Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione

proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere

sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle

trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso

Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà

di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo

un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai

rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una

relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca

in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere

quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati,

dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran

concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua

destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè

non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè

fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator

di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli,

siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare

il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi

sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono

di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse

l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le

sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e

diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote,

il quale già abbiam veduto passato alla corte del re Cristianissimo.

Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse,

è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo

in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor

pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina,

cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa

degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che

sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non

andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.

Mi darà licenza il lettore che io vada brevemente ora accennando

gli affari della Fiandra e dell'Ungheria, perchè in fine assai

condottieri, uffiziali e milizie italiane ebbero parte anch'essi in

quelle guerre. Un bel regalo della buona fortuna parea all'_arciduca

Alberto_ l'acquisto fatto della Fiandra; ma gli restava una dura

pensione, cioè la guerra tuttavia viva cogli Olandesi, assistiti dalla

regina d'Inghilterra. Non ommise l'_imperadore Rodolfo_ di spedire

ambasciatori a fin di smorzare sì lungo incendio in quelle parti, e

seguirono eziandio molte conferenze; ma in fine le cose restarono

nel piede di prima. Trovavasi intanto l'arciduca sprovveduto di

quell'importante ingrediente, senza di cui chi vuole far guerra contra

di chi può resistere, può aspettarsi ogni sinistro evento. Per mancanza

appunto di paghe si ammutinarono in parte le milizie spagnuole, e

l'esempio loro si trasse dietro ancor quello delle italiane. Profittò

il conte Maurizio di Nassau di questo disordine, e s'impadronì di

Vacthendonch e del forte di Crevacuore, e poi di quello di Sant'Andrea.

Uscito di nuovo in campagna nel mese di giugno, inaspettatamente andò

a mettere l'assedio a Neoporto. Avendo l'arciduca trovata maniera di

ammansar gli ammutinati, si mosse per dar battaglia al Nassau, che in

questi tempi godeva, e con ragione, il concetto di essere uno dei più

prodi e sperti generali di armata. Perchè la cavalleria dei cattolici

sulle prime si disordinò e rovesciossi addosso alla fanteria, andò

sconfitto tutto l'esercito dell'arciduca, con perdita della gente più

fiorita e veterana. Vi perirono o restarono prigioni molti uffiziali

di conto, e fra gli altri e Italiani morti il cardinal Bentivoglio vi

conta un suo fratello e un nipote, giovani amendue di venti anni. Con

tutta nondimeno questa gran percossa, essendo riuscito ai cattolici

d'introdurre dipoi un soccorso di gente e di viveri in Neoporto, il

Nassau fu obbligato a ritirarsi da quello assedio. Federigo Spinola che

con quattro galee rondava per que' lidi, ed avea già recati non pochi

danni all'armata olandese, continuò ad infestar la lor gente imbarcata,

mentre si ritiravano.

In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e il pontefice mandò danari

in soccorso de' cristiani. Fu anche chiamato colà da Mantova don

Ferrante Gonzaga, siccome persona celebre pel suo valore e per la sua

sperienza militare, e dichiarato governatore dell'Ungheria superiore.

Perchè mille tra Valloni e Franzesi si trovavano di presidio in

Pappà, nè poteano aver le paghe, giunsero a tanta viltà e perfidia,

che venderono quel forte luogo ai Musulmani. Ciò riferito ai capitani

imperiali, volarono a cignere d'assedio quella piazza, e con sì

frequenti assalti la tempestarono, che ducento Franzesi ivi restati

presero la fuga di notte; ma scoperti, furono tutti parte uccisi e

parte fatti morire, dopo averli straziati con inuditi tormenti. Fu

assediata da' Turchi la città di Canissa, e tentò bene il _duca di

Mercurio_ generale delle armi cesaree di soccorrerla; seguì ancora

un caldo conflitto con essi; ma di più far non potè perchè poco era

ubbidito dai capitani. Nel ritirarsi da que' contorni, ebbe egli

nella retroguardia una fiera spelazzata dai Tartari, con perdita

di molta gente, cannoni e carriaggi. Perciò Canissa, dianzi creduta

fortezza inespugnabile, cadde nelle griffe degl'infedeli. Nel maggio di

quest'anno seguì l'accasamento di _Margherita Aldobrandina_ pronipote

del papa, in età di tredici anni, con _Ranuccio duca_ di Parma, venuto

per questo a Roma. Non parve ad alcuni sì riguardevole alleanza assai

conforme alla moderazione fin qui mostrata dal pontefice verso de'

suoi, nè al decoro della casa Farnese. Certamente non riuscì felice,

perchè non avendone ricavati que' vantaggi che sperava, ne seguirono

disgusti, l'amore si convertì in odio, la stima in disprezzo, e

finalmente la parentela in aperta nemicizia: accidente che, secondo il

cardinale Bentivoglio, perturbò il papa stesso e in maniera che, per

opinione comune, e tanto più presto e con tanto più lamentevol esito ne

seguì alfin la sua morte.

Anno di CRISTO MDCI. Indizione XIV.

CLEMENTE VIII papa 10.

RODOLFO II imperadore 26.

Tanto finalmente si adoperò il _cardinal Aldobrandino_, che nel dì

17 di gennaio del presente anno gli riuscì di far segnare la pace

in Lione ai plenipotenziarii del re Cristianissimo e del duca di

Savoia. Consistè la sostanza dell'accordo in questo, cioè che il _re

Arrigo_ rilasciava in pieno potere e libero da ogni pretension della

Francia il marchesato di Saluzzo colle città e castella di Cental,

Demont e Roccasparaviera; e all'incontro il duca rilasciava al re in

proprietà il Bugey, Valromay e Gex colle rive del Rodano da Ginevra

fino a Lione, alla riserva del ponte di Gresin, con rendergli anche

la città Castellania e Torre del Ponte di Casteldelfino. Pretese

dipoi il duca che i ministri suoi avessero oltrepassato le misure del

mandato, e si mostrò per qualche tempo renitente alla ratificazione,

probabilmente perchè pasciuto di speranze dal governator di Milano,

che era dietro a mettere insieme una poderosa armata. Forse ancora il

ritenevano certi maneggi per far ribellare la città di Marsilia, che

poscia andarono in fumo. Ma in fine, trovandosi egli burlato dagli

Spagnuoli, sottoscrisse l'accordo. Il bello fu che in esso il duca si

pretese gravemente pregiudicato, perchè il paese da lui ceduto era di

molto superiore in ampiezza e in rendite al marchesato di Saluzzo, e

si dichiarò mal soddisfatto del cardinale che avea in certa maniera

forzati i suoi ministri a sottoscrivere. All'incontro, non pochi dei

politici franzesi, e massimamente il cardinale d'Ossat, non sapeano

digerire che il re avesse per mira di un vil guadagno perduta la chiave

ossia la porta d'Italia, quale appunto era Saluzzo: il che tornava

in troppo vantaggio del duca e degli Spagnuoli. In somma si dicea:

_Che il re avea fatta una pace da duca, e il duca una pace da re. Che

il re avea trattato da mercatante, e il duca di Savoia da principe_.

Scontentissimi ancora si mostrarono di questo accordo i Veneziani e

il gran duca, al veder chiusi i passi da lì innanzi ai soccorsi della

Francia; e fu detto che esibirono grosse somme di danaro per disfare

il già fatto. Ma il re, che voleva oramai riposare e goder le delizie

del suo regno, non ne volle sentir parlare. Ed, all'incontro, il duca,

tuttochè declamasse contro di una pace comperata sì cara, pure ebbe di

che consolarsi per aver cacciati di là dai monti i Franzesi, i quali

in tanta vicinanza di Saluzzo non gli lasciavano mai godere, per così

dire, un'ora di tranquillità nei suoi Stati d'Italia. A lui pareva

sempre di udire il tamburo di Carmagnola, fortezza di quel marchesato,

troppo vicina a Torino.

Non ostante la pace suddetta, parve strano ai principi d'Italia,

spezialmente alla repubblica veneta, che nè il duca Carlo Emmanuele

disarmasse, e molto meno lo facesse don Pietro Enriquez conte di

Fuentes, governatore di Milano, il quale anzi ogni dì più facea massa

di gente in quello Stato, credendosi che ascendesse quell'armata

a trenta mila combattenti, cioè a quattro mila Svizzeri, otto mila

Tedeschi, altrettanti tra Napoletani e Spagnuoli, sei mila Lombardi,

due mila cavalli leggieri, oltre agli uomini d'arme, con gran

preparamento di artiglierie, munizioni e carriaggi. Essendo in concetto

il conte di Fuentes di cervello torbido ed inquieto, nacque gelosia

in tutti i confinanti; e perciò i Veneziani fra gli altri fecero un

non lieve armamento in terra ferma, e un preparamento di molte galee.

Ma ossia che sventasse in Francia la mina fabbricata dal conte contro

Marsilia con intelligenza del duca di Savoia, o che per l'impresa

d'Algeri, e per dar soccorsi all'imperadore in Ungheria e all'arciduca

in Fiandra, si fosse raunato quell'esercito, continuò dipoi la quiete

in Italia. Furono inviati in Ungheria i fanti tedeschi, e spedito

in Fiandra un terzo, ossia reggimento di Spagnuoli, con altri tre

d'Italiani. Quanto ad Algeri, di cui poco fa dicemmo una parola, un

certo capitan Rossi Franzese, ben pratico di quella città, nido nefando

di corsari nemici del nome cristiano, dipinse a Giannandrea Doria,

generale della squadra reale di Genova, così facile il sorprenderla ne'

mesi caldi, che gli fece nascer voglia di sì bella impresa. Mandato lo

stesso Rossi alla corte dei re Cattolico, ebbe dipoi il Doria ordine di

accudirvi, e furono spediti ordini a Napoli, Sicilia e Malta, perchè

tutti allestissero i lor legni senza sapersi per dove; e il conte

di Fuentes inviò molta fanteria ai lidi di Genova per imbarcarla.

A Maiorica nel dì 19 di agosto fu fatta la rassegna, e si trovarono

galee settantuna, fra le quali ancor quelle di Spagna, del papa, di

Genova, di Toscana e del duca di Savoia. Il numero dei soldati passava

i dieci mila, senza i nobili venturieri che in gran copia vi accorsero,

e fra essi, coll'accompagnamento di molti cavalieri e soldati,

_Ranuccio duca_ di Parma e _Virginio Orsino_ duca di Bracciano. Così

bell'apparato, ossia questo gravido monte andò poi a terminare nella

nascita di un sorcio. Unitasi e mossasi per varii inconvenienti troppo

tardi questa flotta, comparve nel dì 30 del mese suddetto alla vista

d'Algeri. Ma eccoli sorgere un vento contrario da Levante che mise

in conquasso le navi, e cacciandole a Ponente fu forza ritornare a

Maiorica, dove pervennero nel dì 5 di settembre. Questa disavventura,

e l'aver gli Algerini scoperto il disegno dei cristiani, fece prendere

al Doria la risoluzione di sciogliere l'armata, e di desistere da ogni

altro tentativo. Benchè non mancassero a lui buone ragioni di così

operare, pure non ischivò le dicerie e i morsi di chi desiderava e

sperava esito migliore di quell'impresa.

In Fiandra, da che furono pervenuti colà i soccorsi spediti

dall'Italia, e fatte varie leve di Alemanni e Valloni, l'arciduca

Alberto pensò ad uscire in campagna. Fu prevenuto dal conte Maurizio

generale degli Olandesi, che andò ad accamparsi intorno alla città di

Rembergh, e cominciò a batterla. Fu consigliato l'arciduca d'imprendere

l'assedio di Ostenda, città marittima di somma importanza, per fare

una diversione ai nemici, e fu eseguito il disegno. Ma non lasciò per

questo il Nassau di proseguir gli approcci e le mine sotto Rembergh, e

di obbligar quella piazza nel dì ultimo di luglio con patti onorevoli

alla resa. Erasi intanto dato principio da' cattolici alle offese

contra di Ostenda con un assedio che riuscì uno dei più ostinati e

memorabili che si abbia la storia, descritto vivamente dalla felice

penna del cardinal Guido Bentivoglio. Convenne fabbricar forti intorno

a quella città, alzare argini, e disporre batterie per impedire i

soccorsi di mare, i quali nondimeno mai non si poterono vietare.

Sul fine di dicembre dato fu un generale assalto alla città; ma se

gran bravura mostrarono gli assalitori, maggiore ancora si trovò la

resistenza dei difensori, di modo che molto sangue sparsero i primi,

ed altri rimasero seppelliti nell'acque per le cateratte aperte

dai nemici. Assediò poscia il conte Maurizio Boisleduc; ma inteso

avvicinarsi una grossa banda di fanti e cavalli, spedita dall'arciduca,

giudicò poi sano partito il ritirarsi ai quartieri d'inverno. Durando

più che mai la guerra turchesca in Ungheria, Transilvania, Stiria e

Croazia, l'_arciduca Ferdinando_ fece di calde istanze d'aiuto a _papa

Clemente_, a _Filippo III re_ di Spagna, e a tutti i principi d'Italia.

Il pontefice, nel cui cuore lo zelo della religione era uno dei primi

mobili, gli spedì un corpo di otto mila soldati italiani de' quali

dichiarò capitan generale _Gian Francesco Aldobrandino_ suo nipote.

Sei mila Tedeschi vi mandò il re di Spagna. A quella danza ancora

accorsero in gran copia nobili venturieri d'Italia. Sopra gli altri vi

andò _Vincenzo duca di Mantova_ con una magnifica comitiva, il quale

fu dichiarato vicegerente del suddetto arciduca generalissimo. Ascese

quell'esercito a ventitrè mila pedoni e quattro mila e cinquecento

cavalli, che passarono all'assedio di Canissa, dove trovarono chi era

disposto a perdere la vita più tosto che cedere quella fortezza. Si

ridusse quel presidio sino a mangiare i cavalli, finchè, sopraggiunto

il novembre con gravissimi freddi, convenne levar l'assedio e fare una

ritirata, che parve più tosto una vergognosa fuga. Per tale sventura

buona parte dei soldati italiani malconci se ne tornarono in Italia,

colla magra scusa di essere mancato di vita per malattia l'Aldobrandino

loro generale, la cui morte afflisse non poco il pontefice suo zio.

Fu poi la di lui memoria onorata dal senato e popolo romano con una

iscrizione posta in Campidoglio.

Non andò così in altra parte dell'Ungheria. Il _duca di Mercurio_

quivi generale spinse le sue genti all'assedio d'Alba Regale, e a forza

d'armi s'impadronì dei borghi e della città. Rifugiatisi nel castello

i Turchi, poco v'ebbero di riposo, perchè da lì a quattro giorni

furiosamente v'entrarono i cristiani, e misero a fil di spada chiunque

si oppose, e poscia a sacco le case. Non aveva il duca più di otto mila

soldati, ed ecco comparire l'esercito turchesco di trenta mila persone,

già disposte per soccorrere quella città, che l'attorniarono con

isperanza di ricuperarla. Uscì il valoroso duca, e diede loro una rotta

coll'acquisto di quattordici pezzi d'artiglieria. Non cessarono per

questo i Turchi di strignere quella città coi rinforzi venuti loro da

varie parti; ma il duca, sempre vittorioso in altre susseguenti azioni,

li costrinse in fine ad abbruciar gli alloggiamenti e a ritirarsi in

fretta. Essendo ancora nell'anno presente uscito d'Agria quel bassà

con dieci mila Musulmani, in vece d'impadronirsi di Toccai, come era

il suo disegno, ebbe una rotta da _Ferrante Gonzaga_ generale cesareo,

e fu inseguito sino alle porte di Agria. Gravissime molestie e danni

aveano patito negli anni addietro i Veneziani per le insolenze degli

Uscochi, che tutti gente di mal affare ed abitanti in quel di Segna,

con essere divenuti corsari nell'Adriatico, infestavano e spogliavano

quanti legni cadeano in loro mani. Ne avea fatto gravi doglianze col

senato veneto lo stesso gran signore, giacchè anche ai sudditi suoi si

estendeva la rapacità di que' popoli; ed ancorchè a reprimere la lor

baldanza esso senato avesse più volte spedite galee ed altri legni,

pure que' malandrini mille vie trovarono per continuare l'infame lor

mestiere. Poco potea stare a vedersi nascere un'aperta guerra fra la

casa d'Austria, ne' cui Stati coloro albergavano, e la repubblica

veneta, quando il pontefice e la corte di Spagna, che più volte

aveano interposti i loro uffizii per indurre l'imperadore e l'arciduca

Ferdinando acciocchè si rimediasse a questi disordini, rinforzarono

le lor premure, di maniera che la corte dell'imperadore mandò ordini

rigorosi a Segna, affinchè fossero puniti i capi di que' masnadieri,

e le lor famiglie trasportate ad abitare lungi dal mare, per torre

loro la comodità di ulteriormente esercitare la pirateria. Con ciò fu

creduto in Venezia che fosse tornata la quiete dell'Adriatico. Ma non

andò molto che si avvidero pullular troppo facilmente le male erbe,

quando non sono sradicate. Anche i nostri stessi tempi han talvolta

veduto essersi dagli Uscochi d'allora tramandata ai loro posteri

l'inclinazione al dolce mestier di fabbricar la propria fortuna colle

miserie degl'innocenti. Ma perchè nello stretto campo di questi Annali

non capiscono sì minuti avvenimenti, io nulla di più ne dirò. Nel

dì 27 di settembre la _regina Maria_ partorì al _re Arrigo IV_ un

delfino, che fu poi _Lodovico XIII re_ di Francia; per la qual nascita

non si può esprimere l'allegrezza di tutto quel regno, anzi di tutta

la cristianità. Il re, andando tosto alla chiesa per renderne grazie

a Dio, si trovò in sì gran calca di gente, che vi perdè il cappello.

Pochi dì prima, cioè nel dì 22 del mese suddetto, nacque in Ispagna al

re Cattolico un'infanta, a cui fu posto il nome di Anna, principessa,

che col tempo divenne regina di Francia per le sue nozze col prefato

Lodovico XIII. Vennero in questo anno a Roma due ambasciatori del

sofì, o sia re di Persia, Scia Abàs, principe di gran mente. L'uno

era Persiano, l'altro Inglese, spediti per eccitare il papa e gli

altri principi cristiani ad una lega e guerra contro il comune nemico

non mai sazio di slargar le sue fimbrie; esibendo a questo effetto

tutte le forze della Persia, e la libertà ai cristiani di commerciar

nel loro paese, e di fabbricarvi anche delle chiese. Furono con ogni

dimostrazione di onore accolti, magnificamente spesati e regalati

dal papa. Fecero questi ambasciatori delle cose ridicole in Roma,

disputando sempre fra loro, e venendo alle mani per la preminenza che

ognun di essi pretendeva. Ma non si seppe qual risposta e risoluzione

riportassero a casa. Il pontefice sapea qual poco capitale si possa

fare di somiglianti progetti di leghe con gl'infedeli e co' cristiani

stessi.

Anno di CRISTO MDCII. Indizione XV.

CLEMENTE VIII papa 11.

RODOLFO II imperadore 27.

Somma pace si godè nell'anno presente in Italia, se non che nella

Garfagnana, provincia del duca di Modena, posta di là dall'Apennino,

e contigua ai Lucchesi, per liti private di confinanti si venne alle

armi. Era essa stata posseduta per qualche tempo da chi signoreggiava

in Lucca, poi nell'anno 1429 passò sotto il dominio degli Estensi.

Ancorchè fossero succedute chiare convenzioni dipoi fra i duchi di

Ferrara e i Lucchesi per quelle terre, pure non s'era mai spento

in essi Lucchesi il desiderio di ricuperarle. Trovato il pretesto

suddetto, cominciarono le ostilità e i saccheggi. Fecero quanta

resistenza poterono i Garfagnani, gente valorosa, finchè da _Cesare

duca di Modena_ fu spedito in loro aiuto il marchese Ippolito

Bentivoglio suo generale con alquante migliaia di soldati lombardi, i

quali a più doppii compensarono i danni sofferti col mettere a sacco

non poche terre lucchesi. Quindi imprese il Bentivoglio l'assedio

della forte terra di Castiglione, che avrebbe forse ceduto, se i

Lucchesi, con ricorrere al _conte di Fuentes_ governator di Milano,

non l'avessero mosso a spedire colà il marchese Pirro Malvezzi, che

fece deporre l'armi, e rimise al tribunale cesareo quella controversia.

Sul fine poi dell'anno, e nella notte del dì 22 di dicembre, _Carlo

Emmanuele duca_ di Savoia fece un tentativo che diede molto da

discorrere ai curiosi. Non aveva egli mai disarmato, nè se ne sapea

il perchè. Il disegno suo era di ricuperar la città di Ginevra, già

ribellata a' suoi maggiori. Fece lo industrioso principe fabbricare a

questo effetto gran copia di scale sì artificiosamente composte, che si

poteano allungare, raccorciare e portare a schiena di muli. Si erano

accortamente scandagliati i siti, esaminata la poca vigilanza delle

sentinelle e fatti con gran segreto marciar mille e ducento soldati

scelti ai quali tenne egli dietro incognito. Data fu la scalata alla

città, e vi entrarono felicemente trecento uomini; ma non essendosi

potuto guadagnar porta alcuna, ed essendosi lungo tempo combattuto

da quei di dentro e di fuori, necessario fu il ritirarsi con perdita

di cinquecento persone dalla parte del duca. Motivo ancora di grandi

ragionamenti tanto negli anni precedenti, che nel presente, fu la

scena del finto Sebastiano re di Portogallo. Capitò a Venezia sul fine

del 1598 un uomo che si spacciava per quello stesso principe che già

vedemmo perduto nella guerra fatta in Africa contro i Mori nel 1578. Si

assomigliava costui al vero Sebastiano nella statura, età e lineamenti

del volto. Diceva di essere rimasto schiavo sconosciuto dei Mori:

che miracolosamente s'era di poi salvato, e che per la vergogna di

quella sì sconsigliata spedizione, costata tanto sangue ai Portoghesi,

era andato vagando per varii paesi, ed ora solamente essersi dato

a conoscere con pensiero di riavere il suo regno. Raccontava molti

detti e fatti di quel tempo, e varii segreti maneggi tenuti col senato

veneto: cose tutte che a primo aspetto accreditavano la sua persona,

di modo che varii Portoghesi in Venezia il tennero francamente per

quel desso. Per le istanze degli Spagnuoli fu costui messo prigione

in Venezia, e vi stette per tre anni. Ma perchè a cagion di ciò in

Portogallo nascevano ogni dì movimenti, e le dicerie erano senza fine,

il senato veneto, senza voler decidere, il lasciò nel presente anno

in libertà, con dargli il bando dai suoi Stati. Travestito da frate

domenicano passò egli in Toscana con disegno di imbarcarsi per Lisbona;

ma scoperto, venne per ordine del _gran duca Ferdinando_ carcerato

ed inviato a Napoli, dove come un impostore fu ignominiosamente sopra

un asinello menato per le piazze e strade, e poi condannato al remo.

Molti il crederono un ardito Calabrese che sapea ben rappresentare

il personaggio. Poscia condotto in Ispagna (altri dicono a Lisbona),

terminò, non si sa come, la sua vita in una prigione. Sparlarono forte

del gran duca i Portoghesi, ed uscirono mordaci scritture che sempre

più diedero a conoscere l'implacabil odio di quella nazione contra

degli Spagnuoli. Altri esempli di somiglianti scene si leggono nelle

vecchie storie, con essere nondimeno terminata sempre la fortuna di

questi veri o finti risuscitati principi in un capestro.

In Fiandra continuò l'ostinato assedio di Ostenda, impreso

dall'_arciduca Alberto_; e perciocchè il conte Maurizio non seppe

trovar maniera di frastornarlo per terra, tuttochè vi si avvicinasse

con grandi forze, voltò le sue armi contra la forte terra di Grave.

Trincierò egli sì forte il suo campo, che indarno tentarono i cattolici

di portarvi soccorso: il perchè fu costretto quel presidio alla resa

con patti onorevoli. Passato intanto alla corte di Madrid Federigo

Spinola, con rappresentare i bisogni della Fiandra, ottenne che alle

sei galee da lui comandate se ne aggiugnessero otto altre; giacchè

s'era alle pruove conosciuto quanto giovassero sì fatti legni per

infestar gli Olandesi. Se ne cavò poi profitto. Ma riuscì bene di

grande importanza e frutto l'avere in oltre impetrato che il _marchese

Ambrogio Spinola_ suo fratello maggiore, uomo di gran senno, facesse

nello Stato di Milano la leva di otto mila fanti. Con questa gente in

fatti sul principio di maggio s'inviò il marchese alla volta della

Fiandra, e giunto a Gante, dove era l'arciduca, in tempo appunto

di sommo bisogno cominciò a far conoscere quanto vagliano le teste

italiane nel comando dell'armi. La Francia in quest'anno vide la

tragedia di Carlo maresciallo duca di Birone, cotanto benemerito in

addietro del _re Arrigo IV_ pel suo valore, ma divenuto poi traditore

per la sua incontentabil superbia. Si propalarono le sue intelligenze

con gli Spagnuoli e col duca di Savoia in pregiudizio della corona di

Francia; e però fu condannato a lasciare il capo sopra un palco. Di più

non occorre che ne dica io. Sul principio ancora di quest'anno, mentre

_Filippo Emmanuele duca di Mercurio_, della casa di Lorena, passava

verso la Francia per far leva di gente in servigio dell'imperadore,

colto da una malattia nella città di Norimberga, dopo avere ottenuto da

que' protestanti il permesso di poter prendere il santissimo viatico

de' cattolici, terminò il corso del suo vivere: perdita di gran

conseguenza per gli affari dell'Ungheria, dove il solo suo credito si

contava pel meglio di una armata. Male in fatti passarono gli affari

nella guerra coi Turchi del presente anno; imperocchè assediata da

que' Barbari la città di Alba Regale, infelicemente di nuovo tornò

alle loro mani. Impadronironsi bensì i cesarei della città di Pest in

faccia a Buda, con aver valorosamente preso e fracassato il ponte sul

Danubio che congiungeva l'una all'altra città. Si applicarono ancora

all'espugnazione di Buda stessa; ma accorso con forte esercito il bassà

turchesco per soccorrere gli assediati, obbligò i cristiani a ritirarsi

di là, e contentarsi del solo acquisto di Pest. Guai se il gran signore

di questi tempi, cioè Maometto III, non fosse stato signoreggiato dalla

lussuria, dappocaggine ed avidità de' piaceri; cose che il divertivano

dall'attendere seriamente alla guerra: gli affari de' cristiani in

Ungheria si sarebbono trovati in pessimo stato. Mancò poi di vita

nell'anno seguente esso Maometto, ed ebbe per successore Acmet suo

figlio.

Anno di CRISTO MDCIII. Indizione I.

CLEMENTE VIII papa 12.

RODOLFO II imperadore 28.

Tornarono in quest'anno ancora i Lucchesi a muovere guerra alla

Garfagnana del duca di Modena, col mettere a sacco un buon tratto di

quel territorio. Però fu forzato il duca a rispedire colà il marchese

Bentivoglio con forze maggiori dell'anno precedente. Indussero

i Lucchesi il vile comandante della forte terra di Palleroso a

renderla, spogliarono altari e chiese, menarono via fin le campane,

e lasciarono la terra in balia delle fiamme. Per rifarsi di questo

insulto il Bentivoglio si spinse nel Lucchese, vi fece di grandi

prede, conducendone via spezialmente mille e cinquecento paia di

bestie. Quindi imprese di nuovo l'assedio di Castiglione, terra ben

munita di artiglierie e di mille e ducento soldati scelti. Furono ivi

atterrate dall'artiglierie di Modena molte case, e massimamente un alto

campanile, dalla cui cima con due cannoni veniva inferito gran danno al

campo del Bentivoglio. Impadronironsi ancora i Modenesi a forza d'armi

di un fortino fabbricato da' Lucchesi sopra una collina, daddove poi

con piantarvi alcune bombarde, cominciarono maggiormente a bersagliare

le mura. Ora i Lucchesi, allorchè videro sì mal incamminati i loro

affari, tornarono al solito giuoco, facendo muovere di nuovo il _conte

di Fuentes_, il quale, spedito a Modena il marchese Malvezzi, ottenne

che si posassero l'armi e che il senato di Milano conoscesse la civil

controversia in forma giudiziale. Questo era quello a che miravano

essi Lucchesi. Furono appresso esaminate da quel senato le rancide lor

pretensioni sopra la Garfagnana, e deciso in favore del duca di Modena,

con dichiarare che ostava la prescrizione alle petizioni dei Lucchesi,

i quali nè pur si quietarono, e portarono coll'appellazione la causa al

tribunale di Cesare.

Finì di vivere in quest'anno a dì 4 d'aprile _Elisabetta regina_

d'Inghilterra, donna di raro spirito e senno, ma gran flagello de'

cattolici, e che di crudeltà non fu avara nè pure verso i suoi più

cari. Opinione fu, che appunto pentita di aver tolto di vita il conte

di Essec, suo gran favorito, si lasciasse per la rabbia morire. A lei

succedette nel regno, in vigore ancora del di lei testamento, _Giacomo

re_ di Scozia, la cui madre regina _Maria_ cattolica, per decreto del

parlamento inglese e per iniquità d'Elisabetta già dicemmo privata

di vita sopra di un palco. Fu creduto da molti, ed anche da _papa

Clemente VIII_, che la religion cattolica avesse a montar sul trono

con questo re. Si trovarono ben ingannati. Egli professò la credenza

anglicana, e impugnò dipoi anche colla penna la cattolica. Fu allora

che si cominciò ad usare il titolo di re della Gran Bretagna, perchè

si unì il regno di Scozia con quello d'Inghilterra. In Fiandra, mentre

proseguiva per parte dell'_arciduca Alberto_ l'assedio di Ostenda, il

conte Maurizio si portò a far quello di Boisleduc. Contuttochè dentro

vi fosse un gagliardo presidio, pure la città, se non era rinforzata

dall'arciduca, avrebbe corso gran pericolo. Vi stette accampato il

Nassau sino al principio di novembre, e conoscendo oramai deluse le

sue speranze, si ritirò per cercare miglior quartiere. Intanto sotto

Ostenda continuavano sempre più gli approcci. Furono acquistati alcuni

forti dai cattolici, e formata una piattaforma sì alta che sopravanzava

le mura delle città, da dove con grossi cannoni venivano continuamente

danneggiati nel di dentro gli assediati. Crebbero le forze

dell'arciduca con tre mila Alemanni, e dall'Italia a lui vennero due

terzi, l'uno di Spagnuoli e l'altro di Napoletani. Il motivo principale

per cui il re di Spagna concorreva in assistere all'arciduca, era

perchè già si prevedeva sterile il matrimonio di lui coll'infanta, e

che perciò ricadrebbono quegli Stati alla corona di Spagna. Intanto

esso arciduca, avendo oramai scorto quanto si potesse promettere del

senno e della bravura del _marchese Ambrosio Spinola_ Genovese, a

lui appoggiò l'impresa dell'assedio di Ostenda: risoluzione che dagli

effetti fu comprovata d'incredibil vantaggio. In Ungheria seguirono

diversi fatti d'armi, ne' quali per lo più restarono superiori i

cristiani. Specialmente nel mese di settembre invogliato Sardar bassà

de' Turchi, comandante di un poderoso esercito di riacquistare Pest,

gittato un ponte sul Danubio, fece passar sette mila cavalli e tre

mila giannizzeri ben forniti di cannone. Ma assaliti da' cristiani,

parte di essi o sul campo o nel fiume in ritirarsi lasciarono la vita.

Cominciarono in questo anno i Veneziani a far lega coi Grigioni, sempre

di poi mantenuta al dispetto del conte di Fuentes, che fece ogni sforzo

per guastarla. Dichiararono ancora nobile della lor città _Arrigo IV

re_ di Francia, il quale mostrò gran contento di questo segno del loro

amore, e mandò loro in dono la stessa armatura con cui s'era trovato in

tante guerre degli anni addietro. Fu questa da' Veneziani riposta con

tutto decoro nell'arsenale delle armi.

Anno di CRISTO MDCIV. Indizione II.

CLEMENTE VIII papa 13.

RODOLFO II imperadore 29.

Avea il _pontefice Clemente_ nel precedente anno, a dì 17 di settembre,

creato cardinale _Silvestro Aldobrandino_ suo pronipote, giovinetto di

soli sedici anni. Nel presente a dì 9 di giugno fece una più solenne

promozione, in cui ebbe luogo il celebre _Jacopo Davy di Perrona_

vescovo di Eureux, celebre personaggio per la sua letteratura, e

sommamente molto prima di questo tempo meritevole di quel grado. Ma

perciocchè il santo padre si lasciava oramai governare dall'altro

_cardinale Aldobrandino Pietro_, ad istanza sua conferì la sacra

porpora a _Jacopo Sannesio_, fratello di Clemente, maestro di camera

di esso cardinale. _Azione_, dice il cardinal Bentivoglio, che, _a

dire il vero, tornò in poco onore di Aldobrandino, perchè non poteva

essere da lui portato a quel grado alcun soggetto, non solo più oscuro

di sangue, ma nè più rozzo di aspetto, nè più rustico di maniere,

nè più debole d'ingegno e d'ogni altro più comune talento_. Andarono

talmente avanzando a palmo a palmo i cattolici sotto Ostenda i loro

approcci, durante anche il verno, continuamente animati dal _marchese

Spinola_, che or qua or là accorrendo era il primo ad arrischiarsi

in ogni impresa, che s'impadronirono, a forza sempre di sangue, di

tutte le fortificazioni esteriori e presero in parte la contrascarpa.

Ma appena in quel fiero assedio si arrivava ad occupare un riparo,

che se ne trovava fabbricato ed opposto un altro dagli assediati, ai

quali non mancarono mai in sì lungo tempo di difesa rinforzi di gente

e di viveri dalla parte del mare. Ardeva di voglia il conte Maurizio

di sloggiar di colà i pertinaci assedianti; ma così terribili erano i

loro trincieramenti, tanti i fossi e i canali che conveniva superare,

ch'egli, tuttochè provveduto di buon esercito, non si attentò mai di

mettersi a sì pericolosa impresa. Perciò, affine di fare una potente

diversione, elesse di passare all'assedio dell'Esclusa, piazza di mare

di tal conseguenza, che pareggiava, se non anche vantaggiava, Ostenda.

Colà si portò egli sul fine del mese di aprile, e, non ostante la

gran copia dei canali ed acque stagnanti che circondano quel luogo,

vi si accampò e trincierò con sicurezza d'impossessarsene, se non

coll'armi sue, colla fame degli assediati, che scarseggiavano non

men di munizioni da guerra che di viveri. Tentò il Velasco, generale

della cavalleria dell'arciduca, d'introdurvi soccorso; ma, sconfitto,

ebbe fatica a salvarsi con que' pochi che non restarono ivi uccisi o

prigioni. Venne il principio d'agosto; e perchè s'intese agonizzante

quella piazza, _Ambrosio Spinola_, benchè suo malgrado fu spinto

dall'arciduca a tentar pure miglior fortuna per soccorrerla; ma

anch'egli trovò insuperabili impedimenti, sicchè con perdita d'alcune

centinaia de' suoi fu forzato a retrocedere. Perciò non potendo più

reggere alla fame quel presidio di quasi quattro mila soldati, capitolò

con patti onorevoli la resa. Uscirono essi portando piuttosto l'effigie

di scheletri e cadaveri che di uomini viventi. Questa rilevante

perdita tal rabbia cagionò, e così accrebbe lo spirito del valore

nei cattolici assediatori di Ostenda, che a gara Italiani, Spagnuoli,

Valloni e Tedeschi, superato il fosso, presero anche due baluardi; e

benchè dietro ad essi trovassero nuovi tagli e ripari, erano pronti a

far le ultime pruove; quando gli assediati esposero bandiera bianca,

ed ottennero nel dì 21 di settembre onesta capitolazione. Se ne andò

libera quella guarnigione di quattro mila soldati tutti sani e vegeti,

perchè sempre era ivi stata abbondanza di viveri per li frequenti

soccorsi. Vi si trovò infatti tanta copia d'artiglierie, vettovaglie, e

munizioni, che fu una maraviglia. Così terminò l'assedio di Ostenda con

somma gloria del marchese Spinola, e gaudio inesplicabile dell'arciduca

Alberto: assedio memorando anche ai secoli venturi, sì per la sua lunga

durata di trentanove mesi, che per l'incredibil varietà dei lavori,

macchine, mine ed assalti, e, quel che è più, per la strage di più

di cento mila persone, che (al dir della fama di quei tempi) costò

l'offesa e difesa di sì forte piazza. Altri dicono di più, perchè

entro Ostenda, o per le battaglie o per la peste, si tiene che ve ne

perissero cinquanta mila. Ciò fatto, cercarono quelle armate riposo.

Gran differenza di guerreggiare da cento quarantadue anni in qua!

Tre anni e un quarto vi vollero allora per espugnare Ostenda; e otto

giorni o poco più ve ne hanno impiegato i Franzesi dei nostri tempi per

impadronirsene nell'anno 1745. Ma i difensori di oggidì non sono stati

come quei d'allora.

Mentre bolliva sì forte quella guerra, trattarono del pari di pace

_Filippo III re_ di Spagna e l'_arciduca Alberto_ con _Jacopo re_ della

Gran Bretagna, principe che, avendo già provate contraddizioni alla

sua grandezza, ed anche congiure, bramoso di assodarsi la corona in

capo, vi diede facilmente la mano. Fra le condizioni di questa nuova

amistà vi fu che il re inglese non invierebbe in avvenire soccorsi

agli Olandesi. Se poi l'eseguisse, nol so io dire. In Ungheria male

passarono gli affari dell'imperadore, perchè sebbene avendo i Turchi

stretta di assedio la città di Strigonia, furono con loro gran perdita

cacciati di là; pure i cristiani abbandonarono Pest per viltà del

loro comandante, il quale, appena udito che i Turchi fabbricavano

di sotto da Buda un ponte per passare coll'esercito loro, preso da

panico terrore, se ne ritirò colla sua gente, dopo avere attaccato

il fuoco a molte parti di quella città. In questi tempi _Ferdinando

gran duca_ di Toscana attendeva a popolare l'insigne terra o città di

Livorno. Perchè la fece divenire anche un asilo per le genti di mal

affare, non durò fatica ad accrescerne la popolazione. V'introdusse

ancora gran copia di Ebrei; ma avendo le sue galee fatto dipoi nel

1607 un disegno sopra Negroponte, si trovò precorso l'avviso colà di

tale spedizione, e ne fu data la colpa ad essi Giudei, creduti spioni

del Turco, per l'odio che professavano al cristianesimo. Accidente

occorse nell'anno presente a Roma, che sopra modo turbò il pontefice,

e creduto fu che contribuisse non poco ad accelerare da lì a due o

tre mesi la morte sua. Scappando dai birri un certo uomo, cercato

da essi non per alcun delitto, ma solamente per debito civile, si

rifugiò nel palazzo del _cardinale Odoardo Farnese_. Continuando gli

esecutori la lor caccia, vi entrarono anch'essi; ma trovatisi quivi

alcuni gentiluomini cortigiani del cardinale, fecero testa, ed avendo

maltrattati con parole i birri, diedero campo all'uomo di fuggirsene

per la porta di dietro. A tale avviso montò forte in collera il papa,

e ordinò che il governatore di Roma procedesse con tutto rigore contro

di que' gentiluomini, fermamente risoluto di volerli in mano, e di

farne anche aspro risentimento col cardinale. In difesa di questo

porporato accorsero non solamente molti baroni romani, ma lo stesso

ambasciatore di Spagna, e poco vi mancò che non ne seguisse qualche

strepitoso tumulto. Ma il saggio cardinale, per ovviare a maggiori

inconvenienti, giudicò meglio di ritirarsi fuor di Roma, con sì forte

accompagnamento nondimeno de' suoi parziali, e di nobili e di popolo,

che non paventò violenza alcuna in contrario. Del che maggiormente

concepì sdegno e si chiamò offeso il papa. Ma appena giunta a _Ranuccio

duca_ di Parma, marito della nipote del papa, e fratello del porporato,

la nuova di questo sconcerto, si portò egli per le poste a Roma, e

presentatosi al papa, adoperò sì buone maniere, assistito sempre dal

favore del suddetto ambasciatore del re Cattolico, che il placò. Non

piacque dipoi al pontefice, che tornando esso duca da monte Cavallo,

il popolo l'accompagnasse fino al suo palazzo, gridando: _Viva la casa

Farnese_. Seguì poscia accomodamento; ma di esso e del perdono dato

ai delinquenti niuno si fidò, di maniera che il cardinale, il duca

Gaetano ed altri principali di Roma stettero da lì innanzi alla larga,

aspettando maggior sicurezza dalla morte del papa, creduta vicina, e,

secondo il solito, sospirata da molti. Fu cagione questo imbroglio che

il pontefice, senza far caso dell'aggravio della camera, assoldasse e

chiamasse a Roma secento Corsi e ducento archibugieri a cavallo, che

facessero la guardia al palazzo pontificio, e ad altri luoghi di quella

gran città. Furono in quest'anno rimessi in varie città della Francia i

Gesuiti dal re _Arrigo_, che sempre più facea conoscere l'attaccamento

suo alla religione cattolica.

Anno di CRISTO MDCV. Indizione III.

LEONE XI papa 1.

PAOLO V papa 1.

RODOLFO II imperadore 30.

In occasione di un libro pubblicato negli anni addietro dal padre

Molina della compagnia di Gesù, in cui si trattava di concordare col

libero arbitrio dell'uomo la necessità della divina grazia, era insorta

in Ispagna una fierissima guerra di penne fra i Domenicani e i Gesuiti.

Al tribunal primario della fede, cioè a quello del romano pontefice,

fu portata questa sempre scabrosissima controversia, e deputata una

congregazion di cardinali e di dottissimi teologi, assistendovi in

persona lo stesso pontefice. Scelti i più valorosi campioni da amendue

le parti, gran tempo si arringò e disputò; ed allorchè parea che il

_pontefice Clemente_, inclinando alla parte dei domenicani, fosse per

venire alla definizion della lite, gli fu forza di rimetterla indecisa

al suo successore. Imperocchè, essendosi infievolita non solamente

la sua sanità, ma anche la sua testa, di modo che non battea più a

segno, nè egli era più atto agli affari, fu poi preso nel dì 10 di

febbraio più aspramente che mai dalla podagra, la quale da gran tempo

lo affliggeva, e crescendo ogni dì più il malore, finalmente nel dì 3

di marzo passò il santo padre a miglior vita, lasciando dopo di sè un

gran nome non meno pel suo zelo nel pastorale impiego che per la sua

severità ed attenzione al governo civile. Lasciò ancora in grande auge,

e con illustri parentele, e con gradi lucrosi, e con fabbriche sontuose

i suoi nipoti e pronipoti, tre dei quali fregiati della sacra porpora.

Ma parve che Dio, i cui giudizii son troppo occulti, non volesse

lasciar prendere le radici alla sua schiatta; perciocchè, siccome

scrisse con esclamazione e maraviglia il cardinale Bentivoglio, da lì

ad alquanti anni: _Morì papa Clemente, morì il cardinale Aldobrandino_

(dopo aver provato sotto Paolo V de' disgustosi contrattempi),

_son morti i cinque nipoti che aveano due altri cardinali fra loro;

mancarono tutti i maschi di quella casa, e mancò finalmente con essi

ogni successione, ed insieme ogni grandezza del sangue lor proprio_.

Entrati poscia i cardinali in conclave nel dì 14 di marzo, fu per più

giorni in predicamento e vicinanza al triregno il dignissimo _Cardinal

Baronio_. Ma in fine nel primo dì di aprile concorsero i voti del sacro

collegio nel _cardinale Alessandro de Medici_ Fiorentino, vecchio

di settanta anni, personaggio dotato di amabil gravità e prudenza,

e pieno di sante intenzioni, che assunse il nome di Leone XI. Creato

papa, senza dimora liberò le provincie da molte gravezze loro imposte

da Clemente VIII. E perchè erano assai conosciute le nobili sue

prerogative, straordinario fu il giubilo del popolo romano per la

di lui esaltazione, universali le speranze di goder sotto di lui un

felicissimo reggimento. Ma appena coronato nel dì 11 del suddetto mese

nella basilica Lateranense, cadde infermo, e nel dì 27 seguente chiuse

gli occhi alle umane grandezze, avendo goduto per soli ventisei giorni

il pontificato. Durante la sua malattia, benchè importunato da molti a

dare il suo cappello ad un suo pronipote, che per altro ne era degno,

non vi si seppe indurre, nè più volle vedere il suo confessore stesso,

che perorò per lui. Il cardinal di Perrona e il Doglioni scrivono che

fu sospettata la sua morte di veleno per una rosa a lui data nella

basilica Lateranense; ma, sparato il suo cadavero, si conobbe mancato

di morte naturale.

Raunatosi dunque di nuovo il sacro collegio, dopo gran dibattimento,

venuta la sera del dì 16 di maggio, cadde l'elezione nella persona

del _cardinal Camillo Borghese_, di origine Sanese, ma nato in Roma

nell'anno 1552, e promosso alla sacra porpora cardinalizia nel 1596

da _Clemente VIII_. Prese egli il nome di _Paolo V_. Perchè l'età

sua non era che di anni cinquantatrè, o pure cinquantaquattro,

l'esaltazione sua fu accolta con istupore, ma molto più con allegrezza,

e spezialmente del popolo romano, che non crede mai sì ben collocata

la tiara pontificia, che quando la vede in capo ai suoi cittadini.

Confessano tutti gli scrittori aver egli portato seco a sì eccelsa

dignità un complesso di tali virtù e prerogative sì di animo che

d'ingegno, che luogo non restò alla giusta censura, nè bisogno di

adulazione per tessere le sue lodi. Spezialmente campeggiava in lui

l'illibatezza dei costumi, l'amore e la pratica della religione, la

soavità del tratto, e un'altezza di pensieri desiderosa e capace di

cose grandi. Differì egli la sua coronazione sino al dì 5 di novembre,

nè volle nel bollore della sua creazione dispensar grazie, dicendo che

troppo facile era allora il chiedere e concedere disavvedutamente cose

ingiuste, e doversi con maturità accordar le giuste. Siccome questo

pontefice era, sopra ogni altra cosa, animato forte per sostenere

l'immunità e i privilegii del clero, così poco stette a far valere

questo suo spirito contra di varii principi d'Italia. Ma il più

strepitoso impegno suo fu quello ch'ei prese contro la repubblica

di Venezia, sì per aver ella fatto carcerare un canonico di Vicenza

e l'abbate di Nervesa, come ancora per avere rinnovato un antico

decreto, che non potessero gli ecclesiastici acquistar da lì innanzi

beni stabili, con obbligo, se loro ne fosse lasciato per testamento,

di venderli, e finalmente per essere stata proibita la fabbrica di

nuove chiese senza licenza del senato. Per questo concepì gran fuoco il

pontefice, e nel dicembre spedì un breve al _doge Marino Grimani_ con

intimazione di scomunica, se non si rivocavano quelle leggi, e non si

consegnavano quei prigioni al nunzio Mattei. Presentò esso nunzio nel

dì di Natale dell'anno presente questo breve ai consiglieri, giacchè il

doge suddetto si trovava agli estremi di sua vita; e in fatti cessò di

vivere in quello stesso giorno. Fu poscia eletto doge in suo luogo nel

dì 10 di gennaio dell'anno seguente _Leonardo Donato_.

Battaglia fu in quest'anno fra le armate navali spagnuola ed olandese

verso Cales colla peggio della prima. In Fiandra, dove militavano il

principe di Avellino, Francesco Colonna principe di Palestrina, Andrea

Acquaviva principe di Caserta, Alessandro del Monte, con altri nobili

e soldati d'Italia, si aprì la campagna dai cattolici, e il marchese

_Ambrogio Spinola_ generale dell'armi andò a mettere l'assedio ad

Oldensee, e poscia a Linghen, ed amendue que' luoghi vennero alla sua

ubbidienza. Di là passato a Vactendonch, vi trovò gran resistenza,

e seguì anche una calda azione fra i soldati del conte Maurizio e

dello Spinola, in cui colto da una cannonata, restò ucciso il conte

Trivulzio Milanese, e prigione Niccolò Doria parente dello Spinola.

Contuttociò, a forza di mine e di sanguinosi assalti fu parimente

quella piazza ridotta alla necessità di rendersi con buoni patti per

la guarnigione. Impadronissi lo Spinola anche di Cracove, piccolo sì,

ma forte castello. All'incontro, in Ungheria andarono le cose alle

peggio. Con un esercito di cinquanta mila combattenti impresero i

Turchi l'assedio dell'insigne città di Strigonia. Continuò questo per

un mese, sostenendo vigorosamente i cristiani ogni sforzo de' nemici

a costo delle loro vite, essendone stati uccisi circa novecento dei

più valorosi. Ma accesosi il fuoco nelle case de' soldati per cagion

di alcune mine, che scoppiarono, si rallentò la loro difesa, nè altro

da lì innanzi si udì, che istanze al comandante di rendere la città.

Il perchè venne essa in potere dei nemici nel dì 3 d'ottobre, e ne

uscirono salvi circa mille vili difensori cristiani: perdita di gran

considerazione per l'imperadore e per la fede di Cristo. Era intanto

incoraggito esso Augusto a proseguir la guerra dagli ambasciatori

del re di Persia, le cui armi riportarono in questi tempi non lievi

vantaggi sopra i Turchi.

Anno di CRISTO MDCVI. Indizione IV.

PAOLO V papa 2.

RODOLFO II imperadore 31.

Andò in quest'anno maggiormente crescendo l'incendio suscitato contro

la veneta repubblica dal _pontefice Paolo_. Si studiò ben quel senato

di far rappresentare alla santità sua le ragioni militanti in favore

delle proprie leggi ed antiche consuetudini, con ispecialmente allegare

i gravissimi disordini che potrebbono avvenire e che avvengono allo

stato secolare, qualora si lasci agli ecclesiastici senza limite alcuno

la facoltà di acquistar gli stabili de' paesi. Si trovò sempre il

pontefice più saldo che mai nelle sue determinazioni, fiancheggiate

da lui con una folla di canoni. E perciocchè neppure dal canto loro

mostravano i Veneziani voglia di piegare alle minaccie di parole, il

pontefice, nel dì 17 d'aprile, volendo venire ai fatti, raunato il

concistoro, pubblicò un terribile monitorio, in cui dichiarava incorso

nelle scomuniche il doge col senato, e s'intimava l'interdetto a

Venezia e a tutto lo Stato della repubblica, se entro il termine di

ventiquattro giorni non si rivocavano i decreti ed atti fatti contro

l'immunità e libertà ecclesiastica, e non si consegnavano al nunzio

i prigioni, con tutte le altre pene che tengono dietro alle censure e

all'interdetto. A questi fulmini si erano già preparati i Veneziani;

e però al primo avviso spedirono tosto ordini rigorosi che niuno

de' suoi lasciasse affiggere quel monitorio, che se ne portassero le

copie ai pubblici rappresentanti, e che si continuassero come prima

i divini uffizii, sotto gravi pene, e pena infin della vita. Non vi

furono che i gesuiti, i teatini, e i cappuccini, i quali giudicassero

dover preponderare l'osservanza dei decreti del romano pontefice al

rispetto per altro da essi professato al principe secolare. Perciò

tutti si partirono dagli Stati della repubblica, e, a distinzione degli

altri, i gesuiti processionalmente si ritirarono. A riserva di alcuni

altri particolari, il resto delle università religiose e gli altri

ecclesiastici stettero costanti nell'ubbidienza agli ordini del senato;

nè i cappuccini del territorio bresciano e bergamasco vollero seguitar

l'esempio degli altri, e continuarono ad abitar ne' loro conventi.

Intanto si cominciò una guerra di penne, avendo trovato la repubblica

persone che sostennero l'operato da lei. Senza paragone maggior numero

ne trovò il pontefice che entrarono in arringo per difesa dell'autorità

di lui, e per accreditar le scomuniche e l'interdetto. Specialmente si

distinsero in questo combattimento i due celebri porporati _Baronio_ e

_Bellarmino_. Forse ancora in alcune di quelle scritture non comparve

il vero nome degli autori. Nè qui si fermò il corso di questo impegno.

Il pontefice, o perchè veramente pensasse a volere dar braccio all'armi

spirituali colle temporali, o perchè ne credesse bastante la sola

apparenza, cominciò a far leva di gente, ed ebbe dalla corte di Spagna

belle promesse d'aiuto. Perlochè i Veneziani si diedero anch'essi a

formare un considerabile armamento, che nell'anno seguente, per quanto

fu detto, arrivò a dodici mila fanti e quattro mila cavalli, oltre alle

cernide. Intanto i ministri del re Cattolico, del gran duca Ferdinando

e di altri principi, ma sopra gli altri quei del _re di Francia

Arrigo IV_, che professava una particolare amicizia al senato veneto,

si sbracciavano per trovar temperamento e fine a questo scandaloso

litigio, che potea turbar la pace d'Italia. Seguì poi solamente nel

seguente anno la concordia, siccome diremo.

Un insoffribil peso riuscì all'_Augusto Rodolfo_ e all'_arciduca

Mattias_ la guerra d'Ungheria, perchè non solamente erano essi in

discordia co' Turchi, ma ancora cogli stessi Ungheri e col Botschaio,

principe o pure usurpatore della Transilvania. Perciò volentieri si

sentì Rodolfo parlare di pace; e questa in fatti fu conchiusa cogli

Ungheri e col Transilvano nel dì 14 di settembre. Ottenne con essa

il Botschaio di ritenere la signoria della Transilvania per sè e per

li suoi discendenti, salva nondimeno la dipendenza dell'alto dominio

spettante alla corona d'Ungheria. Venne poi costui a morte per veleno

nel fine dell'anno presente, senza figliuoli, e dovea quell'insigne

principato ricadere all'imperadore come re d'Ungheria; ma quei popoli

presero per loro principe Sigismondo Ragozzi calvinista di credenza.

Nè si può dire quanto gran pregiudizio risultasse alla religion

cattolica nel regno d'Ungheria e nella Transilvania da tante guerre

passate, perchè colà s'introdussero a migliaia famiglie di luterani,

calvinisti, Sociniani d'altre eresie, che vi si son poscia propagate,

con ottener anche la libertà dei riti loro dagli Augusti, forzati a far

quello che la lor pietà sommamente detestava. Trattossi parimente di

pace co' Turchi, i quali, siccome snervati dalla guerra co' Persiani

e da una fiera ribellione in Soria, vi acconsentirono. Non già pace,

ma tregua di venti anni si stabilì fra l'imperadore e il gran signore

Acmet, ritenendo cadauna delle parti ciò che restava in suo potere.

Quanto alla Fiandra, il prode _Ambrogio Spinola_, che nel verno del

presente anno era stato alla corte di Madrid per ottener soccorso di

danaro, tornato a Brusselles, non lasciò di aumentare il patrimonio

della sua gloria coll'espugnazione ed acquisto della fortezza di

Groll, che gli si arrendè nel dì 14 d'agosto. Rivolse di poi i passi

e le speranze all'altra di Rembergh, situata sulla riva del Reno,

ancorchè alla difesa vi si trovassero quattro mila fanti e più di

trecento cavalli con buon treno di artiglierie e di munizioni. Con

sommo vigore fu impreso quell'assedio, in cui specialmente faticarono

gl'Italiani. Fra gli altri si distinsero nelle fazioni il cavalier

Melzi Milanese, luogotenente della cavalleria, il marchese Sigismondo

d'Este, il marchese Ferrante e il cavalier Bentivoglio, quegli nipote e

questi fratello del _cardinal Bentivoglio_. Per quanto si studiasse il

conte Maurizio d'accostarsi coll'armi sue per soccorrere la piazza, o

sloggiar gli assedianti, sempre si trovò troppo dura l'impresa; e però

si ridusse il presidio di Rembergh a capitolare la resa. Scemossi poi

l'esercito cattolico per l'ammutinamento di un grosso corpo di soldati,

gente in quelle parti avvezza a simili scene, per lo più a cagion

delle paghe ritardate: lo che incoraggì il conte Maurizio a mettere

l'assedio intorno a Groll. Sarebbe ricaduta in sua mano quella piazza,

se l'animoso Spinola, colle milizie che potè radunare, non fosse

accorso con risoluzione di menar le mani; al qual fine avea già messe

in ordinanza le schiere. A questa vista il Nassau restò pensieroso,

poi, conoscendo che sì pericoloso giuoco era meglio il risparmiarlo,

bravamente si ritirò, lasciando libera la piazza: con che anche lo

Spinola ridusse ai quartieri i suoi. Ebbe fine in quest'anno la celebre

controversia degli aiuti della divina grazia e del libero arbitrio,

agitata in Roma con tante sessioni fra i domenicani e i gesuiti,

rimanendo indecisa, con libertà alle parti di sostenere le loro diverse

sentenze nelle scuole, senza condannar quelle degli avversarii.

Anno di CRISTO MDCVII. Indizione V.

PAOLO V papa 3.

RODOLFO II imperadore 32.

Sul principio di quest'anno non altro si mirava in Italia che

disposizioni del papa di prorompere in una più aperta rottura colla

repubblica di Venezia, giacchè questa si mostrava bensì sempre

costante nell'ossequio della fede e Chiesa cattolica, ma inflessibile

ne' suoi decreti, e sprezzante delle censure adoperate dal romano

pontefice. Fece dunque _papa Paolo_ massa grande d'armati, con

dichiararne generale Francesco Borghese suo fratello, e Mario Farnese

suo luogotenente. Spedì a Genova per arrolare quattro mila Corsi, e

agli Svizzeri per avere tre mila fanti di quella nazione. Accrebbe i

presidii e le fortificazioni di Ferrara e delle città marittime. In

somma avreste detto che Roma pensava daddovero a far delle prodezze.

E tanto più corse voce, perchè _Filippo III re_ di Spagna promise

d'entrare in questo ballo per sostenere l'autorità pontificia, e

andarono anche ordini di far gente al _conte di Fuentes_ governator

di Milano, ministro, che nulla più sospirava che il lucroso mestiere

di comandare a un'armata. Ma non dormivano i Veneziani; perchè,

oltre all'armamento da lor fatto in Italia, mossero Francesco conte

di Vaudemonte figlio del duca di Lorena, lor generale, a far leva

di molte migliaia di soldati alemanni. Altrettanto tentarono coi

Grigioni lor collegati e cogli Svizzeri, avendo colà inviate a questo

fine grosse rimesse di danaro. Allestirono medesimamente gran copia

di navi in mare, nel Po e nel lago di Garda, facendo intanto sapere

a tutti i principi d'essere pronti a sacrificar ogni cosa per nulla

cedere in questa controversia, persuasi che la ragione e la giustizia

fosse dal canto loro. Ma non pertanto non si lasciava di trattar di

pace, gareggiando in questo nobil uffizio per ottener la gloria del

primato i re di Francia e di Spagna, e i duchi di Savoia e di Firenze.

Ma _Arrigo IV re_ Cristianissimo, che andava innanzi agli altri

nell'amore verso il senato veneto, quegli fu che più ardentemente si

maneggiò per questo affare. Spedì egli in Italia _Francesco cardinale

di Gioiosa_, che verso la metà di febbraio comparve a Venezia. Trattò

il cardinale lungamente con quel senato, e, ben capita la lor mente,

si mosse dipoi alla volta di Roma, dove pervenne nel dì 22 di marzo,

e cominciò a far gustare il bene della concordia e i mali grandi della

discordia, rappresentando che se gli Spagnuoli, i quali non cessavano

di contrariar la buona intenzione del re Cristianissimo, fossero venuti

all'armi, non avrebbe potuto il suo re dispensarsi dall'opporsi ai loro

disegni. Che il re d'Inghilterra prometteva aiuti a Venezia, ed avrebbe

dichiarata la guerra alla Spagna. Che non erano più questi i secoli

barbarici, ed essersi coi tempi mutate anche le massime, e sminuite di

troppo le forze della camera apostolica. Ora il papa, che finalmente

s'era accorto qual poco capitale si potesse far dei sussidii del re

Cattolico, già titubante per timore di tirarsi addosso delle disgustose

brighe, e conosceva di non poter reggere solo a sì grave impegno;

concertate col Gioiosa le maniere di salvare il suo decoro, gli diede

facoltà, con istruzione sottoscritta di suo pugno, di conchiudere

l'accordo e di levar via l'interdetto.

Allegro il cardinale con prendere le poste arrivò di nuovo a Venezia

nel dì 9 di aprile, ed espose nel giorno seguente le commessioni sue

e le condizioni della concordia. A questa si trovò un grande intoppo,

perchè una delle maggiori premure del pontefice era che i gesuiti

fossero, come prima, rimessi nei primieri loro collegii in Venezia

e nelle altre città della repubblica: al che il senato si scoprì

sommamente renitente per varii motivi. Fece quanto potè il Gioiosa per

superar questa loro avversione, e vi si adoperò anche don Francesco

di Castro ambasciatore del re Cattolico, ma senza che alcuno potesse

vincere quella pugna. Non per questo cessò di farsi l'accordo. Pertanto

nella mattina del dì 21 di aprile furono consegnati all'ambasciatore di

Francia l'abbate di Nervesa e il canonico Vicentino, già prigioni, dal

segretario della repubblica, protestante di darli al re Cristianissimo

in segno della lor gratitudine ed ossequio senza pregiudizio della

autorità della repubblica. Questi poi vennero dati dal Gioiosa

al commessario del papa, mandato a tale effetto. Eseguito questo

preliminare, entrò il cardinale nel collegio, dove era il doge e i

savii, e quivi a porte chiuse fu rivocato l'interdetto colle censure,

e similmente rivocato dal senato ogni atto fatto in contrario. Furono

anche rimessi in grazia, a riserva de' gesuiti, gli altri religiosi, e

decretata la spedizion di un ambasciatore al pontefice, per rendergli

grazie, e per confermare alla santità sua la filial riverenza della

repubblica. Come passasse nel chiuso collegio la riconciliazione

suddetta, non trovo chi me ne possa accertare. Si dee tenere per certo,

che a Roma fu scritto, come il senato avea ricevuta l'assoluzione

dalle censure; ma i Veneziani l'hanno sempre negato. Resta nondimeno

una particolarità indubitata: cioè che quella repubblica continuò

dipoi, e tuttavia continua, a mantenere i suoi decreti intorno

ai beni stabili lasciati agli ecclesiastici, e alla fondazione di

nuove chiese, siccome anche l'autorità sua consueta di giudicare gli

ecclesiastici delinquenti. Fu data speranza al pontefice che quel

senato rallenterebbe fra qualche tempo il suo rigore contro i religiosi

della compagnia di Gesù; ma non seguì il ritorno loro in Venezia se non

l'anno 1657, siccome diremo.

Troppo oramai rincresceva all'_arciduca Alberto_ il peso della guerra

colle Provincie Unite; anzi non ne poteva di più, perchè trovava

come seccate le fontane dell'oro di Spagna, senza le quali a lui era

impossibile di sostentarsi: laddove gli Olandesi sempre più venivano

rinvigoriti dal loro commercio per mare, che ogni giorno andava

crescendo, sino a mettere flotte in mare, le quali non temevano

delle spagnuole, siccome in questo anno ancora avvenne, avendo nel

dì 24 d'aprile verso il promontorio di San Vincenzo essi Olandesi

data una rotta all'armata navale di Spagna, colla morte di circa

due mila persone dalla parte dei vinti e colla perdita di alquante

galee. Il perchè l'arciduca, ottenutane la permissione dalla corte

di Madrid, fece muovere parola di pace colle Provincie suddette. Non

negarono orecchio a qualche pratica di accomodamento gli Olandesi, con

richiedere nondimeno per preliminare che il re di Spagna e l'arciduca

li riconoscessero per popoli liberi. Si trovarono delle speciose

ragioni per accordar questo punto colle parole, attribuendosi poi

i monarchi il privilegio di poterle interpretare in varii sensi,

allorchè si presentano più favorevoli occasioni. Quindi si pensò

a trattar daddovero di sì importante negozio: al qual fine seguì

una sospension d'armi per otto mesi. Ma perchè le ratificazioni e i

mandati che venivano di Spagna, come troppo generali o intriganti,

non soddisfaceano agli Olandesi, e il conte Maurizio sopra gli altri

faceva di mano e di piedi per interrompere ogni pratica d'accordo, per

timore che una pace desse troppo gran tracollo alla propria autorità:

nulla si conchiuse di più nell'anno presente. Si provarono in questi

tempi le galee di _Ferdinando gran duca_ di Toscana di sorprendere

con una improvvisata la città di Famagosta in Cipri, per l'avviso da

buona parte venuto della smilza guarnigione che vi tenevano i Turchi.

Ma giunte colà, vi trovarono maggior presidio di quel che credevano:

del che, siccome già accennammo, furono incolpati i Giudei, quasichè

avessero preventivamente avvisati di quella spedizione i Musulmani. Si

trovarono le scale preparate non assai lunghe pel bisogno, e la porta

destinata riempiuta di terra nel di dentro. Però furono rigettati i

cristiani con perdita di cento di essi, e gli altri durarono fatica

a rimbarcarsi. Se ne tornarono essi ben confusi alle lor case, con

prendere solamente per viaggio tre fuste turchesche. Fu cagione

nondimeno il lor tentativo che dei poveri Greci abitanti in Famagosta

molti furono presi, e per lievi indizii che avessero avuta intelligenza

coi Toscani, condannati a cruda morte. Fece gran rumore nell'anno

presente tanto in Italia che fuori d'essa l'avvenimento di fra Paolo

servita, famoso teologo della repubblica di Venezia, dopo aver egli

sostenuto le di lei ragioni nella lite con Roma. Per quanto si ha da

Vittorio Siri nelle memorie recondite, fu egli onoratamente avvertito

dal _cardinal Bellarmino_ di stare in guardia, perchè si macchinava

contro la sua vita. Per questo, d'ordine dello Stato, andò egli per

qualche tempo armato di giacco sotto la tonaca. Stanco di quel peso, lo

depose. Assalito un giorno da appostati sicarii, fu steso come morto

a terra con ventitrè pugnalate o ferite, salvandosi poi coloro in una

peota ben armata, che il nunzio tenea da parecchi giorni preparata.

Guarì poi fra Paolo, e il Siri scrive, essere stato innocente di quel

fatto il papa, e che ne fu comunemente incolpato il _cardinal Borghese_

suo nipote.

Anno di CRISTO MDCVIII. Indizione VI.

PAOLO V papa 4.

RODOLFO II imperadore 33.

Se poco riportò il _pontefice Paolo_ dalle precedenti liti colla

repubblica veneta, provò ben gran gioia nel presente anno per la

solenne comparsa di _Carlo Gonzaga duca_ di Nevers, spedito alla

santità sua da _Arrigo IV_ re di Francia per suo ambasciatore,

affine di attestare la filial sua ubbidienza e riverenza verso la

santa Sede. Venne questo principe con gran pompa, e si presentò

sul fine di novembre alla pubblica udienza del pontefice nel sacro

concistoro: il che cagionò un giubilo universale al riconoscere

sempre più quel principe geloso della religione cattolica. Parimente

in quest'anno giunse a Roma don Antonio marchese di Funesta, Moro

di nazione, ambasciatore del re del Congo, cioè di un regno situato

nella costa occidentale dell'Africa di là dalla linea equinoziale.

Introdotta la fede di Cristo per opera de' Portoghesi in quelle parti,

maggiori progressi vi fece in questi tempi; laonde il _re don Alvaro

II_ professore di essa religione, volle in forma distinta farsi

riconoscere per divoto figlio al capo visibile della medesima, con

ordine insieme di supplicare il papa che inviasse colà de' pii operai

per coltivare quella vigna del Signore, dove anche oggidì faticano

gesuiti, cappuccini ed altri religiosi. Ma questo ambasciatore con un

meschino accompagnamento appena giunto a Roma, senza che gli restasse

tempo di andare all'udienza, s'infermò, e pietosamente visitato dal

pontefice, diede poi fine al suo vivere, e gli fu fatto un magnifico

monumento in santa Maria Maggiore. Insorse nel presente anno una gara

non molto onorevole fra l'_arciduca Mattias e Rodolfo II Augusto_,

per ismorzar la quale lo zelante _papa Paolo_ spedì in Germania il

cardinal _Giovanni Mellini_ Romano. Cercò Mattias in una dieta di

tirare i cristiani dell'Ungheria a riconoscerlo per lor capo e signore.

Altrettanto fece ancora co' popoli dell'Austria. Dispiacque non poco

all'imperadore Rodolfo un tale attentato, siccome troppo ingiurioso

ai diritti e all'autorità sua. Però in Boemia, dove egli soggiornava,

annullò quanto avea operato l'arciduca, e cominciò a far gente; quando

ecco comparire colà il medesimo Mattias con un poderoso esercito di

venti mila persone tra fanti e cavalli. Rodolfo, buon principe, che

dovea aver fatto voto di vivere in santa pace, il più che potesse,

pregò il legato pontificio d'interporsi per un convenevole accordo.

Ottenne l'arciduca forse più di quel che pensava; perchè l'imperadore

si contentò di rilasciargli il dominio del regno d'Ungheria e

dell'arciducato di Austria con varii patti che non importa riferire.

Con somma magnificenza ed incessanti viva del popolo entrò dipoi

questo principe in Vienna nel dì 14 di luglio, ed ivi fu proclamato

re d'Ungheria, e poi coronato in Possonia con indicibil contento di

que' popoli, ma con grave pregiudizio della religion cattolica, perchè

fu necessitato a permettere la libertà di coscienza a tante sette di

eretici che aveano già infestata del pari l'Austria che l'Ungheria.

Continuarono in quest'anno ancora i trattati di pace fra i deputati

del _re di Spagna_ e dell'_arciduca Alberto_ dall'un canto, e quei

delle sette Provincie Unite dall'altro; al qual fine fu prorogata la

precedente tregua. Pretesero gli Olandesi in primo luogo che il re

Cattolico e l'arciduca non solamente riconoscessero le lor provincie

per libere, ma che rinunziassero ed ogni ragione e pretensione che

potessero aver sopra delle medesime, tanto per sè che per li lor

successori. Parve insolente ai cattolici questa dimanda. Più duro

ancora fu il nodo che si trovò pel commercio nelle Indie Orientali,

pretendendo gli Spagnuoli che dagli Olandesi si rinunziasse affatto

alla navigazione in quelle parti, quando, all'incontro, questa era

la pupilla degli occhi degli Olandesi, i quali avendo già provato

che immensi guadagni facessero i loro mercatanti in que' viaggi, fin

d'allora prevedevano che la conservazione e l'accrescimento della

lor potenza avea da provenire dalle Indie suddette. Però, quantunque

s'interponessero anche i ministri di Francia e d'Inghilterra per la

concordia, pure s'intralciò talmente l'affare, che andò per terra il

trattato. Non si perderono perciò d'animo i ministri dell'arciduca,

uno de' quali era il marchese Ambrosio Spinola, in cui non si sa

se maggior fosse il senno o il valore. Giacchè, secondo le presenti

disposizioni, speranza non restava di pace, proposero essi una tregua

di alquanti anni, e perciò nel maneggio di questa si spese il rimanente

dell'anno. Ebbe l'Italia nel presente anno più motivi d'allegrezza per

li magnifici maritaggi de' suoi principi. Imperciocchè già progettati

e conchiusi quei dell'_infanta Margherita_ figlia di _Carlo Emmanuele

duca_ di Savoia col principe _Francesco Gonzaga_ figlio primogenito di

_Vincenzo duca_ di Mantova, e dell'_infanta Isabella_, parimente figlia

di esso duca di Savoia, col principe _Alfonso d'Este_ primogenito di

_Cesare duca_ di Modena; fu risoluto il compimento di tali alleanze

nel carnovale di quest'anno. Per attestato del Guichenone, si portò

per questo in persona il duca di Mantova col figlio in Piemonte con

isplendido accompagnamento di nobiltà. Magnifica sopra modo fu la loro

entrata in Torino, essendo venuto a quella corte in sì lieta occasione

anche il duca di Nemours _Carlo Gonzaga_, loro cugino, di ritorno

da Roma. Scrive il medesimo Guichenon che esso duca di Nemours, come

procuratore del principe Francesco, sposò, nel dì 20 di febbraio, la

principessa Margherita; eppure il principe, secondo lui, era in Torino.

Nel giorno seguente il duca di Savoia col cardinale e cogli altri

principi suoi figli, e col duca di Nemours, andò a Chieri a visitare

il _cardinale Alessandro d'Este_ giunto colà col principe Alfonso suo

nipote, i quali nel susseguente giorno entrarono anche essi in Torino

colla medesima pompa con cui erano entrati i principi di Mantova.

Scrive il suddetto Guichenon, che lo sposalizio dell'Estense seguì nel

dì 16 di febbraio. Discorda egli da sè stesso. Oltre di che il Vedriani

nella Storia di Modena scrive che il cardinal d'Este e il nipote si

partirono da Modena per Torino nel dì 5 di marzo, e ci tornarono poi

a dì 8 d'aprile. Ma poco importa l'accordar questi testi. Certo è

che in Torino si fecero feste e divertimenti di gran magnificenza per

questi sposalizii. In Mantova, allorchè vi giunsero i principi sposi,

furono fatti spettacoli di tanta sontuosità e rara invenzione, che

riempierono ognun di stupore. Nè inferiori divertimenti cavallereschi e

splendide feste vide in tale congiuntura Modena, ai quali intervennero

non solamente i principi di Savoia, ma anche i _cardinali Pietro e

Silvestro Aldobrandini_, mentre erano in viaggio alla volta di Torino.

In questo anno ancora si effettuò il matrimonio di _Cosimo de Medici_,

primogenito di _Ferdinando gran duca di Toscana_, con _donna Maria

Maddalena d'Austria_, figliuola del fu _Carlo arciduca_, e sorella

dell'_arciduca Ferdinando_. Fu questa principessa da Trieste condotta

sul principio di novembre ad Ancona con grandioso equipaggio di nobiltà

e di galee. Arrivata a Firenze, trovò tutta quella città in gran gala,

ed ivi ancora più giorni si spesero in solennizzar le sue nozze con

varii nobilissimi solazzi. Era ben felice allora l'Italia; godeva

l'insigne benefizio della pace; aveva i suoi proprii principi, e questi

nelle loro funzioni gareggiavano nella splendidezza. Si sono ben mutati

i tempi; la fortuna d'Italia è ben declinata. Nè si dee tacere che nel

verno dell'anno presente in Venezia, Modena ed altre città di Lombardia

si provò sì aspro freddo, che memoria non v'era d'un somigliante

rigore. Cadde anche tal copia di nevi, che arrivò all'altezza di

ventiquattro oncie, e fece col peso cadere gran quantità di tetti, e

rendè impraticabili le contrade e strade. Per l'impresa di Famagosta,

sì infelicemente riuscita nell'anno precedente, era in collera il gran

duca di Toscana, e volendo con qualche altra impresa risarcire il suo

onore, rinforzò la squadra delle sue galee con cinque vascelli, tutti

ben corredati e muniti di gente, e la spedì in Africa sotto il comando

di Silvio Piccolomini, personaggio che nelle guerre di Fiandra avea

acquistato gran nome. La città di Ippona, oggidì Bona, celebre pel

vescovato di sant'Agostino, insigne dottor della Chiesa, fu l'oggetto

delle lor prodezze. Con tal vigore restò essa assalita dalle armi

cristiane, che nulla valse la resistenza de' Mori, dei quali assaissimi

furono trucidati, molti più fatti prigioni. Dopo il sacco e l'incendio

di essa città, se ne tornarono i cristiani a Livorno. Nel dì ultimo di

giugno mancò di vita il grande annalista della Chiesa _Cesare cardinal

Baronio_. Il merito insigne di questo porporato ha esatto da me il

farne menzione.

Anno di CRISTO MDCIX. Indizione VII.

PAOLO V papa 5.

RODOLFO II imperadore 34.

Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno

pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In

Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle parti seguirono

amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano

le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di

Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della

religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo

del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione

all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie

eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i

desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de'

loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli

Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però

infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni,

in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite

come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna.

Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie

si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi

l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie.

Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero

gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono

indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della

Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare

per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa,

città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio

de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio

ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua

non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della

Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere

una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza,

dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di

quel campanone, a sonar il quale, secondo il Doglioni, vi si adoperano

almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine di _Filippo III_ re

di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto

più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona

in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di

essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e

d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine

di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di

cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii,

e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati,

molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre

milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna

furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a

due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna,

sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme

d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di

costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo

restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle

i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne

andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi,

raccolti alla sordina dai ministri del re.

Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorni _Ferdinando

I gran duca_ di Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di

una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto,

amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero

punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò

di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbe

_Cosimo II_, che come primogenito a lui succedette nel ducato; e

_Carlo_, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della

sacra porpora da _papa Paolo V_. In questi tempi _Carlo Emmanuele

duca_ di Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme

sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di

Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli

cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le

giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si

esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque

mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta

comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca.

Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo

affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto

di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani,

e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe

d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli

immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla

corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento

degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla

corte di Francia per collegarsi seco, proponendo al _re Arrigo IV_

la conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita

del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue

figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante

macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di

Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea

conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di

lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei

suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato

all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con

gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro

sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re

Cristianissimo.

Anno di CRISTO MDCX. Indizione VIII.

PAOLO V papa 6.

RODOLFO II imperadore 35.

Quasi niuno avvenimento degno di memoria ci somministra l'anno

presente, fuorchè il sommamente tragico della Francia. Era il _re

Arrigo IV_ intento in questi tempi a raunare una potente armata.

Credevasi che le sue mire fossero per sostenere i principi protestanti

contro i cattolici nella gran disputa che bolliva allora per la

successione del ducato di Cleves, ancorchè il _pontefice Paolo_ per

mezzo del suo nunzio facesse il possibile per farlo smontare da questa

risoluzione non lodevole in un monarca cattolico. Tenevano altri

ch'egli sotto quell'ombra meditasse unicamente di muovere guerra allo

Stato di Milano, e che a questo fine fosse come fatta una lega con

_Carlo Emmanuele duca_ di Savoia. I motivi del suo disgusto colla

corte di Madrid erano nati dall'essersi negli anni addietro ritirato

in Fiandra, e poscia a Milano, _Arrigo di Condè_, primo principe della

casa reale dopo la linea regnante. E vogliono che non propriamente

nascesse tanta amarezza in cuore del re a ragion della fuga di esso

principe, ma perchè questi avesse sottratto alle voglie di quel monarca

sua moglie di rara avvenenza, cioè Enrichetta Carlotta figlia del gran

contestabile di Memoransì, per la quale esso re vivea spasimato. Non

si può negare: Arrigo IV, principe sì celebre pel suo valor guerriero,

per l'animo suo sommamente perspicace e generoso, e per altre sue

impareggiabili qualità, per le quali si comperò l'universal amore dei

suoi popoli, altrettanto famoso si rendè per l'intemperanza sua negli

amori donneschi, talmente che il più accreditato autore della di lui

vita confessa che si sarebbe potuto formar dieci o dodici romanzi delle

sue debolezze in questa passione: tanto era egli perduto verso il sesso

femmineo. Gran cosa! Tengo io per arte fallacissima, anzi fallita

l'astrologia: pure scrivono che più di uno predisse in quest'anno

la di lui morte violenta, allegando spezialmente le Centurie di Gian

Rodolfo Camerario, stampate in Francoforte l'anno 1607, nelle quali

secondo l'oroscopo veniva chiaramente predetta essa morte d'Arrigo

IV nell'anno cinquantanove, mesi nove e giorni ventuno di sua vita,

siccome dicono che appunto avvenne. Ma probabilmente si ingannano,

perchè solamente correva in quest'anno il cinquantesimo settimo di

sua età. Potrebbe anche dubitarsi di qualche impostura, cioè di una

finta antidata. Tralascio altre predizioni, fabbricate forse dopo la

morte di lui, e fatte passare per cose anteriori per dar credito alla

mercatanzia. La verità si è, che meditando egli di uscire in campagna,

e volendo lasciare la _regina Maria_ de Medici sua moglie reggente

del regno con piena autorità, durante l'assenza sua, la fece coronare

in San Dionigi nel dì 15 di maggio con gran pompa e solennità: dopo

di che si restituì a Parigi per vedere il superbo apparato che ivi

si facea pel ricevimento ossia per l'ingresso di lei in quella gran

città. Nel dì seguente 14 di maggio, quattro ore dopo il pranzo,

uscito egli in carrozza con alcuni duchi e marescialli, gli convenne

fermarsi in una strada stretta per l'incontro d'alcune carrette:

nel qual tempo Francesco Ravagliac, uomo fanatico, che da gran tempo

meditava di ucciderlo, se gli presentò improvvisamente alla carrozza,

e con due coltellate verso il cuore il privò all'istante di vita.

Avrebbe questo scellerato, con gittare il coltello e mischiarsi nella

folla, probabilmente potuto salvarsi; ma egli come glorioso di tanta

iniquità, tenendo in mano l'insanguinato ferro, fu conosciuto e preso.

Non si potè con tutti i tormenti ricavar da lui che alcuno fosse Stato

promotore o complice dell'orrido fatto, sostenendo di aver creduto di

fare con questo esecrabil parricidio un'opera piacente a Dio in bene

della cristianità; onde venne poi condannato ad una tormentosissima

morte. Non si può dire quanto fosse compianto da' suoi popoli il

funestissimo e non meritato fine d'un re sì glorioso, sì amato, a cui

poscia fu dato il titolo di Grande. Nel dì seguente venne proclamato re

Lodovico XIII suo figlio primogenito, che non avea per anche compiuti

i nove anni e la reggenza del regno restò appoggiata alla regina Maria

sua madre. Fu poi solennemente coronato il novello re nell'ottobre

seguente, e il principe di Condè pacificamente se ne tornò a Parigi.

Essendosi oramai scoperti tutti i precedenti imbrogli del duca

di Savoia col fu re Arrigo, e svanitane per la di lui morte ogni

esecuzione, grande amarezza contra di lui concepì la corte di Madrid;

e perciocchè il conte di Fuentes governator di Milano aveva ammassata

una poderosa armata, gran timore fu in Italia di guerra in Piemonte.

L'intrepido duca anch'egli dal suo canto fece quell'apparato che

potè di milizie, ed ottenne dalla regina reggente che il maresciallo

Lesdiguieres con un corpo di combattenti venisse in Delfinato, per

accorrere alla sua difesa, occorrendo il bisogno. Ma si dissiparono

poi questi nuvoli, non solo perchè il papa, i Veneziani e gli altri

principi d'Italia si studiarono alle corti di Spagna e Francia

d'impedire ogni rottura, ma ancora perchè cessò di vivere esso conte

di Fuentes, personaggio di sommo credito nell'arte della guerra, e

più desideroso d'essa che della pace. Abbiamo dal Doglioni, essere

stato sì esorbitante lo squagliamento delle nevi nelle montagne, fra

le quali è situato il nobile marchesato di Ceva in Piemonte, che,

inondata tutta quella valle, vi restarono annegate più di quattro mila

persone con innumerabil quantità di pecore e di altri bestiami, e che

rovinarono quattro ben forti rocche e trentadue borghi con tutte le lor

case. Aggiunse il medesimo storico che l'_Arno_ (vorrà dire il Tanaro)

_anch'esso scorrendo per mezzo la città di Ceva, tanto crebbe nel dì

13 di gennaio, che menò via un ponte sopra esso fondato già con dodici

archi di pietre quadre, e con fortissime catene congiunto, con cento

venti edificii fabbricati sopra esso_ (il che par cosa da non credere),

_che da mezza notte spiantandosi fu la morte di tutti quegli abitanti.

Il seguente giorno più crescendo l'inondazione, la parte più bassa

della città rimase tutta abbattuta; e si fe' conto che vi perirono più

di mille e cinquecento persone senza le robe e case_. Conoscendo il

pontefice _Paolo_ di quanto decoro, e molto più di quanta utilità per

la religione cattolica potrebbe essere lo studio delle lingue ebraica,

greca, latina ed arabica, nel dì 28 di settembre dell'anno presente

pubblicò una bolla, con ordinare che in ogni studio di religiosi

regolari, sì mendicanti che non mendicanti, vi fosse un maestro delle

tre prime lingue, e negli studii maggiori quello ancora dell'arabica.

Lodevolissimo e nobil pensiero, e comandamento degno di un zelante

pontefice, il quale meritava e tuttavia merita maggior esecuzione,

massimamente in Italia, dove certo non mancarono ingegni alti a tutte

le belle arti.

Anno di CRISTO MDCXI. Indizione IX.

PAOLO V papa 7.

RODOLFO II imperadore 36.

Gran tranquillità godè in quest'anno l'Italia, dacchè _Filippo III_ re

di Spagna, o per sua inclinazione alla pace, o perchè così richiedeva

l'infievolito stato della sua monarchia, avea comandato che si

disarmasse nel ducato di Milano. Stentò molto a far lo stesso Carlo

Emmanuele duca di Savoia, nel cui animo non trovavano mai posa le idee

di qualche novità pel proprio ingrandimento. In questi tempi ancora

meditava egli la ricuperazion di Ginevra; ma scoperte le intenzioni

della reggente di Francia troppo contrarie alle sue, quantunque il

nunzio del pontefice si sbracciasse per distornar quella corte dalla

protezion de' Ginevrini, finalmente gli convenne accomodarsi alle

circostanze presenti, e deporre per ora i suoi marziali disegni. Tanto

più si vide egli astretto a questo, perchè fra le corti di Francia e

di Spagna si conchiuse nell'anno presente una lodevol unione mercè

di due matrimonii accordati, e da eseguirsi a suo tempo, cioè di

_donna Anna_ infanta primogenita di Spagna, figlia del _re Filippo

III_, col giovinetto re Cristianissimo _Lodovico XIII_; e di _madama

Elisabetta_, figlia primogenita del fu _Arrigo IV_, con _Filippo IV_

principe di Spagna, figlio del regnante _Filippo III_. Pubblicaronsi

poi solamente nell'anno seguente questi trattati. Ed era cosa curiosa

in questi tempi il vedere come il suddetto duca di Savoia maneggiava

anche egli l'accasamento del principe di Piemonte suo figlio ora con

una principessa di Francia, ora con un'altra del re di Spagna, del

re di Inghilterra e del gran duca, tenendo mano in tutte le corti, e

proponendo sempre nuovi progetti, niun de' quali finora ebbe esito

felice. Avvenne anche uno strano accidente in Torino nel dì 6 di

giugno. Non si sa da chi fu sparsa voce che ad esso duca era stata

tolta la vita da' Franzesi nel parco. Di più non vi volle, perchè

il popolo di quella città, amantissimo del suo sovrano, eccitasse un

fiero tumulto, gridando ad alle voci: _ammazza, ammazza i Franzesi_.

Prese l'armi, tutti andarono a caccia d'essi Franzesi, i quali, udito

il gran rumore, chi qua, chi là corsero a rintanarsi. Era sul mezzodì,

e il duca, dopo data una lunga udienza, s'era coricato sul letto, e

avea preso sonno. Svegliato dai suoi cortigiani, e informato di quel

disordine, corse tosto al balcone della galleria per farsi vedere.

Raffigurato che fu dal popolo, si convertirono gli sdegni in lietissime

acclamazioni; ed essendo cresciuta la folla alla piazza, il duca uscì

in persona a meglio consolar gli occhi dei suoi buoni sudditi, e si

quetò tutta la sollevazione.

Fu rapita dalla morte nel settembre dell'anno presente _Leonora_,

figlia del fu _Francesco gran duca_ di Toscana, e moglie di _Vincenzo

Gonzaga duca_ di Mantova, che, per conseguente, era sorella di

_Maria de Medici_ regina e reggente di Francia. Continuarono in

quest'anno ancora le controversie dell'_arciduca Mattias_ in Germania

coll'imperadore _Rodolfo II_ suo fratello; perchè, mancando esso

Augusto di prole, e declinando di dì in dì la sua sanità, Mattias,

assai avido di signoreggiare, voleva per tempo mettersi in possesso

de' diritti della successione dell'augusta casa d'Austria. Non lasciò

il _pontefice Paolo V_ d'interporre i suoi più caldi paterni uffizii

per promuovere la concordia fra loro. Infatti seguì l'accomodamento,

essendosi contentato l'imperadore, a cagione d'un fiero sconvolgimento

di cose accaduto in Praga, che Mattias, già riconosciuto per re

d'Ungheria, fosse del pari accettato per re di Boemia, con riserbare

a sè, finchè vivesse, una specie d'autorità e dominio. Seguì la

magnifica coronazione di Mattias in Praga nel dì 23 di maggio, e perciò

rifiorì l'allegrezza in quelle contrade. Crebbe poi questa per le

nozze con gran pompa solennizzate in Vienna sul principio di dicembre

dell'_arciduchessa Anna_, figlia del già _arciduca Ferdinando_ conte

del Tirolo, maritata col suddetto re Mattias. Tutto si applicò in

questi tempi papa Paolo a dare un buon sesto a tutti i tribunali ed

uffizii della curia romana, con prescrivere e ridurre a convenevoli

termini la loro autorità, con tassare i loro onorarii, e riformare una

man di abusi che da gran tempo erano stati permessi. Le sua prolissa

costituzione su questo, per cui si acquistò egli gran lode, fu poi nel

dì primo di marzo, non già (come per errore di stampa si ha dal suo

Bollario) dell'anno presente, ma del susseguente data alla luce.

Anno di CRISTO MDCXII. Indizione X.

PAOLO V papa 8.

MATTIAS imperadore 1.

Stese in quest'anno la morte la sua giurisdizione sopra molti principi

della cristianità. Il primo d'essi a pagarle tributo fu l'imperadore

_Rodolfo II_, principe che nella pietà non si lasciò vincere da

alcuno, ma principe nato piuttosto per un chiostro, che per un seggio

imperiale: sì povero di spirito e dappoco si fece egli conoscere in sì

lungo corso del suo governo. Profittarono ben di questa sua debolezza

i Turchi. Io non so come il Doglioni il fa morto nell'ultimo dì del

precedente dicembre; altri nel dì 10 di gennaio dell'anno presente;

Andrea Morosino nel dì 21 d'esso mese. Egli è fuor di dubbio che la sua

partenza da questa vita seguì nel dì 20 del predetto gennaio; e però,

giacchè mancò senza lasciar prole, a lui succedette nel retaggio della

nobilissima casa d'Austria _Mattias_ suo fratello, il quale dipoi nella

gran dieta elettorale tenuta in Francoforte fu proclamato imperadore

nel dì 15 di giugno susseguente, e poscia nel dì 24 del medesimo mese

colle consuete magnifiche formalità coronato. Avea l'Augusto Rodolfo

tenuta in addietro la corte imperiale in Praga. Mattias la trasferì

a Vienna d'Austria. Colto parimente da improvviso accidente _Leonardo

Donato_ doge di Venezia, diede fine al suo vivere nel dì 16 di luglio,

a cui poscia succedette in quella dignità nel dì 27 d'esso mese

_Marcantonio Memo_, vecchio di gran prudenza, che già avea compiuto

l'anno settantesimo sesto di sua età. Inoltre cessò di vivere nel dì

18 di febbraio _Vincenzo Gonzaga duca_ di Mantova, principe che non

iscarseggiava di mente, ma che spezialmente fu portato dal suo naturale

alla giovialità e all'allegria: gran giocatore, grande scialaquator

del danaro, sempre involto fra il lusso e gli amori, sempre in lieti

passatempi o di feste, o di balli, o di musiche, o di commedie.

Restarono di lui tre figli maschi, cioè _Francesco_ primogenito, che

succedette a lui nel ducato, _Ferdinando_ creato cardinale da Paolo V

nel 1606, e _Vincenzo_, che medesimamente nel 1615 ottenne la sacra

porpora. Ma che? Dopo alquanti mesi, cioè nel dì 21 oppure 22 di

dicembre anche il novello duca Francesco in età di circa ventisette

anni compì il corso di sua vita, e sul principio dello stesso mese morì

ancora un unico suo figlio per nome _Lodovico_, di modo che non restò

di sua prole se non Maria, per la quale insorsero poi gravissime liti,

siccome diremo. Il perchè _Ferdinando cardinale_, soggiornante allora

in Roma, volò tosto a Mantova a prendere le redini del governo, con

animo di deporre il cardinalato, siccome poscia avvenne.

Una scena molto tragica toccò in quest'anno alla città di Parma.

_Ranuccio Farnese, duca_ di essa città e di Piacenza, era signor

d'alti spiriti, gran politico, ma di cupi pensieri, e di un naturale

malinconico, che macinava continuamente sospetti, per li quali

inquietato egli neppur lasciava la quiete ad altrui. Ne' suoi sudditi

mirava egli tanti nemici, ricordevole sempre di quanto era accaduto al

suo bisavolo _Pier Luigi_; e però studiava l'arte di farsi piuttosto

temere che amare, severo sempre ne' gastighi, difficile alle grazie.

Era egli ben rimeritato da' sudditi suoi, perchè al timore da lui

voluto aggiugnevano anche l'odio; e venne appunto nell'anno presente a

scoprirsi una congiura tramata contra di lui fin dall'anno precedente.

In essa erano principali autori il marchese Gian-Francesco San-Vitali,

la contessa di Sala, il conte Orazio Simonetta suo marito, il conte Pio

Torelli, il conte Alfonso e il marchese Girolamo amendue San-Vitali,

il conte Girolamo da Correggio e il conte Giambatista Mazzi ed altri.

Dicevansi ancora complici di sì fatta cospirazione il marchese Giulio

Cesare Malaspina capitan delle guardie del duca di Mantova, il marchese

di Liciana Ferdinando Malaspina, il conte Teodoro Scotti di Piacenza,

il conte Alberto Canossa di Reggio. Carcerati quasi tutti i primarii

capi di questa ribellione, e formato il processo, per cui dicono che

si provasse il lor disegno di assassinare e spiantar tutta la casa

Farnese, nel dì 19 di maggio le loro teste furono recise, ed impiccati

per la gola alcuni lor famigliari. Tutti i lor nobili feudi rimasero

preda del fisco, e ne seguirono poi varii sconcerti, perchè gli amici

de' nobili suddetti, pieni di sdegno, fecero delle incursioni nel

Parmigiano, mettendo a fuoco diversi luoghi. Inoltre il novello duca di

Mantova Francesco gran querela fece, per avere il Farnese non solamente

mischiato in un pubblico monitorio il suo capitan delle guardie, che

si protestava affatto innocente, ma anche tacitamente fatto credere

che il duca Vincenzo suo padre fosse stato il principal promotore di

quella cospirazione. E vi mancò poco che non si venisse a guerra aperta

per questo: il che sarebbe succeduto, se i re di Francia e Spagna e il

duca di Savoia non fossero entrati in sì fatta querela, e non avessero

con buone maniere spento il nascente incendio, essendo restate indecise

le ragioni dell'una e dell'altra parte. Quantunque sia da credere che

la verità e la giustizia onninamente regolassero il processo suddetto,

pure per cagion d'esso scapitò non poco il nome del duca Ranuccio, per

aver tanto declamato e sparlato di lui i suoi malevoli (e questi non

sono cessati giammai), spacciando come inventati que' delitti affine

di assorbire la roba di que' nobili il cui valore ascese ad un gran

valsente, e per liberarsi con tanta crudeltà da persone che gli davano

della soggezione. Anzi sparsero voce che esso duca, all'udire che anche

nelle corti non si era assai persuaso del reato di que' nobili, avesse

spedito al _gran duca Cosimo_ un ambasciatore con copia del processo,

affinchè comparisse la rettitudine del suo operato: e che da lì a

qualche tempo fosse rispedito l'ambasciatore con ringraziamenti al

Farnese, e con un altro processo sigillato, dal quale aperto apparve

con testimoni esaminati come lo stesso ambasciatore in Livorno avea

ucciso un uomo: cosa da lui non mai sognata, nonchè eseguita.

Anno di CRISTO MDCXIII. Indizione XI.

PAOLO V papa 9.

MATTIAS imperadore 2.

Intorbidossi in quest'anno la pace d'Italia per le dissensioni insorte

fra i duchi di Savoia e di Mantova, delle quali spezialmente incomincia

a trattare in questi tempi Pietro Giovanni Capriata, oltre a Vittorio

Siri, al Guichenone ed altri storici. Non restò, siccome di sopra

accennammo, del defunto _Francesco duca_ di Mantova se non una picciola

figlia per nome _Maria_, di cui prese tutela il _cardinal Ferdinando

Gonzaga_. Apparenze vi erano, che la _duchessa Margherita_ figlia

di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, e vedova d'esso duca Francesco,

fosse gravida: il che teneva in sospeso la determinazione del cardinal

Ferdinando intorno al deporre la porpora, volendo egli prima vedere,

se per avventura ne nascesse un maschio. Intanto il duca di Savoia,

principe che in sagacità di mente, in isperienza di affari, tanto di

gabinetto che di guerra, non avea pari, e a cui parea sempre troppo

ristretto il patrimonio di tanti Stati ch'egli godea di qua e di là

dai monti, giudicò questa essere occasion favorevole per islargar que'

confini. Cominciò dunque a pretendere che la vedova duchessa Margherita

sua figlia tornasse a Torino, e seco conducesse la figlia Maria.

Pretese inoltre che ad essa Maria sua nipote, siccome erede unica di

Francesco duca di Mantova suo padre, dovesse appartenere il Monferrato,

per esser quello un feudo, in cui succedono le femmine, e che appunto

era passato per via di femmine nella casa Paleologa, e poscia nella

Gonzaga. Ito a Mantova il principe di Piemonte _Vittorio Amedeo_, entrò

in negoziati col cardinale, il quale cominciò a barcheggiare, ricusando

soprattutto di lasciar partire la cognata e la nipote; la prima, perchè

gli fu proposto di sposarla, e faceva il papa difficoltà a concedere

la dispensa; l'altra, perchè sosteneva di esserne a lui dovuta la

tutela; ed infatti ottenne dal tribunal cesareo l'approvazione di

questo suo diritto. Per conto poi del Monferrato, pretendeva egli

escluse le femmine da quel feudo, qualora esistevano agnati, cioè

maschi della famiglia; ed allora esisteva esso cardinale con Vincenzo,

amendue fratelli dell'estinto duca Francesco, chiamati alla successione

d'esso Monferrato. Svanita poi l'apparenza della gravidanza della

duchessa Margherita, acconsentì il cardinale che essa ne andasse,

ma con ritener presso di sè sotto buona guardia la figlia. In tali

discordie s'interpose _don Francesco Mendozza_, marchese dell'Inojosa e

governator di Milano; e perchè insisteva il duca di voler la nipote, fu

progettato di metterla colla madre in deposito presso _don Cesare duca_

di Modena, per essere l'_infanta Isabella_ nuora d'esso don Cesare,

sorella della medesima duchessa Margherita. Sulle prime accettò il

cardinale questo partito, e l'avrebbe forse eseguito, se non si fosse

trovata ripugnanza nel duca di Modena ad entrare in sì fatto impegno,

temendo egli di disgustare in fine alcuno de' pretendenti. Tanto

nondimeno operò il governator di Milano, che l'indusse a condiscendere;

ma il cardinale diede indietro, nè volle più consegnar la picciola

principessa.

Allora fu che il duca di Savoia sdegnato risvegliò le antiche

pretensioni della sua casa sopra il Monferrato, intorno alle quali,

siccome già vedemmo, non avea voluto decidere l'_imperador Carlo

V_; e si venne ad una battaglia di penne, che sarebbe terminata in

tuoni e lampi che non fanno paura. Ma il duca di Savoia determinò di

accoppiarvi anche i fulmini preparandosi a far guerra di fatto. Già

avea delle truppe veterane in piedi, e cominciò ad arrolarne molte di

più, sperando di conquistare agevolmente il bel paese del Monferrato,

dove, a riserva di Casale e della sua fortezza, pochi altri luoghi

poteano far lunga resistenza. Era il cardinal Ferdinando, che già

aveva assunto il titolo di duca, personaggio di poca disinvoltura,

e piuttosto spensierato che altro ne' grandi affari. Trovavasi senza

milizie, e neppur pensava daddovero a raunarne, e a premunire i luoghi

forti del Monferrato. Tuttavia lo spinsero i suoi ministri a ricorrere

per patrocinio ed aiuto ai re di Francia e di Spagna, e a tutti i

potentati d'Italia. Fu creduto, che la Spagna fosse impegnata pel duca

di Savoia; ma i fatti non corrisposero poscia a questa voce. Il papa,

che, per attestato del Siri, facea sue delizie il riposo, per sua

natural timidità alienissimo dai rumori, ma che, secondo il parere dei

più saggi, si ricordava d'essere padre comune, non si volle mischiare

se non con amichevoli uffizii in questi imbrogli. I soli Veneziani e

il _gran duca Cosimo_ in Italia si dichiararono favorevoli al Gonzaga,

affinchè gli Spagnuoli non si servissero di questa occorrenza per

islargare le ali. Anche il re di Francia, ossia la regina reggente,

commossa spezialmente dalla parentela coi Gonzaghi, prese la loro

protezione, e fece fare intimazioni e minaccie al duca di Savoia. Ma

il duca, principe di grande animo, nulla sbigottito per questo, nel dì

20, o 22 di aprile col principe di Piemonte e col principe Tommaso suoi

figli mosse le armi sue contro il Monferrato. In poco tempo s'impadronì

di Trino, e nel dì 25 la città d'Alba dal conte Guido di San Giorgio

fu non solamente presa, ma anche saccheggiata, e il vescovo stesso

maltrattato e fatto prigione. Così Diano e la terra di Moncalvo ed

altri luoghi (fuorchè Casale, Pontestura, la rocca di esso Moncalvo, e

Nizza della Paglia) vennero in potere del duca.

Per tali novità i Veneziani somministrarono danaro al cardinale

duca, acciocchè facesse una leva di tre mila Tedeschi. Egli ne ordinò

un'altra di tre mila Svizzeri, e di assai più Italiani. Il gran duca

destinò d'inviargli altro maggior soccorso. Trovossi dipoi che neppure

il re di Spagna proteggeva il duca di Savoia, anzi l'Inoiosa governator

di Milano, oltre all'aver passati premurosi uffizii per fargli deporre

l'armi, e restituire i luoghi presi, o almeno depositarli in mano del

papa o di altro potentato, uscì in campagna, e fece ritirare l'armata

piemontese dall'assedio di Nizza della Paglia. Uscirono intanto

manifesti per l'una e per l'altra parte. Il castello ossia rocca di

Moncalvo si arrendè al duca, il quale non lasciava di sempre più tirare

al suo soldo Borgognoni e Svizzeri, e continuava la guerra con varii

successi, ch'io tralascio. Ma essendo accorso di Francia molto tempo

prima _Carlo Gonzaga duca_ di Nevers in soccorso del cardinale duca suo

cugino, cominciarono a comparire in Italia molte schiere di Franzesi

e dalla regina reggente di Francia si ammanniva anche un'armata per

inviarla a' danni del duca di Savoia. Oltre a ciò, il gran duca di

Toscana mise in viaggio alla volta di Mantova non già tredici mila

fanti e cinquecento cavalli, come ha il Capriata, ma bensì quattro

mila fanti e secento cavalli, come con buone memorie ho io scritto

altrove. E quantunque il duca di Modena per le istanze del governator

di Milano armasse i confini della Garfagnana, per impedire il passo a

questa gente, pure, serrando gli occhi, lasciò loro libero il varco

per altra parte. Mandò ancora l'_Augusto Mattias_ il principe di

Castiglione per intimare al duca di Savoia la restituzion delle terre

occupate; e il governator di Milano, che volea la gloria di acconciar

tutti questi rumori coll'autorità del re Cattolico suo sovrano,

accrebbe non poco l'armata sua, acciocchè il duca si arrendesse. Ed

egli infine si arrendè; e benchè nell'interno suo si rodesse per la

rabbia, pure mostrò tutta l'ilarità in condiscendere all'accordo per la

riverenza da lui professata al papa, a Cesare e al re di Spagna, che

così desideravano. Adunque nel dì 18 di giugno promise di consegnar

le terre prese nel Monferrato ai ministri cesarei e spagnuoli, che

poi le restituirono al duca di Mantova, restando poi da ventilare

le controversie civili in amichevol giudizio. Poco poi mancò che non

andasse in fascio la fatta concordia, perchè il cardinal Ferdinando

mise fuori un terribil bando contra del conte Guido di San Giorgio,

e pretese il risarcimento di tanti saccheggi, incendii e danni patiti

dai suoi sudditi del Monferrato; e se non era la corte di Spagna che

s'interponesse, e il facesse desistere da tali pretensioni, il duca di

Savoia, che con tutte le istanze de' Franzesi e Spagnuoli mai non avea

voluto disarmare, era in procinto di ricominciar la guerra. S'aggiunse

la pretensione del governator di Milano di avere in sua mano la

principessa Maria, sperandone un dì qualche vantaggio, se fosse mancata

la linea Gonzaga regnante allora in Mantova: nel qual caso credeano

spettante ad essa principessa il Monferrato. Ma il cardinale duca

stette saldissimo in negarla, e dalla corte di Francia e dei Veneziani

fu sostenuto in sì fatto impegno. E intanto il duca di Savoia restò

anche egli sommamente amareggiato della prepotenza degli Spagnuoli.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 94 / 102 题