. In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori
e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse
perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosi _Vallestain_
_duca_ di Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da
cui ebbe origine quell'empia massima: _Che l'imperatore non poteva
mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne
cento mila_; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito,
che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò
Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze
degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi.
Allora fu che il _re Sveco_ colle vittoriose sue armi si andò sempre
più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di
settembre al valoroso _Tilly_ generale cesareo, maggiormente s'internò
nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso
Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando
questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete
all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares,
ossia il _conte duca_, potente favorito in Ispagna del _re Filippo IV_,
avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano
per disturbarla il _duca di Feria_ don Gonzalez di Cordova, già da noi
veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè
mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè
l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava
delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo
questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia;
però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste
pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri di _Francia_,
di _Vittorio Amedeo duca_ di Savoia, col medesimo Galasso, frapposta
sempre la mediazione di monsignor _Panciroli_ nunzio del papa, e
dell'accortissimo _Giulio Mazzarino_, il qual portava anch'esso il
titolo di ministro di sua santità.
Radunati questi ministri in Cherasco, cioè il _Galasso_ per
l'imperadore, e il _maresciallo di Toiras_ col signor di Servient pel
re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per
cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua
in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene
assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò
che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che
erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della
città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai
pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione
e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di
Mantova _Carlo Gonzaga_ una sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure
consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè
troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali
furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta
di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva
la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello
spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno,
non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia,
principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale
doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai
monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi,
ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del
procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare
i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di
Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire
si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciato
in capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi.
Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de'
principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e
la troppa possanza del regnante Augusto.
Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti
che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi;
e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di
Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro
occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò
per questo il Richelieu. Spinse addosso al _duca Vittorio Amedeo_
il sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del
cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli
somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione,
facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri
luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace,
non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon
compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e
con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse,
quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di
mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar
la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto
fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì
ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza
si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di
Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi,
cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con
gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco,
pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al
duca di Savoia, e nominatamente di Pinerolo, mentre nel medesimo tempo
dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova,
e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo
furono dati ostaggi a _papa Urbano VIII_, che non ricusò di riceverli
e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente
adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi
degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla
pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe
inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino,
il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso
monsignor _Panciroli_ suo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli
fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed
accortezza.
Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che il
_cardinal Maurizio_ e il _principe Tommaso_, fratelli di esso duca,
passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come
ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò.
Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli
della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per
un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza,
affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli
da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il
resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte
di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti,
nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della
restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato
il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia
dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto,
e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova,
giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato e
del Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati
a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i
capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli
ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra
scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e
di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo
di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè
il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo
scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi,
perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova
e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come
se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento,
fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che
gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa
ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo,
tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca
sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi
ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto
il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di
gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca
Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con
protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di
Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione
col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo
Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi
da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi
diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero
le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia
per giuntare gli Austriaci in questi negoziati, con giugnere a gabbare
infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate
cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose
gloriose, e truovano chi altamente le loda.