susseguenti di quest'anno i terribili morsi della fame in Italia, ed
anche fuori d'Italia, di maniera che non altro che pianti e grida
s'udivano in ogni parte. I duchi di Firenze, Ferrara, Urbino ed
altri principi, e spezialmente la saggia repubblica di Venezia, non
perdonarono a spesa veruna per tirar grani da lontanissime contrade, a
fin di soccorrere al bisogno de' loro popoli. Sopra tutto fu afflitta
Roma da questo flagello per la sua gran popolazione, e certamente non
mancò il buon _papa Gregorio XIV_ di far quanto era in sua mano per
rimediarvi, avendo impiegato almeno cento mila scudi d'oro per far
venire frumenti stranieri, oltre alle pubbliche e private limosine
che continuamente andò facendo ai poveri. I venti contrarii non
lasciavano approdar le navi che conducevano quel soccorso. A questo
malore s'aggiunse una perniciosa epidemia, probabilmente originata o
dalla mancanza o dalla mala qualità dei cibi, per cui gran copia di
gente sorpresa da deliquii, o da acute febbri, perì. E la mortalità
fu sì grande in Abbruzzo, Marca, Umbria e Romagna, che per mancamento
di chi lavorasse i terreni, la penuria continuò anche da lì innanzi.
Per questo flagello, come raccontano il Ciaconio e il Cicarelli,
mancarono di vita in Roma sessanta mila persone: il che quasi non
par credibile. Medesimamente in quest'anno più che mai infierirono i
banditi in Campagna di Roma e in Romagna. Per conto di questa ultima
provincia, mosso dal pontefice, _Alfonso duca_ di Ferrara seppe trovar
la maniera di purgarla da quei tanti masnadieri, inviando il conte Enea
Montecuccoli con assai squadre di cavalli e fanti, e certe carrette
conducenti artiglierie colle loro troniere, le quali nello spazio di
due mesi parte uccisero, parte dissiparono quella canaglia, di modo
che rifiorì ivi la quiete, e si potè da lì innanzi portar l'oro in
palma di mano per quei paesi. Nel Cesenatico restò anche preso Alfonso
Piccolomini gran caporione di quelle masnade, e condotto a Firenze,
quivi trovò quel fine che conveniva ai meriti suoi. Non passarono
già con eguale felicità gli affari nei contorni di Roma, dove Marco
Sciarra con grosse bande di quella mala razza, imponendo grosse
taglie a quanti ricchi, ed anche vescovi, gli cadeano nelle mani,
saccheggiando le terre, bruciando la biade mature, e commettendo altri
mali, ogni dì più s'ingagliardiva. Per reprimere costui Onorato Gaetano
duca di Sermoneta, Virginio Orsino, Carlo Spinello venuti con molte
schiere da Napoli ed altri nobili baroni, uscirono in campagna, fecero
varie zuffe; ma in fine, trovando poco onore e men profitto contra
di tal gente brava e disperata, furono costretti a lasciare ad altri
l'impresa.
Bastava lo zelo della religione, di cui sommamente era acceso _papa
Gregorio_, perchè egli tutto s'interessasse nella difesa dei cattolici
di Francia, ma vi s'aggiunsero le forti istanze di _Filippo II_ re
di Spagna, divenuto manifesto fautore dell'unione o sia lega chiamata
santa, per motivo anch'egli di religione, tuttochè fosse creduto che
altre ragioni di politica, e di profittare per sè in quelle turbolenze,
si mischiassero in quel suo impegno. Pertanto il pontefice s'obbligò di
pagare ogni mese alla lega suddetta quindici mila scudi d'oro; inviò
anche lettere fulminanti in Francia contra del re Arrigo e de' suoi
seguaci, le quali, se crediamo agli scrittori franzesi, cagionarono
piuttosto male che bene, perchè esacerbarono forte quel re in tempo
che egli dava speranza di ricevere istruzioni intorno alla religione,
e mostrava disposizioni favorevoli al cattolicismo. Oltre a ciò, il
papa ordinò che si assoldassero a sue spese sei mila Svizzeri, due
mila fanti italiani e mille cavalli. Avea egli creato duca di Monte
Marciano (giacchè quel feudo nella Marca era stato confiscato per
la ribellione di Alfonso Piccolomini) il _conte Ercole Sfondrati_
suo nipote, con avergli anche conferito il grado di generale della
santa Chiesa ed altri onori. Volle egli che questo suo nipote avesse
il generalato delle sue milizie destinate in aiuto della Francia; ma
queste si andarono lentamente adunando, ed arrivò il mese di luglio che
non erano per anche partite dallo Stato di Milano. Si mossero in fine,
e con grandi stenti passando in Lorena, e patendo una grave diserzione,
ben tardi fecero la loro comparsa in Francia. Dicono che esso papa
spendesse per quella guerra più di un mezzo milione di scudi d'oro
della camera apostolica, oltre a quaranta mila altri di borsa propria.
Anzi il Campana scrive, essersi fatto conto che nei pochi mesi di vita
di questo pontefice fosse speso vicino a _tre milioni di ducati_, o sia
scudi d'oro (altri dicono anche più), _la maggior parte per l'occasione
della carestia e delle guerre di Francia_. Aggiunge egli nulladimeno,
essere stata comune opinione che da' suoi ministri fosse in ciò non ben
servito, prevalendosi eglino del troppo buon naturale del pontefice,
il quale non figurava in altrui le male qualità che non trovava in sè
stesso. Volete udirne una bella? Per attestato del medesimo storico,
nell'ultima malattia del papa _per parecchi giorni fu egli sostenuto
in vita dalla virtù dell'oro macinato e di alcune gioie, che gli si
diedero pel valore di quindici mila scudi_. Convien ben conchiudere che
questo buon papa avesse attorno sè o degli sciocchi medici o dei molto
accorti ladri.
Portossi sul principio d'agosto dell'anno presente a Roma _Alfonso
duca_ di Ferrara con seguito di secento persone per ottenere dal
pontefice, che gli compartì distintissimi onori, la facoltà di potere
alla sua morte aver per suo successore nel ducato _chi a lui fosse
piaciuto_, come lasciò veridicamente scritto Bartolomeo Dionigi da
Fano storico, e non già come altri mal informati parlarono di quella
faccenda. Non aveva egli figli proprii, e desiderava la libertà
di eleggere alla successione uno delle due linee allora esistenti
della casa d'Este. Si trovarono a ciò delle difficoltà; ma queste si
sarebbono probabilmente superate, se non fosse sopraggiunta la morte
dello stesso _papa Gregorio XIV_, il quale, essendo stato sempre
infermiccio, finalmente nel dì 15 d'ottobre fu chiamato da Dio a
miglior vita: pontefice piissimo e di ottima volontà, il cui governo,
oltre alla brevità, si trovò sempre in tempesta per le pubbliche
sciagure.
Riaperto il conclave nel dì 29 del suddetto mese, concorsero i voti
de' porporati nella persona di _Gianantonio Facchinetti_, chiamato
il cardinale Santi Quattro, Bolognese di patria, personaggio di
sperimentata bontà e di molta letteratura, ma che per l'età d'anni
settantatrè e per l'afflitta sua complessione ben si conosceva di dover
essere di brevissima vita, siccome avvenne. Si fece egli chiamare
_Innocenzo IX_. Perchè fossero eletti questi tre ultimi papi quai
depositi che la morte in breve ripeterebbe, sarà ciò proceduto da
que' medesimi motivi per li quali si son fatti in altri tempi altre
simili elezioni. In persona si portò _Vincenzo duca_ di Mantova a Roma
a rendere ubbidienza a questo papa, e ne ricevè molte dimostrazioni
di stima ed affetto. Quale intanto s'era preveduto, tale si provò
l'animo del novello pontefice, cioè tutto rivolto a soccorrere Roma e
gli altri Stati della Chiesa nella grave carestia che tuttavia faceva
guerra alla povera gente, e a sostenere la lega di Francia contra del
re Arrigo. Delle tante gabelle imposte al popolo romano, massimamente
da papa Sisto, egli immantenente ne levò non so quante, e compartì
ad esso popolo altre grazie. E perciocchè s'era inteso che passassero
male gli affari della lega suddetta in Francia, le promise cinquanta
mila scudi al mese, con sollecitar anche _Alessandro duca_ di Parma
a recarle aiuto. In somma, disposizioni in lui si miravano per fare
un ottimo governo, perchè, sebben pel suo naturale era tardo nelle
risoluzioni e nell'accordar le grazie, pure riuscivano poi queste
maggiormente maturate dalla prudenza. Ma non tardò la morte a privar
la cristianità di sì buon pastore. Nel dì 21 di dicembre si trovò egli
indisposto, e sopraggiunta poi la febbre con flusso nel dì 29 d'esso
mese, secondo alcuni, rendè l'anima al creatore, o piuttosto nel dì 30,
secondo altri, per essere succeduta la sua morte nella notte avanzata
precedente ad esso dì 30. L'elezione dunque d'un nuovo pontefice fu
riserbata all'anno seguente.
Con varia fortuna continuò ancora in quest'anno _Carlo Emmanuele
duca_ di Savoia la guerra di là dai monti. Erano stati da gran tempo
i Marsiliesi in dubbio se avessero a mettersi anch'eglino sotto la
di lui proiezione, come aveano fatto quei di Aix e d'altri luoghi
della Provenza; ma finalmente prevalse il partito di chi era a lui
favorevole. Entrò dunque in essa città il duca nel dì 2 di marzo,
accolto con gran solennità e festa da quel popolo. Ma cotali acquisti
del duca, benchè fatti con belle proteste di sola protezione, e non
già di dominio, pur venivano mirati di mal occhio non solamente dal
re Arrigo, ma anche dalla stessa lega cattolica, temendo essi che il
re di Spagna meditasse di mettere il medesimo duca suo genero sul
trono di Francia. Fu in questi tempi preso Granoble nel Delfinato
dagli ugonotti; e perciocchè il duca scarseggiava di gente, e più di
denaro per soddisfare ai presenti bisogni, e la Provenza si scansava
dal darne, con allegare la sua impotenza; passò il medesimo duca in
Ispagna per implorar soccorsi dal re, ed impetrò danaro, pensioni
per li suoi figli e molti altri donativi. Tornò poscia in Provenza
sul principio di luglio con tredici galee cariche di fanteria
spagnuola. Entrò in Arles, prese altri luoghi; ma a Pontecarrate ebbe
una fiera sconfitta dal Lesdiguieres, il qual poscia s'impadronì di
Barcelonetta, e diede altre percosse ai Savoiardi. In Francia fu di
nuovo in pericolo la città di Parigi di esser sorpresa dall'armi del
re Arrigo, il quale nell'anno presente s'impossessò di Ciartres, di
Noion e di altri luoghi. All'incontro, la città di Bordeos si diede
alla lega. Poi verso il principio di novembre venne pensiero ad esso
re, assistito dagli Inglesi, di mettere l'assedio alla vasta e forte
città di Roano, ancorchè sapesse che gran provvisione di soldati,
vettovaglie e munizioni ivi si trovava. Peggio passò per li cattolici
in Fiandra, perciocchè il conte Maurizio di Nassau, generale delle
Provincie Unite, ossia eretiche, raunava di grandi forze; e il duca
di Parma _Alessandro_ comandava a soldatesche ben sovente ammutinate
per la mancanza delle paghe, le quali tutto dì erano promesse dal re
Cattolico, e mai non si vedeano comparire; oltre di che, da esso re era
egli di tanto in tanto premurosamente incitato a portar soccorsi alla
lega franzese. Mirabil fu la prestezza del suddetto conte Maurizio, per
cui vennero alle sue mani Vesterlò, Zutfen, Deventer ed altre minori
piazze. Una brutta percossa toccò ancora alla cavalleria del Farnese,
nel mentre che egli era accampato ad un forte opposto a Nimega. Il
peggio fu che anche la stessa Nimega, per tumulto ivi nato, si rendè
alle armi d'esso Maurizio. Con tutto questo dai replicati comandamenti
venuti da Madrid fu sforzato il Farnese a mettersi in ordine per dar
soccorso all'assediata città di Roano.
Anno di CRISTO MDXCII. Indizione V.
CLEMENTE VIII papa 1.
RODOLFO II imperadore 17.
Se mai fu scuola di scherma, anzi di battaglie il pontificio conclave,
certamente ciò si verificò nel tenuto dopo la morte di papa Innocenzo
IX. Gravi dispute furono per l'elezione del successore, ma finalmente
rimasero sopite, per essersi accordati i cardinali nel dì 30 di gennaio
nell'elezione del _cardinale Ippolito Aldobrandino_, personaggio di
gran merito per l'illibatezza de' costumi, per l'elevato ingegno, per
la rara letteratura e per la pratica de' mondani affari. Era egli nato
nell'anno 1535 nella città di Fano, ma da padre nobile fiorentino,
cioè da Silvestro insigne giureconsulto, il cui fratello Giovanni
fu cardinale. Dopo la carriera di varii impieghi venne promosso alla
sacra porpora nel 1585 da Sisto V, e spedito legato in Polonia: quivi
accrebbe il credito della sua saviezza ed abilità. Creato papa, prese
il nome di _Clemente VIII_, nè tardò a sposar anch'egli, come aveano
fatto i suoi predecessori, gl'interessi de' cattolici in Francia, con
promettere loro soccorsi di gente, occorrendo, e sopra tutto dì danari;
anzi ordinò che que' fedeli procedessero alla dichiarazione di un re
cattolico coll'esclusione dell'eretico re di Navarra _Arrigo_: cosa
che alterò non poco gli animi d'esso re e di tutti i suoi partigiani,
fra' quali si contavano anche moltissimi cattolici ed anche vescovi.
Quindi si accinse ad una lodevol opera a cui non aveano pensato gli
antecessori suoi, ma che il concilio di Trento avea raccomandato, cioè
alla visita personale di tutte le chiese, monasteri collegi, spedali
e confraternite di Roma, a fin di emendare ogni abuso e difetto, e di
rimettere il culto di Dio, la pulizia e i buoni costumi in qualsivoglia
di quei sacri luoghi. Inoltre per implorar la benedizioni di Dio,
istituì in Roma il corso perpetuo delle quaranta ore, con altre azioni,
che sempre più confermarono la comune espettazione del di lui zelo pel
buon governo pastorale e civile. E perciocchè continuavano tuttavia
le insolenze e gli assassinii de' banditi nella Campagna di Roma, con
tutto vigore anch'egli si applicò a buoni espedienti per liberare i
suoi Stati dai pertinaci loro insulti, avendo spezialmente inviato
contra d'essi Flaminio Delfino con buon numero di cavalli e fanti, il
quale non cessò di perseguitarli, senza perdonare a chiunque d'essi gli
capitava alle mani. Questo valentuomo quegli fu che mise il cervello a
partito a Marco Sciarra capo di quegli scellerati, a Luca suo fratello,
e agli altri lor seguaci, i quali perciò presero il partito di mutar
cielo. Nè stette molto a presentarsi l'occasione. Facea gente per
la repubblica veneta il conte Pietro Gabuzio, e trasse a quel soldo
lo Sciarra con cinquecento de' suoi, tutta gente intrepida, avvezza
alle fatiche e alle schioppettate, e li condusse di là dal mare al
servigio d'essa repubblica, che allora avea guerra con gli Uscocchi, e
si armava per apprensione de' Turchi. Per questo fatto prese tal fuoco
papa Clemente, siccome uomo imperioso, che usò minaccie contra de'
Veneti se non davano in sua mano i capi di que' masnadieri. Non mancò
il senato veneto di spedire apposta ambasciatore per placarlo, con
rappresentargli quanto disdicesse allo onore e alla buona fede della
repubblica il sacrificar gente che avea prestato ad essa il giuramento,
nè potea più nuocere agli Stati della Chiesa, e solo potea giovare alla
cristianità. A nulla servì: il pontefice tenne saldo, e bisognò in fine
che si trovasse ripiego per contentarlo. Sciarra fu poscia ucciso, e la
sua gente mandata in Candia a combattere colla peste, dove parte mancò
di vita, e il resto si dissipò: laonde fu creduto, ma vanamente, che
avesse avuto fine la tragedia de' banditi. Tal fatto da Andrea Morosino
è raccontato all'anno presente, dal Campana al seguente.
Erano già corsi tre mesi che il re di Navarra ossia di Francia _Arrigo
IV _teneva strettamente assediata la nobil città di Roano, difesa con
gran coraggio e frequenti sortite non meno da quella guarnigione che
dalla cittadinanza. Il duca di Parma _Alessandro_, tuttochè vedesse
in quanto pericolo restasse la Fiandra, s'egli l'abbandonava, giacchè
il conte Maurizio di Nassau andava facendo ogni dì nuovi progressi;
pure ordini sì precisi ebbe da Madrid di recar soccorso alla suddetta
assediata città, che gli fu forza ubbidire. Sul principio dunque
dell'anno mosse verso colà l'oste sua, composta di dieci mila fanti e
di tre mila cavalli, coi quali s'unì anche la gente mandata dal papa,
e poscia i duchi d'Umena e di Guisa colle loro schiere. All'avvicinarsi
di questo esercito, a cui accresceva il credito la maestria e fama del
prode generale, il re Arrigo, lasciato sotto Roano il maresciallo di
Birone, col resto della sua armata gli andò incontro sino ad Umala,
dove seguì nel dì 5 di febbraio un fatto d'armi, in cui una buona
percossa toccò ad esso re, che, anche leggermente ferito, non si
recò a vergogna di fuggire. Negli stessi giorni, uscito il Villars
comandante dell'armi in Roano, fieramente danneggiò gli assedianti e
le loro trincee, con restarvi lo stesso Birone gravemente ferito in
una gamba. Parere di tutti gl'intendenti fu, che se il duca di Parma
passava senza dimora ad assalire il campo nemico, allora spaventato e
confuso, siccome egli proponeva e desiderava, non gli potea mancar la
vittoria. Ma l'Umena, o per gara con lui, o per non volere esporre i
suoi a rischio alcuno, ricusò di secondarlo. Il perchè, dopo qualche
soccorso di danaro e di polve introdotto in Roano, e dopo alcuni altri
piccioli fatti, il Farnese si allontanò da quelle parti. Era già venuto
il mese d'aprile, e più che mai stretto si trovava Roano dalle forze
del re Arrigo, quando il Villars fece intendere al Farnese e all'Umena,
che se in termine di pochi giorni non era sovvenuto, tratterebbe
della resa col re. Fu risoluto allora di marciare a quella volta;
ma Arrigo prima del loro arrivo levò il campo e si ritirò. Voleva
inseguirlo il Farnese, e di nuovo trovò l'Umena di contrario parere.
Restò intanto libera la città di Roano, se non che, per aprire il passo
alle vettovaglie convenne prendere Caudebec, sotto la qual piazza fu
malamente ferito il Farnese in un braccio. Seguirono poi varie altre
fazioni di guerra; e perchè molto superiore di gente era l'esercito del
re, fece il Farnese da gran maestro di guerra una mirabile ritirata di
là dalla Senna.
Si prevalse in questi tempi della lontananza del duca di Parma e delle
sue genti il conte Maurizio di Nassau generale delle Provincie Unite.
Formò l'assedio di Steenvich, che dopo una gagliarda difesa venne alla
sua ubbidienza. Altrettanto fece Coverder con altri luoghi. Ma il più
terribil colpo che potesse avvenire agli affari del re di Spagna in
Fiandra, fu la morte di _Alessandro Farnese_. Per tante fatiche da lui
sofferte in guerra aveva egli contratta una lenta infermità, a cui si
aggiunse la grave ferita nell'anno presente da lui riportata, per cui
nulla potè più operar di rilevante nel resto dell'anno. Ritiratosi
in Fiandra, e sempre più sentendosi venir meno, tuttochè nol volesse
mai confessare o per l'innato suo coraggio, o per la vanità comune
ad altri principi ed eroi di voler che prima si sappia la lor morte
che la lor malattia: finalmente in età di soli quarantasette anni
finì di vivere nella città di Arras (e non già d'Anversa, come alcuni
lasciarono scritto) nel dì 2 di dicembre. _Gran capitano in vero_, per
valermi delle parole del cardinal Bentivoglio,_ e di nome sì chiaro
senza alcun dubbio, che la sua fama può collocarlo tra i più celebri
dell'antichità, e farne in modo riverir la memoria all'età presente,
che ne abbiano a restar con ammirazione ancora i posteri in tutto il
corso delle future_. Fu compianta da tutti i cattolici la morte di
questo eroe, e massimamente in Roma, dove quel popolo riputò sempre
sua gloria l'averlo per concittadino, e il giudicò per non inferiore
agli antichi Fabii e Scipioni. Infatti il senato romano, non contento
d'avere onorata nell'anno seguente la di lui memoria con solenni
esequie nella chiesa di Araceli, fece anche fabbricar la sua statua
da dotto artefice, e collocarla nel Campidoglio. Lasciò dopo di sè
questo famoso principe due figli, cioè _Odoardo_, creato cardinale nel
precedente anno da papa Gregorio XIV, e _Ranuccio_ suo primogenito,
che a lui succedette nel ducato di Parma e Piacenza. Si trovava egli
allora in Fiandra con aver già dati segni di gran valore nel comando
dell'armi, siccome luogotenente del padre infermo nelle azioni di
guerra dell'anno presente. Fece quel principe dipoi trasferire a Parma
l'ossa del genitore, e celebrar sontuoso funerale pel riposo dell'anima
sua.
Al valore di _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, che guerreggiava in
Provenza, fu in quest'anno ancora parte avversa e parte propizia la
fortuna. Riuscì al Lesdiguieres generale del re Arrigo di entrare per
tradimento nella città d'Antibo, dove, oltre al sacco, furono commesse
tutte le maggiori iniquità. Rinforzato che fu il duca di gente, andò
a mettere l'assedio a quella città, e la ricuperò. Intanto il duca di
Nemours, uno della lega cattolica, con aiuti ricevuti dal re di Spagna
sopraggiunse in quelle parti, ed ebbe la sorte di prendere la città di
Vienna, San Marcellino ed Eschelles. Ma mentre si fa guerra in Provenza
e in Delfinato, ecco che Lesdiguieros s'impadronisce dei castelli
di Ozasco, Ferusa, di Cavours e di altri luoghi: il che obbligò il
duca a tornare di qua dai monti per opporsi a maggiori conquiste;
e però il duca d'Espernon, altro generale del re Arrigo, potè con
facilità ritorgli di nuovo la città di Antibo. Seguirono ancora
varie scaramuccie, che non importa riferire. In grande apprensione si
trovò nell'anno presente la repubblica di Venezia, e seco l'Italia,
per la guerra mossa in Croazia dai Turchi contro la casa d'Austria,
avendo que' Barbari occupati varii luoghi in quelle contrade. Ricorse
l'_Augusto Rodolfo_ per questo al papa, giacchè il senato veneto non si
sentiva voglia di romper la pace colla Porta; e non lasciò il pontefice
di promettergli aiuti per difesa di quella cristianità. Intanto dai
vescovi di Francia fu spedito il _cardinal Gondi_ per informare esso
papa della vera situazione degli affari della Francia; ma giunto
egli in Toscana, ricevè ordine da Roma di non passar oltre per essere
considerato fautore di un re eretico e relapso. Gran fatica si trovò
per superar gli ostacoli, e per ottenere, siccome poi avvenne, che
potesse finalmente giugnere a Roma.
Anno di CRISTO MDXCIII. Indizione VI.
CLEMENTE VIII papa 2.
RODOLFO II imperadore 18.
Furono quest'anno in una gran crisi le turbolenze della Francia. In
Parigi per gl'impulsi del _pontefice_ e del _re Filippo_ di Spagna
fu pubblicato un editto, per cui s'invitavano al parlamento generale
del regno non solamente tutti gli aderenti della lega, ma i cattolici
ancora che seguitavano il partito del _re Arrigo IV_. Lasciò esso
re guidarsi dal consiglio de' savii, e permise che si venisse ad una
conferenza fra i suoi e quei della lega. Nello stesso tempo il conte
Gasparo Sconberg Tedesco, facendogli sempre più conoscere che la via
propria di conseguir la corona e di quetar tanti sconvolgimenti, era
quella di tornar di nuovo all'abbandonata religione cattolica, il mosse
ad informarsi da' calvinisti stessi se i cattolici si possano salvare
nella religion che professano. Nol poterono coloro negare. Similmente
riflettendo che, secondo la sentenza de' cattolici, non possono sperar
l'eterna salute i professori della eresia, poco stette a conchiudere
che la più sicura, anzi l'unica via di appagar la propria coscienza,
era l'abbracciare la religione cattolica romana. E però commise ai
suoi delegati di protestare ch'egli era pronto a farsi istruire in
essa religione. Portata questa dichiarazione al congresso, riempiè
di giubilo chiunque altre mire non avea in quelle discordie, se non
la conservazione della fede cattolica nella Francia. Ma a chi sotto
l'ombra della religione covava degli altri segreti disegni, dispiacque
assaissimo. Al duca d'Umena, siccome capo della lega, premeva forte
di conservar la sua autorità e il comando dell'armi. Venne anche a
scoprirsi, tendere le intenzioni del re Cattolico a far dichiarare
regina di Francia l'infanta _Chiara Eugenia_ sua figlia, a cui poscia
si darebbe per marito l'_arciduca Ernesto_ fratello dell'imperadore,
o pure alcuno dei principi della casa di Lorena. Ma perciocchè il
duca di Feria, ambasciatore d'esso re Filippo propose per re il
_duca di Guisa_, l'Umena, anch'egli pretendente, trovò il ripiego di
disturbar l'affare con proporre la necessità di accettar la tregua
proposta dal re Arrigo. Intanto esso re con ascoltar più fiate alcuni
dotti e zelanti prelati cattolici che gli spiegarono le controversie
teologiche, e gli levarono di capo ogni difficoltà e scrupolo intorno
alla religione, fra i quali spezialmente si distinse il celebre _Jacopo
Davy di Perrona_, che fu poi cardinale, si dichiarò pronto a rifar
di buon cuore la profession della fede cattolica. Divolgato questo
suo pensiero, e che il cardinal di Borbone e varii vescovi meditavano
di accettar la sua abiura, e di dargli l'assoluzione, avrebbe ognun
creduto che avesse da esultarne il legato apostolico _Filippo Sega_,
appellato il cardinal Piacentino. Tutto il contrario avvenne. Pubblicò
egli un editto contenente, che per essere Arrigo eretico relapso, il
solo romano pontefice potea conoscere e giudicar della sua causa, con
dichiarar nullo tutto quanto in ciò operassero i prelati franzesi. E
nello stesso tempo risonavano i pulpiti contra dello stesso Arrigo,
quasichè la proposta conversione sua fosse figlia del solo interesse, e
una finzione per procacciarsi la corona, e poi tradir la religione.
Ciò non ostante, nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo maggiore,
il re _Arrigo_ nella chiesa del monistero di San Dionigi presso
Parigi, alla presenza del suddetto cardinale e di molti vescovi,
abiurò pubblicamente l'eresia, professò la fede cattolica, ricevette
l'assoluzion dalle scomuniche, e fatta poi la segreta confession
dei suoi peccati, ne fu parimente assoluto, con restar coronata
quella funzione da un solenne _Te Deum_. Seguì poi la tregua, per
cui cessarono le guerre, e il re non lasciò di spedire _Lodovico
Gonzaga duca_ di Nevers in Italia, e il _vescovo del Manso_ per suoi
ambasciatori al papa, affine di notificargli la sua riconciliazione
colla Chiesa: nel qual tempo anche il _duca d'Umena_ spedì a Roma il
_cardinal di Gioiosa_ per trattenere il pontefice da accomodamento
alcuno. Infatti _Clemente VIII_, che navigava allora coi venti di
Spagna, sulle prime fece intendere al duca di Nevers di non poterlo
ammettere in Roma come ambasciatore d'Arrigo. Poscia si contentò che
venisse in Roma, ma con prescrivergli di fermarsi non più di dieci
giorni, e di non trattare con alcuno de' cardinali per conto degli
affari di Francia. Entrò egli in Roma nel dicembre come incognito;
parlò vivamente col papa del re; ma nè le sue ragioni, nè una lettera
piena di divote espressioni del re, nè un bel memoriale d'esso duca
poterono punto smuovere il papa. E perciocchè non mancavano molti
cardinali di dolersi che il pontefice lavorasse qui di sua testa, nè
gli ammettesse a parte di un negozio di tanta importanza per la Chiesa
di Dio, egli in un concistoro risentitamente parlò, dicendo di essere
risoluto di non approvar quel fatto: _contro la qual deliberazione_
(scrive Cesare Campana) _se per innanzi alcuno osasse di dir parola,
egli era per farne rigorosa dimostrazione_. In tale stato rimasero
per quest'anno gli imbrogli della Francia, con aver nulladimeno il
re pubblicato nel dì 27 di dicembre un proclama, in cui faceva sapere
ad ognuno la sincera sua riunione colla fede e Chiesa cattolica, e la
spedizione fatta a Roma del duca di Nevers per riconoscer il papa e il
vivo suo desiderio della pace, esortando i popoli all'ubbidienza e ad
abbandonare i perturbatori della pubblica quiete.
Per ordine del re Cattolico era passato nel presente anno dalla
Fiandra in Francia con sei mila fanti e mille cavalli il conte
Carlo di Mansfeld, figlio del conte Pietro Ernesto, cioè di chi pro
interim governava allora le provincie cattoliche fiamminghe. Unito
egli col duca d'Umena, s'impadronì della città di Noion, e di altri
luoghi in Picardia, finchè la tregua suddetta fece posar l'armi per
tutta la Francia. Rimasta assai sguernita di forze la Fiandra, il
conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, seppe ben
profittarne. Imprese l'assedio di Gertrudemberga; ed avendo tentato
in vano il vecchio conte di Mansfeld di rimuoverlo di là, costrinse
quella piazza alla resa. Impossessossi dipoi di altri luoghi di nome
oscuro. Ne' quali tempi una sopra modo fiera tempesta di mare danni
immensi recò alla Olanda, dicendosi che restassero preda dell'Oceano
circa cento e quaranta navi cariche di varie merci. Nè pure cessò
in quest'anno _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia di far guerra in
Piemonte, dove, per assicurare il passo della Savoia e di Susa, prese
per forza il castello di Exiles, e il forte di Miradolo fabbricato da
Lesdiguieres: azioni fatte a vista del nemico, il quale non osò mai
di opporsi. Fabbricò ancora un forte nella valle di Perusa, e ricuperò
il castello di Luserna e la terra di Cavours, ma non già la rocca. In
Croazia ancora ed in Ungheria fecero guerra i Turchi all'_imperadore
Rodolfo_, e ne riportarono in varii incontri delle buone busse. La
vicinanza di que' rumori, e il sospetto ch'essi Turchi, benchè durasse
la pace, potessero far qualche scorreria nella patria del Friuli,
fece prendere a' signori veneziani la saggia risoluzione di fabbricar
di pianta una città che insieme fosse fortezza. Fu dunque scelto un
sito ai confini degli Stati Austriaci, lungi dieci miglia da Udine,
e due da Strasoldo, ed ivi fabbricata una mirabil ampia fortezza, a
cui fu posto il nome di Palma-Nuova, grande antemurale del Friuli e
dell'Italia. Non andarono esenti in quest'anno dalle insolenze dei
Turchi le spiaggie della Sicilia e del regno di Napoli, perchè sbarcati
que' Barbari predarono migliaia di anime cristiane, arsero anche molti
villaggi e qualche terra grossa in quelle parti, non trovandosi più
nel Mediterraneo, eccettochè i cavalieri di Malta, chi pensasse a
reprimere l'orgoglio loro. Accadde anche in Palermo l'incendio di quel
castello, essendosi attaccato il fuoco al magazzino della polve, che
saltò in aria con grande squarcio nelle altre fabbriche, e colla morte
di circa trecento persone: disgrazia a cui facilmente son sottoposte le
fortezze, allorchè succedono temporali nell'aria; perchè siccome per
la fermentazione dei nitri e di altre esalazioni si accendono i lampi
e le folgori nelle nuvole, così anche presso alla terra fermentandosi
i nitri, e spezialmente i raunati nei conservatorii della polve da
artiglieria, e concependo il fuoco, cagionano dipoi grandi sterminii.
Noi questi incendii attribuiamo a' fulmini scendenti dalle nuvole; ma
naturalmente succede anche nel basso ciò che noi sì sovente miriamo
nella region delle nubi.
Anno di CRISTO MDXCIV. Indizione VII.
CLEMENTE VIII papa 3.
RODOLFO II imperadore 19.
Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la
renitenza ed inflessibilità di _papa Clemente_ ad accettare in seno
della Chiesa il convertito _re Arrigo IV_. Per quante ragioni sapesse
addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto
l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non
da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì
egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì
innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro
pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare
in questo negozio, sì per conservare la autorità della santa Sede,
ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza
di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla
vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza
de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della
religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse
la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma,
nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune,
e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e
trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di
ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo
interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica
intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi
succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di
creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze,
avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto
degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de
frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel
regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux
riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli
nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del
titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare
i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed
altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims
la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres
con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato
prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo
pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza
offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato,
benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore, più che mai
si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma,
fu accompagnato a Montargis da _Jacopo di Perrona_ insigne vescovo
e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio
di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa
si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella
piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero
al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.
Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse.
Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena
arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni
diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de'
cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice
verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente
chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro
e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il
delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente
inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse
di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in
camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni
scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore
la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per
altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu
ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza
creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo,
o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università,
benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè
prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pure _Filippo re di
Spagna_ non ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la
guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinato e
Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece
esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse
fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e
costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì.
Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di
veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici
Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo
entrò in quest'anno l'_arciduca Ernesto_, non succederono fatti di gran
conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau
fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace
ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza
delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito
della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente
ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora
comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia
furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de'
Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che
non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino,
che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da
quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo
anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca.
Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà
Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio
turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua,
perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia
di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando
quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto
v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii
villaggi e terre murate di quella riviera, con danno di centinaia
di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto
in Mantova cessò di vivere _Leonora d'Austria_ figlia di _Ferdinando
imperadore_, e già moglie di _Guglielmo duca di Mantova_, principessa
di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per
così dire, adorata da quel popolo.
Anno di CRISTO MDXCV. Indizione VIII.
CLEMENTE VIII papa 4.
RODOLFO II imperadore 20.
Finalmente nel presente anno facendo breccia nel cuore di _papa
Clemente_ que' riflessi che nel precedente aveano avuta sì poca
fortuna, ebbe la cristianità la consolazione di veder calmate le
turbolenze della Francia, e rimesso il _re Arrigo IV_ in grazia
della santa Sede. I prosperosi successi d'esso re, a cui pochi oramai
palesemente ricalcitravano in Francia, e l'aver egli dichiarata la
guerra al re di Spagna che fin qui avea alimentato quel fuoco, cagion
furono che il pontefice non si lasciasse più regolar dalle massime
spagnuole, ma che si consigliasse unicamente con chi, senza privati
interessi, amava il ben della Chiesa. Fatte dunque segretamente
penetrar le sue scuse e il buon animo al re per mezzo del celebre
Arnoldo d'Ossat, che come prete privato stava allora in Roma e trattava
gli affari di esso re, fu spedito da Parigi _Jacopo Davy signor
di Perrona_, un dei più dotti cattolici della Francia, acciocchè
maneggiasse così importante affare. Arrivò egli a Roma senza formalità
nel dì 12 di luglio, informò il papa di quanto occorreva, e gli
porse un'umile supplica a nome del re. Furono smaltite le condizioni
colle quali il pontefice volea accordargli l'assoluzione; poscia nel
concistoro del dì 2 di agosto propose la determinazione da lui presa
di ricevere nel grembo della Chiesa cattolica esso Arrigo. Non vi
furono fra i porporati, se non alcuni pochi parziali degli Spagnuoli,
i quali, giacchè non poteano impedirlo, misero in campo delle
stravaganti condizioni, secondo le quali mai non si sarebbe venuto
allo scioglimento di quel nodo. Non così fece il cardinal _Francesco
Toledo_, personaggio dottissimo della compagnia di Gesù, rapito di
poi nell'anno seguente dalla morte, il quale quantunque Spagnuolo di
nascita, pure, tenendo davanti agli occhi la sola gloria di Dio e il
bene della Chiesa, mirabilmente s'adoperò per condurre a fine quella
impresa di tanto rilievo. Altrettanto ancora operò _Cesare Baronio_
confessore del papa, poscia cardinale, spezialmente a ciò spinto da
_san Filippo Neri_, il quale in quest'anno appunto nel dì 26 di maggio
passò a miglior vita. Scelta dunque la domenica corrente nel dì 17 di
settembre, con tutta solennità e decoro si eseguì la funzione. Nel
portico della basilica di San Pietro, le cui porte stavano chiuse,
si presentarono al papa, attorniato dal sacro collegio e da infinito
popolo, il Perrona e l'Ossat, come procuratori di Arrigo; esibirono
il di lui memoriale e lo strumento della lor procura; quindi a nome
del re abiurarono tutte le eresie, e fecero la profession della fede
cattolica, riconoscendo per nulla l'assoluzione a lui data in Francia,
ed accettando le già concordate condizioni e le penitenze imposte
al re. Fu poi proferita la sentenza dell'assoluzion pontificia,
spalancate le porte di San Pietro, intonato e cantato il _Te Deum_,
cui fecero ecco i rimbombi delle artiglierie di castello Sant'Angelo,
con assaissime altre feste del popolo romano. Di somma consolazione
eziandio al pontefice e al cattolicismo riuscì nell'anno precedente
l'arrivo a Roma di due oratori spediti dal patriarca d'Alessandria,
e nel presente anno di due altri inviati da alcuni vescovi della
Russia polacca per unir le loro chiese alla Chiesa e credenza romana,
con abiurar gli errori delle lor sette. Non occorre che io dica qual
frutto si ricavasse dalla comparsa dei primi, da che ognun sa che gli
eutichiani d'Egitto continuano ad essere separati da noi.
Riportò ancora in quest'anno gran lode presso il popolo romano
la costituzione, ossia bolla della congregazione sopra i baroni,
pubblicata nel dì 30 di giugno da _papa Clemente_. Il far dei grossi
debiti costava poco ai nobili romani, nè poi maniera si trovava di
pagarli, essendo i lor beni sottoposti a fideicommissi e ad altri
legami: dal che proveniva immenso danno tanto ai creditori che al
pubblico commercio. Deputò dunque il pontefice una congregazione con
facoltà di poter distraere i feudi e le castella, ed altri beni stabili
di essi baroni, non ostante qualsivoglia vincolo di fideicommisso,
affinchè venisse da lì innanzi soddisfatto ai creditori. A questa
ordinazione diede poi miglior forma _papa Urbano VIII_. Grande
apprensione intanto recavano al pontefice Clemente i progressi de'
Turchi in Ungheria, divenuti più orgogliosi per la presa di Giavarino;
e l'_Augusto Rodolfo_ non cessava di chiedere aiuti. Per sovvenirlo
impose il pontefice quattro decime agli ecclesiastici d'Italia, e si
diede a far leva di soldatesche negli Stati della Chiesa, disegnando
di spedir colà un corpo di dodici mila fanti e di mille cavalli.
Il comando di questa gente, in cui si contarono assaissimi nobili
uffiziali italiani, fu dato a _Gian-Francesco Aldobrandino_, nipote
del papa, che, dopo avere con grandiosa solennità ricevuto il bastone
di generale e le bandiere, marciò alla volta dell'Ungheria. Anche
_Ferdinando gran duca_ di Toscana vi avea dinanzi spedito altri
soccorsi di gente. _Don Giovanni, don Antonio de Medici_, il duca di
Bracciano ed altri signori con quelle truppe si segnalarono in varie
imprese. Ma _Vincenzo duca di Mantova_, mosso dalla sua parentela
coll'imperadore, volle passare in persona a quella guerra, menando seco
un accompagnamento di circa mille e quattrocento uomini a cavallo tutti
atti a guerreggiare. Questo principe sorpreso poi in Comora da una
pericolosa malattia, fu forzato verso il fine d'ottobre di ritornarsene
in Italia a cercar aria migliore per risanarsi. Aveano intanto l'armi
dell'imperadore, comandate dal valoroso conte Carlo di Mansfeld, presa
in Ungheria la città vecchia e nuova di Strigonia; ma nulla si potea
dir fatto, se non s'impadronivano anche della cittadella; quando colà
giunsero anche gl'Italiani suddetti, ai quali fu assegnato il lor
posto per la espugnazione di quella fortezza. Diedersi varii assalti,
ed in essi valorosamente combattendo, sacrificarono la lor vita molti
di quegli uffiziali e soldati, di modo che in fine spezialmente alla
bravura di essi Italiani fu attribuito l'essere stati forzati i Turchi
a rendersi a patti. Giunto in appresso anche colà il duca di Mantova
colle sue truppe, e bramoso di lasciar qualche memoria di sè, prese
ad espugnare la città di Vicegrado, e la costrinse alla resa. Degli
altri fatti di guerra in quelle contrade non permette l'assunto mio che
maggiormente io ne parli.
Sempre più intanto si venne toccando con mano che _Filippo II re di
Spagna_, già sì caldo protettore ed ausiliario della lega cattolica in
Francia, col manto della religione copriva altre politiche intenzioni.
Per la conversione del _re Arrigo IV_ andava sempre più declinando
essa lega. Si sapeva che in Roma gagliardamente si trattava della
riconciliazione d'esso re; e pure Filippo, lungi dal pensare a rendere
la quiete alla Francia, maggiormente si accendeva a farle guerra, e la
continuò ancora dappoichè la pace data dal pontefice ad Arrigo tagliava
le gambe a tutti i pretesti della lega. Dichiarò dunque Arrigo la
guerra al re Cattolico con un pubblico manifesto, al quale con altro
simile fu risposto. Giacchè era mancato di vita l'_arciduca Ernesto_
governatore della Fiandra, e pro interim restava appoggiato quel
governo al conte di Fuentes, a lui venne da Madrid ordine di proseguir
le ostilità. Entrato pertanto egli nella Picardia coll'esercito suo,
covando il disegno di ricuperar la città di Cambrai, assediò e prese il
castelletto, fortezza d'importanza per l'intenzione sua. Di là passò
all'assedio di Dorlac, al cui soccorso passati i Franzesi, ebbero
la mala pasqua. Fu presa anche quella terra e saccheggiata: dopo di
che il Fuentes arditamente cinse di assedio la riguardevol città di
Cambrai, tuttochè si trovassero alla difesa di quella città circa due
mila e cinquecento fanti e secento cavalli, oltre al presidio della
cittadella, consistente in cinquecento fanti. Ma teneva egli delle
intelligenze con alcuni di que' cittadini, fautori dell'arcivescovo;
e in fatti, dappoichè furono ben inoltrate le trincee, ed ebbero le
batterie alzate, non solamente diroccata buona parte del muro, ma
anche bersagliato un buon numero delle case della città, quel popolo
si mosse a manifesta sollevazione, ed aprì le porte agli Spagnuoli.
Ritirati i Franzesi nella cittadella, non tardarono molto a trattare
con tutte le più onorevoli condizioni che poterono desiderare. Per
tale acquisto gran gloria riportò il Fuentes, e somma fu l'allegrezza
delle provincie cattoliche della Fiandra, al cui governo arrivò
dipoi il _cardinale arciduca Alberto_, fratello del defunto arciduca
Ernesto. Dalla parte ancora della Borgogna e della Savoia faceano gli
Spagnuoli guerra alla Francia. Lesdiguieres tolse al duca di Savoia
Exiles, e il duca a lui il forte castello di Cavours ed altri luoghi.
Ma non per questo lasciavano d'andare sempre prosperando gli affari
del re Arrigo, perchè ricuperò Vienna nel Delfinato; la Provenza tornò
quasi tutta alla sua ubbidienza; Digion e Sciallon in Borgogna a lui
si diedero, per tacer di altri vantaggi suoi. Quel che più importa,
la riconciliazione sua colla santa Sede operò che il duca d'Umena ed
altri principi cominciarono segretamente a trattar seco di concordarsi
e sottomettersi; e _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, siccome saggio,
intavolò tosto e conchiuse una tregua con lui.
Non andò esente nè pure in questo anno la Campagna di Roma dagl'insulti
de' banditi, cioè spezialmente verso Anagni e Frosinone, dove commisero
orrendi misfatti. Contra di costoro spedì il pontefice alcune compagnie
di cavalli, ed altrettanto fece il conte di Olivarez vicerè di
Napoli contra degli altri che maggiormente infestavano quel regno.
Grandi lamenti erano per quella iniqua gente, che tutto dì svaligiava
viandanti e corrieri, e talvolta anche levava loro la vita. Fecero
prigioni Giambatista Conti nobile romano, ed Alessandro Mantica, e
poscia l'arcivescovo di Taranto e il vescovo di Castellanetta, a'
quali imposero di grosse taglie. Era in questi tempi generale delle
galee di Napoli don Pietro di Toledo; e pensando egli come vendicarsi
dell'insolenze fatte nei tempi addietro da' Turchi alle marine
d'Italia, aggiunse alle sue quattordici galee otto altre di Sicilia,
tutte ben armate; e colto il tempo che si facea da' Turchi nel mese
di settembre la fiera di Patrasso, all'improvviso giunse colà, e
messe le genti a terra diede un fiero sacco a tutti quei mercatanti
ebrei, turchi e greci. Dicono che vi restarono uccise circa quattro
mila persone, sapendo anche i cristiani essere turchi, quando hanno
il vento in poppa. Il bottino si fece ascendere a quattrocento mila
scudi romani, e parecchi mercatanti furono menati via ed obbligati al
riscatto. Benchè l'ammiraglio de' Turchi Cicala si trovasse a Navarino
lungi da Patrasso quaranta miglia, non si attentò a muoversi per voce
precorsa essere cinquanta le galee cristiane, e quelle ben fornite di
bravi combattenti e munizioni da guerra. _Pasquale Cicogna_ doge di
Venezia, personaggio di singolar probità, terminò in quest'anno a' dì
2 d'aprile la carriera del suo vivere. Sotto di lui fu fabbricato il
sontuoso ponte di Rialto, una delle più insigni fabbriche di Venezia.
Nel dì 22 oppure 26 d'esso mese venne sostituito in quella dignità
_Marino Grimani_. Restò funestato l'anno presente dalla morte di
altri illustri personaggi, cioè cardinali e capitani di gran nome,
fra i quali io nominerò solamente _Lodovico Gonzaga_, zio paterno
di _Vincenzo duca_ di Mantova, il quale passato negli anni addietro
in Francia, per le nozze contratte con _Enrica_ figlia ed erede di
_Francesco duca_ di Nevers, acquistò quel ducato e lo tramandò a
_Carlo_ suo figlio, che a suo tempo vedremo duca di Mantova. Gran
figura fece esso Lodovico nelle guerre civili di Francia. Merita
ancora di essere accennata la morte di _Torquato Tasso_, accaduta nel
presente anno a dì 26 di aprile in Roma, mentre si preparava la solenne
di lui coronazione in Campidoglio. Insigne poeta e principe dei poeti
epici italiani, e filosofo di alto sapere, come costa non men dai
suoi versi che dalle sue prose, ma che per gl'insulti della soverchia
sua malinconia fu gran tempo, per non dir sempre, zimbello della mala
fortuna.
Anno di CRISTO MDXCVI. Indizione IX.
CLEMENTE VIII papa 5.
RODOLFO II imperadore 21.
I pensieri del _pontefice Clemente_ nel presente anno furono
principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che
tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto
il generale de' frati minori a spiar gli animi del _re Arrigo_ e
del _cardinale Alberto_ governatore della Fiandra, e ad istillare in
amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzese
_Arrigo IV _non si accordava colle vaste idee del re di Spagna _Filippo
II_; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo
felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri
spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno
di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e
monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto
la di lui protezione, ed accettarono nel loro porto Carlo Doria colà
inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente
dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re
Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza
con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron,
di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi
si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti
del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì
16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo
si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò,
con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene
non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori
delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le
imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio
della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere
quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione.
Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito
addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran
sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra
che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma
senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati
impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani,
che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono
capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello,
promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva
soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel
castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie
contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un
sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla
fuga. Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il
bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono
anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio
anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto
l'importante fortezza di Hulst.
Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re
Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar
gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales
era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare
e conchiudere un'alleanza con _Elisabetta regina_ d'Inghilterra,
assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere
che, durante l'assedio della Fera, _Arrigo di Savoia duca_ di
Nemours, il _duca di Gioiosa_ potente in Linguadoca, e, quel che più
importò, il _duca d'Umena_ della casa di Lorena, dopo molti segreti
trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto
re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente
gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar
generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche
il _duca di Mercurio_, che più degli altri si era mostrato pertinace
fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore
ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una
dura lezion dagl'Inglesi _Filippo II re_ di Spagna. Fece la regina
Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche
gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa
cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra'
quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso
nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il
comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese
Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola
e città di Cadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana
e da altri _Calice_, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi
in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei
galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti
galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e
destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il
valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la
maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani
e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero
contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il
combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante
dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi
ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono
o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire,
si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad
assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi
ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare,
per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di
buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità
di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur
si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice
colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci;
e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli,
affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei
legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono
poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso
di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di
ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor
questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte
maltrattata, non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne
anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.
La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero
le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini
della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran
signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta
dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu
poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono
poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata
campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta
grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare
il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre
volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati
dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo
ora in Italia, dove _papa Clemente VIII_, mirando con sommo dispiacere
la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega del _re
Arrigo IV_ coll'Inghilterra, determinò d'inviare in Francia _Alessandro
de Medici cardinale_ ed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro
ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de'
mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla
pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato
pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato da _Arrigo di
Borbone_ principe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue
reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo
le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel
dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè
si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo
scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa alla
superbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il
titolo d'_illustrissimo ed eccellentissimo_, che già fu in uso per li
soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di
basso affare lo pretendevano. L'_illustre_ o _molto illustre_, che sul
principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva
dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo
abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai
maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di
grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli
pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così,
di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere al _signor
duca, al signor principe, marchese, conte, dottore_, ec. Passò questo
divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati
se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo
ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola
prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.
Anno di CRISTO MDXCVII. Indiz. X.
CLEMENTE VIII papa 6.
RODOLFO II imperadore 22.
Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma _Francesco di Lucemburgo_
duca di Penoy, ambasciatore di _Arrigo IV re_ di Francia, a rendere
ubbidienza al sommo pontefice _Clemente VIII_. Gran pericolo avea
corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato
di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro
recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur
da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso
papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in
Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere
de' capitani cristiani, si trovava l'_imperadore Rodolfo II_ in gravi
angustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla
potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane.
Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al
pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo
alla corte cesarea _Gian-Francesco Aldobrandino_ suo nipote, e intanto
con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata
l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel
mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri
che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto
mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando
all'_arciduca Massimiliano_. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di
maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue,
ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era
passato di nuovo in Ungheria _Vincenzo duca_ di Mantova, a cui fu data
la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va
a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne
l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo
fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani.
Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento
dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè
l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi
Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade.
Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande
armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta
di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani.
Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma
in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate
ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate,
quando poterono, a salvarsi ne' loro porti, disputando fra esse chi
maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.
Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in
Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono
la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori
trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie.
Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità
con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che
prima comunicò il suo disegno all'_arciduca cardinale_, di sorprendere
all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens
capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più
di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu
quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per
la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata
questa nuova al _re Arrigo_, dimorante allora in Parigi, al vederne sì
afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici
aveano portato Amiens in Ispagna. _No_, risposero; ed egli allora
soggiunse: _Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni_. E non tardò
a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di
formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le
maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi;
e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni.
Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già
presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che
si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto
si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con
diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti
cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito
a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questa armata nel
dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che
s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente
potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti.
Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso,
che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la
risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli,
perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto
come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore
poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25
di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò
intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè
in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh,
Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi
cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei
della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi
e _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di
novembre l'_infanta Caterina_ sua moglie, figlia del _re Filippo II_,
principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general
franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli
acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia
fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.
All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente
toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi.
Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata
di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare
Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non
sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo
affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero, ed anche
offesero la verità in parlando delle qualità personali di _don Cesare
di Este_, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27
d'ottobre _Alfonso II duca_ di Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè
non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed
erede il suddetto _don Cesare_ suo cugino, nato da _don Alfonso_ figlio
di _Alfonso I duca_ di Ferrara, e da _Giulia della Rovere_ figlia
di _Francesco Maria duca di Urbino_. Pretesero i camerali romani che
questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura
Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre
prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi
per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia
tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto
in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a
pubblicare che esso _don Alfonso_ fu _spurio_, quando niuno mai dei
camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere
nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo
la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa
è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo
l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso
don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran
solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la
corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli
al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi,
per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la
morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo
que' camerali devoluto il ducato di Ferrara _ob lineam finitam, seu
ob alias causas_, papa _Clemente VIII_ pubblicò un terribil monitorio
contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici
giorni a dedurre le sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli,
per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e
perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il
pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara
dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato
illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che
costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente
matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si
trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono
gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare
rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni
volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva
il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che
in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si
può chiamare un _requiem_ alle ragioni e al petitorio.
Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi
a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in
quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui
pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver
egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si
era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente,
con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale
Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò
sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece
desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso
pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e
di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta
di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in
aiuto suo alcuna delle potenze cristiane, e di accrescere con truppe
forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il
nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo
affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in
Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele
in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe
loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida
bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui
porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe
cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che
competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al
torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non
sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la
fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro
canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi
osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente
di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè
senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che
maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà
e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o
falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara,
per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo
oramai giunto a Faenza il _cardinal Pietro Aldobrandino_ nipote del
papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual
già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare
alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli
Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore
di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del
suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi
pertanto esso duca indurre a scegliere per paciera _donna Lugrezia
d'Este_ duchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa
non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don
Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per
trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal
legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione
sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano
di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi
passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.
Anno di CRISTO MDXCVIII. Indizione XI.
CLEMENTE VIII papa 7.
RODOLFO II imperadore 23.
Ita _Lugrezia d'Este duchessa_ d'Urbino a Faenza, trovò nel _cardinale
legato Aldobrandino_ chi potea e volea dar la legge, e stette
sempre saldo in esigere il _possesso_ di Ferrara in mano del papa,
pronto nel resto a compartir grazie e favori. Convenne accomodarsi
alla forza, che avrebbe potuto ottener ciò che si fosse negato
coll'ostinazione. Seguì dunque la concordia nel dì 13 di gennaio,
consistente in quindici articoli, ne' quali il punto principale fu,
che don Cesare _rilasciasse il possesso del ducato di Ferrara con
tutte le sue pertinenze, e il possesso di Cento e della Pieve, e dei
luoghi di Romagna_; e che tutti gli _allodiali_ di qualsivoglia sorte
lasciati dal duca Alfonso restassero ad esso don Cesare con tutti i
privilegii, immunità e libertà che godeva esso duca. Sicchè restarono
in questo naufragio agli Estensi almen salve le ragioni loro sopra
il ducato di Ferrara, le quali esposte in varii manifesti o libri, e
massimamente nella parte seconda delle Antichità Estensi, furono ben
dipoi promosse nell'anno 1643 da Francesco I duca di Modena, od anche
si ventilarono in Roma, nel 1710, fra i ministri della _santa Sede_
e quei dell'_imperador Giuseppe_, e di _Rinaldo duca di Modena_; ma
con restar tuttavia pendente la lite, e senza che cessi la speranza,
che quando Iddio preservi l'antichissima e nobilissima casa d'Este
da quelle cattive influenze a cui sono state sottoposte tante altre
di principi, e specialmente in Italia, abbia da venire un pontefice
superiore ad ogni basso affetto che faccia più giustizia agli Estensi;
giacchè in fine da quell'acquisto poca utilità è provenuta alla camera
apostolica, ed ha solamente servito a cagionare in certa maniera la
rovina di Ferrara. Questi moderati riflessi non si poterono ottener
nè sperare dalla camera apostolica ai tempi del duca Cesare, dacchè
si vide che essi camerali presero anche con gente armata il possesso
della città di Comacchio, che pur non era dipendenza di Ferrara, e che
gli Estensi godevano in vigor d'investiture imperiali fin dall'anno
1354, continuate poi sino al dì d'oggi: del che fece gravi richiami,
ma indarno, il regnante _Augusto Rodolfo_. Presero ancora la città
ossia terra d'Argenta, che pur dovea ricader alla chiesa di Ravenna, e
Cento e la Pieve, che aveano da tornare alla chiesa di Bologna. Anzi
giunsero essi camerali fino ad intimar monitorii alla repubblica di
Venezia, pretendendo da essa anche il Polesine di Rovigo. Abbandonata
dunque Ferrara, don Cesare contento da lì innanzi del titolo di duca di
Modena, Reggio, ec., colla duchessa _Virginia de Medici_ sua moglie,
figlia di _Cosimo I_ gran duca di Toscana, e co' figli, si ritirò
a Modena, città, che per la residenza della corte profittò delle
disavventure del principe suo. Entrò nel dì seguente il cardinale
Aldobrandino con gran pompa in Ferrara, in cui poscia per benemerito
di sì felice impresa fu dichiarato legato. In Roma si fecero di grandi
feste per questo; e il _pontefice Clemente_, voglioso di vedere co'
proprii occhi il fatto acquisto, cominciò a prepararsi per venire a
Ferrara: risoluzione poco appresso eseguita.
Nel dì 12 d'aprile si mosse da Roma esso papa, accolto con sommo
onore per dovunque passò, e massimamente dal duca d'Urbino, e in
Rimini si portò a baciargli i piedi Cesare duca di Modena con _don
Alessandro_ suo fratello, a cui fu poscia conferita la sacra porpora
nella promozione d'insigni personaggi fatta da esso pontefice a dì 3
di marzo del seguente anno e non già del presente, come per errore
di stampa si legge presso l'Oldoino. Solennissima fu l'entrata del
santo padre in Ferrara, nel dì 8 di maggio, per la magnificenza
della sua corte e degli addobbi fatti da quel popolo; ma che nella
notte del dì seguente restò funestata dall'incendio della torre
Marchesana, cagionato da una girandola, che costò la vita a molti
Ferraresi accorsi per estinguerlo. Portaronsi colà per tributare i
loro ossequii al pontefice _Vincenzo duca_ di Mantova e _Ranuccio_
duca di Parma, e fu ammirata la grandiosità del loro accompagnamento,
e spezialmente quello dell'ultimo. Dopo di che si applicò Clemente
a regolare il governo di quella città. Quivi si fermò alcuni mesi,
probabilmente per avere il contento di accogliere l'_arciduchessa
Margherita_ di Austria figlia dell'_arciduca Carlo_, che veniva di
Germania accompagnata dall'_arciduchessa_ sua madre con corteggio di
circa sette mila persone. Essendo ella destinata in moglie a _Filippo
III_, poco prima, per la morte di _Filippo II_ suo padre, divenuto
monarca delle Spagne, era già seguito concerto che il matrimonio si
facesse alla presenza del medesimo santo padre. In così illustre
brigata si trovava anche l'_arciduca Alberto_, da noi veduto poco
fa governator della Fiandra, il quale, avendo già deposta la porpora
cardinalizia, dovea sposare l'_infanta Isabella_ figlia del suddetto re
Filippo II colla dote della Fiandra ossia dei Paesi Bassi. I mandati
per l'esecuzion di questi matrimonii erano portati dal duca di Sessa
ambasciatore del re Cattolico. Pertanto nel dì 13 di novembre con
incontro sommamente magnifico entrarono questi principi in Ferrara,
e per le strade superbamente ornate giunsero a' piedi del pontefice,
che assiso sul trono li aspettava nella gran sala del castello. Poscia
nel dì 15 d'esso mese si fece dalla santità sua la solenne funzione
dei due matrimonii. Nel dì 18 seguì la partenza della regina e di
quella gran comitiva, che tutta passò a Mantova, dove da quel duca
furono loro dati sì sontuosi divertimenti che riempierono di maraviglia
lo sterminato concorso degli spettatori. In Milano ad inchinar essa
regina comparve _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia. Perchè era passata la
stagione propria a far viaggio per mare, convenne che questi principi
si fermassero in Milano sino al febbraio dell'anno seguente.
Anche il pontefice Clemente, dopo aver lasciato ordine che si
fabbricasse una cittadella in Ferrara, a cui si diede principio
nell'anno seguente collo sterminio di migliaia di case, chiese e
palazzi, e con incredibili lamenti di quel popolo, nel dì 26 di
novembre s'inviò alla volta di Roma, dove pervenuto nel dì 20 di
dicembre, per mezzo i sonori viva, apparati ed archi trionfali, e fra
l'indicibil festa del popolo romano, andò a prendere riposo. Ma tre
giorni appresso eccoti convertirsi tanta allegrezza in un comune dolore
per una cotanto fiera ed orribil inondazione del Tevere, simile a cui
non v'era memoria che fosse succeduta in addietro, avendo superata
quella che nell'anno 1530 accadde sotto Clemente VII: flagelli per
altro simili, perchè succeduti il primo dappoichè Clemente VII era
tutto gioioso per aver sottomessa Firenze alla sua casa; e il secondo
dopo tanto giubilo di Clemente VIII per aver tolta Ferrara agli
Estensi. Spettacolo al maggior segno lagrimevole fu il diroccamento di
tante case per la gran furia dell'onde, con avervi perduta la vita più
di mille e cinquecento persone. Non si potè raccogliere il numero de'
tanti cavalli o muli che restarono affogati nella città, e dei bestiami
che perirono nella campagna, essendosi steso l'orgoglioso fiume
per più miglia ne' contorni. Infiniti mobili, viveri e merci, colti
ne' bassi piani delle case, fondachi e botteghe, o furono condotti
via, o si guastarono. Tutto era lutto e tutto pianto e spavento. Il
_pontefice Clemente_, che, per attestato del Vettorelli nella di lui
Vita, riconobbe in questo flagello l'ira di Dio irritata pei peccati
d'allora, non mancò a dovere alcuno di buon padre per soccorrere in sì
terribil calamità il suo popolo, e d'impiegar grandi somme di danaro in
limosine, e in provveder anche dipoi per molto tempo di pane i poveri
rimasti privi di ogni sostanza.
Fra le altre allegrezze che provò in quest'anno esso pontefice,
singolare certamente fu quella dell'avviso recatogli in Ferrara della
pace conchiusa fra i re di Francia e di Spagna nel dì 2 di maggio del
presente anno in Vervino, giacchè le di lui premure e i ministri suoi
cotanto aveano contribuito a questo gran bene della cristianità. Vi
si adoperarono infatti con tutto vigore il _cardinale Alessandro de
Medici_ legato apostolico, e frate Bonaventura Calatagirone generale
dei francescani, uomo manieroso, anch'esso a questo fine inviato
in Francia dal papa. Quantunque ogni dì andassero di bene in meglio
gl'interessi del _re Arrigo IV_, ed egli ricuperasse in quest'anno
quasi tutta la Bretagna, con accettar la sommessione del _duca di
Mercurio_, tuttavia, trovando egli oramai esausto il regno per le
tante passate guerre, e sè stesso bisognoso di prendere fiato, si
fece conoscere inclinato alla pace, purchè dagli Spagnuoli venisse a
lui restituito qualsivoglia luogo da essi occupato in Francia. Molto
più v'era portato il _re Filippo II_, perchè non può dirsi in che
miserabile stato fosse ridotta la Spagna, poco per altro feconda di
gente, per le tante leve di milizie ivi fatte a fin di sostenere le
sì lunghe guerre co gl'Inglesi, Olandesi e Franzesi, oltre al dover
provvedere di tante soldatesche le sue flotte per difenderle da'
corsari inglesi, ed oltre a quei tanti Spagnuoli che passavano a cercar
loro fortuna alle Indie Occidentali. Queste si sa, che se arricchivano
la Spagna co' lor tesori, l'impoverivano poi di abitatori, e quegli
stessi tesori andavano a perdersi fuori del regno nelle guerre lontane.
In questi tempi ancora la carestia e la peste non poco infestavano
varie provincie d'esso regno. Quel che è più, giunto il re all'età
di sessantun anni, cominciò a declinare il vigor del suo corpo, con
ricordargli vivamente ciò che tutti dobbiamo alla mortalità. Però fu
stabilita la pace, tenuta nondimeno per poco onorevole al re Cattolico,
i cui capitoli si leggono in varii libri e nelle raccolte dei trattati
pubblici. Non si può esprimere il giubilo che per questo felice accordo
si sparse per tutti i regni e principati cattolici. Il solo duca di
Savoia Cario Emmanuele quegli fu che n'ebbe a sospirare, avendo egli
provata quella disavventura a cui sovente sono esposti i principi
minori che si collegano coi maggiori, cioè di restar eglino, se non
anche sacrificati, almeno con un pugno di mosche ne' trattati di pace.
Fu ben egli compreso in quella pace, ma l'articolo del marchesato di
Saluzzo, che tanto a lui premeva, restò indeciso, con esserne stata
rimessa al papa come arbitro la decisione: il che tutti i saggi
politici ben riconobbero essere un fermento di nuova guerra. Pure
non potè esentarsi il duca dal sottoscrivere la pace tal quale era,
sperando che i suoi maneggi e la prudenza del pontefice troverebbono
proporzionati rimedii a questa piaga rimasta aperta. Trovavansi intanto
i suoi Stati di là e di qua dai monti afflitti dalla peste.
Andarono dipoi crescendo gl'incomodi della sanità del re Cattolico,
per cagion de' quali avea già rinunziato il governo degli Stati al
principe _don Filippo_ suo figlio. Si aggiunse anche una lenta febbre,
di modo che scorgendo appressarsi il fine de' suoi giorni, si fece
portare all'Escuriale, mirabil palazzo, monistero e chiesa, ch'egli
con ispesa almeno di due milioni d'oro avea fabbricato. Giunto colà nel
dì 2 di luglio, fu preso da una schifosa e penosa malattia, essendosi
inverminite le sue ulcere, ma ch'egli con eroica imperturbabilità
sofferì fino all'ultimo fiato. Ora, dopo aver lasciati nobilissimi
avvertimenti al figlio, e passati que' giorni di tribulazione in
continui esercizii di pietà, spirò finalmente l'anima nel dì 15 di
settembre. La gloriosa memoria di questo monarca, il quale per l'union
del Portogallo, fu allora considerato il maggiore o certamente uno
de' maggiori dell'universo, tanta era l'estensione de' suoi dominii
in tutte le quattro parti della terra, non ha bisogno che io mi fermi
a rammentare il suo impareggiabil senno, la somma sua religione, la
fermezza dell'animo, e tante altre sue lodevoli doti e virtù che in
lui si univano, perchè negli elogi suoi si sono impiegate le penne
di tutti gli scrittori cattolici. A lui succedette _Filippo III_ suo
figlio, principe inferiore di mente al padre, ma da preferirsi a lui
nell'amore della pace, cioè di un gran bene de' poveri popoli, siccome
all'incontro male grande suol essere la guerra desolatrice de' proprii
e degli altrui paesi. Considerabil fu nel presente anno in Ungheria il
riacquisto fatto dall'armi imperiali nel dì 29 di marzo dell'importante
fortezza di Giavarino. Perchè i Turchi credeano inespugnabil quella
piazza, non si metteano gran cura in custodirla. Informato della lor
trascuratezza Adolfo barone di Swarzemberg, luogotenente in Ungheria
dell'_arciduca Massimiliano_, con quattro mila soldati comparve colà
di buon mattino, e con tal felicità condusse l'affare che sorprese la
porta ed entrò. Gran conflitto seguì con quel presidio, che costò la
vita a circa mille e settecento Musulmani e a cinquecento cristiani,
restando in fine i cesarei padroni della terra e del castello. Dopo sì
rilevante acquisto s'impadronirono essi anche di San Martino, Tatta,
Vesprino e di altri luoghi. Poscia nel dì 9 di ottobre presero per
assalto la città bassa di Buda, ma senza poter forzare il castello; per
la cui resistenza, e per la voce di grosso esercito di Turchi ch'era in
marcia, uopo fu di abbandonare la stessa città. Restò intanto assediato
da' Turchi Varadino, ma sì ostinata fu la difesa de' cristiani, che
furono infine coloro obbligati a levare il campo. Prese in quest'anno
l'_arciduca Alberto_ il possesso della Fiandra, conceduta in dote
dal re Filippo II all'_infanta Isabella_ sua figlia; moglie di lui,
e in varii luoghi d'Italia furono celebrate solenni esequie d'esso
defunto re Filippo. Non poca apprensione diede il bassà Sinan Cicala
alla Sicilia, lasciandosi vedere con una potente flotta verso Messina;
ma andò a risolversi tutto lo spavento in aver solamente desiderato
quel famoso corsaro, di nazion Calabrese, di veder sua madre tuttavia
vivente: la qual grazia gli fu accordata dal vicerè con tutta cortesia,
ma con aver voluto per ostaggio il di lui figlio, affinchè fosse
restituita la donna.
Anno di CRISTO MDXCIX. Indizione XII.
CLEMENTE VIII papa 8.
RODOLFO II imperadore 24.
Nel dì 3 di marzo il _pontefice Clemente_ fece la promozione di alcuni
cardinali, tutti personaggi di gran merito, fra i quali spezialmente
si distinsero _Roberto Bellarmino_ della compagnia di Gesù, da Monte
Pulciano, _Arnaldo d'Ossat_ Franzese, e _Silvio Antoniano_ Romano. E
perciocchè nell'anno seguente si avea da celebrare il giubileo, nel
dì 19 di maggio ne intimò a tutti i fedeli la futura solennità. Non
potè poi nella vigilia del santo Natale, per ragion della podagra,
aprire la porta santa; ma soddisfece a questa cerimonia nell'ultimo
giorno dell'anno. Dopo essersi trattenuta in Milano per tutto il
verno la nuova regina di Spagna _Margherita_ coll'_arciduchessa_ sua
madre e coll'_arciduca Alberto_, per aspettar tempo propizio alla
navigazione, finalmente nel febbraio s'inviò alla volta di Genova.
Sommamente magnifici e riguardevoli furono gli apparati coi quali fu
ivi accolta da quella repubblica. Quarantadue galee, comandate dal
_principe Doria_, erano pronte per condurre in Ispagna la maestà sua
con tutta la sua gran corte. Essendone seguito l'imbarco nel dì 18
d'esso mese, arrivò poi, benchè non senza grave contrarietà di venti,
ai lidi di Valenza, nella qual città s'era portato il _re Filippo
III_ suo consorte. Seguì nel dì 18 di aprile la solenne entrata d'essa
regina in quella città colla magnificenza convenevole a que' monarchi.
Finite le feste, l'arciduca Alberto e l'_infanta Isabella_ sua moglie
e l'arciduchessa nel dì 7 di giugno si rimbarcarono, e pervennero nel
dì 18 a Genova. Indi passarono a Milano, dove con sontuosità di nuove
feste fu solennizzato il loro arrivo. Ad onorar questi principi colà
comparvero gli ambasciatori de' principi d'Italia, e papa Clemente vi
spedì con titolo di legato il _cardinale Francesco di Dietrichsteim_.
Doveva egli, secondo le istruzioni romane, essere ricevuto sotto il
baldacchino nell'entrare in Milano; ma vi si trovarono delle difficoltà
che non si poterono superare, essendochè il contestabile governatore di
quello Stato avea ricevuto ordine dal re di non compartire un sì fatto
onore all'arciduca Alberto; e dovendo esso cardinale essere incontrato
da esso arciduca, questi perciò sarebbe restato fuori del baldacchino;
oltre all'allegarsi ancora che negli Stati di Spagna al solo re e alla
regina era riserbata cotale onorificenza. Il cardinale, giacchè era
imminente la partenza di quei principi, non volle per questo desistere
dalla sua funzione: del che poi la corte di Roma mostrò non lieve
disgusto di lui.
Arrivò dopo molto tempo in Fiandra, esso arciduca coll'infanta,
ricevuto con giubilo universale da que' popoli lieti di aver ora
principe proprio e presente con isperanza che dopo gl'infiniti
passati travagli avessero una volta a migliorare i loro interessi.
Gareggiarono insieme quelle città nella magnificenza delle feste pel
suo ricevimento. L'_arciduca Andrea cardinale_, rinunziato il governo
di essa Fiandra, se ne andò in pellegrinaggio, e nell'anno seguente
in Roma terminò i suoi giorni. Ora il novello principe della Fiandra
Alberto non perdè tempo a troncare il corso ad una guerra mossa da
alcuni principi della Germania per cagion degli Spagnuoli che aveano
non solamente preso quartiere d'inverno nel paese di Cleves, ma ancora
occupati alquanti luoghi di quella contrada. Sicchè altri nemici non
ebbe egli da lì innanzi che gli Olandesi. In Ungheria continuò la
guerra coi Turchi, e ne riportarono molti vantaggi l'armi cristiane.
Diedero gli Ungheri una rotta ad un bassà che con tre mila de' suoi
andava a rinforzare il presidio di Buda, riportandone grosso bottino,
danari, gioie e cavalli. Tentò anche il conte di Swarzembergh la
stessa città di Buda. Essendogli convenuto ritirarsi, il bassà di
quella città uscì fuori per andare incontro ad un gran convoglio di
munizioni da bocca e da guerra che veniva a trovarlo; ma caduto in
una imboscata d'Aiduchi, restò prigione, e sconfitta la sua truppa,
siccome ancor quella del bassà di Bossina, accorsa in aiuto dell'altra.
Riuscì parimente al conte suddetto d'impadronirsi della città di Alba
Regale; ma ritrovata troppa resistenza nella guernigion del castello,
diede il sacco ad essa città, e poi la consegnò alle fiamme. Di maggior
conseguenza fu un altro fatto. S'intese che un grosso numero di barche
turchesche, cariche di vettovaglie, artiglierie e munizioni da guerra,
era pel Danubio indirizzato alla armata d'Ibraim bassà. Circa mille
e secento imperiali, spediti all'improvviso, trovarono quella flotta
al lido; e dopo aver tagliata a pezzi la maggior parte della scorta,
tal bottino ne riportarono, che la fama, verisimilmente poco in ciò
veritiera, lo fece ascendere ad un milione di ducati d'oro. Affondata
parte di quelle barche, tutti allegri se ne tornarono i cristiani al
loro campo, con aver anche dipoi data una percossa ai nemici sotto di
Agria: azioni tutte che sconcertarono affatto ogni disegno de' Turchi
nell'anno presente. Non provarono già egual felicità cinque galee
del gran duca di Toscana, le quali, comandate da Virginio Orsino,
corseggiavano nei mari di levante. Arrivate queste una notte all'isola
di Chio o Scio, sbarcarono trecento uomini, i quali valorosamente
assalirono quella città. Tal fu lo spavento degli abitanti, che, tutto
abbandonato, si rifugiarono al monte, sull'opinione che un nuvolo di
cristiani fosse venuto a visitarli. Ma, fatto giorno scorgendo che
si trattava di sole poche galee, con gran furia scesero contra gli
occupatori della città, de' quali, perchè a cagion del mare burrascoso
stentarono a rimbarcarsi, tra uccisi e prigioni ve ne restarono più di
cento col loro colonnello.
Grande strepito fece nell'anno presente in Roma e per tutta l'Italia
un raro caso di ribalderia e insieme di giustizia. Abbondava Francesco
Cenci nobile romano di ricchezze, perchè avea ereditato dal padre
ottanta mila scudi di rendita annuale; ma più abbondava d'iniquità.
Il minor vizio suo era quello di ogni più sozza e nefanda libidine;
il maggiore quello di essere privo affatto di religione. Dal primo suo
matrimonio ricavò cinque figli maschi e due femmine; niuno dal secondo.
L'inumanità da lui usata coi primi fu indicibile; non men bestiale
trattamento ne provarono le figlie. Avendo la maggiore di esse fatto
ricorso con memoriale al papa, si levò d'impaccio, perchè fu forzato
il padre a maritarla. Restò Beatrice la minore in casa, e fatta grande
e bella, soggiacque alle disordinate voglie di chi l'avea procreata,
giacchè le fece egli credere non peccaminoso un atto di tanta iniquità.
Non si vergognava il perverso uomo di abusarsi della figlia sugli
occhi della stessa sua moglie, matrigna di lei. Dacchè la fanciulla,
avvertita della brutalità del padre, cominciò a ripugnare, si passò
ad esigere colle battiture ciò che cogli inganni sulle prime si era
ottenuto. A sì miserabil vita dunque non potendo reggere la figlia,
dappoichè ebbe significato ai parenti i mali trattamenti del padre,
senza ricavarne profitto, animata dallo esempio della sorella, mandò
un ben composto memoriale al papa a nome ancor della matrigna. Fosse
questo o non fosse presentato, certo è che non ebbe effetto, e nè pur
fu ritrovato nella segreteria allorchè venne il bisogno. Intanto, ciò
penetrato dal padre, cagion fu che si aumentasse la sua crudeltà contro
la moglie e la figlia, sino a ritenerle chiuse in alcune camere sotto
chiave. Portate allora queste dalla disperazione, congiurarono la morte
di lui. Non riuscì difficile ad esse il trarre nel medesimo sentimento
Giacomo il maggiore de' figli, che avea già moglie e figliuoli, perchè
anche egli troppo si trovava tiranneggiato dal padre. Pertanto fu da
due sicarii nella propria casa l'addormentato vecchio ucciso una notte,
e congegnato sì fattamente il di lui cadavero in un ortaglio, che
parve accidentale la di lui caduta e morte. Ma non permise Iddio che si
vantasse di tanta felicità l'enorme delitto del parricidio. Scoperti e
presi i rei, cederono alla forza dei tormenti; ed avendo il pontefice
Clemente letto tutto il processo, tosto comandò che fossero strascinati
a coda di cavallo. E perciocchè si mossero i principali avvocati di
Roma in difesa dei rei, il papa alto alla mano negò loro di ascoltarli.
Riuscì nulladimeno al celebre Farinaccio d'ottenere udienza, e in
un colloquio di quattro ore tanto seppe dire delle scelleraggini
dell'ucciso, e degl'insoffribili torti fatti ai figliuoli, non per
levare la colpa loro, ma per isminuire la pena, che il santo padre si
calmò non poco, e fermò il corso della giustizia. Già si sperava che
fosse almeno in salvo la vita dei delinquenti, quando succedette in
altra casa nobile un matricidio, per cui esacerbato il papa, ordinò
che quanto prima si eseguisse la sentenza di morte contra di loro.
Nel dì 11 di settembre del presente anno nella piazza di Ponte sopra
eminente palco furono condotte le due donne con Giacomo e Bernardo
fratelli. All'ultimo di essi, perchè di età di quindici anni, e perchè
dichiarato non complice dal fratello prima di morire, fu salvata la
vita, e restituita dipoi la libertà. Ebbero le donne reciso il capo;
Giacomo a colpi di mazza restò conquiso. Tal compatimento svegliò in
cuore di tutti gli astanti questo sì tragico spettacolo col riandare
l'iniquità del padre, cagione di tanto disordine, e massimamente in
considerare l'età, la bellezza e lo straordinario coraggio della
giovinetta Beatrice, allorchè salì sul palco e si accomodò alla
mannaia, che più e più persone caddero tramortite. Altre non poche
rimasero per l'immensa folla del popolo soffocate, o stritolate o
malconce dalle indiscrete carrozze. Corse la relazione di quest'orrido
avvenimento per tutta l'Italia, e fu accolta con differenti giudizii.
Ne lasciò anche il Farinaccio autentica memoria nella qu. CXX, n. 172,
_de homicidio_, e nel lib. I, cons. LXVI dove scrive, che se si fosse
potuto provare la violenza inferita da Francesco alla figlia, questa
non si potea condannare alla morte, perchè cessa di essere padre chi si
lascia trasportare a tanta brutalità. Ma come poter concludentemente
provare atti tali, mancanti ordinariamente affatto di testimonii?
Confessa nondimeno il Farinaccio che comunemente si tenea per verissima
quell'infame azione del padre. E se fosse stata fatta giustizia di lui,
allorchè per tre volte fu messo in prigione a cagion del vizio nefando,
per cui si compose in ducento mila scudi, non sarebbero incorsi in così
lagrimevol disavventura i figli suoi.
Anno di CRISTO MDC. Indizione XIII.
CLEMENTE VIII papa 9.
RODOLFO II imperadore 25.
Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la
provvidenza di _papa Clemente_ avea fatto ogni convenevole preparamento
di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini
divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia
d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a
poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono
a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno
santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella
gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni.
Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma
senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che
concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi
la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo
romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi
pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il
papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per
dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che
volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a
visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a
ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu
in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà
a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece
l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto
per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno
diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila
pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere,
ascendenti a cinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e
carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta
la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava
non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane
colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero
l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le
opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa
e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra'
quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come
il _duca di Baviera_ e il _cardinale Andrea di Austria_, oltre ai
_duchi di Parma_ e di _Bar_, che un simile giubileo da gran tempo non
s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per
curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per
sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare
tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la
fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a
spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion
cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle
colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la
proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta
stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le
fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con
far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un
ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno
terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.
Da _Margherita di Valois regina_ sua moglie non avea, nè sperava più
successione _Arrigo IV re_ di Francia. Perciò si cercarono ragioni,
e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro
legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo
contratto per forza. Portata la controversia davanti al papa, dopo
un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa
festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno
di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso
Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne,
che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima
già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava
di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma
le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel
dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia
terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non
senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una
più convenevol moglie, e _Ferdinando gran duca_ di Toscana seppe
prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regali
_Maria de Medici_, figlia del già _gran duca Francesco_ suo fratello.
Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in
Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo
ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa il _cardinal Pietro
Aldobrandino_ nipote del papa, colà spedito apposta con titolo di
legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè
nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata da _Cristina di Lorena
gran duchessa_ sua zia, da _Leonora duchessa_ di Mantova, sua sorella
maggiore, da _Virginio Orsino duca_ di Bracciano, e da una fioritissima
corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e
di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi
a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di
Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita
dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il
re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino,
a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà,
ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio,
con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che
fu poi _Lodovico XIII re_ di Francia.
Abbiano detto insorta guerra fra esso _re Arrigo_ e _Carlo Emmanuele_
duca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della
controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato
dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti
nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò
ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori
le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei
passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia.
Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato;
dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto
fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè
lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo
che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso.
Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare,
trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva
allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella
vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il
conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli
in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque
il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore,
pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi
solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui
fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi
ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi
inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e
che poi si conoscerebbono le ragioni. Tuttavia coll'interposizione
del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di
Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di
Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con
altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi
a risolvere.