fra Cesare d'Este duca di Modena e la repubblica di Lucca. Durava il
sangue grosso fra i Lucchesi e i popoli della Garfagnana, sudditi di
Modena di là dall'Apennino, per cagion della passata guerra del 1602.
Insorsero nel giugno fra particolari persone delle offese ai contini, e
queste servirono di pretesto a quella repubblica per assalir di nuovo
nel mese seguente con alcune migliaia d'armati la Garfagnana. Perchè
non si aspettavano i Garfagnini una tale superchieria, facile fu ai
Lucchesi d'impossessarsi delle terre di Cascio, Monte Altissimo, Monte
Rotondo e Marigliana. Occupato ancora Monte Perpoli, vi fabbricarono
tosto un forte, e commisero saccheggi e violenze indicibili. Fecero
quella resistenza che poterono i valorosi Garfagnini a sì impetuoso
torrente, finchè il _duca Cesare_ irritato da sì inquieti vicini,
spedì colà il _principe Alfonso_ suo primogenito col _principe Luigi_
altro suo figlio, generale de' Veneziani, e con alquante migliaia
di fanti e cavalli, comandati dal marchese Ippolito Bentivoglio suo
generale, e ben provveduti di artiglierie e munizioni. Allora fu che
cambiò aspetto la guerra, e i Lucchesi d'assalitori divennero assaliti
con danno gravissimo delle lor terre. Si passano qui sotto silenzio
varie azioni sanguinose succedute in quelle parti, per dir solamente
che il Bentivoglio imprese l'assedio di Castiglione, terra e fortezza
de' Lucchesi, che cominciò a provare il furor delle artiglierie,
ma sostenuta con vigore da mille e ducento soldati che v'erano di
presidio. Tentarono invano i Lucchesi di darle soccorso, e intanto
sempre più continuarono gli approcci, e fu formata la breccia. Già
si disponevano le milizie ducali a dare un generale assalto, quando
colà sopraggiunse il conte Baldassare Biglia per parte del governator
di Milano. Imperciocchè, veggendo i Lucchesi mal incamminati i loro
affari, ricorsero alla solita áncora della protezion di Spagna,
e mossero l'Inoiosa ad inviare esso Biglia a Modena per ismorzar
quell'incendio. Perchè il duca stava saldo in pretendere il rifacimento
dei danni inferiti dagli ingiusti aggressori, e le spese dell'armamento
da lui fatto, nulla si conchiuse; laonde il Biglia, per timore che
intanto Castiglione fosse preso, colà si portò, e con pretesti di far
rendere quella fortezza, ottenuta licenza di entrarvi, allorchè vide
pronti all'assalto i ducheschi, fece esporre le bandiere di Spagna
sulle mura, e intimare agli assedianti ch'egli teneva quella piazza a
nome del re Cattolico. Tale era in questi tempi la riverenza e paura
della potenza spagnuola, che cessarono le offese, con essersi poi
stabilito che i Lucchesi, al paese dei quali anche dopo le interrotte
offese di Castiglione fu recata una desolazione, fossero i primi a
disarmare: dopo di che anche il duca richiamò in Lombardia le sue
milizie. Ma dai politici fu biasimato non poco questo principe, per
essersi lasciata levar di mano la vittoria al solo sventolare di un
pezzo di tela, giudicando eglino che conveniva prendere la piazza,
e poi col pegno in mano trattare d'aggiustamento. Ma forse con più
ragione fu dovuta questa censura al suo generale, che dovea prevedere
l'arte del Biglia e tirarsi il cappello sugli occhi.
Nè solamente dalle dissensioni dei principi patì in quest'anno l'Italia
dei gravi travagli; ne risentì anche forse dei più perniciosi dalle
battaglie dell'aria e del mare. Nel dì 11 di novembre si svegliò
una sì atroce tempesta nel Mediterraneo che fu creduto non essersene
mai provata una simile a memoria de' viventi d'allora. Porto non vi
fu, cominciando dalla Provenza sino alle ultime parti del regno di
Napoli, in cui non si affondassero quasi tutti i legni che ivi s'erano
ricoverati, con danno infinito di mercatanti, e sommo terrore d'ognuno.
In Genova spezialmente fu sì spaventoso lo eccidio di galee e navi, che
quasi supera la credenza. Penetrò la spietata furia degli stessi venti
nella Lombardia, dove rovinò tetti, abbattè case, sradicò alberi, e
fece altri funestissimi e non mai veduti danni. Riuscì in quest'anno ad
otto galee di Sicilia ben armate sotto il comando di Ottavio d'Aragona
di sorprenderne dodici turchesche nel porto di Scio. Cinque di queste
si sottrassero colla fuga, colle altre seguì un fiero combattimento,
in cui prevalsero i cristiani, restando prese quelle sette galee
con istrage di quegli infedeli, prigionia di cinquecento di essi,
e liberazione di circa mille schiavi battezzati. Montò ben alto il
bottino ivi fatto, perchè quelle galee portavano a Costantinopoli tutti
i tributi raccolti dalla Morea. Andarono in corso anche le galee del
_gran duca Cosimo_ nell'anno presente contro i Turchi nell'Asia Minore,
e, prese molte terre, le misero a sacco.
Anno di CRISTO MDCXIV. Indizione XII.
PAOLO V papa 10.
MATTIAS imperadore 3.
Crebbero in quest'anno i dissapori fra _Carlo Emmanuele duca_ di
Savoia e il _marchese d'Inoiosa_ governator di Milano. S'erano messi
in possesso gli Spagnuoli di dar legge a tutta l'Italia. Il lor volere
dovea essere la regola degli altri principi, e ne abbiam poco fa veduto
un esempio nel _duca Cesare_. Credendosi eglino di trovar anche nel
duca di Savoia un principe che tremasse al tuono delle lor bravate,
gl'intimarono di disarmare, e venne ordine preciso da Spagna che, se
egli non ubbidiva, il governatore entrasse coll'armi in Piemonte;
ma s'ingannarono. Carlo Emmanuele a questa parola di ubbidire,
sconvenevole troppo per chi non era sottoposto alla Spagna per alcun
titolo di vassallaggio, se ne alterò non poco, e coraggiosamente lor
rispose che avrebbe deposte l'armi, se il governatore nello stesso
tempo avesse licenziate le sue truppe. Pubblicò ancora un ben sensato
manifesto, esprimente le sue querele pel procedere ingiurioso ed
imperioso degli Spagnuoli contra di lui. Oh allora fu che l'altura
spagnuola si sentì toccare sul vivo, quasi che il duca volesse andare
del pari col potentissimo loro monarca; e però l'Inoiosa nel dì 20
d'agosto si mosse da Milano con circa venti mila fanti e mille e
secento cavalli, ed appressatosi ai confini del Piemonte, stette
indarno aspettando se il terrore delle sue armi avesse maggior virtù
che le minaccie in carta. Ma il duca intrepido nelle risoluzioni sue,
animato ancora dai soccorsi, segretamente parte inviati, parte promessi
dalla Francia, più che mai si mostrò costante. Pertanto entrato lo
Inoiosa nel dì 7 di settembre su quel di Vercelli, prese la Motta e
Carenzana; e di più avrebbe fatto, se il duca, uscito anche egli in
campagna con dieci mila combattenti, non avesse fatta una diversione,
procedendo contro la sprovveduta città di Novara, di cui avrebbe anche
potuto impadronirsi; ma gli bastò con tal movimento di far retrocedere
lo esercito spagnuolo da' suoi Stati, siccome avvenne. Ciò fatto,
tanto l'ambasciatore di Francia che il principe di Castiglione ministro
dell'imperadore, e il nunzio apostolico, interposero i loro uffizii per
la pace. Infatti nel dì 17 di novembre ne furono abbozzati col duca i
capitoli. Ricusò il governator di Milano di sottoscriverli, e intanto
il marchese di Santa Croce colle galee di Napoli e Sicilia occupò sulla
riviera occidentale del mare Ligustico i marchesati di Oneglia e del
Marro spettanti al duca. Passò anche l'Inoiosa all'assedio di Asti;
ma perchè vi accorse con tutte le sue forze il duca, e si avvicinava
il verno, tempo mal proprio per le prodezze militari, se ne ritirò;
laonde, ormai conoscendo di aver che fare con chi non era figlio della
paura, diede di nuovo orecchio alle proposizioni della pace. Nel giorno
primo di dicembre fu conchiuso in Asti che il duca, per l'ossequio da
lui professato alla corona di Spagna, sarebbe il primo a disarmare;
che si renderebbe vicendevolmente ogni luogo preso; che le differenze
fra le case di Savoia e di Mantova sarebbono rimesse in arbitri; e che
il duca di Mantova renderebbe le gioie della duchessa Margherita, e in
certi termini pagherebbe le di lei doti, e quelle ancora della duchessa
Bianca di Monferrato. Contuttociò l'Inoiosa, siccome colui, a cui non
pareva assai umiliato il duca, e risarcito il decoro della sua corte,
perchè non vi era parola di sommessione e perdono richiesto da lui,
ricusò di sottoscrivere quegli articoli, allegando di non poter ciò
fare senza l'assenso del re Cattolico. In gravissime smanie proruppe
dipoi, perchè il _principe Tommaso_ avea presa Candia del distretto di
Novara, e perciò pubblicò un editto contro il duca che se ne rise. Con
queste irresoluzioni terminò in quelle parti l'anno presente.
Parlammo di sopra degli Uscocchi, masnadieri abitanti in Segna, città
di casa d'Austria, sui lidi dell'Adriatico. Erano essi tornati al
delizioso lor mestiere della pirateria, e in questi tempi specialmente
infestarono non meno le terre e i legni de' Veneziani, che quei
degli stessi Turchi. Ed appunto in questo anno il gran signore
spedì un ufficiale e minaccie a Venezia, quasi che la repubblica
fosse complice, o almen serrasse gli occhi alle loro insolenze.
Nel dì 8 di maggio dodici barche armate di essi masnadieri uscocchi
incontratesi con altrettante d'Albanesi, vennero ad una sanguinosa
battaglia, che costò loro ben cara. Per vendicarsene, tre giorni dopo
colta nell'isola di Pago la galea veneziana di Cristoforo Veniero,
la sorpresero crudelmente ammazzando quanti uffiziali e soldati vi
trovarono, a riserva di esso Veniero. Per le doglianze fatte dai Veneti
all'_arciduca Ferdinando_, furono spediti da Gratz commissarii, per
mettere in dovere que' corsari; ma sprezzati, se ne tornarono indietro,
quali erano venuti. Dopo di ciò essi Uscocchi assalirono varii luoghi
non men della repubblica veneta che de' Turchi, e ne menarono gran
bottino non solo di robe e di animali, ma anche di donne e fanciulli.
Migliore ripiego non seppero allora trovare i Veneziani, che di
proibire ogni navigazione e commercio con quelle vicinanze. Mandò bensì
l'arciduca un commessario a Segna, che fece bandi e giustizia contro
quella perfida gente. Ma appena fu partito il ministro di là, ben
arricchito colle prede fatte da essi Uscocchi, che quella mala gente
tornò al solito suo mestiere: il che obbligò i Veneziani a spedire
il capitano del golfo contra de' loro nidi, per rendere ad essi la
pariglia: ordine che fu ben eseguito col saccheggio di alquanti luoghi.
Ebbe nell'anno presente il _pontefice Paolo V_ una molesta briga colla
corte di Francia, per avere quel parlamento fatto bruciare il libro
del padre Suarez intitolato: _Defensio Fidei_, perchè vi s'insegnava
la dottrina che sia lecito l'uccidere i re tiranni e miscredenti.
Tale era il decreto del parlamento suddetto, che parea lesa l'autorità
pontifizia. Di gravi querele perciò furono fatte a Parigi dal nunzio
del papa; e finalmente si trovò temperamento, che il re scrisse
un'ossequiosa lettera al pontefice con proteste che niuno intendeva
di derogare ai diritti della santa Sede, con persuasione nondimeno che
anche la Santità sua condannerebbe come cattiva e perniciosa la prefata
dottrina.
Anno di CRISTO MDCXV. Indizione XIII.
PAOLO V papa 11.
MATTIAS imperadore 4.
Non si sapea dar pace il _marchese dell'Inoiosa_, perchè il _duca di
Savoia_ non avesse finora imparato a chinare il capo, parendo che la
di lui resistenza e costanza nei suoi impegni tornasse in discredito
della potenza ed estimazione della corte di Spagna. Fece quanti mali
uffizii potè ad essa corte; e perciocchè furono intercette lettere
dal re Cattolico al medesimo governator di Milano, date nel dì 2 e
20 di gennaio dell'anno presente, si vide venuto ordine da Madrid
di continuar la guerra contra del duca. Queste lettere pubblicate
servirono del pari a scoprire le intenzioni degli Spagnuoli, contrarie
alle proteste di voler la pace, e a giustificare la necessità del
duca per la propria difesa. Sul fine di marzo uscì il governatore in
campagna con più di venti mila tra fanti e cavalli (altri dicono molto
più), e andò ad impadronirsi di Ricoveran nelle Langhe. Ancorchè il
duca non avesse che circa quindici mila combattenti (Vittorio Siri
non li fa più di dieci mila), pure anche egli animosamente si portò
all'assedio di Bestagno. Seguirono varie azioni calde, con danno per
lo più degli Spagnuoli, finchè il duca, conoscendosi soperchiato dal
numero de' nemici, si ritirò con buon ordine. Fu allora la città d'Asti
minacciata d'assedio, e andò in fatti l'Inoiosa ad accamparsi in quelle
parti. Perchè senza prendere il picciolo castello di Castiglione, non
poteva avvicinarsi ad Asti, dopo aver battuta una brigata di Savoiardi,
con pochi colpi di cannone obbligò i difensori di Castiglione a
renderlo con buoni patti. Ciò fatto, il duca, per aver inteso che da
Napoli, Firenze ed Urbino venivano altri rinforzi all'armata nemica,
e che il governatore avea occupato San Damiano, si ritirò sotto
Asti, e a vista di lui andò ancora nelle vicine colline a postarsi
il governatore. Uscì un giorno il duca addosso ai Napoletani con tal
vigore, che ne fece strage di trecento. A questo rumore tutto il campo
spagnuolo fu in armi, e si spinse contro il duca. Non tennero saldo i
suoi Svizzeri, e toccò alla cavalleria di sostener tutto il peso della
battaglia. La notte separò il combattimento, nel quale tanto il _duca_
che il _principe Tommaso_ suo figlio si segnalarono, avendo avuto
il primo uccisi due cavalli sotto di lui, ed uno il figlio. Restò il
campo agli Spagnuoli, ma colla perdita di mille persone, e di ottanta
rimaste prigioniere. Dalla parte del duca tra morti e prigionieri se ne
contarono non più di cento. Scrivono altri, che, quantunque poco sangue
si spargesse, pure non poco coraggio mostrarono le milizie del duca.
Allora si diede certamente principio all'assedio d'Asti, dove
pretendono alcuni che il governatore avesse più di trenta mila
combattenti. Seguirono poi varii fatti d'arme, e cominciò per le
fatiche, per li cattivi alimenti e pel fetore degli uccisi a provarsi
nelle milizie dell'Inoiosa una micidiale epidemia. Questo fiero
salasso, e più l'interposizione del nunzio del papa, del marchese
di Rambugliet ministro di Francia, che si servì di minaccie in tal
congiuntura, e degli ambasciatori d'Inghilterra e Venezia, indussero,
tanto il duca che il governator di Milano, a gustar le proposizioni
di un accomodamento. Nel dì 21 di giugno fu conchiuso, e poi nel dì
22 sottoscritto il trattato, per cui restò accordato agli Spagnuoli il
sì desiderato puntiglio che il duca fosse il primo a dar principio al
disarmamento, con far uscire d'Asti mille uomini di quella guarnigione;
dopo di che l'Inoiosa ritirò di là le sue truppe. Furono rimesse
al giudizio dell'imperatore le differenze delle case di Savoia e di
Mantova; rimessi in grazia del duca di Mantova quei che aveano prese
l'armi contra di lui; e dichiarato che, in caso di contravvenzione
dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo Lesdisguieres colle
soldatesche del Delfinato fosse tenuto a dar soccorso al duca.
Disapprovò poi la corte di Madrid la condotta del marchese d'Inoiosa,
e richiamatolo in Ispagna al rendimento dei conti, spedì al governo di
Milano don Pietro di Toledo marchese di Villafranca, il quale non tardò
a far comparire la sua ripugnanza all'esecuzion del trattato d'Asti,
tanto col negar la restituzione d'Oneglia e di Marro, quanto coll'andar
facendo nuove leve di gente invece di cassar le vecchie. Proponeva
egli intanto al duca dei grandi vantaggi, qualora questi avesse fatto
qualche atto di sommessione al re Cattolico, e si fosse gittato nelle
sue braccia. Tale in questi tempi era la politica spagnuola. Nè pure
il duca di Mantova Ferdinando, imboccato da essi Spagnuoli, volle
sottoscrivere la suddetta pace, e fece vendere i beni del conte Guido
di San Giorgio, valoroso signor Monferrino, che contra di lui avea
prese l'armi. Così passò l'anno presente, con restar fra le parti
una calma di apparenza e una vera segreta burrasca, ma insieme con
aumentarsi il plauso al _duca Carlo Emmanuele_, per non aver egli mai
consentito ad atto alcuno di umiliazione vergognosa e pregiudiciale
ai diritti della sua sovranità, e per essersi fatto conoscere maestro
di guerra, sostenendo con forze tanto inferiori lo sforzo de' suoi
avversarii: plauso nondimeno che gli costò ben caro per la desolazion
de' suoi sudditi e del suo erario, senza avere acquistato un palmo di
terreno.
Svegliossi un altro incendio di guerra nell'anno presente fra
la _repubblica di Venezia_ e l'augusta _casa d'Austria_, ossia
coll'_arciduca Ferdinando_. Per quante querele avessero fatto i
Veneziani con esso arciduca per le insolenze degli Uscocchi, esercitate
spezialmente nel precedente anno, e fatte calde istanze, affinchè
quei masnadieri fossero allontanati da Segna e dal mare, niun buon
effetto se n'era potuto vedere. Però, perduta la pazienza, tanto per
mare che per terra prepararono essi Veneti maniere più efficaci per
ottener colla forza quella giustizia che non potevano conseguir colla
ragione. Mandarono essi alquante galee a bloccar Trieste e Fiume, e
per terra genti che distrussero le saline fabbricate dai Triestini
contro i patti. Ma queste genti nel ritirarsi assalite da Benvenuto
Petazzi e dal capitano Daniele Francuol con assai schiere di armati
austriaci, rimasero sbaragliate e trucidate in buona parte. Spedirono
poscia i Veneziani nel Friuli un esercito di otto mila fanti e di due
mila cavalli, che, passati nel territorio degli Austriaci, presero
più di sessanta villaggi, e andarono finalmente a mettere l'assedio a
Gradisca, fortezza di molta importanza sopra il fiume Lisonzo, dove
era un presidio di valorosi difensori. Ma volendo essi Veneti far
leva di gente in Italia, trovarono difficoltà dappertutto. Il _papa_
spezialmente per le passate differenze disgustato di essi, non permise
ne' suoi Stati che si arrolasse alcuno. Molto meno _Cesare duca_ di
Modena, perchè la guerra si faceva contro l'imperador suo sovrano; e
perchè richiamato il _principe Luigi d'Este_ suo secondogenito dal
servigio di essi Veneti, della cavalleria de' quali era generale,
non volle ubbidire, il padre arrivò capitalmente a bandirlo, ma con
pensiero di assolverlo, subito che si potea, da tale disubbidienza.
Così fecero gli altri principi italiani; e perciò si rivolse la
repubblica a cavare dall'Albania, Dalmazia ed altri luoghi di oltramare
quanta copia d'armati potè. La gente inviata sotto Gradisca era in gran
parte collettizia ed inesperta nel mestier della guerra; i difensori
all'incontro avvezzi alle armi e feroci; sicchè tra le vigorose
sortite di essi, e gli assalti infelicemente dati dai Veneti, convenne
ritirarsi dall'assedio. E tanto più, perchè il nunzio del papa, il gran
duca di Toscana e il duca di Mantova s'interposero per trattar di pace:
al che si adoperava anche il governator di Milano, tutto che gli fosse
venuto ordine di Spagna di dare assistenza agli Austriaci contra de'
Veneziani. Entrò poscia la mortalità nel campo veneto, per cui restò
notabilmente sminuito; contuttociò riuscì al provveditor Foscarini e
all'Erizzo altro provveditore d'impadronirsi di Chiavaretto, Luciniso,
Fara e d'altri luoghi. Poco poi stettero ad ingrossarsi gli Austriaci,
che non solamente ripulsarono i Veneti, ma misero anche a ferro e fuoco
un gran tratto del loro paese, con declinare ogni dì più la fortuna
dell'armi venete. Mancò di vita in questi tempi _Marcantonio Memo_
doge di Venezia, e nel novembre fu a lui sostituito Giovanni Bembo,
personaggio di gran merito in età di ottant'anni.
Anno di CRISTO MDCXVI. Indizione XIV.
PAOLO V papa 12.
MATTIAS imperadore 5.
Non sapeano darsi pace i ministri di Spagna, e massimamente il _Toledo_
governator di Milano, che il duca di Savoia _Carlo Emmanuele_ andasse
tuttavia colla testa sì alta, non avendo egli, per quante insinuazioni
gli fossero state fatte da amici e nemici, voluto mai indursi ad
umiliazioni improprie al suo grado, ma esatte da chi metteva in
confronto di questo principe la troppo eccedente grandezza dei monarchi
di Spagna. Faceva istanze il duca che il governatore eseguisse la
pace d'Asti, e, all'incontro, il governatore richiedeva che il duca
disarmasse: al che questi ripugnava per sospetto di rimanere esposto
alle vendette spagnuole. Pertanto lungamente s'andarono barattando
parole, progetti e ripieghi; e quando qualche proposizione piaceva
all'uno, incontrava tosto la disgrazia di dispiacere all'altro. Fu
inviato dal _pontefice Paolo_ a Milano e in Piemonte con titolo di
nunzio straordinario _Alessandro Lodovisio_ arcivescovo di Bologna,
che fu poi fatto cardinale nel dì 19 di settembre del presente anno; e
giunse ad essere papa, siccome diremo, col nome di _Gregorio XV_. Non
lasciò indietro diligenza veruna questo prelato per effettuar la mente
pia del pontefice; ma vi perdè anch'egli l'olio e la fatica. Andavano
perciò crescendo le diffidenze e le disposizioni a nuova rottura,
quando il duca per qualche lettera intercetta, o per altra via, venne
a scoprire una trama ordita dal _duca di Nemours_, ramo della casa
di Savoia, trapiantato in Francia, ma nemico d'essa, che adunati in
essa Francia tre o quattro mila soldati, e passando d'intelligenza col
governator di Milano, meditava di sorprendere la Savoia, e di unirsi
poscia cogli Spagnuoli. Fu molto sollecito il duca a far prendere dal
_principe Vittorio Amedeo_ suo primogenito i passi di Aunicy e Rumigli;
con che fece abortire tutti i disegni del suddetto duca di Nemours,
contra di cui si dichiararono ancora molti principi della Francia.
Veggendosi egli adunque alla vigilia di una nuova guerra, ordinò
che si fortificasse Asti e Vercelli, e che si fabbricasse un ponte
sul Po a Crescentino, e un altro alla Sesia, quasichè egli meditasse
di voler essere il primo alle ostilità. Sul principio di settembre
mosse il governator di Milano l'armata sua consistente in venti mila
fanti e tre mila cavalli, e gittò anch'egli un ponte sulla Sesia. Ma
eccoti comparire in campo anche il duca di Savoia con otto mila fanti
la maggior parte Franzesi, ed altrettanti e forse più fra Savoiardi,
Piemontesi, Svizzeri e Vallesi. In essa armata si contavano quasi due
mila cavalli, ch'erano il maggior suo nerbo, e valevano assai più dei
tre mila di Milano. Divolgava dappertutto il duca di avere venticinque
mila fanti e due mila cinquecento cavalli, per accrescere la riputazion
delle sue forze; e fu egli il primo a spignere in Monferrato le sue
genti, con occupar Villanova, Murano ed altri luoghi. Tentò anche di
rompere il ponte degli Spagnuoli sulla Sesia: il che non gli riuscì.
Nel dì 14 di settembre passò l'esercito ispano la Sesia, ed
incamminossi verso la Motta e Villanuova, dove s'era trincierato
il duca, con disegno di dar battaglia. Ma fu prevenuto dal duca, il
quale con una imboscata all'improvviso si scagliò contro la vanguardia
spagnuola al passaggio di un fosso, e cominciò a menar le mani. Duro
fu il conflitto; ma accorso tutto il campo del governatore, il duca fu
astretto a ritirarsi colla peggio, avendo perduto più di quattrocento
fanti e di sessanta cavalli, oltre ai feriti. Pareano indirizzate le
mire del Toledo sopra Crescentino; il duca, ancorchè il passaggio
gli fosse quasi precluso, pure arditamente portatosi colà, fece
passar la voglia ai nemici di tentar quella terra. Seguirono poscia
altre fazioni, avendo il duca occupati varii luoghi nel Monferrato,
e all'incontro il governatore di Milano Santià e San Germano; per
la quale ultima piazza, troppo vilmente renduta, fu d'ordine del
duca tagliato il capo a chi ne avea il governo. Intanto l'autunno
cominciava colle pioggie a difficoltar il campeggiare; e perciocchè il
governatore desiderava pure di segnalarsi con qualche fatto, accadde
che il duca mosse l'armata sua per andare a postarsi alla Badia di
Lucedio: laonde fu spedita parte della cavalleria spagnuola con fanti
in groppa ad assalire la di lui retroguardia. A poco a poco si andarono
impegnando le parti ad un fiero conflitto, sostenuto valorosamente
dai ducheschi, finchè sopraggiunsero le schiere tedesche, le quali per
fianco assalirono con tal vigore i reggimenti franzesi del duca, che li
misero in fuga; nè con tutte le esortazioni e preghiere di esso duca
si poterono ritenere i fuggitivi. Andò dunque in rotta e si disperse
l'esercito duchesco, con lieve strage nondimeno, essendo restati sul
campo poco più di quattrocento uomini, circa mille feriti e ducento
prigionieri, colla perdita di undici insegne di fanteria e tre di
cavalleria: laddove dalla parte degli Spagnuoli solamente vi perirono
cento soldati, ed altrettanti furono i feriti. Dopo di che l'armi del
governatore occuparono varii luoghi e spezialmente Gattinara, di modo
che venne Vercelli a restar come bloccato. Intanto dalla parte del mare
il signor di Broglio avea mossa guerra a Nizza; in Savoia tuttavia si
vivea con sospetti del duca di Nemours; molti Franzesi dell'armata
duchesca chiedevano congedo, e quel che più afflisse il duca, fu
l'essere stato imprigionato in Parigi il _principe di Condè_, principal
suo sostegno e speranza nei presenti travagli.
Trovavasi perciò il duca Carlo Emmanuele sbattuto dalla fortuna da
tutte le parti; e pure l'eroico suo animo giammai non s'invilì in tante
disgrazie e pericoli. Ricorse allora all'accortezza sua, per guadagnar
tempo, al _cardinal Lodovisio_ e al signor di Bethunes ambasciatore
di Francia, facendoli muovere di nuovo proposizioni di pace con don
Pietro di Toledo, il quale volentieri vi prestò l'orecchio, parte
perchè stanco dei disagi della guerra, e parte perchè tutto gonfio
credeva di avere talmente abbassato il duca, che più non potesse alzare
il capo. In questo mentre non solamente respirò Carlo Emmanuele, ma
cominciarono anche a prendere miglior piega gli affari suoi in Savoia e
Nizza, per essere seguito un accordo col duca di Nemours. Oltre a ciò,
il re di Francia gli promise di non abbandonarlo; e i Veneziani, coi
quali egli avea fatta dianzi lega, gl'inviarono buone somme di denaro,
e promesse di settantadue mila ducati il mese, durante la guerra, in
guisa tale, ch'egli andò da lì innanzi inventando nuovi sotterfugi
per non accordare giammai alcuna delle condizioni poco onorevoli per
lui, proposte dal governatore. Parlò poscia con tuono più alto, dacchè
intese che l'esercito spagnuolo notabilmente ogni dì più scemava per
le malattie e per le diserzioni, stante il non correre le paghe. Si
ridusse poi a tale il Toledo, che gli convenne ritirar le sue truppe
dal Piemonte, con lasciar solamente ben presidiato San Germano, e con
saccheggiare e incendiare Santià. Venuto intanto il duca a scoprire che
il principe di Masserano era in trattato col governator di Milano di
prendere presidio spagnuolo, sotto le feste di Natale gli spedì addosso
il principe di Piemonte suo figlio con cinque mila fanti e mille
cavalli, che forzò quella terra a rendersi. Tali furono nel presente
anno gli avvenimenti del Piemonte.
Quanto alla guerra de' Veneziani cogli Austriaci, continuò questa senza
fatti meritevoli, che io mi fermi a raccontarli. Solamente accennerò
che ad essi Veneti riuscì nel dì 19 di marzo d'impossessarsi della
fortezza di Mascheniza, e poi di Sorisa, nido d'Uscocchi. All'incontro,
venne fatto agli Austriaci di occupar la Pontieba de' Veneziani, dove
fecero buona preda. Ma non tardò il provveditor Foscarini col conte
Francesco Martinengo a ricuperar quel luogo, e poscia ad occupar
anche la Pontieba Austriaca, posta di là dal fiume, con tutte le
mercatanzie e robe di molto valore che ivi si trovarono. Restò anche
preso dai Veneziani Caporetto, luogo d'importanza, con istrage di
alcune centinaia d'Austriaci, e ben fortificato dipoi. _Don Giovanni
de Medici_ passò in questo anno al servigio dei Veneziani con titolo
di governator generale. Nè si dee omettere che, andando in corso
nell'anno presente la squadra delle galee di Napoli nel Mediterraneo,
s'incontrò nella flotta de' Turchi, e venne furiosamente alle mani.
Dicono che si contarono affondate sei galee di que' Barbari, e sedici
altre danneggiate oltre modo dalle artiglierie de' cristiani, e che vi
rimasero estinti più di due mila Musulmani. Probabilmente la fama avrà
ingrandita questa vittoria, non sapendosi che i cristiani andassero
a contare gli estinti dell'armata nemica. Parimente dalle galee del
gran duca, correndo il mese di maggio, furono prese due turchesche,
con guadagno di più di cento mila scudi, e liberazione di quattrocento
trenta schiavi cristiani, in luogo dei quali furono posti al remo
ducento quaranta Turchi. Medesimamente vennero in potere delle galee
di Malta sette legni turcheschi colla morte o prigionia di cinquecento
giannizzeri, che vi erano sopra.
Anno di CRISTO MDCXVII. Indizione XV.
PAOLO V papa 13.
MATTIAS imperadore 6.
Già vedemmo che nella pace d'Asti fra la Spagna e il duca di Savoia fu
concordato che, in caso di inosservanza dalla parte degli Spagnuoli,
il maresciallo di Lesdiguieres dovesse accorrere in aiuto del duca.
Fece _Carlo Emmanuele_ così chiaramente conoscere il mancamento degli
Spagnuoli in questo particolare, che Lesdiguieres si credè obbligato
come persona privata a mantener la parola. Per li recenti matrimonii
regali passava allora fra le due corti di Parigi e di Madrid buona
armonia, e però i ministri di Spagna gran rumore ed opposizion faceano
alla risoluzione del maresciallo. Ma questi infine la vinse, sostenendo
che l'onor suo, e più quel della corona vi era impegnato, per sostenere
la pace fatta per ordine del re Cristianissimo. Arrivò egli dunque a
Torino nel dì 5 di gennaio dell'anno presente con sette mila pedoni
e cinquecento cavalli: soccorso, che, come venuto dal cielo, fu
accolto dal duca con gran giubilo, siccome il suo condottiere, con
ogni dimostrazione di onore e d'affetto. Erasi ritirata la principessa
di Masserano coi figli in Crevacuore, dove avea ammesso presidio
spagnuolo. Il duca, senza perdere tempo, spedì colà con assai forze
_Vittorio Amedeo_ suo figlio principe di Piemonte, che, disposte
le artiglierie, cominciò a bersagliare la piazza. Per soccorrerla
inviò il Toledo un corpo di gente sotto il comando di don Sancio
di Luna castellano di Milano, il quale, trovato ben trincierato il
principe, altro far non potè che accamparsi in vicinanza di lui. Ma
nel visitare i posti insorta una scaramuccia, restò egli ucciso, e
Carlo di Sanguinetto, mastro di campo, con un terzo di Napoletani vi fu
fatto prigione. Intanto la guernigione con capitolazione onesta rendè
il castello. Passò dipoi il duca coi figli _Vittorio_ e _Tommaso_,
con Lesdiguieres e con tutte le sue forze nel Monferrato; impiegò
ventiquattro pezzi di bombarde a battere la fortezza di San Damiano
da quattro lati. Dentro vi era un debole presidio. Mentre un dì si
dava un furioso assalto ad una parte, i difensori quasi tutti accorsi
colà ne lasciarono esposta un'altra al tentativo della cavalleria
franzese, la quale, messo piede a terra, si arrampicò sul muro. Presa
fu la terra, e tutta messa a sacco, ed anche usata crudeltà contro le
vite dei difensori. Vennero, d'ordine del duca, smantellate le mura,
affine di restar libero da quello stecco sugli occhi, venendo il caso
della restituzione. Nella città d'Alba poche munizioni, scarso presidio
si trovava. Vi fu inviato dal duca il conte Guido di San Giorgio con
sufficiente corpo di fanteria, cavalleria ed artiglieria a visitarla.
Giacchè il governator di Milano si guardava dal mettere in pericolo i
suoi, nè volle soccorrerla, dopo dodici giorni d'assedio, venne essa
città all'ubbidienza del duca, il quale s'impadronì anche di Montiglio,
terra che infelicemente anch'essa andò a sacco.
In un bell'auge erano già gli affari del duca, quando pel tanto pontare
della regina Maria madre del re Cristianissimo, ben affetta agli
Spagnuoli e alla casa Gonzaga, Lesdiguieres, per timore di perdere il
governo del Delfinato, se ne tornò di là dai monti con grave dispiacere
del duca: sennonchè da lì a poco tempo risorsero le speranze sue per
le mutazioni avvenute in Francia. Trovavasi pel favore della regina
suddetta salito si alto il Concino Fiorentino, che occupava tutta
la confidenza di lei e del giovinetto re Lodovico XIII, dipendente
tuttavia dai voleri della madre. Era costui conosciuto solamente
col nome di maresciallo d'Ancre, a cui l'invidia per l'eccedente
sua fortuna avea tirato addosso l'odio di quasi tutti i principi,
disgustati del governo della regina, sino a rivoltarsi contra del
medesimo re. Ma finalmente avvertito esso monarca onde procedessero
tanti torbidi e disordini, ordinò che l'Ancre fosse fatto prigione.
Perchè egli volle difendersi (così fu dato a credere al re), una delle
guardie l'uccise, e contro il cadavere di lui infierì dipoi la plebe
parigina. Colla morte di costui tornò la quiete nel regno; i principi
sollevati dimandarono perdono, ed ottennero grazia; e la regina madre
fu mandata a Blois in riposo. Vittorio Siri, fra gl'Italiani, ed alcuni
ancora degli scrittori franzesi, non han lasciato senza apologia la
memoria dell'Ancre, confessandolo immeritevole d'un sì lagrimevol fine.
Sperò allora il duca Carlo Emmanuele di essere meglio assistito. Ma
intanto _don Pietro di Toledo_ governator di Milano sì grossi rinforzi
avea ricevuto dalla Fiandra e da don _Pietro di Girona_ duca di Ossuna
vicerè di Napoli, che fu creduto ascendere l'esercito suo adunato a
venti mila fanti e cinque mila e cinquecento cavalli. Fu parere di
un saggio sperimentato capitano che per cogliere nel vero si avesse
ordinariamente a detrarre quasi un terzo del decantato numero delle
armate. Ora il Toledo con tante forze, senza neppure comunicar i
suoi disegni al consiglio, all'improvviso, passata la metà di maggio,
comparve sotto Vercelli; e fu sì inaspettato questo colpo, che quattro
compagnie di cavalli, uscite di quella città per ispiar gli andamenti
de' nemici, restarono tagliate fuori e disperse. Al primo avviso di
queste novità fu sollecito il duca a spedire mille e cinquecento fanti
ed alcune compagnie di cavalli, con degli ingegneri, che a man salva
entrarono in Vercelli. Ma essendo già formati i trincieramenti, e dato
principio all'espugnazione di quella città, volle il duca spignere colà
cinquecento cavalli, cadauno con un sacchetto di polvere in groppa; e
se n'ebbe ben a pentire. Perciocchè assaliti e respinti dalle milizie
spagnuole, accidentalmente s'attaccò fuoco a quella polve, e con
miserabil spettacolo, a riserva di cinquanta, gli altri morirono pel
fuoco, o si annegarono nella vicina Sesia, o abbrustoliti rimasero
prigionieri. Altri tentativi fece il duca per introdurre soccorsi,
massimamente di polve da fuoco, in quella città, e male di tutti gli
avvenne. Una memorabil difesa intanto faceva il presidio duchesco,
e per quanti assalti dessero gli Spagnuoli, venivano sempre con gran
mortalità respinti. Vi perirono fra gli altri il signor di Quen mastro
di campo de' Valloni, don Alfonso Pimentello generale della cavalleria,
don Luigi da Leva, Ottavio Gonzaga, il mastro di campo Cerbellone, il
conte di Montecastello, don Garzia Gomez generale dell'artiglieria, ed
altri uffiziali che io tralascio. Nulla dico delle lor soldatesche,
le quali, tra per le ferite e per le malattie patirono un notabil
deliquio. Essendo persistito quell'assedio dal dì 24 di maggio sino
al dì 26 di luglio, fatta un'onorevole capitolazione, ne uscì la
guernigion duchesca, e cedette il posto alla spagnuola. Le stanche
milizie furono appresso mandate ai quartieri.
Intanto lentamente procedeva per terra la guerra de' Veneziani contro
gli Austriaci, quando una nuova ne fu loro suscitata per mare dal
duca d'Ossuna vicerè di Napoli. Nemico egli dichiarato del nome
veneto, ed insieme voglioso di dar braccio alla casa d'Austria, fece
un bell'armamento di galeoni, o, vogliam dire, vascelli, e li inviò
nell'Adriatico sotto il comando di Francesco Riviera Granatino, per
fare una diversione alle armi venete. Immantinente ancora la repubblica
unì diciotto galee sottili, due galeazze e sette galeoni, e spintele
in mare, fece ritirare in fretta il Riviera a Brindisi. Fu allora
che gli Uscocchi, animati dal movimento de' Napoletani, uscirono con
assaissime barche in mare, e presero quanti legni mercantili ebbero
la disavventura di cader sotto le loro unghie, giugnendo coloro a far
prede fino sui lidi della città di Venezia. Ma più che mai ostinato
il duca d'Ossuna in questa impresa, a forza di nuovi aggravii e
gabelle radunato assai danaro, accrebbe sì fattamente la sua flotta,
che giunse ad avere trentatrè galee e diecinove galeoni, tutti bene
armati di soldatesca veterana, e inoltre di quattro altre migliaia
di combattenti. Ne fu generale don Pietro di Leva, e voce correa che
volessero procedere contro la stessa città di Venezia: voce al certo
troppo boriosa, ma per cui i saggi Veneziani non lasciarono di far
tosto le dovute provvisioni, con accrescere di fortificazioni e di
guardie le bocche delle lagune, dando perciò l'armi a tutto il popolo.
Passò il capitan generale, ossia provveditor veneto, Gian-Giacomo
Zane a Liesina colla sua flotta, composta di quaranta galee sottili,
quaranta barche lunghe, sei galeazze e quindici galeoni; ma quantunque
più di venti mila persone si contassero in essa, pure appena tre
mila ve ne erano di addottrinate nel mestier dell'armi. Arrivò colà
anche l'armata dell'Ossuna; e quando ognun si aspettava un fiero
combattimento, al quale si erano preparati gli Spagnuoli, il general
veneto inaspettatamente si ritirò nel porto, lasciando indietro una
tartana che restò preda de' nemici. Dalla forza de' venti trasportato
il Riviera verso la Dalmazia, s'incontrò in dieci galee e due barche
grosse de' Veneziani due delle quali galee, chiamate maone, siccome
ancora le barche, erano cariche di merci. Ebbero la fortuna di salvarsi
sette di quelle galee; ma le due maone colle due barche ed una galea
andarono precipitosamente ad afferrare il lido: con che fuggirono
gli uomini in terra; ma i legni rimasero in poter degli Spagnuoli
con tutte le merci e danaro, il valsente delle quali (forse non senza
millanteria) si fece ascendere ad un milione di ducati. Presero essi
dipoi diversi altri legni carichi di merci e di vettovaglie, perchè
liberamente scorreano pel golfo, senza che il provveditor Zane si
volesse affrontar con loro: perlochè fu dipoi processato, ma anche per
buone ragioni assoluto in Venezia. Perchè in questi tempi si aprì un
maneggio di pace alla corte di Madrid, il re Cattolico ordinò che si
ritirasse dall'Adriatico la sua flotta. Ma giunti in soccorso della
repubblica quattro mila e trecento Olandesi, guidati dal conte Giovanni
di Nassau, allora i Veneziani varcarono il Lisonzo, e tentarono di
passare sotto Gorizia. Dappertutto trovarono forti ostacoli, laonde vi
perirono molti lor bravi uffiziali, e fra gli altri Orazio Baglione e
Virginio Orsino di Lamentano. Anzi fu creduto che tra per il ferro e
per le malattie trenta mila soldati veneti lasciassero ivi la vita;
laddove degli Austriaci ne mancarono (per quel che ne fu detto)
solamente quattro mila.
Trattavasi intanto alla gagliarda di pace nella corte di Madrid,
essendo perciò giunte colà le procure tanto della repubblica veneta,
che di Carlo Emmanuele duca di Savoia nella persona di Pietro Gritti
ambasciator veneto, andando ben d'accordo d'interessi queste due
potenze. Furono bensì stabiliti gli articoli dell'accomodamento; ma a
ratificarli si trovarono renitenti non meno i Veneziani, che il duca
di Savoia e il duca di Mantova. I primi richiedevano la restituzione
delle prede fatte dal duca d'Ossuna, e voleano garante della pace
il re Cristianissimo. Il duca di Savoia, perchè pretendeva che la
restituzion di Vercelli precedesse al disarmo. Quel di Mantova stava
forte in richiedere il pagamento dei danni sofferti nel Monferrato, e
troppa ripugnanza sentiva a perdonare al conte Guido di San Giorgio.
Si giocò un pezzo colla più fina politica e con incredibili raggiri in
questi trattati, e vi ebbero a perdere la tramontana e la pazienza i
ministri del papa e del re di Francia, ansanti sempre di ridurre gli
alterati animi alla concordia. Ma ecco sopraggiugnere in Piemonte verso
il principio d'agosto il maresciallo di Lesdiguieres (benchè senza
approvazione del re Cristianissimo, per quanto si fece poi credere),
il conte d'Auvergne generale della cavalleria di Francia, il duca
di Roano, i conti di Candale, Schombergh, ed altra fiorita nobiltà
franzese, con buone brigate di fanteria e cavalleria; siccome ancora
il marchese di Baden, e il principe d'Ainault con molti Tedeschi, e
tre mila Bernesi, tutti in soccorso del duca di Savoia. Rinvigorito
da queste forze il duca, uscì in campagna, e nel dì primo di settembre
prese d'assalto la terra di Felizzano, dove circa mille e cinquecento
Trentini rimasero, parte tagliati a pezzi, parte prigioni. Quindi
s'impadronì di Quattordici, Refrancor, Ribaldone, Soleri, Corniento
ed altri luoghi dell'Alessandrino; poscia di Annone e della rocca
d'Arasso: per li quali progressi il Toledo governator di Milano,
impotente a campeggiare, si trovava in non lieve imbroglio. Ma ne
fu liberato dai monarchi di Francia e Spagna, che daddovero voleano
la pace d'Italia. Però nel dì 6 di settembre questa fu conchiusa,
con istabilire che il duca di Savoia restituisse tutto l'occupato
nello Stato di Milano, e nel Monferrato, e disarmasse; ed altrettanto
facesse ancora il governator di Milano; essendo rimesse all'imperadore
le pretensioni della casa di Savoia contro quella di Mantova. Per
conto dei Veneziani, l'_arciduca Ferdinando_, già divenuto re, dovea
restituire ogni luogo tolto ad essi, e slontanare gli Uscocchi da
Segna e dalle vicinanze del mare; siccome ancora i Veneziani doveano
restituire ogni luogo occupato agli Austriaci. Mostrossi dipoi adirato
il senato veneto contra de' suoi ministri, che aveano acconsentito a'
suddetti articoli; e il duca di Savoia per varie ragioni ricalcitrò.
Ma convenne cedere al re Cristianissimo, che risentitamente nè comandò
l'esecuzione, e fece anche arrestare in Lione per questo l'ambasciator
Contarino. E perciocchè i Veneziani non s'erano mai voluti ritirare
dall'assedio di Gradisca, e questa oramai agonizzava, il governator di
Milano ostilmente entrò nei territorii di Bergamo e di Crema, e recò
eccessivi danni a quegl'innocenti popoli. Da questa diversione risultò
la salute di Gradisca.
Era tornata in Lombardia e nel Friuli la calma mercè della
pace suddetta, ma non cessò per questo la burrasca nelle parti
dell'Adriatico. Aveano i Ragusei dato ricetto e viveri all'armata
navale del duca d'Ossuna; amareggiati perciò i Veneziani ordinarono
alla loro armata navale di danneggiar le terre di quella repubblica.
Essendo ricorsi quei di Ragusi all'Ossuna, spedì egli di nuovo il
Riviera alla lor difesa con una squadra di galee e galeoni armati
di tutto punto. Nel dì 10 di novembre furono a vista le due nemiche
flotte. La veneta era di lunga mano superiore all'altra in numero
di legni, ma non assai fornita di marinaresca, nè di combattenti.
Nel dì seguente le artiglierie diedero principio in lontananza alla
lor sinfonia. Ma non si venne mai all'abbordo; perciò, dopo aver
la capitana spagnuola cagionato gran danno colle bombarde e colla
moschetteria alle navi nemiche, talmente si sgomentarono le soldatesche
venete, che, per quanto facesse e dicesse il prode lor generale
Veniero, non ne potè avere ubbidienza. Cresciuto poi il vento, si
separarono le due armate; la veneta verso l'Albania e Schiavonia, con
perdersi cinque delle sue galee sottili per la furia del mare, e la
spagnuola a Manfredonia e Brindisi. Ebbero poscia il meritato gastigo
gli uffiziali veneti che aveano mancato al loro dovere. Il Veniero
fu premiato. Non tanto per isventare altri tentativi che potesse
far l'Ossuna, quanto per risarcire il suo onore, il senato veneto
immediatamente formò una maggiore armata navale di vascelli e di altri
legni da guerra, sì bella e potente, che da gran tempo non se ne era
veduta una somigliante, e vi imbarcò, oltre ad altre milizie, tre
mila Olandesi. Corse questa flotta per tutto il golfo anche nell'anno
seguente, senza trovare nemico alcuno, perchè l'Ossuna non si arrischiò
da lì innanzi a fare il bravo per mare. Ma quella guerra ch'egli
non potè più fare apertamente ai Veneziani, insidiosamente non cessò
egli di continuarla contra di loro nel cuore della stessa Venezia,
siccome diremo. Trovavasi in questi tempi l'_imperador Mattias_
senza successione; neppure ne aveano i due suoi fratelli, cioè gli
arciduchi Alberto e Massimiliano. Però l'_arciduca Ferdinando_ Aglio
del fu _arciduca Carlo_, pensando per tempo ai proprii interessi,
e ad assicurare per sè la corona imperiale, dopo avere ottenuta dai
suddetti due arciduchi una cessione, assistito dalla corte di Madrid,
si diede a tempestare Mattias, perchè almeno gli cedesse il titolo di
re di Boemia. Non sapeva indursi il buon imperadore a veder vivente il
funerale della sua autorità. Tuttavia, prevalendo l'esempio di quello
stesso che egli avea fatto, e molto più le premure del re Cattolico,
aggiunto il timore che potesse uscir fuori dell'augusta casa di Austria
lo scettro imperiale, si arrendè, ed adottò esso Ferdinando in figlio,
con riserbare a sè l'amministrazione degli Stati. Fu dunque Ferdinando
solennemente coronato re di Boemia nel dì 29 di giugno. Erasi nei tempi
addietro incapricciato _Ferdinando Gonzaga duca_ di Mantova di Camilla
Erdizina Casalasca, ed era giunto a sposarla. Se ne svaghì egli dipoi,
secondo il costume di chi fa simili salti; e furono trovate ragioni
per far dichiarare illegittimo e nullo quel matrimonio. Ciò fatto,
cercò ed ottenne in moglie _Caterina de Medici_, sorella di _Cosimo
II gran duca_ di Toscana. Nel dì 16 di febbraio del presente anno si
solennizzarono le loro nozze.
Anno di CRISTO MDCXVIII. Indizione I.
PAOLO V papa 14.
MATTIAS imperadore 7.
Era ben colle carte stata data la pace nell'anno precedente all'Italia,
ma non per anche si mirava l'esecuzion della stessa pace. E ciò,
perchè diffidando il duca di Savoia del Toledo, torbido governator di
Milano, e degli Spagnuoli, non si sapea risolvere a disarmare, sempre
temendo di essere beffato, e che restasse ineffettuata la restituzion
di Vercelli. Nè i Veneziani dal canto loro si voleano quetare re, se
nello stesso tempo non vedeano soddisfatto al pattuito in favore del
duca lor collegato. Oltredichè, un fiero ondeggiamento tuttavia durava
fra essi e il _duca d'Ossuna_, facendo questi continue istanze che la
repubblica ritirasse dal golfo la sua armata navale, e licenziasse gli
Olandesi; altrimenti minacciava con somma altura di rinnovar la guerra,
al qual fine andava tutto dì accrescendo di nuovi legni la flotta sua.
Perciò da ogni parte si rinforzavano i sospetti, nè appariva il fine
di queste turbolenze. Ma perchè _Filippo III re_ di Spagna sinceramente
desiderava la quiete; e quando anche tale non fosse Stato il sentimento
de' suoi ministri, la corte di Francia assolutamente la volea per suo
decoro, dacchè il re Cristianissimo, oltre all'essere Stato il promotor
d'essa pace, se ne era anche dichiarato garante: finalmente il _duca
Carlo Emmanuele_, assicurato da esso re della puntuale corrispondenza
degli Spagnuoli, verso la metà di aprile disarmò, e rendè le piazze
occupate. Dal canto suo ancora il governator di Milano restituì al duca
le torre d'Oneglia, Marro e San Germano, ed alcuni altri luoghi. Ma
per conto di Vercelli, la cui restituzione era il punto più importante
degli altri, non sapeva egli trovar la via di rimetterne il duca in
possesso, con isfoderare ogni dì nuove pretensioni e difficoltà. Si
superarono ancor queste; laonde nel dì 15 di giugno tornò quella città
all'ubbidienza dell'antico suo sovrano. E tal fine ebbe la presente
guerra della Lombardia, per cui rimasero in vero sommamente afflitti
ed esausti gli Stati e l'erario di esso duca, senza ch'egli avesse
guadagnato un palmo di terreno. Si guadagnò nondimeno una singolar
riputazione entro e fuori d'Italia, per essersi fatto conoscere sì
coraggioso in guerra, e sì generoso conservatore della sua dignità,
essendosi specialmente compiaciuti gl'Italiani di trovare in questo
principe chi non si voleva lasciar soperchiare dalla prepotenza
spagnuola, che in questi tempi volea dar legge a tutta l'Italia. Nella
pace suddetta erano restati indietro gli affari del conte Guido di San
Giorgio, essendo i suoi beni stati confiscati dal duca di Mantova nel
Monferrato, senza che questo principe volesse mai intendere parola di
perdono. Si fece tirar ben bene gli orecchi, ma forzato in fine fu a
rimettere in sua grazia il conte, e alla restituzion de' suoi beni per
li buoni e forti uffizii del re Cristianissimo. Protestava di molte
obbligazioni il duca di Savoia ad esso re di Francia per l'appoggio
datogli nelle passate traversie, e però sul fine di ottobre inviò a
Parigi con superbo accompagnamento il cardinal Maurizio suo figlio per
portare i suoi ringraziamenti a quel monarca, ed anche per trattare
altri affari, dei quali si parlerà all'anno seguente.
Quanto alla _repubblica veneta_, intavolò essa dei congressi coi
ministri dell'_imperadore Mattias_ e del _re Ferdinando_, per dare
esecuzione ai trattati. E infatti si provvide alla quiete e sicurezza
dello Adriatico e del commercio, con ritirar gli Uscocchi da Segna
e dal litorale, e mandarli ad abitare a Carlistot, e ad altre
frontiere de' Turchi; e il fuoco dato alle lor barche mise fine alle
lor piraterie. Pure non tornò per questo la pace nel golfo a cagion
del duca _d'Ossuna_ vicerè di Napoli. Era questo signore di un genio
sommamente stravagante e borioso; sempre meditava delle novità, nè
prendeva consiglio se non dal suo capriccio. Il calpestare la nobiltà,
il violare l'immunità delle chiese, l'imporre tutto dì gravezze ai
Napoletani, e fino il rispettar poco gli stessi ordini della corte di
Spagna, erano i frutti del suo bizzarro ingegno. Soprattutto ardeva
egli di sdegno e d'odio contro la repubblica veneta, non sapendo
sofferire che essa facesse la padrona dello Adriatico, altizzando
perciò gli altri ministri della corona ai danni dei Veneti. Sapevasi
ch'egli faceva fabbricar nuovi legni, e ne procacciava degli altri
dalla Inghilterra, con far correre voce di volerla contro i Turchi;
il che obbligò la repubblica ad aumentar le sue forze di mare. Si
venne intanto a scoprire in Venezia una terribile congiura, di cui
comunemente fu creduto autore il suddetto Ossuna, siccome personaggio
capace di strani disegni. Trattavasi di dar fuoco all'arsenale e
a varie parti della città, di pettardare e spogliare la zecca, e
il tesoro di san Marco, di uccidere i principali senatori della
repubblica, e di occupare i posti principali di Venezia. A questo
fine si erano introdotti sotto varii pretesti in quella città molti
Spagnuoli e Franzesi, comperati per sì orribil attentato, e regolati
da chi se l'intendeva coll'ambasciatore di Spagna marchese di Belmar.
Doveano comparir legni armati, i quali s'impadronissero dei porti e
passi della laguna, con accorrere dipoi i vascelli grossi del regno di
Napoli, ed accrescere la confusione nei luoghi marittimi del Friuli, e
spignere soldatesche entro la città di Venezia. Tali erano le voci e le
relazioni che corsero allora di sì inumana impresa; e il Nani ed altri,
e specialmente il signore di San Real, descrivono tutta l'orditura di
questa macchina iniqua colle più minute circostanze, come se avessero
avuto sotto gli occhi tutto il processo: il chè come sussista, non si
può intendere, al sapere che i saggi Veneti tennero sotto rigoroso
silenzio gli esami fatti in questa congiuntura, nè fecero minimo
motto per incolpar l'Ossuna, ed ammisero in consiglio l'ambasciatore
spagnuolo senza lor menoma doglianza o parola di sì orrido fatto.
Però non sono mancati scrittori che han tenuta per finta tutta quella
pretesa cospirazione, e intorno a ciò massimamente si può vedere
quanto ne lasciò scritto Vittorio Siri nelle sue Memorie recondite;
essendo sembrato ad essi che non potesse mai cadere in mente se non
di persone affatto mentecatte il disegno di prendere Venezia, città di
sì gran popolazione, e divisa da tanti canali, e con un'armata navale
all'ordine più potente di quella dell'Ossuna; oltre alla pietà del
re Cattolico _Filippo III_, il quale non è mai credibile che potesse
consentire a sì nera e detestabil vendetta. In queste tenebre altro
a me non resta da dire, se non una verità ben certa; cioè, che non so
quanti Spagnuoli e Franzesi tanto in Venezia che nelle milizie della
veneta repubblica furono presi, e parte impiccati, e parte buttati in
canal Orfano; e che infinite dicerie si fecero di questo scuro fatto,
il quale a me basta di aver semplicemente accennato. Tuttavia nella
serie dei dogi di Venezia si va colle stampe ricordando l'_orribile
congiura ordita dal duca di Ossuna vicerè di Napoli, e dal Cueva
ambasciatore di Spagna_.
Venne a morte nel marzo dell'anno presente _Giovanni Bembo_ doge di
Venezia, e in luogo suo fu eletto _Nicolò Donato_, che non tenne se non
trentatrè giorni, e forse meno, quella dignità, essendo mancato di vita
nel dì 26 di aprile. A lui succedette _Antonio Priuli_, che comandava
allora all'armi della repubblica verso Veglia; e tornato a Venezia,
con gran solennità fu ricevuto dalla nobiltà e dal popolo. Giunto era
_don Pietro di Toledo_ governatore di Milano, col tanto difficoltare
la restituzione di Vercelli e l'esecuzione della pace d'Italia (sempre
inventando nuove cabale per continuare il lucroso mestier della
guerra) talmente ad infastidire la corte di Francia, che sdegnata
del suo turbolento procedere, e pulsata anche dal duca di Savoia coi
suoi uffizii presso il re Cattolico, il fece richiamare in Ispagna,
liberando da un mal arnese la Lombardia. In luogo suo al governo di
Milano fu destinato _don Gomez Alvarez_ (o Suarez) _duca di Feria_,
personaggio che sul principio si fece credere inclinato alla pace,
perchè, appena giunto a quella città, licenziò le truppe superflue: con
che veramente parve restituita la quiete all'Italia. Non lieve influsso
ancora diedero ad effettuare, anzi ad assicurar la pace, stabilita
dagli Austriaci colla repubblica di Venezia, i movimenti della Boemia
insorti nell'anno presente. Imperciocchè gli eretici di quel regno,
massimamente per istigazione di Arrigo conte della Torre, nel dì
23 di maggio mossero a ribellione quel regno, e gittarono giù dalle
finestre del palazzo di Praga, alte quaranta braccia, i tre principali
ministri cattolici dell'_imperadore Mattias_, i quali con istupore
di ognuno e credenza di miracolo niun nocumento riportarono da sì
alto salto. Quindi ebbe origine in quelle parti una aspra guerra, che
lungamente tenne occupati esso Augusto, e _Ferdinando_ già dichiarato
re di Boemia, il quale nel luglio dell'anno presente fu anche coronato
re d'Ungheria. Parimente nei Grigioni e nella Valtellina da essi
dipendente insorsero fiere discordie civili a cagione specialmente
della lega che i Veneziani si studiavano di confermare con quei
popoli, dal che venne che mossa fu persecuzione dagli eretici contra
i cattolici. Nè si dee tacere un lagrimevol caso accaduto in essa
Valtellina nel dì 14 di settembre. Sollevossi un gran turbine non meno
nell'aria che nelle viscere della terra, per cui la terra di Pluvio,
dove si contavano due parrocchiali e sei tra monisteri e spedali, da
un vicino monte, che precipitò, rimase talmente oppressa, schiacciata e
seppellita in un momento, che di essa non restò neppure un vestigio. Di
tre mila e secento abitanti non si salvarono che quattro sole persone,
portate lungi per l'aria dall'impetuoso turbine.
Anno di CRISTO MDCXIX. Indizione II.
PAOLO V papa 15.
FERDINANDO II imperad. 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita dell'_imperadore Mattias_, principe
di buona volontà, amator della quiete, lasciando un vantaggioso nome
presso i cattolici. Discordano gli scrittori nel dì della sua morte;
ma i più assennati la danno accaduta nel dì 20 di marzo. Negli Stati
patrimoniali di casa di Austria e nei regni d'Ungheria e Boemia a
lui succedette _Ferdinando II_ suo cugino, principe a cui si era
già preparata un'ampia scuola da esercitare il coraggio in mezzo ai
disastri, a ragion della ribellione già formata dai Boemi, che si
trasse dietro la sollevazione ancora dei protestanti della Slesia,
Moravia, Ungheria e della Austria superiore. Andò sì innanzi l'ardire
de' suoi nemici, che fu in pericolo la stessa città di Vienna. In
soccorso suo _Cosimo II gran duca_ di Toscana suo cognato gl'inviò
alcune compagnie di corazze, le quali, falsificate le insegne,
e passando per mezzo alle schiere dei ribelli Boemi, felicemente
pervennero in essa città, in tempo che Ferdinando si trovava nelle sue
maggiori angustie; laonde mirabilmente servì questo aiuto per liberarlo
dall'insolente violenza di chi voleva ridurlo ad una vergognosa
convenzione. Ardevano di voglia i protestanti, ed alcuni ancora dei
principi cattolici, di trasportar l'imperio fuori dell'augusta casa
d'Austria, e fecero fin dei maneggi perchè _Carlo Emmanuele duca_
di Savoia concorresse a quell'eccelsa dignità, esibendogli inoltre
il comando dell'armi nella leva fra loro stabilita per sostenere
la sollevazione dei Boemi: tanto era il credito di questo principe
anche fuori d'Italia. Ma il re Ferdinando, essendosi portato con
un lungo giro di viaggio alla gran dieta di Francoforte, dove fu
accolto con grandissimo plauso, ebbe la fortuna di superar tutte le
difficoltà, e massimamente la opposizione dei Boemi, di maniera che
nel dì 28 d'agosto fu eletto imperadore, e nel dì 9 di settembre
coronato. Inviperiti per tale elezione gli Stati di Boemia, nel dì
29 del suddetto agosto dichiararono l'Augusto Ferdinando decaduto
da ogni diritto sopra quel regno. L'aveano già essi esibito a varii
principi, e nominatamente al predetto duca di Savoia; ma niun d'essi
volle ingerirsi in sì pericoloso acquisto. Il solo _Federigo elettor
palatino_, perchè giovane baldanzoso e pregno d'ambiziosi disegni, e
più perchè spronato da _Elisabetta_ sua consorte, (alla quale, siccome
figlia di _Giacomo re_ d'Inghilterra, parea troppo basso il suo stato
senza la corona regale), quegli fu che accettò l'offerta dei Boemi, e
da essi solennemente venne coronato nel dì 14 di novembre. Di questa
traversia accaduta alla casa d'Austria non sentirono dispiacere i
Veneziani e il duca di Savoia; ed i primi riconobbero per re di Boemia
il suddetto palatino. Ma il _pontefice Paolo V_ dichiaratosi contro di
lui, perchè eretico di credenza, promise aiuto di denari allo Augusto
Ferdinando II, in favore di cui anche _Massimiliano duca_ di Baviera,
lo _elettor di Sassonia_ ed altri principi presero l'armi.
Già dicemmo che nel precedente anno era passato a Parigi _Maurizio
cardinale_ di Savoia, figlio del duca Carlo Emmanuele. Fra i suoi
negozii il principale era quello di chiedere in moglie per _Vittorio
Amedeo_ principe di Piemonte _Cristina_ figlia secondogenita di
_Arrigo IV re_ di Francia, e sorella del regnante _Luigi XIII_,
nata nel febbraio del 1606. Ben intendeva quella corte quanto le
importasse la buona corrispondenza del duca di Savoia, principe tanto
intraprendente, in tempi massimamente, che quivi si stava in continue
gelosie degl'inquieti ugonotti; e però condiscese facilmente a questa
alleanza. Lo stesso principe di Piemonte accompagnato dal _principe
Tommaso_ suo fratello, arrivò a Parigi, e nel dì 11 di febbraio seguì
il loro sposalizio, e tornossene dipoi a Torino nel settembre, per
fare i preparamenti convenevoli al ricevimento di questa principessa.
Videsi conferito in tal congiuntura al cardinal Maurizio il grado di
protettore degli affari della Francia nella corte di Roma. In questo
mentre fu rinnovata, o pure maggiormente confermata la lega della
repubblica veneta col suddetto duca di Savoia: il che non poco increbbe
alla politica spagnuola, ben conoscente, tale unione non essere per
altro fatta che per tenere in briglia chi voleva far da assoluto
padrone dell'Italia. Vieppiù ancora si alterarono gli Spagnuoli,
perchè essa repubblica stabili, nel dì ultimo di dicembre, altra lega
difensiva colla repubblica d'Olanda.
Anno di CRISTO MDCXX. Indizione III.
PAOLO V papa 16.
FERDINANDO II imperadore 2.
Ebbe principio in quest'anno la guerra della Valtellina, avvenimento
spettante all'Italia, perchè quella valle; è compresa nel suolo
italico, siccome ancora Chiavenna e la contea di Bormio, paesi
una volta dello Stato di Milano, ma occupati già dai Reti, oggidì
chiamati Grigioni, e loro ceduti per antiche capitolazioni dai duchi
di Milano. Valle sommamente fertile e doviziosa è quella, dove nato
il fiume Adda, con poche forze va a scaricarsi nel lago Lario, ossia
di Como, con uscirne poi rigoglioso per l'accrescimento di altre
acque. Quivi s'era conservata la religion cattolica; ma tante avanie
e violenze aveano esercitato in addietro i Grigioni padroni, per la
maggior parte eretici calvinisti, contra di essi cattolici, che ne
era divenuta insoffribile la lor signoria. Avvenne, siccome poco fa
accennammo, che fra gli stessi Grigioni invalse una fiera discordia,
e nacquero fazioni, sostenendo una parte d'essi la lega proposta da'
Veneziani, e accalorata dal buon uso degli zecchini; laddove altri
teneano a visiera calata per la lega colla corona di Francia. In queste
turbolenze, che costarono la vita ai più riguardevoli del partito
veneto, cominciò secretamente a soffiare e a stendere le mani anche
il duca di Feria governator di Milano, perchè persuaso che tornasse
in manifesto pregiudizio degl'interessi della Spagna la confederazion
di quei popoli colla repubblica veneta. Ora avendo fatto ricorso a
lui i cattolici della Valtellina, con rappresentargli le tiranniche
ingiustizie e crudeltà usate contra di loro dagli eretici Grigioni,
non si potea presentare un titolo più vistoso alla pietà spagnuola che
questo, per imprendere la lor protezione, e per incoraggirli a scuotere
il giogo. Ma sotto il manto della religione giudicarono i politici
che si nascondesse il desiderio e disegno di riunir quei popoli con
lo Stato di Milano. Sapeva il governatore quanto la corte di Francia
fosse contraria ai maneggi de' Veneziani per la lega da essi con gran
calore bramata e procurata; e però maggiormente si animava ad entrare
in questo ballo, per la speranza che i Franzesi nol frastornerebbono in
tale impresa; e tanto più perchè nuova guerra civile si risvegliava in
quel regno fra i cattolici ed ugonotti nei tempi correnti. Copertamente
dunque animati i Valtellini alla rivolta, con promettere loro il suo
appoggio, nel dì 19 di luglio del presente anno presero l'armi, ed
uniti colla fazione opposta ai Veneziani, s'impadronirono di Sondrio,
Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina, e misero a fil
di spada quanti eretici caddero nelle lor mani, e non furono pochi.
Spinse allora scopertamente il duca di Feria in aiuto d'essi molte
schiere d'armati, condotte da Gian-Maria Paravicino, da Cristoforo
Carcano e da don Girolamo Pimentello generale della cavalleria leggiera
dello Stato di Milano. E quindi si venne ad accendere un'aspra guerra
in quelle parti.
Ricorsero i Grigioni per aiuto agli eretici di Berna e Zurigo, e
non vi ricorsero in vano. Ricevuto da essi un gagliardo rinforzo di
combattenti, con parte d'essi munirono di buon presidio Chiavenna,
e con gli altri si mossero per ricuperare la Valtellina. Varii
combattimenti ne seguirono, che io non posso fermarmi a descrivere,
bastandomi solo di dire che riuscirono svantaggiosi ai Grigioni, e che
restò quella valle col contado di Bormio in poter de' cattolici; laonde
il duca di Feria si affrettò di alzar varii forti ai confini non men di
essi Grigioni, che de' Veneziani, giacchè questi ultimi apertamente con
danari davano braccio agli eretici, e gli animavano a discacciar di là
l'armi spagnuole. Grande inquietudine cagionò questo movimento degli
Spagnuoli in tutti i principi d'Italia, e massimamente nei suddetti
Veneziani. Imperciocchè, dividendo la Valtellina lo Stato di Milano
dal contado del Tirolo, se ne fossero restati padroni gli Spagnuoli,
s'apriva loro una sicura comunicazione con gli Stati germanici della
casa d'Austria, per poterne trarre aiuti, qualora se ne presentasse
loro il bisogno, senza passare per paese altrui. E all'incontro veniva
a serrarsi la porta a quei soccorsi che la repubblica veneta ed altri
principi potessero sperare dalla Francia, dagli Svizzeri e da altre
potenze oltramontane. E però i Veneziani sopra gli altri s'impegnarono
in favore dei Grigioni, per escludere dalla Valtellina le armi di
Spagna. Nè pur lo stesso _papa Paolo V_, tuttochè per proteggere il
cattolicismo in quelle contrade fosse pronto a somministrar buone
somme di danaro, sapea consentire che in poter degli Spagnuoli venisse
o restasse quel paese. Pertanto furono proposti varii ripieghi, e
spezialmente ebbe plauso la proposizion di lasciare in libertà la
Valtellina, e di formare d'essa un cantone da aggiugnersi agli altri
cinque cantoni degli Svizzeri cattolici. Tanto ancora declamarono
i ministri della repubblica veneta alla corte di Parigi contro gli
ambiziosi pensieri del duca di Feria, ossia della Spagna, che il re
Cristianissimo fece passar premurosi uffizii, ed anche proteste alla
corte di Madrid, per isventar le mine del medesimo duca, che pareano
indirizzate a mettere in ischiavitù l'Italia. Passò poi il resto
dell'anno in varii negoziati, proposti dai ministri del papa e del re
di Francia per trovare onesto ripiego alla Valtellina, acciocchè vi
restasse in salvo la religion cattolica, e si contentassero della sola
protezion d'essa gli Spagnuoli.
Curiosa fu in quest'anno la scena del duca d'Ossuna vicerè di Napoli.
Di mirabil ingegno avea la natura provveduto questo personaggio. I
suoi spiritosissimi detti e fatti, gl'ingegnosi rescritti ai memoriali
delle persone, la vivacità del suo talento in ogni occasione, erano
pregi in lui che si tiravano dietro l'ammirazione di chiunque allora
il conobbe, e son tuttavia pascolo della nobil curiosità, perchè
tramandati ai posteri in un libro intitolato il _Governo del duca
d'Ossuna_. Ma questo cervello trascendentale tutto dì macchinando idee
di novità, e facendo uno stravagante governo con insoffribil aggravio
de' popoli, quanto riempieva di meraviglia gli spettatori delle sue
azioni, tanto apriva l'adito alle gelosie dei vicini, e fabbricava
a sè stesso un processo nella corte di Madrid. Era egli giunto a far
conoscere quanto potesse il regno di Napoli, coll'aver tenuta in piedi
un'armata di venti galeoni di alto bordo e di venti galee tutte ben
armate, oltre a tanti altri legni da trasporto. Avea mantenuti sedici
mila combattenti, dati soccorsi agli Austriaci di Germania e allo Stato
di Milano; e tutto ciò senza vendere un briciolo del reale patrimonio,
ma con ispremere a furia il sangue di que' popoli. Colla repubblica di
Venezia come si fosse egli adoperato, già l'abbiano veduto; minacciava
anche i Turchi, e si studiava di guadagnar l'affetto della plebe di
Napoli, con opprimere intanto i nobili, e tener milizie straniere al
suo soldo. Non cessava la nobiltà napoletana di far segrete doglianze,
e di portar accuse contra di lui alla corte del re Cattolico; e i
saggi Veneziani sotto mano anch'essi faceano penetrar colà dei brutti
ritratti dell'Ossuna, come d'uomo che fosse dietro a cangiare il
ministero in principato. Divulgossi ancora ch'egli avesse comunicato
questo disegno al duca di Savoia, sapendo quanto egli fosse disgustato
degli Spagnuoli, affine di unir seco le forze e discacciare d'Italia
questa nazione. Probabilmente nulla di vero contenne si fatta diceria,
per varie ragioni, e massimamente perchè l'onore, massima primaria
de' signori spagnuoli, non si dee credere che avesse preso il bando
dal cuor dell'Ossuna. La verità non di meno si è, che si accesero
forti sospetti nella corte del re Cattolico, e si pensò daddovero a
richiamarlo in Ispagna. E perchè scoperta da lui l'intenzion della
corte, con regali e maneggi si studiava di continuar nel governo,
vieppiù crebbero nei primi ministri le diffidenze, e fu perciò creduto
che per timore di trovare in lui disubbidienza, non dalla Spagna, ma da
Roma si trovasse lo spediente di mandargli il successore. Il _cardinal
Borgia_ fu scelto per questo; ma l'Ossuna con quanti artifizii potè
procurò di frastornare la di lui comparsa, inventando in questo mentre
varie arti per accumular danari, e prorompendo in altri atti, che
sembravano indizii d'animo inclinato a qualche furiosa mutazione.
Ma restò burlata quella gran testa da un prete, siccome egli poi con
amarezza andò dicendo, lagnandosi forte di lui. Accostossi il Borgia
sull'entrar di maggio a Napoli, sempre mostrando di trovar giuste le
ragioni dell'Ossuna, il quale assai risoluto comparve di non dimettere
per allora il governo, sì per le minaccie de' Turchi, come per le
turbolenze interne del regno. Esibivasi il cardinale unicamente di
essergli di aiuto e sollievo; ma perciocchè stava il duca saldo nel
suo proposito, l'accorto porporato con intelligenza d'alcuni nobili più
coraggiosi, segretamente entrò una notte nella fortezza di Castelnuovo;
e comunicato il suo arrivo anche ai governatori delle altre due di
Sant'Ermo e dell'Uovo, improvvisamente allo spuntar dell'alba colla
salva delle artiglierie diede segno alla città del nuovo suo vicerè.
A questa salva andarono per terra tutte le trame ordite dall'Ossuna,
per indurre il popolo a non accettare il Borgia. Imbarcatosi dipoi
lo stesso Ossuna, sbarcò in Provenza, e per terra passò alla corte di
Spagna, dove sostenuto dagli amici, e dalla pecunia seco recata, trovò
buon volto e carezze nel re, finchè, mancato di vita nel susseguente
anno esso monarca, venne meno anche la fortuna del medesimo duca, il
quale, imprigionato in un castello, quivi dopo qualche mese, non si sa
il come, finì i suoi giorni.
Non erano senza fondamento i sospetti decantati dall'Ossuna di qualche
invasione di Turchi nel regno di Napoli, bench'egli stesso forse ne
fosse stato il promotore co' suoi armamenti, e col tanto minacciar
le coste della Turchia. Scommetterei ancora che non mancò qualche
malevolo che attribuì ai segreti maneggi suoi la mossa di que' cani,
per farsi conoscere alla sua corte troppo necessario in questi tempi al
governo di quel regno. Sbarcò nel mese di agosto la flotta turchesca ai
lidi della città di Manfredonia nella provincia di Capitanata; prese
quella città, la saccheggiò, e ne condusse via gran copia d'anime
battezzate dell'uno e dell'altro sesso. Nè si dee tacere che l'armi
dell'_imperador Ferdinando_, congiunte con quelle di _Massimiliano
duca_ di Baviera, di _Gian-Giorgio elettor_ di Sassonia, e d'altri
principi, si affrettarono a ricuperar la Boemia occupata, siccome
dicemmo, da _Federigo elettor_ palatino del Reno, gran calvinista.
Nello stesso tempo per ordine del re di Spagna, il _marchese Ambrosio
Spinola_, generale dell'armi dell'_arciduca Alberto_ in Fiandra, si
mosse con poderoso esercito alla volta del Palatinato inferiore, e
quivi occupò varie città. Poscia nel dì 9 di novembre in vicinanza di
Praga si venne ad un terribil fatto d'armi fra la lega Cattolica, e il
suddetto usurpator Palatino. Toccò una fiera sconfitta ai Boemi, le cui
conseguenze furono la presa e il sacco di Praga, e la fuga con pochi
dell'efimero re palatino, il quale dopo lunghi giri coll'ambiziosa sua
moglie passò in Olanda, a mendicar ivi il pane da quella repubblica,
e da _Giacomo re_ d'Inghilterra suocero suo. Fu poi ricuperata
nell'anno seguente dall'Augusto Ferdinando la Slesia con gli altri
paesi ribellati, e gli restò solamente il peso della Ungheria, occupata
da Bethlem Gabor. Per assistere in questi bisogni all'imperadore con
soccorsi d'oro, il _pontefice Paolo V_ gravò di decime l'uno e l'altro
clero. Nel dì 15 di marzo dell'anno presente seguì la solenne entrata
in Torino di _Cristina di Francia_, sorella del re Cristianissimo
_Lodovico XIII_, maritata in _Vittorio Amedeo_ principe di Piemonte.
Sontuose feste furono ivi fatte in tal congiuntura, alle quali
concorse anche l'_infanta Isabella_ principessa di Modena, e sorella
d'esso principe, accompagnata nel viaggio dal _cardinal Maurizio_ suo
fratello.
Anno di CRISTO MDCXXI. Indizione IV.
GREGORIO XV papa 1.
FERDINANDO II imperadore 3.
Ebbe di grandi faccende in questo anno la morte. Primieramente il
pontefice _Paolo V_ dopo quindici anni, otto mesi e tredici giorni di
pontificato, e dopo uno stabile tenor di vita religiosa e limosiniera,
fu chiamato da Dio ad un miglior paese. Dappoichè sui principii del
governo suo ebbe conosciuto che la bravura non era più un mestier da
papa, fu sempre amator della pace, impiegando i suoi pensieri nella
conservazione ed aumento della religione cattolica, nella riforma
del clero secolare e regolare, e nell'ornare sempre più di magnifiche
fabbriche l'impareggiabil città di Roma. Soprattutto attese ad ampliare
la basilica Vaticana, tempio perciò divenuto una delle maraviglie
del mondo. Quanto egli operasse in questa impresa, esigerebbe non
poche carte. Son da vedere intorno a ciò il vescovo Angelo Rocca, i
padri Oldoino e Bonanni della compagnia di Gesù. Insigni memorie di
magnificenza lasciò ancora nella basilica Liberiana, dove spezialmente
si ammira la cappella Borghese. Accrebbe di varie fabbriche il palazzo
del Quirinale. Dal territorio di Bracciano tirò con insigne acquedotto
per lo spazio di quarantacinque miglia, abbondanti e perenni acque per
sovvenire al bisogno della parte trasteverina della città. Tralascio
altre sue nobili fatture, per le quali fu sommamente benemerito di
Roma, delle quali si trova il catalogo e la descrizione nella di lui
vita composta dal Padre Bzovio dell'ordine dei predicatori. La sola
taccia che fu data al suo pontificato, si ridusse all'esorbitante
profusione ne' nipoti, i quali e dentro e fuori di Roma fabbricarono
palagi sì superbi, che gareggiavano con quei dei re. Il solo principe
di Sulmona nipote suo giunse ad avere rendite annue di cento, e vi
ha chi dice di ducento e più mila scudi, oltre il danaro in cassa.
Nè è da stupirsene. Il _cardinal Borghese_, dianzi chiamato Scipione
Caffarelli, figlio di una sorella del papa, e ministro dispotico
della sacra corte, tutto quanto veniva a vacare, lo conferiva ai
parenti suoi: del che pubbliche erano le doglianze. E però ebbe a
dire Andrea Vettorelli di questo pontefice: _Si una caruisset nota,
largitione nempe in suos, Beatissimis comparandum fuisse omnes
fatentur_. Convengono tutti i più accreditati scrittori che la di lui
morte avvenne nel dì 28 di gennaio dell'anno presente, e questo si
raccoglie ancora dalla sua iscrizion sepolcrale, che difettosa poi si
legge nell'edizion dell'Oldoino, dove il dì 28 per errore di stampa
è divenuto il dì 22. Entrati nel concistoro i porporati, parve sul
principio che il _cardinal Pietro Campor_i Modenese, portato dalla
fazion Borghese, avesse a riportare indubitatamente il pallio; ma
mutato all'improvviso parere, si rivolsero i voti alla persona del
_cardinale Alessandro Ludovisio_ di patria Bolognese ed arcivescovo
d'essa città, che nel dì 9 di febbraio restò eletto papa, e prese il
nome di _Gregorio XV_. Era egli personaggio di vita esemplarissima,
perito nella scienza delle leggi ecclesiastiche e civili, esperto negli
affari del mondo, di tal benignità e modestia ornato, che lo stesso
popolo romano con uno straordinario plauso diede risalto maggiore alla
di lui elezione, sperando di vedere rinato in lui l'altro glorioso
pontefice bolognese _Gregorio XIII_. S'era già introdotto che i papi, e
massimamente se vecchi, quale appunto era esso Gregorio XV, eleggessero
uno dei nipoti cardinale, a cui poscia si conferiva il titolo di
primo ministro, e volgarmente veniva appellato il _cardinal padrone_.
Pertanto non tardò il novello pontefice, nel dì 15 di febbraio, a
fregiar colla sacra porpora il nipote _Lodovico Ludovisio_, giovane
di gran talento, che sollevò da lì innanzi il quasi settuagenario zio
dalle fatiche e regolò gli affari non men con lode che con arbitrio
supremo.
S'affollarono tosto addosso al nuovo papa i ministri di Francia,
Spagna, Venezia e Savoia, per interessarlo vivamente nelle controversie
della Valtellina; nè fu egli pigro a scrivere di proprio pugno lettera
premurosa al re Cattolico _Filippo III_, esortandolo a tagliare il
corso a quella pendenza, minacciante oramai un'asprissima guerra
in Italia. Ma non andò molto che lo stesso monarca delle Spagne fu
sottratto dalla morte nel dì ultimo di marzo ai pensieri ed imbrogli
dei mondo, con lasciar dopo di sè una illustre memoria della sua
scrupolosa pietà e buon volere, ma una molto infelice del suo governo.
Imperciocchè o per poca abilità o per troppo amore alla quiete,
avendo lasciato in balia dei favoriti, e massimamente di _Francesco
duca di Lerma_ (che nel 1618 creato fu cardinale da Paolo V) tutto
il reggimento, parve che null'altro conservasse per sè fuorchè il
titolo di re. Perciò sotto di lui decaduta la monarchia spagnuola da
quel colmo di riputazione ed autorità, in cui la lasciò _Filippo II_
suo padre, andò poi maggiormente declinando per tutto il presente
secolo. A lui succedette _Filippo IV_ suo figlio primogenito, verso
di cui nè pur era stata assai liberale di belle doti la natura. Oltre
all'età di sedici anni, che il rendea poco atto all'amministrazion
degli affari, più cuore mostrava egli ai divertimenti geniali che alle
serie applicazioni; e però anche sotto di lui colla depression de'
precedenti continuò la disordinata fortuna di altri favoriti; anzi
questa si ridusse ad un solo, cioè a _don Gasparo di Guzmano_, _conte
di Olivares_, il quale, avendo ottenuto il titolo di duca, si fece poi
pomposamente nominare il conte duca, e riuscì un cattivo arnese di
quella sì potente monarchia. Fece fine ai suoi giorni anche _Cosimo
II gran duca_ di Toscana nel febbraio di quest'anno. Fu principe di
elevato ingegno, liberale, benigno ed amato dai popoli, ma sì mal
fornito di sanità, che quasi sempre fece alla lotta colle infermità;
laonde, nulla gustando della sua grandezza, invidiava la condizione de'
privati sani. I figli restati di lui furono _Ferdinando II_ proclamato
gran duca, _Gian Carlo_, che fu poi cardinale, _Leopoldo_, fregiato
anch'egli della porpora, _Mattias_ e _Francesco_, ed oltre a due altre
femmine, _Margherita_ maritata in _Odoardo duca_ di Parma. Perchè il
nuovo gran duca era tuttavia in età pupillare, presero la di lui tutela
il _cardinal Carlo_ suo zio, e l'avola Lorenese _Caterina_, e la madre
Austriaca _Maria Margherita_. Nè si dee tacere che nel dì 13 di luglio
cessò parimente di vivere in Fiandra _Alberto arciduca_, con vere
lagrime compianto da quei popoli che un placido governo aveano provato
sotto di lui. L'_infanta Isabella_ sua moglie, da cui non avea tratta
prole alcuna, tosto prese l'abito monastico, restando nulladimeno
governatrice di nome di que' paesi. Il _marchese Ambrosio Spinola_
godeva ivi il comando dell'armi; e perciocchè, essendo terminata la
tregua fra la Spagna e gli Olandesi, di nuovo si riaccese la guerra,
quel prode generale passò in quest'anno ad assediare Giulliers; del
che io nulla altro dirò, se nonchè dopo mirabili pruove del suo saper
militare se ne impadronì, con aver precluso l'adito ad ogni soccorso
del conte Maurizio di Nassau.
Intanto il _duca di Feria_ governator di Milano, che sosteneva con
vigore in Lombardia il credito della corona di Spagna, dall'un canto
seguitava a fabbricar nuovi forti nella Valtellina, e dall'altro
sempre facea giocar le proteste d'essere pronto a demolir tutto, e di
atterrare infino quel di Fuentes, benchè piantato nella giurisdizione
dello Stato di Milano. E denari ed artifizii seppe egli adoperar sì
a proposito, che mise la disunion fra gli stessi Grigioni, e parte
di essi ancora tirò nel febbraio ad una capitolazione o lega, che non
fu poi accettata dagli altri; anzi gl'incitò a maggior sollevazione,
con restar vittima del loro furore non pochi Cattolici, e spogliate
le chiese con altri assai gravi disordini, senzachè gli eretici la
perdonassero a quel lor nazionali che si erano accordati col duca
di Feria. Riuscì in questo mentre al Bassompiere, ambasciatore di
Francia spedito a Madrid, d'indurre il nuovo _re Filippo IV_ e il
consiglio di Madrid ad un accordo, per cui nel dì 25 d'aprile restò
determinato che la Valtellina tornasse in poter dei Grigioni, ma colla
conservazione della religion cattolica in quelle parti: al che eziandio
condiscese il nunzio pontificio. Ma questo trattato venne da tante
parti attraversato, che ne andò per terra l'esecuzione, soffiando
tutti i litiganti contra di esso. Al duca di Feria non si può dire
quanto dispiacesse il vedere in un fascio tutte le macchine sue per
l'ingrandimento della potenza spagnuola. Ne erano assai disgustati
anche i Veneziani, perchè veniva troncata con esso ogni lor pretensione
della lega col Grigioni. E gli stessi Grigioni vi trovarono più di un
motivo di rigettarlo. Il perchè, risoluti essi Grigioni di ricuperar
colle proprie forze la Valtellina, furiosamente uscirono in campagna
con più di dieci mila combattenti, ma disordinati e mal capitanati, che
al primo rimbombo delle artiglierie spagnuole nella contea di Bormio,
presi da terror panico, diedero alle gambe. Per questa invasione
il duca di Feria dalle parti del Milanese, e l'_arciduca Leopoldo_
da quelle del Tirolo mossero le lor armi. S'impadronì il primo di
Chiavenna, e l'altro delle valli d'Engedina e di Parentz e d'altri
siti, e poscia della stessa città di Coira, con rimetter ivi il vescovo
che dianzi ne era Stato cacciato. Sicchè sempre più venne a peggiorar
la fortuna dei Grigioni, provandone anche un incredibil dispiacere
i Veneziani, che miravano crescere ogni dì più i lor pericoli per
li felici progressi degli Austriaci. E pure, contuttochè sommamente
abbisognassero del braccio del papa e della Francia per liberar la
Valtellina dalle unghie spagnuole, e tanto il pontefice _Gregorio XV_
che il re _Lodovico XIII_ si prevalessero di questa congiuntura per
indurli coi più caldi uffizii a ricevere in lor grazia i gesuiti; pure
s'incontrò in quel senato un'insuperabile resistenza a tal petizione.
Era tuttavia vivo il famoso fra Paolo Sarpi lor teologo, essendo egli
mancato di vita solamente nell'anno seguente. Probabilmente non li
dovette consigliare che fossero indulgenti in questo caso. Merita il
_cardinal Roberto Bellarmino_ della compagnia di Gesù che si faccia qui
menzione della morte sua, accaduta nel dì 17 di settembre dell'anno
presente, con lasciare un celebratissimo ed immortal nome sì per li
suoi libri pieni di singolar dottrina, che per le sue rarissime virtù
morali e cristiane. Uomo in tutto mirabile, e che più onore compartì
alla porpora, che la porpora a lui.
Anno di CRISTO MDCXXII. Indizione V.
GREGORIO XV papa 2.
FERDINANDO II imperad. 4.
Già era tornato a Milano il _duca di Feria_, come trionfante per le
conquiste e vittorie sue nella Valtellina, e più non degnava d'un
pensiero la capitolazione segnata in Madrid fra il suo re e quello
di Francia. Ma i Veneziani, che più degli altri principi aveano
questo interesse a cuore, altamente strepitavano in tutte le corti, e
massimamente in Roma e a Parigi, rappresentando come troppo svelati i
misteri della politica spagnuola, che, sotto l'ombra di proteggere la
religione cattolica della Valtellina, erano chiaramente incamminati a
slargar le ali e, coll'ingoiar quello Stato, ad opprimere la libertà
d'Italia, mettendo un forte catenaccio a quella porta per cui possono
calare i soccorsi stranieri. _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, sì
perchè principe avido sempre di nuove guerre, e che non potea sofferire
gl'ingrandimenti della Spagna, e la baldanza dei ministri di quella
corte; si ancora per suoi particolari riguardi, e per l'alleanza sua
colla veneta repubblica, cominciò vigorosamente a procurar una lega
fra il re Cristianissimo, la repubblica veneta e lui. Essendo venuto a
Lione esso re di Francia, il duca insieme col principe di Piemonte suo
figlio e colla nuora Cristina, sorella del medesimo re, colà si portò
ad inchinare la maestà sua, da cui ricevette molte finezze. Perorò egli
molto contro l'avidità degli Spagnuoli, e si esibì di concorrere ad
una lega con dieci mila fanti e mille cavalli; ma ritrovò che nel cuore
di quel monarca aveano troppo polso i riflessi della stretta parentela
col re Cattolico e la guerra viva contro gli ugonotti, non mai quieti
nelle viscere del suo regno. Tornò il duca nel dì 17 di novembre ad
abboccarsi col re in Avignone. Tutto quel che per ora tanto egli che
i Veneziani ottennero, fu che il re Lodovico fece parlar alto dai
suoi ministri alla corte di Spagna, acciocchè si desse esecuzione al
trattato di Madrid per gli affari della Valtellina. Perciò si rinforzò
il negoziato fra i ministri delle due corone, intervenendovi sempre
anche il nunzio pontificio: e siccome era stato fatto il progetto di
depositar la Valtellina con tutte le fortezze in mano del papa, oppure
del gran duca, o del duca di Lorena, senza che per anche si fosse
arrivato a fissare chi ne avesse da essere il depositario; così la
maggiore applicazione si rivolse ad effettuare il proposto deposito. Ma
intanto i Grigioni, ora inviliti, ora temerarii, pensarono ad ottener
colla forza ciò che amichevolmente s'era dietro a procurar colla
destrezza nei gabinetti. Però mossi a furore, ed animati dai veneti
zecchini, benchè i più armati di soli bastoni a foggia di mazze, si
diedero a ricuperar i luoghi dall'armi dell'_arciduca Leopoldo_, e
quanti Tedeschi trovarono nei presidii, tutti li sacrificarono alla
lor collera, a riserva di quei ch'erano alla guardia di Maienfelt
e di Coira, i quali rifugiati ne' castelli, si renderono con patti
onesti. Ma nel settembre si cangiò scena, perchè le truppe arciducali
diedero una sconfitta ad essi Grigioni e agli Svizzeri loro ausiliarii,
e ricuperarono Maienfelt e Coira con altri importanti luoghi. Seguì
poscia una sospension d'armi, e continuò nelle corti il filo pacifico
de' trattati.
Attento il _pontefice Gregorio XV_ non solo alla difesa, ma anche
all'accrescimento della religion cattolica, istituì nel giugno
dell'anno presente una congregazione di cardinali, appellata _de
propaganda fide_, e le assegnò varie rendite: congregazione rinforzata
maggiormente dipoi da altri aiuti, onde singolar vantaggio è poscia
provenuto e proviene alla religione cristiana. Di somma consolazione
riuscì ancora ad esso papa e a tutto il cattolicismo l'occupazione
della città d'Eidelberga, capitale del Palatinato inferiore, tolta
all'eretico _Federigo elettor palatino_, al cui esercito e de' suoi
collegati fu data una gran rotta, talmente che egli di nuovo fu ridotto
ramingo e alla disperazione, siccome posto al bando dell'imperio
e abbandonato da tutti. Trovavasi in questi tempi vedovo e senza
successione l'_Augusto Ferdinando_, e però ricercò in moglie _Eleonora
Gonzaga_ sorella di _Francesco duca_ di Mantova. Furono celebrate le
di lui nozze nel febbraio dell'anno presente. Sul principio di marzo
terminò i suoi giorni _Ranuccio I duca_ di Parma e Piacenza, sorpreso
da improvviso male. Il suo funerale non fu accompagnato dalle lagrime
d'alcuno, giacchè coll'aspro suo, anzi crudele governo, s'era egli
sempre studiato di farsi piuttosto temere che amar da' suoi popoli.
Perchè gran tempo passò che _Margherita Aldobrandina_ sua moglie non
produceva frutti del suo matrimonio, s'era messo in pensiero di far
abilitare alla successione de' suoi Stati Ottavio suo bastardo. Ma
divenuta feconda la duchessa, gli partorì poi _Alessandro_ mutolo,
_Odoardo_ e _Francesco Maria_, che fu poi cardinale, oltre a due
principesse, _Maria_ e _Vittoria_, che furono poi duchesse di Modena.
La nascita di questi principi fece poscia eclissar l'amore di Ranuccio
verso dell'illegittimo Ottavio; e perciocchè questi era giovane di
alti spiriti, ed universalmente amato dai Parmigiani e dagli altri
sudditi, il duca suo padre, siccome principe pregno sempre di sospetti
e gelosie, dubitando d'intelligenze e di pretensioni dopo sua morte
al ducato, il confinò nella terribil rocchetta di Parma, sepoltura
de' vivi, dove da lì ad alquanti anni miseramente diede fine al suo
vivere. Perchè la sordità e mutolezza rendevano incapace di governo il
primogenito Alessandro, succedette in quel ducato _Odoardo_, marito di
_Margherita_ figlia di _Cosimo II gran duca_ di Toscana.
Per esempio ancora e cautela ai posteri, degna è qui di memoria
l'infelice morte di Antonio Foscherini, cavaliere e senator veneto, che
accusato di aver tenute corrispondenze segrete con istranieri ministri,
pubblicamente terminò col capestro la vita. Siccome lasciarono scritto
il cavalier Nani, Vittorio Siri ed altri, per le insidie passate e per
le turbolenze presenti, la veneta repubblica (sempre per somiglianti
delitti gelosissima ed inesorabile) gran credito diede ai sospetti,
e troppa fede agli accusatori e testimonii; laonde precipitosamente
si venne alla sentenza di morte. Ma fu fatto morire un innocente: il
che casualmente dopo qualche tempo si venne a scoprire. Perciocchè
in leggere un processo, per cui venivano certuni convinti di false
testimonianze, si risovvenne uno del consiglio de' dieci che un di
costoro avea testimoniato contro del senatore suddetto. Preso costui,
confessò di aver concertata la calunnia per cogliere il lucro proposto
a chi rivela delitti di Stato; laonde egli ne ebbe con gli altri il
meritato gastigo. Fu poi pubblicato un editto, che restituiva all'onor
primiero il giustiziato cavaliere, e tutta la sua nobilissima casa; ma
senza che si restituisse per questo la vita a chi per un sì mal fondato
e mal pesato processo l'avea già indegnamente perduta. È da lodar lo
zelo per la salute della patria, ma questo dee ben sempre camminar con
somma circospezione, affinchè gl'innocenti non soggiacciano alle pene
riserbate solo ai veri delinquenti. E che un caso tale abbia aperti gli
occhi a quei saggi signori, si è assai conosciuto dipoi, ed anche ai
giorni nostri se ne son vedute le pruove.
Anno di CRISTO MDCXXIII. Indizione VI.
URBANO VIII papa 1.
FERDINANDO II imperadore 5.
Avea il duca di Baviera Massimiliano nella guerra mossa contro Federigo
elettor palatino, siccome dicemmo, fatto l'acquisto d'Eidelberga e di
tutto il Palatinato inferiore. In essa città si trovava un'insigne
biblioteca di antichi codici scritti a mano, ebraici, greci, latini
e d'altre lingue, raccolti, per quanto fu divolgato, da tutti i
monisterii di quella provincia, introdotta che vi fu l'eresia. Attento
il pontefice Gregorio a profittar anch'egli dell'altrui naufragio, sì
per qualche ricompensa de' sussidii prestati al duca in quell'impresa,
come ancora per la pretensione che appartenesse alla santa Sede quel
tesoro di manuscritti, come spoglio di luoghi sacri, fece gagliarde
istanze di ottenerli, e il duca vi condiscese. Scrivono alcuni che
la persona inviata dal papa ad Eidelberga per trasportar que' codici
a Roma, a cagion della poca sua accortezza, lasciò sfiorar quella sì
riguardevole libreria, essendone stati asportati i codici migliori. Non
pochi certamente se ne trovano nella imperiale biblioteca di Vienna.
Di poca attenzione per questo fu accusato Leone Allacci, uomo di gran
credito per la sua erudizione e per tanti libri dati alla luce, giacchè
a lui fu appoggiata l'incombenza suddetta. Non cessavano intanto i
maneggi della repubblica veneta e del duca di Savoia alla corte del re
Cristianissimo, per trarre dalle mani degli Austriaci la Valtellina,
e gli altri paesi occupati nella Rhetia. E perchè si scorgeva troppo
manifesto l'artificio degli Spagnuoli di dar sempre belle parole, senza
mai venire ai fatti, finalmente sul principio di febbraio fu conchiuso
a Parigi di adoperar mezzi più forti per terminar questa briga. Si
stabilì dunque una lega del _re Lodovico XIII_, della _repubblica
veneta_ e del _duca_ suddetto, affin di obbligare tanto il _re
Cattolico_ che l'_arciduca Leopoldo_ a rimettere in pristino le cose
de' Grigioni, salva sempre nella Valtellina la religione cattolica. Non
sembra che la corte di Francia nudrisse vera voglia d'impiegar le sue
armi in questo litigio, e fu piuttosto creduto che il solo strepito
della formata confederazione metterebbe il cervello a partito agli
Austriaci, siccome appunto avvenne. Era già stato altre volte messo in
campo il partito di consegnare in deposito al papa tutte le fortezze
occupate o fabbricate dagli Austriaci nella Rhetia e Valtellina,
acciocchè la santità sua le guernisse con presidio suo proprio, e
tenesse quel paese finchè fosse assicurato il punto della religione
d'essa Valtellina per l'avvenire. Ora il _re Filippo IV_ nel dì 17
del suddetto febbraio spedì l'ordine che si dovesse far la consegna
d'esse fortezze, forse lusingato dalla speranza di far anche buon
mercato col mezzo d'un pontefice, in cui non si potea presumere molta
inclinazione ai Grigioni seguaci dell'eresia. Ripugnavano a questo
impegno i cardinali per timore che entrasse in un labirinto la dignità
della santa Sede, stante non poter ella trattare con essi Grigioni,
e il rischio di disgustar infine alcuna delle potenze interessate.
Ma i nipoti del papa, siccome pensionarii della Spagna, col forte
motivo di risparmiare una guerra all'Italia e di poter meglio accudire
agl'interessi della religione nella Valtellina, trassero la santità
sua ad accettare il deposito. Pertanto nel mese di maggio spedì il
pontefice _don Orazio Ludovisio_ suo fratello, creato sui primi giorni
del di lui pontificato generale della Chiesa, e poscia divenuto duca di
Fiano, che con cinquecento cavalli e mille e cinquecento fanti nel dì
6 di giugno prese il possesso dei forti della Valtellina, e dopo molti
contrasti anche di Chiavenna e della Riva. Nel qual tempo l'arciduca
Leopoldo ritirò il presidio da altri luoghi della Rhetia: con che per
ora si tolsero i semi di una grave perturbazione alla Lombardia; e
tutti i negoziati per tal pendenza si ridussero alla corte di Roma,
giacchè a lei era rimessa la deliberazione di questo affare.
Perchè il papa dopo il deposito parve che non si affrettasse, come
bramavano i Franzesi, a sentenziare sulla Valtellina, e andava
prolungando i negoziati, non mancò gente maliziosa che sognò in
lui inclinazione a ritener quel dominio per la Chiesa romana, o a
trasferirlo ne' suoi nipoti. Ma a questi lunarii e sospetti mise fine
la morte che nel dì 8 di luglio rapì alla terra esso _Gregorio XV_
pontefice degno di più lunga vita, e glorioso per non avere ommessa
diligenza veruna per sostenere la religion cattolica in Germania, e
la quiete in Italia. Neppur egli dimenticò di arricchire, per quanto
potè, la propria casa, ma con onesti mezzi. Impetrò specialmente dal
re Cattolico che si maritasse con un suo nipote l'unica figlia ed erede
del principe di Venosa, che portò in dote un'annua rendita di quaranta
mila ducati in tanti feudi del regno di Napoli. Nè poco contribuì
a questo ingrandimento il _cardinale Lodovico Ludovisio_ nipote, il
quale, per risparmiare al pontefice zio le brighe spinose del governo,
le assunse egli, lasciando che il papa si divertisse in ascoltar
le accademie istituite da lui nel palazzo, alle quali interveniva
con piacere, siccome persona dottissima e amante dei professori
delle lettere. Questo cardinal padrone nondimeno riportò lode d'aver
esercitata la giustizia, e mantenuta l'abbondanza de' viveri e grani
in Roma, in tempi di notabil carestia, ed esercitata in varie maniere
la sua pietà e la sua carità verso de' poveri. Acquistò poi la casa
Ludovisia l'insigne principato di Piombino, che ultimamente, per
mancanza della medesima, è ricaduto col mezzo della madre Ludovisia
in _don_ _Gaetano Boncompagno_ duca di Sora. Avea il pontefice
Gregorio pubblicato nell'anno 1621 due riguardevoli costituzioni
intorno all'elezione de' romani pontefici, che anche oggidì servono
di norma ai conclavi per procedere con voti segreti in quel delicato
impiego. Adunato pertanto il sacro collegio, concorsero nel dì 6
d'agosto i concordi voti, dove meno inclinava l'opinion dei politici
e dei curiosi, cioè nella persona _del cardinal Maffeo Barberino_
di patria Fiorentino, non senza stupore di chiunque mirava caduta la
sacra tiara in un personaggio di età di soli cinquantacinque anni e di
complessione molto robusta, con rimaner troncate le speranze ai vecchi
cardinali di giugnere a maneggiar le chiavi di san Pietro. Era questo
porporato uomo di amenissimo ingegno, ed eccellente massimamente nelle
lettere umane, ed assai versato negli affari di Stato, per gl'impieghi
importanti da lui sostenuti con gran decoro in addietro. Prese egli
il nome di _Urbano VIII_; e contuttochè nelle prime apparisse in lui
disposizione a farla da padre comune senza veruna parzialità, pure
tardò poco a trapelare in lui non lieve inclinazione alla Francia,
ed unione con chi sofferiva mal volentieri la prepotenza de' ministri
spagnuoli. Trovossi ben tosto il nuovo pontefice in molte angustie a
ragion dell'impegno preso dall'antecessore della Valtellina; giacchè,
disputandosi a chi dovesse toccare il mantenimento di que' presidii,
ne voleano per onore tutto il peso gli Spagnuoli, mentre all'incontro
pretendeano anche i Franzesi per loro decoro concorrere alla metà
della spesa; e intanto, senza mai accordarsi, venne a restar quella
milizia tutta a carico della sola camera apostolica. Fioccavano poi le
istanze di Francia, Venezia e Savoia, per ultimar questo affare, e il
papa non ne trovava la via, per non tirarsi addosso il disgusto della
corte di Madrid. Però con varii dibattimenti, ma senza conclusione
alcuna intorno a quegli affari, passò l'anno presente. Merito grande
s'era acquistato coll'imperador _Ferdinando II_ il cattolico duca
di Baviera _Massimiliano_ pel suo valore in avere restituito alla
casa d'Austria il regno della ribellata Boemia, ed avere atterrato
l'eretico palatino _Federigo_, tuttochè della propria casa. Volle
l'Augusto signore premiarlo, e compensarlo ancora per le immense spese
fatte in difesa sua; e però, oltre all'avergli dato il dominio del
Palatinato superiore, trasferì eziandio in lui nel dì 25 di febbraio
la dignità elettorale, tolta già al duca _Gian-Federigo_ suo antenato
dall'imperador Carlo V. A tal disposizione gran contrasto fecero
alquanti principi, e massimamente i protestanti; ma infine ebbe
adempimento la cesarea volontà, con singolar approvazione della corte
di Roma. Pagò nel dì 12 d'agosto dell'anno presente il tributo della
mortalità _Antonio Priuli_ doge di Venezia, e in luogo suo fu eletto
_Francesco Contarino_. Venne parimente a morte _Federigo della Rovere_
principe d'Urbino, unico figlio di _Francesco Maria duca_ di quelle
contrade; nè del suo matrimonio con _Claudia de Medici_ figlia di
_Ferdinando I gran duca_ di Toscana (la qual poscia passò alle seconde
nozze coll'arciduca Leopoldo) altra prole restò che una picciola
principessa per nome _Vittoria_. E perciocchè non v'era apparenza che
il vecchio duca potesse più avere successione legittima maschile, la
corte di Roma cominciò tosto ad adocchiar quel ducato, come Stato
vicino a ricadere alla camera apostolica, e a far preparamenti per
assicurarsene in avvenire il dominio.
Anno di CRISTO MDCXXIV. Indizione VII.
URBANO VIII papa 2.
FERDINANDO II imperadore 6.
_Armando di Plessis di Richelieu_, già vescovo di Luzzon, s'era saputo
così bene introdurre nella grazia di _Maria de Medici regina_ vedova
di Francia, e poscia del _re Luigi XIII_, che dopo la riconciliazione
della madre col figlio fu introdotto nel real consiglio, ed arrivò
a lasciarsi indietro ogni altro ministro della corona, e a diventar
l'arbitro di quella corte. Mirabile era la penetrazion del suo ingegno,
la sua attività, la sua accortezza; e maggiormente crebbe il credito
e l'autorità di lui, dappoichè al merito suo personale s'aggiunse il
lustro della sacra porpora, conferitagli da _papa Gregorio XV_ nel
dì 5 di settembre del 1622. E siccome egli nulla altro meditava che
di rimettere in miglior sistema e riputazione la corona di Francia,
che parea scaduta per la melensaggine del precedente ministero, e
specialmente ardiva di voglia di reprimere la da lui appellata baldanza
dell'una e dell'altra casa d'Austria; così pensò agli affari della
Valtellina, e a muovere altri turbini in Italia contra degli Spagnuoli.
A questo l'incitavano ancora le doglianze continue de' _Veneziani_ e
di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, nel cui capo non aveano mai posa
i desiderii di nuove guerre, e soprattutto di vedere alle mani tra
loro i due monarchi di Francia e Spagna, per isperanza di profittare
della lor disunione. Affin di potere con più sicurezza promuovere i
suoi grandiosi disegni, il Richelieu fece un trattato cogli Olandesi,
e felicemente ridusse a buon termine il matrimonio di _Enrichetta_
sorella del re Lodovico con _Carlo principe di Galles_ figlio di
_Giacomo re_ della Gran Bretagna, avendone impetrata la dispensa
dalla santa Sede per li vantaggi che si sperava averne da provenire
alla religione cattolica nella monarchia inglese. Erano fin qui stati
fluttuanti i negoziati per la Valtellina; perciocchè avea bensì il
_pontefice Urbano VIII_ abbozzato un accomodamento, per cui fosse
restituita ai Grigioni quella provincia colla reintegrazione e garanzia
della religione cattolica; ma perchè si era preservato il passo libero
per quelle parti ai vicendevoli soccorsi delle due potenze austriache
(punto egualmente disapprovato dalla Francia e dalla repubblica
veneta), restò priva d'effetto la buona volontà e determinazione della
corte di Roma. Pertanto, a tenore de' maneggi del duca di Savoia,
tenuta fu una gran conferenza in Susa fra esso duca e il _Lesdiguieres_
gran contestabile di Francia, e gli ambasciatori di Venezia, dove si
sottoscrisse la lega della Francia, repubblica veneta e duca di Savoia,
per liberar la Valtellina. Nè qui si fermò il corso delle pretensioni.
Fremeva forte esso duca contro la repubblica di Genova, sì perchè
era stato suppiantato da essa nell'acquisto fatto del marchesato di
Zuccherello sui confini del Piemonte, il quale dalla camera imperiale
fu aggiudicato ai Genovesi, e sì ancora perchè in Genova era trascorsa
la plebe in alcuni dileggiamenti della persona del medesimo duca. Ma
quel che più l'accendeva a romperla co' Genovesi, era la facilità da
lui ideata di conquistare un buon tratto del loro dominio. Propose
dunque alla Francia, come maniera più acconcia di deprimere il fasto
spagnuolo in Italia, la conquista della città di Genova e della riviera
di Levante, che dovessero venire in preda a' Franzesi, restando a lui
quella di Ponente. Forse crederà taluno che non fossero approvati da'
Franzesi tutti questi ideali progetti. La verità non di meno è ch'egli
imbarcò la corte di Francia anche in sì vistoso disegno, e che non meno
i Franzesi che i Veneziani si servirono qui di un ripiego della creduta
fina politica. Imperciocchè i Franzesi voleano solamente entrarvi come
ausiliarii del duca, dei Grigioni e Svizzeri collegati, senza dichiarar
guerra aperta alla Spagna; e i Veneziani intendeano anche essi di
somministrar danari e munizioni per la Valtellina, ma con ritenere per
quanto potessero le loro milizie ai confini dello Stato di Milano, e
senza approvare i disegni contra di Genova.
Accordate che furono in questa guisa le pive, si diedero i collegati a
preparar l'opportuno armamento. Intanto i Franzesi non parlavano alla
corte di Madrid se non di pace, e di un amichevole temperamento per
finir quella briga: il che fu cagione che per quanto il duca di Feria
governator di Milano scrivesse lettere sopra lettere, rappresentando
le mene da lui scoperte degli alleati, e insistendo per soccorsi, pure
fossero sempre valutate per soli spauracchi le di lui insinuazioni.
Dall'altro canto il re Cristianissimo fece vieppiù incalzare il
pontefice, affinchè o determinasse in breve la controversia della
Valtellina, ovvero rinunziasse al deposito, rimettendo le fortezze
ai Grigioni, oppure agli Spagnuoli; altrimenti intendeva di aver le
mani slegate, e di essere in libertà di valersi di mezzi efficaci
per sollievo dei Grigioni suoi collegati. Ma il papa, tra perchè
i Valtellini faceano replicate istanze di sottomettersi al dominio
pontificio (canto che non dispiaceva alle orecchie romane), e per
la persuasione che niun de' principi cattolici avesse da perdere
il rispetto alle bandiere di San Pietro, andava barcheggiando,
senza venire a risoluzione alcuna. Intanto il marchese di Coeuvres,
ambasciatore del re Cristianissimo, colle calde sue insinuazioni, e
molto più colla potente retorica del danaro franzese e veneto, mosse
gli Svizzeri e i Vallesani a far leva di gente, ed animò i Grigioni
alla sollevazione. Sul fine poi di novembre il marchese suddetto, di
pacifico ambasciatore divenuto capitano guerriero della lega, messosi
alla testa delle truppe adunate, improvvisamente entrò nella Rhetia, e
dopo avere sloggiate da alcuni posti le truppe dell'arciduca Leopoldo,
passò nella Valtellina, cominciando ad impossessarsi di que' luoghi,
che non poteano fare resistenza. Non sapea darsi pace Niccolò Guidi
marchese di Bagno, luogotenente generale delle armi pontificie in
quella provincia, che un ministro di Francia procedesse sì avanti con
vilipendio della dignità della santa Sede, e ne fece delle replicate
doglianze. Ma poco stette a veder comparire lo stesso marchese di
Coeuvres sotto Tirano, dove, come in luogo più forte, teneva il Guidi
il maggior suo presidio. Perchè non si fidava degli abitanti di quella
terra, si ritirò esso marchese di Bagno nel castello. Seguirono delle
ostilità; ma perchè giunsero artiglierie spedite da' Veneziani, il
Guidi nel dì 8 di dicembre capitolò, che se per tutto il dì 10 seguente
non gli arrivava soccorso, cederebbe il castello, ed egli colle sue
genti se ne tornerebbe negli Stati della Chiesa. Nel dì 11 se ne andò
il Bagno, e con poca fatica da lì innanzi il Coeuvres s'impadronì di
Sondrio, Morbegno, Bormio, in una parola, di tutta la Valtellina,
a riserva di Riva ben guernita dagli Spagnuoli, non senza biasimo
degli uffiziali e soldati del papa, che come pecore si lasciarono
cacciar dai luoghi capaci di buona difesa. Gente non di meno vi fu, e
specialmente in Ispagna, che sospettò un segreto concerto del papa co'
Franzesi di lasciarsi forzare, per isciogliere una volta quel nodo,
giacchè _Urbano VIII_ non avea mai approvato l'impegno preso dal suo
predecessore _Gregorio XV_. Ciarle furono tutte queste. Certo è che
di grandi esclamazioni e vere querele fece il papa a Parigi per tale
invasione e violenza all'armi sue, ma senza voler entrare in più gravi
e dispendiosi risentimenti. Più ancora ne fecero gli Spagnuoli. Il
_cardinale di Richelieu_, parte con parole dolci, parte colle brusche,
si cavò fuori d'intrico, e seguitò francamente le tele precedenti per
effettuare gli altri suoi disegni.
Anno di CRISTO MDCXXV. Indizione VIII.
URBANO VIII papa 3.
FERDINANDO II imperadore 7.