NOTE:

[470] Cicarelli, Vita di Gregorio XIII.

Anno di CRISTO MDLXXIX. Indiz. VII.

GREGORIO XIII papa 8.

RODOLFO II imperadore 4.

Andavano ben d'accordo il _pontefice Gregorio_ e _Filippo re_ di

Spagna in conservar la quiete d'Italia; e però qui si godeva una somma

tranquillità, e solamente aveano luogo le arti e i divertimenti della

pace. In quest'anno ancora esso pontefice, siccome quegli che ogni dì

pensava a lodevolmente impiegare i beni e le rendite del sacrario e

dei suoi Stati, instituì in Roma un nobile collegio per gl'Inglesi,

volendo che ivi si allevassero cinquanta giovani di quella nazione,

e loro s'insegnassero le scienze. A tal fine assegnò a quel luogo

l'annua rendita di tre mila scudi d'oro. Fece ancora fabbricare un

ponte a Forlì sul fiume Montone per comodo de' viandanti. Passarono

alle seconde nozze in quest'anno due dei primarii principi dell'Italia,

cioè _Alfonso II duca_ di Ferrara, con cui si accoppiò _Margherita_

figlia di _Guglielmo duca_ di Mantova. Questo principe, che in tutte

le occasioni inclinava alla magnificenza, ad anche di troppo, perchè

a sostener le tante sue spese gli conveniva poi accrescere i dazii e

le gabelle con doglianze dei sudditi, solennizzò con archi trionfali,

con feste, giostre ed altri suntuosi sollazzi la venuta di quella

principessa a Ferrara. Arrivò essa nel dì 25 di gennaio al delizioso

luogo di Belvedere fuori di essa città, e da lì a due giorni fece la

sua grandiosa entrata con incredibil concorso di nobiltà straniera.

Ma soprattutto rendè riguardevole quella funzione la presenza di

molti gran principi, giunti colà nel suddetto giorno 25 di gennaio,

cioè di _Ferdinando d'Austria_ arciduca, del _cardinale Andrea_ e di

_Carlo_ suoi figliuoli, di _Massimiliano_ figlio dell'imperadore, di

_Ferdinando principe_ di Baviera, di _Arrigo principe_ di Brunswich,

e di _Vincenzo principe_ di Mantova. Fu spezialmente ammirata la

nave che il duca fece fabbricar da più artefici nello spazio di due

mesi, destinata a condurre da Mantova a Ferrara per Po la suddetta

principessa. Sembrava per la grandezza un comodo palazzo, tutto messo

ad oro con pitture e tappezzerie di rara valuta. Passò anche il gran

duca di Toscana _Francesco_ alle seconde nozze con Bianca figlia di

Bartolommeo Cappello, nobile veneziano. Fuggita questa dalla casa

paterna per que' motivi che si leggono presso Traiano Boccalino ed

altri autori, si ricoverò in Firenze. Venuta curiosità al gran duca

di vederla, non gli mancarono mezzi per appagar questo suo desio.

Trovò egli una giovine, in cui non si sa se maggior fosse la beltà

del corpo o la vivacità dello spirito. Però talmente se ne invaghì,

che, provvedutala di un palazzo, la mantenne da lì innanzi in forma

magnifica, con ricavarne anche prole, non senza amare doglianze della

gran duchessa sua moglie, a cui fu creduto che siffatti disgusti

abbreviassero la vita. Morta poi questa, il gran duca, consigliato

dalla passion sua, e vinto dalle lagrime di Bianca Cappello,

determinò di sposarla. Il saggio senato veneto, per condecorare un

sì nobil matrimonio, dichiarò essa Bianca figlia della repubblica,

e coll'inviare ambasciatori a Firenze maggiormente aumentò l'onore e

l'allegria di quelle nozze, che poi riuscirono poco felici.

Grande armamento per ordine di _Filippo II re_ di Spagna fu fatto in

Italia nel presente anno. Ebbe _don Pietro_, fratello del gran duca

di Toscana, l'incombenza di assoldare dieci mila fanti in Napoli,

Roma e Lombardia. Sotto il comando ancora di _Fabrizio Colonna_ e di

_Giovanni Cardona_ si raunò una possente flotta, composta di cento

galee, quaranta navi, due galeazze, un galeone ed altri legni minori.

Di questa armata fu creato capitan generale il _marchese di Santa

Croce_. Non pochi lunarii faceano i politici sopra questo poderoso

apparato di guerra, chi immaginandone un motivo e chi un altro.

Il tempo decifrò l'arcano, e si vennero a scoprir le mire del re

Cattolico sopra il regno di Portogallo. In effetto saltarono fuori

in questi tempi le pretensioni di parecchi principi a quella corona,

che si prevedeva vicina ad esser vacante per la troppo avanzata età

del _re Arrigo_ già cardinale. Erano questi concorrenti _Emmanuel

Filiberto duca_ di Savoia, _Ranuccio Farnese_ figlio di _Alessandro_

principe di Parma, _don Antonio_ figlio di un principe della casa

di Portogallo, pretendente sè stesso legittimo, e preteso da altri

bastardo; e _Caterina_ moglie del duca di Braganza. Ma Filippo II re

di Spagna, perchè nato da Isabella di Portogallo, e per la maggior

potenza, parve assistito da più vigorose ragioni. A lui riuscì ancora

di trarre dalla sua il re Arrigo. Per dare maggior polso alla sua

pretensione, giudicò egli molto efficaci l'armi, mentre gli altri suoi

rivali non altro metteano in campo che ragioni comperate dalle penne

dei più rinomati legisti di questo tempo, senza badare che le carte per

l'ordinario non conquistano i regni. Si interpose papa _Gregorio XIII_,

desideroso di comporre quel litigio; e sul principio restò accettata

la sua mediazione; ma nel progresso ne fu egli escluso. Come fosse

poi sciolto questo nodo, lo vedremo all'anno seguente. La prudenza e

il valore di _Alessandro Farnese_ in Fiandra produssero nel presente

anno buoni effetti; perciocchè a lui riuscì di prendere, dopo lungo

e faticoso assedio, l'importante piazza di Mastrich ed altri luoghi.

Grande strage, furioso saccheggio fu ivi fatto. Nel medesimo tempo si

studiò egli di guadagnar gli animi dei malcontenti cattolici. Trattossi

dunque di pace con alcune provincie, dove prevaleva la vera religione;

e fu questa conchiusa, principalmente colla condizione che il principe

governatore licenziasse tutte le milizie forestiere, cioè spagnuole,

italiane e tedesche, e si valesse solamente di quelle del paese. Così

fece egli dopo la presa di Mastrich. Però fin d'allora si cominciò a

sempre più conoscere inevitabile il taglio delle provincie de' Paesi

Bassi, essendo restate più che mai pertinaci nella ribellione quelle di

Olanda, Zelanda, Utrecht ed altre, chiamate le sette provincie unite.

Nella Fiandra stessa alzavano tuttavia bandiera contro il re le città

di Cambrai, Anversa, Brusselles, Gante e Tournai.

Anno di CRISTO MDLXXX. Indizione VIII.

GREGORIO XIII papa 9.

RODOLFO II imperadore 5.

Tempo non v'era in cui il buon _pontefice Gregorio_ non pensasse a

lasciar dopo di sè memorie illustri o per ben della religione, o per

utilità, o per ornamento di Roma. Circa questi tempi prese egli ad

abbellire la galleria del palazzo Vaticano, lunga quasi un miglio,

facendo dipignere tutto il volto, e ornando le pareti colla descrizion

delle provincie di Italia, e il pavimento con varietà di marmi.

Dopo alcuni anni terminata fu questa opera. Inoltre, alle terme di

Diocleziano fece fabbricare un ampio granaio, capace di gran copia di

frumento per le occorrenze delle carestie. Compiè ancora una superba

cappella con ispesa di cento mila scudi nella basilica Vaticana, dove

nel dì 4 di giugno fece con gran pompa e divozione trasferire il corpo

di san Gregorio Nazianzeno, di cui era devotissimo. Parimente approvò

l'istituto dei frati Carmelitani Scalzi e delle monache, di cui era

stata fondatrice la santa vergine Teresa in Ispagna. Tornò quest'anno

ad infestar buona parte dell'Europa, e massimamente l'Italia, passando

d'una in altra città, il male appellato del castrone o montone, il

quale fu creduto che dalla Francia penetrasse nelle contrade italiane,

con febbre gagliarda e tosse. Ma per chiunque osservava una buona

dieta, per lo più non si trovava mortale. All'incontro, l'uso dei

purganti e il salasso portavano facilmente gl'infermi al sepolcro. In

alcuni luoghi appena di cento ne restavano sani quattro. Nella sola

Ferrara nello stesso tempo si trovarono prese da questo malore più

di dodici mila persone, e molte ne morirono. Quivi fu il colmo del

male nel mese di giugno, e in Venezia in quello di luglio. Avea prima

fatto il suo sfogo in Milano, dove si contarono più di quaranta mila

malati. Nè sesso, nè età andava esente. Fu creduto che _Anna regina_

di Spagna morisse di questo male. Mancò essa nel dì 26 di ottobre, e

il _re Filippo_ suo consorte poco prima infermo per la stessa febbre

aveva fatto dubitar di sua vita. Certo è che per l'influenza medesima

molto si risentì la sanità di _papa Gregorio XIII_, il cui indefesso

zelo fece nell'anno presente fabbricare un bel ponte di marmo di sei

archi sul fiume Pelia ad Acquapendente. Non già del male suddetto,

ma per idropisia accadde ancora in quest'anno la morte di _Emmanuel

Filiberto_ duca di Savoia, a cui fecero gran guerra le umane vicende.

Superiore ad esse comparve infine il suo senno, con essere restati

quasi tutti i suoi Stati senza quei ceppi che l'altrui prepotenza vi

aveva messi. Del suo valore, della sua affabilità, giustizia e pietà,

non la sola Italia, ma anche la Germania e la Fiandra serbarono lunga

memoria. Rimase di lui un solo figlio legittimo e naturale, cioè _Carlo

Emmanuele_ primo di questo nome, che a lui succedette nel dominio in

età di diecinove anni, che cominciò di buon'ora il corso di quella

insigne gloria con cui superò tutti i suoi antenati.

Mentre _Arrigo re_ di Portogallo era intento a provveder pacificamente

quel regno di un successore, la troppo sua inoltrata età il liberò

dalle cure del mondo, essendo mancato di vita nell'ultimo giorno di

febbraio. Per quanto si era potuto conoscere, le inclinazioni sue erano

già state in favore di _Filippo II re_ di Spagna, perchè poco ci volea

a presagire che questi avrebbe potuto ottenere colla forza ciò ch'era

meglio il concedergli con amore. Ma diversi ben erano i desiderii ed i

sentimenti dei Portoghesi, antichi emuli della Castiglia, abborrendo

essi troppo il restar senza re, e l'acquistarne uno che comandasse

loro in lontananza. Filippo intanto, mentre qui si perderono in

consulte e in dispute, raunò, per attestato del Mariana, un esercito

di dodici mila fanti e di mille e cinquecento cavalli; picciolo sì di

numero, ma grande pel valore, perchè composto del fiore della milizia

di Spagna e d'Italia, cioè di soldati veterani nel mestier della

guerra. Altri gli diedero venti mila combattenti in circa, fra i quali

cinque mila italiani, sotto il comando di _don Pietro de Medici_, di

_Prospero Colonna_, _Carlo Spinelli_, e di altri generosi condottieri

italiani. Chiamò egli dall'esilio il vecchio _duca di Alva_, perchè ne

fosse capitan generale. Colà arrivò anche la flotta già preparata in

Napoli e Sicilia. Non si tardò dunque a dar principio alle ostilità

colla presa di Elvas, Olivenza e Campo maggiore. Nel qual tempo la

plebe di Lisbona proclamò re di Portogallo _don Antonio_, tuttochè

dichiarato illegittimo ed incapace del regno dal defunto re Arrigo.

Unì questo principe un'armata, ma di gente collettizia ed inesperta,

che in vicinanza di Lisbona, avendo osato di far giornata col duca

d'Alva maestro di guerra, si trovò incontanente sbaragliata, e si

raccomandò alle gambe. Entrò il vittorioso duca in Lisbona con buona

capitolazione, ma che non esentò parte di essa e le navi, che erano

in porto, dal sacco. Seguì poscia un'altra battaglia, dove parimente

essendo rimasto disfatto don Antonio, fu obbligato a nascondersi, e a

passare ramingo da un luogo all'altro. Intanto riavutosi il re Filippo

dalla malattia sofferta in Badacòs, passò nel mese di dicembre ad Elvas

di Portogallo, e salutato ivi e riconosciuto, ma non di buon cuore,

per re dai grandi di quel regno, non fu avaro di carezze e promesse

verso di loro, e levò anche via alcuni dazii, con ordinar nondimeno che

si desse principio ad una cittadella in Lisbona. Per trattener la via

dell'armi, s'era dianzi maneggiato non poco _papa Gregorio XIII_, con

aver dipoi inviato il _cardinal Riario_ come paciere in Ispagna. Il

re l'andò nutrendo di belle speranze, e nel medesimo tempo spinse il

suddetto duca d'Alva all'acquisto del regno, pel quale sì felicemente

succeduto gran gelosia e rabbia sorse in cuore degli altri monarchi.

Giudicò spediente esso re Filippo in quest'anno d'inviare in Fiandra

la _duchessa Margherita_ madre del principe _Alessandro Farnese_, e

sorella sua, lusingandosi che l'amore e la stima nei tempi addietro

professata da que' popoli a questa savia principessa potrebbe giovar

non poco ai pubblici interessi. La spedì pertanto colà col titolo

di governatrice dei Paesi Bassi, lasciato ad Alessandro il comando

dell'armi. Ma non piacendo al principe questa divisione di autorità,

d'accordo colla madre tanto picchiò alla corte di Spagna, che gli fu

restituito il titolo primiero nell'anno appresso. Tornossene dipoi la

duchessa in Italia a goder la quiete in Abbruzzo. Furono varie azioni

di guerra nella Fiandra, ma non tali che importi il farne menzione.

Da papa Gregorio e dal re di Spagna fu nel presente anno inviato un

soccorso di soldati e di danaro ai cattolici d'Irlanda; ma con poca

fortuna; perchè, prevalendo ivi le forze della _regina Elisabetta_, si

sciolse in nulla il tentativo di que' popoli. Un forte ivi fabbricato

dai soldati, che colà giunsero sotto nome del pontefice, ben munito

d'artiglieria e di viveri, vergognosamente si arrendè agli eretici.

Fra la principessa Margherita Farnese, figlia di Alessandro principe di

Parma e governator di Fiandra, e _don Vincenzo Gonzaga_, unico figlio

di _Guglielmo duca_ di Mantova, seguì matrimonio nell'anno presente, e

le nozze furono celebrate in Parma, dove per alquanti mesi si fermò lo

sposo.

Anno di CRISTO MDLXXXI. Indizione IX.

GREGORIO XIII papa 10.

RODOLFO II imperadore 6.

Videsi in quest'anno, non senza maraviglia della gente, giugnere

a Roma un oratore di _Giovanni Basiliovitz_ gran duca di Moscovia,

per implorare i buoni uffizii di _papa Gregorio_ in suo favore. Avea

colui mossa guerra a _Stefano Batori_ re di Polonia; ma ritrovò il

giuoco ben diverso dall'espettazione sua. Il valoroso Batori gli

diè tali percosse, che l'obbligò a chiedere pace; ma non potendola

ottenere, stimò bene esso Moscovita di ricorrere al papa, acciocchè

interponesse l'autorità sua per far cessare la mal incominciata

guerra, con esibirsi pronto a far lega coi cattolici contro la

potenza de' Turchi. Avvegnachè il pontefice assai scorgesse quanto

poco per ben della religione cattolica si potesse sperare da quel

monarca, che co' suoi popoli professava la credenza e i riti de' Greci

scismatici; pure siccome padre comune, e trattandosi di un principe

che finalmente era cristiano, e la cui affezione verso i cattolici

non s'avea a trascurare, benignamente ascoltò le di lui preghiere;

con lautezza trattò il di lui oratore, e, caricatolo di doni, il

rimandò a casa, accompagnato da _Antonio Possevino_ della compagnia

di Gesù, uomo di gran dottrina e di non minore destrezza, affinchè

trattasse di pace. A questa si trovarono non pochi intoppi; e intanto

il re Stefano s'impadronì della Livonia, dove restituì la religion

cattolica. Pace infine seguì con gran decoro della nazion polacca. A'

giorni nostri si è ben cangiato l'aspetto delle cose in quelle parti.

Imperciocchè quanto è declinata per le continue interne discordie

la potenza della vastissima repubblica di Polonia, capace pur di

cose grandi, se con altra più lodevol forma di governo si regolasse;

altrettanto è cresciuta quella de' Moscoviti, ossia de' Russiani, per

opera del _czar Pietro Alexiovitz_, eroe degno d'immortale memoria.

Fu sul principio di maggio del presente anno condotta a Mantova da

_don Vincenzo Gonzaga_, figlio del _duca Guglielmo_, la nuova sua

consorte _Margherita Farnese_, accompagnata dall'avolo suo _Ottavio

duca_ di Parma, dal _cardinale Alessandro Farnese_ suo zio, dal

_principe Ranuccio_ suo fratello, e da altri nobilissimi signori. Le

feste e gli spettacoli fatti in Mantova per tale occasione costarono

spese immense, e riempierono di stupore il concorso incredibile

degli spettatori. V'intervenne ancora _Alfonso II duca_ di Ferrara

colla _duchessa Margherita_ sua consorte, e sorella del suddetto don

Vincenzo. Ma infauste riuscirono queste nozze per difetto corporale di

quella principessa, per cui restò poi giustificata la dissoluzione del

matrimonio fra essi.

Strepitoso scandalo fu nell'anno presente per la discordia di molti

potenti cavalieri della sacra religion di Malta contro il loro gran

maestro _Giovanni della Cassiera_ di nazion Franzese, vecchio di

ottanta anni, ma vegeto. Andò sì innanzi la loro animosità, che il

cacciarono prigione nella fortezza di Sant'Angelo, imputandogli troppa

negligenza negli affari dell'ordine, e che ne scialacquasse i beni, e

fino a pretendere che tenesse segreti trattati co' nemici della fede

cristiana. Sommamente dispiacque al _pontefice Gregorio_ siffatta

violenza, e, uditi i ricorsi di amendue le parti, spedì tosto a Malta

Gasparo Visconte auditor di ruota, il quale, dopo avere rimesso in

libertà e nel suo primiero grado il gran maestro, sfoderò un breve

del papa, che citava tanto lui quanto gli accusatori suoi a comparire

quanto prima in Roma a dir le loro ragioni. A ciò ancora fu spinto il

pontefice dal re di Francia, minacciante di torre a tutti i cavalieri

di Malta le commende del suo regno, e di applicarle al nuovo suo ordine

dello Spirito Santo. Venne a Roma nel dì 26 d'ottobre il gran maestro,

accompagnato da trecento cavalieri, ai quali tutti e alla loro servitù

il _cardinal Luigi d'Este_, principe che nella magnificenza non avea

pari, diede alloggio e fece le spese per tutto il tempo che quivi si

fermarono. Mancò poi di vita esso gran maestro nel dì 23 di dicembre.

Il suo gran competitore Romagano Guascone per malinconia l'avea

preceduto all'altra vita nel dì 4 di novembre, e così amendue andarono

a litigare al tribunale di Dio, più incorrotto e perspicace che quel

della terra. Passò in quest'anno nel mese di settembre per Italia la

vedova _imperatrice Maria_, madre di _Rodolfo II_ Augusto, e sorella

di _Filippo II re_ di Spagna, desiderosa di terminare i suoi giorni in

un monistero di Spagna, ad imitazione del glorioso suo padre _Carlo

V_. Era accompagnata dall'_arciduca Massimiliano_ suo figlio e da

una splendida corte. I signori veneziani, secondo il loro costume, le

fecero un sontuoso trattamento per tutti i loro Stati, essendo venuta a

Trivigi, Padova e poi sino a Brescia. Con pompa incredibile fu ricevuta

in Milano, e poscia in Genova, dove imbarcatasi, arrivò poi in Ispagna

a compiere la sua piissima risoluzione.

Trattandosi di un principe italiano, a noi non disconverrà l'andar

passando in Fiandra, per accennar brevemente le gloriose azioni di

_Alessandro Farnese_ governatore di que' paesi. In questi tempi i

Fiamminghi confederati contro il re Cattolico, mal soddisfatti del

giovane _arciduca Mattias_, dopo aver dichiarato esso principe decaduto

da ogni diritto sopra le loro contrade, presero per difensore della

Fiandra _Francesco_ già dichiarato _duca d'Angiò_, fratello di _Arrigo

III re_ di Francia. Con buon esercito passò questo principe a Cambrai,

città indarno assediata dall'armi spagnuole, e trionfalmente vi fu

ricevuto. Fece poi pochi altri acquisti, perchè a poco a poco i suoi

Franzesi se ne tornarono alle delizie della patria, ed egli passò in

Inghilterra, dove la _regina Elisabetta_ tanta disposizione mostrò

ad accettarlo per marito, che già tutti il felicitavano, tenendosi

egli come gli altri la cosa per fatta. Ma non andò molto che si trovò

solennemente beffato dall'astuta e simulatrice regina, non men di

quello che era succeduto prima a tanti altri. S'impadronì in quest'anno

il principe Alessandro di Bredà, che fu messa a sacco. Ricuperò

Sangislan, e poscia imprese l'assedio di Tournai, che fu ben lungo e

costò di molto sangue e fatiche, ma con terminare nella resa di quella

importante città, obbligata a pagare ducento mila fiorini per esimersi

dal sacco. Colò tutta questa rugiada in mano dei vittoriosi soldati.

Con gran solennità nei medesimi tempi ricevette il re Cattolico il

giuramento di fedeltà dalla bocca, ma non dal cuore, degli Stati di

Portogallo, e fece riconoscere per erede di quel regno _don Diego_ suo

maggior figliuolo. Quindi sul fine di giugno si trasferì a Lisbona,

accolto colla maggior magnificenza e con segni di somma allegrezza da

quel popolo, a cui confermò gli antichi privilegii e ne aggiunse de'

nuovi, nulla ommettendo per guadagnarsi la benevolenza di quella gente,

che internamente fremeva per vedersi ridotta sotto il giogo d'una

nazione tanto da essi odiata.

Anno di CRISTO MDLXXXII. Indizione X.

GREGORIO XIII papa 11.

RODOLFO II imperadore 7.

Quand'anche non fossero concorse tante memorabili azioni a rendere

gloriosissimo il pontificato di _papa Gregorio XIII_, basterebbe bene

ad assicurar l'immortalità al suo nome la correzione da lui fatta in

quest'anno del calendario romano. Gran tempo era che si lagnavano

gl'intendenti astronomi dello sconcerto avvenuto nel ciclo solare

fissato ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto imperadori, perchè

allora non fu ben conosciuto l'esatto corso annuale del sole. Era

passato questo disordine nel tempo della Pasqua, stabilito dai padri

del primo concilio niceno, perchè chiaramente si scorgevano troppo

slontanati dal sito allora prefisso alla celebrazion della Pasqua

gli equinozii della primavera, e fuor di sito le feste principali

della Chiesa. Ora il generoso pontefice con tutto vigore si applicò

ad emendare i trascorsi passati, e ad impedirli per l'avvenire.

Consultò dunque i più valenti astronomi d'allora, e molti ne chiamò a

Roma, facendo ben ventilare la miglior forma di stabilire un cielo di

epatte che non fosse da lì innanzi soggetto a mutazioni. Meritò sopra

gli altri applauso un ciclo già inventato da Luigi Lilio Veronese,

nel quale furono fatte alcune lievi mutazioni, se con ragione e

frutto, a me non appartiene il cercarlo. Pertanto fu determinato

di levar via dieci giorni dall'ottobre dell'anno presente, affinchè

l'equinozio della primavera tornasse al dì 21 di marzo, secondo la

determinazione del concilio niceno. Per mantenerlo poscia in quel

sito, e schivar nuovi sconcerti da lì innanzi, si stabilì che ogni

tre centesimi anni si tralasciasse il bissesto, ma che corresse nel

quarto centesimo, con altre regole che io tralascio. Comunicato questo

insigne progetto a tutte le potenze cattoliche, acciocchè fosse ben

esaminato, riportò l'approvazion d'ognuno. Il perchè nel dì 24 di

febbraio dell'anno presente si vide con solenne bolla pubblicato dal

pontefice, e ne fu ordinata l'esecuzione. Non si può dire che plauso

per questa sì faticosa e riguardevole impresa conseguisse il buon

papa Gregorio presso tutti i cattolici, contando noi per nulla il

ridicolo schiamazzo, che per ciò fece lo spirito contraddittorio de'

protestanti, ai quali il bello e buono procedente da Roma non suol

aver la fortuna di piacere. Ma non si vuol dissimulare che sul fine

del secolo decimosettimo e sul principio del presente insorsero delle

difficoltà intorno alla stessa correzion gregoriana, e si disputò

non poco da alcuni valenti astronomi, specialmente italiani, con

pretendere che il celebre Cristoforo Clavio non avesse ben corrisposto

all'intenzione di questo saggio pontefice, e che quella correzione

tuttavia abbisogni di emenda, stante l'essere intervenuto dipoi, e

poter intervenire, che, seguitando noi il ciclo dell'epatte, o troppo

presto o troppo tardi si celebri la Pasqua, per non corrispondere

essa ai veri calcoli astronomici del sole e della luna. Oltre di

che, secondo essi, non fu ben preso a' tempi del pontefice Gregorio

il preciso annuo corso del sole, essendosi trascurati almeno alcuni

secondi, i quali col tempo possono produrre qualche sconcerto. Con

tutto ciò tali non parvero quelle obbiezioni, che fosse creduta

necessaria allora una nuova riforma del calendario. Tale forse la

crederà alcuno dei secoli avvenire.

Oltre a questa insigne azione riguardante tutto il cattolicismo,

fece il medesimo papa un'opera particolare per ornamento ed utilità

di Roma; e fu il collegio romano della compagnia di Gesù, fabbrica

sontuosissima, di cui si vede la pianta rapportata dal padre Bonanni.

Al mantenimento di que' religiosi assegnò ancora delle grandi rendite.

In questi tempi avendo _don Antonio di Portogallo_ coll'aiuto

de' Franzesi ed Inglesi messa insieme una buona flotta, andò per

impadronirsi dell'isole Terziere, come dipendenti dalla corona di

Portogallo. Non dormiva il _re Filippo II_, ed anch'egli spedì a quella

volta il _marchese di Santacroce_ nel mese di luglio con ventotto

navi ed altri legni. Vennero alle mani le due nemiche armate, e restò

sconfitta quella di don Antonio, con rimaner prigioni venticinque

baroni franzesi, cinquanta altri nobili di quella nazione, e circa

secento tra Franzesi ed Inglesi soldati ordinarii. Fu commessa allora

una crudeltà più che turchesca, onde risultò ignominia grave, e non

facile a cancellarsi, della nazione spagnuola. Il Santacroce, estratti

da luogo sacro tutti quei franzesi, condannò ognun di essi, parte al

taglio della testa, e parte al capestro, e la sentenza fu eseguita.

All'avviso di tanta barbarie, recato dall'ambasciator franzese con

altre doglianze, inorridì il buon papa Gregorio, nè potè contenere le

lagrime, non sapendo darsi pace che gente cristiana più delle fiere

stesse arrivasse ad infierire. Ne rigettò egli la colpa sul Santacroce;

ma non si potè levar di testa alla gente che l'ordine si spiccasse

previamente dalla corte dello stesso re Filippo, e spezialmente non

avendone fatto alcun risentimento contra del Santacroce. Fu creduto che

il consiglio venisse dal _duca d'Alva_, quel Silla novello che metteva

la gloria e il sostentamento della monarchia spagnuola, non già nel

farsi amare, ma nel farsi temere dai popoli. Questo crudel uomo finì

appunto di vivere nel dicembre di quest'anno. Se trovasse nell'altra

vita quell'indulgenza e misericordia ch'egli mai non esercitò, nè

conobbe in terra, non l'ha rivelato Iddio. Tornò in Fiandra nel mese

di febbraio _Francesco duca d'Angiò_, e in Anversa con sommo applauso

fu proclamato duca del Brabante, conte di Fiandra, d'Olanda, Zelanda,

ec. Con tutti questi bei titoli niun progresso fece egli in quelle

parti. _Alessandro Farnese_, allo incontro, s'impossessò di Oudenarde,

dell'Esclusa, di Cambresì, di Ninoven e d'altri luoghi. Cominciò in

quest'anno il giovane _Carlo Emmanuello duca_ di Savoia a scoprir le

sue idee guerriere col segreto disegno di sorprendere Ginevra, sentina

di tutte le eresie, alle porte, per così dire, d'Italia. Avendo egli

ben disposti i pezzi per quell'impresa, e comunicata la sua idea

al pontefice Gregorio e al re Cattolico, da amendue avea riportate

promesse di gagliardi aiuti, se gli veniva fatto il negozio. Ma

avendone anche ricercato il consenso dal re di Francia _Arrigo III_,

n'ebbe una negativa, allegando quel monarca che Ginevra era sotto la

protezion della sua corona. Gli convenne per questo di desistere; ma

concepì un odio tale contra de' Franzesi, che mai più nol depose.

Anno di CRISTO MDLXXXIII. Indiz. XI.

GREGORIO XIII papa 12.

RODOLFO II imperadore 8.

Circa questi tempi il _pontefice Gregorio_, nato per pensar sempre

a cose grandi pel pubblico bene, e, dopo averle ideate, costante in

eseguirle, presentò alla luce il decreto di Graziano con abbigliamenti

nuovi, per aver dianzi deputata una congregazion di letterati per

la correzione e per l'ornamento di quella raccolta di canoni, molto

allora accreditata nelle scuole. Prese ancora a migliorar la edizione

della sacra Bibbia; al qual fine procurò da ogni parte antichi codici

e deputò un'altra congregazione. Questa impresa non fu poi condotta

a fine se non sotto i papi susseguenti Sisto V e Clemente VIII.

Gran carestia fu in Roma per due mesi, e ciò per colpa de' ministri

che aveano con troppo larga mano conceduta l'estrazion de' grani.

Toccò al generoso animo del papa di emendar con grave spesa la lor

trascuratezza. Avvenne, oltre a ciò, in Roma un accidente che recò non

lieve rammarico e disturbo al pontefice; perciocchè ito il bargello

con gran copia di birri per prendere un bandito in casa degli Orsini,

capitati colà Raimondo Orsino, Silla Savello ed Ottavio de' Rustici,

baroni romani, per aver voluto impedir la cattura per pretension di

franchigia, restarono miseramente uccisi da quella canaglia. Sollevossi

perciò il popolo romano, ed anche la nobiltà, e quanti birri potè

cogliere, senza rimissione ammazzò. Essendo concorsi a questo rumore

molti banditi, seguirono altre uccisioni, e sarebbe succeduto peggio,

se la prudenza del pontefice non avesse rimediato. Tanta caccia fece

egli fare al bargello suddetto, che fu in fine preso e giustiziato:

il che nondimeno non bastò a quetar gli animi pregni di desiderio

di vendetta, talmente che non finì sì presto quella tragedia. Ora

il papa, per rallegrare il popolo, nel dì 12 di dicembre fece la

promozione di diecinove cardinali, tutti persone di gran merito, fra

i quali spezialmente si distinsero _Niccolò Sfondrati_, che fu poi

papa Gregorio XIV, _Francesco di Gioiosa_ Franzese, _Agostino Valerio_

vescovo di Verona, e _Vincenzo Lauro_ vescovo di Monreale.

Avea la morte rapito al re _Filippo II_ nell'anno precedente il suo

figlio maggiore _don Diego_; però fece egli nel presente prestar

giuramento dai Portoghesi a _don Filippo_, restato unico di lui

figlio. Gli riuscì ancora di finir di ricuperare le isole Terziere.

In Fiandra accaddero delle novità, delle quali ben seppe profittare

il principe _Alessandro Farnese_. Quantunque fossero stati conferiti

gloriosi titoli, dei quali sopra si parlò, a _Francesco duca d'Angiò_;

pure, perchè da alcune condizioni alquanto dure veniva ristretta

la sua autorità, si avvisò egli, spinto principalmente dagli alteri

suoi consiglieri franzesi, di voler dar egli la legge a' Fiamminghi,

parendogli vergogna il riceverla da loro. Volle dunque adoperar la

forza, e destinò il giorno 16 o 17 di gennaio del presente anno per

farsi libero signore di quelle contrade. L'ordine andò a tutti i

presidii franzesi d'insignorirsi dei luoghi dove si trovavano, ed

egli prese a sottomettere l'insigne città di Anversa, in cui erano di

guarnigione quattrocento de' suoi; ma con incontrar egli ciò che non

si aspettava, cioè quello a che si espone chiunque de' principi che,

volontariamente chiamato da un popolo alla signoria, si mette sotto i

piedi con tanta facilità i patti della dedizione. Prese pretesti da una

rassegna per accostarsi colle sue truppe ad Anversa, ed allorchè usciva

di città con gran corteggio de' suoi soldati, diede il segno della

macchinata trama. Furono uccise le guardie della porta, ed entrarono

secento cavalli e tre mila pedoni franzesi, che montati sui baloardi

voltarono i cannoni contro la città, e si diedero a saccheggiar le

case, e ad uccidere chiunque si opponeva. Ossia che gli Anversani

stessero dianzi con gli occhi aperti, o che solamente li svegliasse

quell'improvviso assalto, il vero è che tosto fecero sonar le campane a

martello, tirarono le catene alle strade, e, dato di piglio all'armi,

animosamente fecero fronte a chi non più amico, ma nemico e traditore

lor si mostrava. Con tal gagliardia dai feroci cittadini furono

assaliti e respinti i Franzesi, che lor convenne rinculare sino alla

porta, dove, per voler eglino uscire, e nello stesso tempo entrare gli

Svizzeri del duca d'Angiò, si fece una calca e miscuglio che costò

la vita a moltissimi o uccisi o caduti nella fossa. Vi fu chi fece

ascendere sino a due mila i Franzesi morti; la città restò liberata,

e il duca pien di vergogna, e rampognato dalla propria coscienza per

tanta infedeltà, si ritirò. Agli altri Franzesi venne fatto di occupar

Doncherche ed alcun altro luogo, ma non già Ostenda, Bruges e Neoporto.

Arrivò a tempo questa discordia de' Fiamminghi col duca d'Angiò per

rinvigorire _Alessandro Farnese_, a cui soprastava la rovina, se a'

Franzesi riusciva quel colpo, e se di Francia fossero venuti nuovi

rinforzi. Mosse dunque il Farnese l'armi sue, e colla metà d'esse

diede una rotta al maresciallo franzese _Biron_, dove fu creduto che

perissero de' vinti circa due mila persone, e de' vincitori solamente

otto, se vogliam prestar fede a chi non è mai intervenuto a battaglie.

Assediò il Farnese intanto Doncherche, e lo costrinse alla resa, e

prima dell'agosto ebbe ai suoi voleri Neoporto, Berga, Furnes, Dismuda

e Menin, e poi Zutfen col paese di Vaes, Middelburgo, Rupelmonda, Alost

ed altri luoghi: tutte vittorie ed acquisti che sommamente accrebbero

il credito alla parte regia ne' Paesi Bassi e la gloria al principe di

Parma.

Anno di CRISTO MDLXXXIV. Indiz. XII.

GREGORIO XIII papa 13.

RODOLFO II imperadore 9.

In quest'anno ancora _papa Gregorio_ lasciò una bella memoria in Roma

colla erezione del collegio dei Maroniti, cristiani cattolici, abitanti

nel monte Libano sotto la tirannia de' Turchi; ma non ebbe tempo da

assegnargli tutta la convenevol dote: al che fu poi soddisfatto dal

suo successore. Fu chiamato in quest'anno a miglior paese nella notte

precedente al dì 4 di novembre il santo cardinale ed arcivescovo di

Milano _Carlo Borromeo_ in età di soli quarantasei anni, un mese ed un

giorno: vita ben corta, ma con tante azioni di pietà e zelo pastorale

da lui menata, che non si possono leggere senza ammirazione. Fu egli

allora e sempre sarà considerato per un luminoso prototipo de' veri

pastori della Chiesa di Dio, in cui si sono specchiati tanti altri

insigni vescovi che in Italia e fuori d'Italia son camminati per le vie

della santità; e i suoi concilii ed istruzioni sono e saranno sempre

in somma venerazione, siccome fonti perenni di tutta l'ecclesiastica

disciplina. Per le tante memorabili sue virtù venne poi questo

incomparabil porporato messo nel ruolo de' santi. Eransi già provati

giuridicamente i difetti corporali di _Margherita principessa Farnese_,

maritata in _don Vincenzo Gonzaga_ principe ereditario di Mantova;

laonde restò disciolto quel matrimonio, ed egli nell'anno presente

prese per moglie _Leonora_ figlia di _Francesco gran duca_ di Toscana.

Le nozze furono celebrate in Mantova sul fine di aprile con incredibil

pompa e magnificenza. Era vicerè di Sicilia _Marcantonio Colonna_, il

più valoroso e gentil cavaliere che avesse l'Italia, e sempre glorioso

per la vittoria riportata a Lepanto ossia alle Curzolari contra de'

Turchi. Passò egli in Ispagna, chiamatovi dal re Cattolico con dieci

galee. Ma appena giunto a Medinaceli nel dì 2 d'agosto fu portato

all'altra vita da un sì precipitoso e violento male, che fece dubitar

di veleno. Lo stesso sospetto corse nella morte di _Francesco duca

d'Angiò_, fratello di _Arrigo III re_ di Francia, da noi poco fa veduto

duca del Brabante e conte di Fiandra. Era egli tornato in Francia, e

trattava di riaccomodarsi coi Fiamminghi, quando fu preso sul principio

di maggio da un malore, per cui gli usciva il sangue da tutti i meati

del corpo, di modo che terminò il suo vivere nel dì 10 di giugno. Il

titolo di liberator della Fiandra, ch'egli s'era attribuito, non fu

certamente scritto sulla sua tomba. A _Guglielmo_ ancora _principe

d'Oranges_, cioè al principal motore e fomentatore della ribellion

de' Paesi Bassi, toccò in quest'anno nel dì 10 di luglio la morte, e

morte violenta, perchè proditoriamente ucciso da Baldassare Gherardo

nato presso Lione, il quale non sedotto da alcuno, ma unicamente mosso

da odio verso un principe eretico, autore di tanti mali, tolse a lui

la vita colla perdita della propria. A lui succedette il _principe

Maurizio_ suo secondogenito, che, dichiarato ammiraglio dalle Provincie

Unite, riuscì poi un valoroso lor protettore.

Queste morti quanto sconcertarono gli animi dei ribelli Fiamminghi,

altrettanto incoraggirono il prode principe di Parma Alessandro.

Aveva egli molto prima occupati varii posti, e fabbricato un forte che

angustiava non poco l'importante città d'Ipri, e l'affamava. Quei di

Bruges vollero soccorrerla con un grosso convoglio di viveri, scortato

da cinquecento fanti e da ducento cinquanta cavalli. Fu questo preso

dai cattolici, colla morte di circa cinquecento nemici: colpo che

indusse poi la cittadinanza d'Ipri a capitolare la resa. La stessa fame

consigliò quei di Bruges a seguitar l'esempio d'Ipri. Animato da così

prosperi successi il Farnese, prese una risoluzione che a molti parve

ardita, e fin temeraria ad altri: cioè di assediare la città d'Anversa,

non men per l'ampiezza e popolazione, che per la situazione, da tutti

tenuta per fortissima. Benchè dissuaso da' suoi consiglieri, pur diede

egli principio all'assedio, con occupar varii siti e forti intorno ad

essa. Nel medesimo tempo colla forza obbligò Tenremonda a rendersi;

e i Gantesi domati dalla fame vennero a dimandar perdono e ad esibire

ubbidienza. Furono accettati coll'obbligazione di pagar ducento mila

fiorini, e di rifabbricar la cittadella. La maggior città della Fiandra

era allora Gante. Intanto mirabili cose facea l'indefesso principe per

maggiormente strignere la superba città d'Anversa con chiuse nuove,

canali nuovi, trincieramenti, e sopra tutto con un ponte lunghissimo,

ch'egli arrivò a compiere solamente nell'anno seguente. Pressato da'

suoi sudditi _Carlo Emmanuello duca_ di Savoia a prendere moglie, la

ricercò ed ottenne nel presente anno, e in Sciamberì nel dì 18 d'agosto

fu pubblicato il suo matrimonio con _donna Caterina d'Austria_ figlia

minore del regnante re di Spagna _Filippo II_. Molte feste perciò

furono fatte ne' suoi Stati; ed avendo il duca o per ambasciatori o

per lettere significato a Roma, all'imperadore, al re di Francia e agli

altri principi questo suo nobile accasamento, concorsero a Torino varie

ambascierie per seco rallegrarsi. Tuttavia solamente nell'anno appresso

si diede il compimento a questo affare.

Anno di CRISTO MDLXXXV. Indiz. XIII.

SISTO V papa 1.

RODOLFO II imperadore 10.

Uno spettacolo insolito, che si tirò dietro gli occhi di tutti, ebbe

Roma nel presente anno per l'arrivo colà degli ambasciatori cristiani

giapponesi. Nelle ricchissime e popolatissime isole del Giappone, regno

o imperio situato di là dalla China con popoli sommamente ingegnosi

e bellicosi, il primo ad introdurre la religione di Cristo era stato

san Francesco Saverio apostolo dell'Indie. Coltivata quella vigna da

altri susseguenti religiosi della compagnia di Gesù, sempre più andò

fiorendo, di maniera che non solamente le migliaia del basso popolo,

ma anche assaissimi nobili, ed alcuni dei principi, appellati re, per

nostro modo d'intendere, a cagion della lor grande autorità e potenza,

aveano ricevuto il battesimo, alzati sacri templi, e piantata ivi

un'amplissima università di fervorosi cristiani. Non han saputo negare

la verità, l'ampiezza e i pregi di quella cristianità i nemici stessi

della Chiesa romana, i quali, più mercatanti che cristiani, nulla

poi tralasciarono di trame ed inganni per opprimerla e sradicarla,

siccome nel seguente secolo, per l'infame loro iniquità, avvenne. Per

rendere dunque ubbidienza al sommo pontefice furono spediti due giovani

ambasciatori da tre di que' gran signori, chiamati re dai nostri; i

quali accompagnati da alcuni gesuiti, dopo aver ricevuto in Portogallo,

in Ispagna e in Toscana grandi onori e finezze, giunsero nel dì 22

di marzo a Roma. Con solennità ammessi nel sacro concistoro al bacio

de' piedi, presentarono al pontefice le lettere dei loro principali,

e furono poi trattati con ogni sorta di onorevolezza e di amore tanto

da esso papa, che da tutti i cardinali e dalla nobiltà romana. Per la

comparsa di questi nuovi germi della religione cristiana, venuti da sì

remote parti del mondo, incredibil fu la consolazione ed allegrezza

che ne provò il buon _pontefice Gregorio_, nè potè contener le

lagrime tanto egli che gli altri zelanti dell'accrescimento della vera

Chiesa di Dio. Ma a questo giubilo poco tardò a succedere il lutto.

Mentre i Giapponesi andavano visitando le cose rare di Roma, eccoti

cadere infermo il pontefice, e in due giorni di malattia, cioè nel

dì 10 d'aprile, passare a miglior vita, essendo pervenuto all'età di

ottantaquattro anni: età, ad atterrar la quale basta un soffio solo.

Che questo pontefice meriti luogo fra i più insigni pastori della

Chiesa di Dio, non ne lascia dubitare quanto si è finora detto di lui.

Eppur questo è poco rispetto a quel di più che dir se ne potrebbe; e

che infatti hanno più e più scrittori tramandato ai posteri. Perciocchè

eminente si trovò in lui l'amore della pace in Italia, lo zelo per

la conservazione ed aumento della fede Cattolica, e l'attenzione ad

eseguire i decreti del concilio di Trento: il che specialmente dimostrò

nel promuovere ed aiutare con grandi somme di denaro l'erezione di

tanti seminarii per le provincie Cattoliche, e nella fondazione in

Roma di collegii sì riguardevoli. Le sue limosine in sollievo dei

poveri, per attestato del popolo romano nell'iscrizione a lui posta,

ascesero a due milioni di scudi di oro; un altro ancora ne impiegò in

maritar povere zitelle. Lungi dall'imporre nuove gabelle e dazii, ne

levò alcuni già messi, e specialmente l'assai grave della farina, ed

ornò Roma di templi, e di altre opere magnifiche: per le quali cose,

e pel suo placido governo, e per la sua amorevolezza verso ognuno, il

suddetto popolo romano alzò la sua statua nel campidoglio, e l'alzò

dopo la sua morte, cioè in tempo che l'adulazione cessa, e il vero

merito è riconosciuto. Amò i suoi, ma con lodevol moderazione. Era

a lui nato un figlio da donna libera prima di ascendere agli ordini

sacri, per nome _Jacopo Boncompagno_ il quale per ingegno, probità

di costumi, e saviezza nei politici affari riuscì poscia un valente e

generoso signore. A lui bensì conferì il papa i gradi soliti a darsi ai

nipoti dei pontefici, cioè di generale della Chiesa, di governatore di

castello Sant'Angelo e di capitano delle sue guardie; ma non fabbricò

già la di lui fortuna con gli Stati della Chiesa. Solamente gli procurò

nel ducato di Modena il marchesato di Vignola, consistente in ventidue

comunità; e dal re Cattolico ottenne per lui il ducato di Sora, Arpino,

Aquino, Arce, ed altri luoghi nel regno di Napoli. Propagata poi la

di lui discendenza con uomini illustri, oggidì più che mai risplende

in _don Gaetano Boncompagno_ benignissimo e savissimo principe,

maggiorduomo maggiore del re delle Due Sicilie, che ai suoi titoli e

Stati ha ultimamente aggiunto l'importante e dovizioso principato di

Piombino, e in _don Pietro_ suo fratello duca di Fiano.

Non più di quattordici giorni stette vacante la sedia di San Pietro,

essendo Stato concordemente nel conclave eletto papa il _cardinale

Felice Peretti_, già frate dell'ordine conventuale di san Francesco,

uomo di petto, sommo amatore della giustizia, ed ornato di molta

dottrina. Era egli bassamente nato nelle grotte di Montalto, terra

della marca anconitana, da un povero contadino, ma pel suo felice

ingegno, pel suo sapere e merito salito a poco a poco ai primi gradi

dell'ordine francescano, nel 1570 da Pio V fu promosso alla sacra

porpora, e nominato il cardinal di Montalto. Per errore di stampa

presso il Ciaconio è riferita al dì 12 d'aprile l'esaltazione sua

al pontificato: errore non emendato neppure dal Vittorello, nè

dall'Oldoino, e che parimente s'incontra nel Bollario romano e in altri

libri. Certo è che l'elezione sua seguì nel dì 24 di aprile, giorno di

mercordì. Prese il nome di _Sisto V_ per rinovar la memoria di Sisto

IV, che parimente fu dell'ordine di San Francesco. Veramente bizzarra

è quella che noi chiamiamo natura, facendo essa talvolta nascere da un

povero rozzo bifolco figli di sì raro talento, e cotanto dalla fortuna

favoriti, che giungono ad essere o gran politici, o gran guerrieri,

o gran letterati; laddove altre volte da uomini grandi nascono

figliuoli zotici e di cervello stravolto, ai quali sembrava piuttosto

riservata una zappa. Ora Sisto, benchè sì poveri e bassi natali avesse

sortito, pure fuor di dubbio è che portò seco un animo grande, qual

si converrebbe al più eccelso monarca. Antonio Cicarelli, che continuò

le Vite de' papi del Panvinio, ed altri storici non ebbero difficoltà

di scrivere che il suddetto cardinale di Montalto coll'accortezza o

simulazione sua cooperò anch'egli non poco a far inchinare i voti degli

elettori in favor suo. Perciocchè gran cura ebbe di nascondere in varie

maniere il genio suo rigido ed imperioso, e l'ansietà di pervenire al

papato. Quieta era la vita sua, ritirato stava nella sua vigna, mai non

contendeva con gli altri cardinali, cedendo ad ognuno, e guardandosi da

ogni parzialità verso le nazioni. Benchè ingiuriato, niun risentimento

mostrava, e, quantunque talvolta chiamato asino della Marca dai

confratelli porporati, o mostrava di non udire, oppure rideva.

Essendogli stato ucciso un nipote, neppur volle far ricorso per questo

alla giustizia. Se ne ricordò bene creato che fu papa. Cardinale ebbe

in uso di accrescere di sette anni la sua età per parere più vecchio;

e mostravasi soprattutto così mal concio di sanità, che non vi era

cardinale che nol credesse sull'orlo del sepolcro. A chi nel conclave

gli parlava del papato, esagerava la sua inabilità: e quando pure per

miracolo ciò avvenisse, gli scappava detto di non poter senza buoni

coadiutori portare quel peso. In una parola, si crederono i cardinali

di avere eletto un papa mansuetissimo, un papa decrepito, fatto per

lasciarsi menar pel naso; e trovarono tutto il rovescio. Nè tardarono

ad avvedersene, perchè, appena chiariti i voti, e confermata l'elezion

sua, gittò via il bastoncello, su cui si appoggiava, e si alzò ritto;

laddove dianzi camminava gobbo e con gli occhi bassi a terra: avendo

poi egli detto scherzando, oppure avendo taluno detto per lui, che

dianzi cercava col volto chino le chiavi della terra, ed ora col volto

alto le chiavi da aprire il cielo. Per la sua coronazione dipoi salì

molto snello a cavallo, guardandosi l'un l'altro storditi i cardinali.

Pontefice pieno di buon cuore, spirante solo clemenza era stato

il predecessore Gregorio. Desideroso di farsi amare da tutti, e

specialmente dal popolo romano, difficilmente eleggeva le vie del

rigore; e forse tanta benignità gli venne attribuita a difetto.

Era perciò cresciuta la licenza e prepotenza in Roma; abbondavano

e crescevano dappertutto i banditi, gli sgherri, i sicarii; e per

quanto il buon papa Gregorio, che non era già un uomo indolente e

dimentico del dovere principesco, si adoperasse per metter freno a

questi disordini, anzi per estirparli, non gli venne mai fatto, perchè

sempre voleva accordar la clemenza colla giustizia. Venne Sisto V di

massime ben diverse provveduto, voglioso di acquistarsi gran nome

coll'uso della sola giustizia, e col far tacere la clemenza, quasi

virtù fomentatrice dei cattivi. Rigido ed inesorabile si diede tosto

ad esercitar la suddetta giustizia, e fu creduto fino all'eccesso.

Non volle che si aprissero le carceri com'era il solito, per la sua

coronazione, con dire che assai malvagi vi erano senza bisogno di

accrescerli. E mentre la città si trovava in quell'allegria fece

giustiziar quattro rei, senza voler far grazia agli ambasciatori

giapponesi, mossi dai parenti a dimandarla. Da lì a due giorni fece

tagliar la testa ad un nobile spoletano per aver messa mano alla spada

contro un suo nemico: il che era vietato dalle leggi. Non so io se sia

diverso da questo il caso di un giovanetto fiorentino preso in quel

tempo per aver fatta una semplice resistenza ai birri, che pur s'erano

ingannati in prendere lui per un altro, e che fu impiccato: il che

per la compassione diede molto di che dire a tutta Roma, e sparse il

terrore anche fuor d'essa. Quanto ai suddetti Giapponesi, il pontefice

compartì loro ogni possibile onore nella sua coronazione, li tenne

seco a pranzo nella sua vigna, li creò cavalieri, e regalatili dipoi di

mille doble e di altre cose preziose, e specialmente di due o tre spade

gioiellate per li principi loro, li licenziò. Se n'andarono caricati

d'altri doni dai cardinali Farnese, d'Este, Medici, Alessandrino e

San Sisto; e condotti a Venezia, con gran magnificenza furono ivi

accolti, siccome per le altre città, dove passarono, finchè imbarcati a

Genova s'inviarono verso le loro tanto lontane contrade. Giunti colà,

trovarono già dato principio a una crudelissima persecuzione contra

i cristiani, della quale altro a me non occorre di dire. Pubblicò

il novello papa un giubileo per implorar da Dio assistenza al suo

governo; e credasi ch'egli fosse il primo a conceder esso giubileo

fuori degli anni santi. Per ordine suo sei delle principali strade

di Roma lunghissime furono in quest'anno o aperte o continuate, e

tutte selciate pel comodo e divozione de' Romani. Con suo danaro

ancor provvide una comodissima casa al monte della pietà. La strologia

giudicaria al dispetto di tante proibizioni seguitava a far delle gran

faccende. Fulminò Sisto una terribil bolla contra da' suoi professori

e libri. Ma di quest'arte vanissima si può ben desiderare, ma non è

da sperare la total rovina, come fin dei suoi tempi Tacito osservò,

perchè pur troppo non mancano stolti ed ignoranti che le dan fede,

massimamente fuori d'Italia.

Già dicemmo conchiuse le nozze tra l'infanta _donna Caterina_, figlia

di _Filippo II, re_ di Spagna, e _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia.

Verso il fine di gennaio dell'anno presente s'imbarcò questo principe,

accompagnato da copiosa nobiltà tutta in gala per, passare in Ispagna.

Trovò il re con tutta la real corte a Saragozza, e quivi nel dì 25

di marzo con grandiosa solennità seguì il suo sposalizio, condecorato

dipoi da varie feste e tornei, ed altri sontuosi divertimenti. Vennero

poi per mare i due nobilissimi sposi a Savona, e di là proseguendo

il viaggio, nel dì 10 d'agosto fecero l'entrata in Torino, dove per

molti giorni durò la pompa e l'allegria degli spettacoli. Nel dì 30

di luglio terminò i suoi giorni _Niccolò da Ponte_ doge di Venezia,

e nel dì 18 d'agosto ebbe per successore _Pasquale Cigogna_. Da

un fierissimo tumulto della plebe restò nel maggio di quest'anno

gravemente sconcertata la città di Napoli. Per la carestia di grano,

che si pativa in Ispagna, aveva il re Filippo fatto venir colà dal

regno di Napoli buona quantità del grano soprabbondante. Si prevalsero

di questa occasione i mercatanti e i contrabbandieri, conoscendo il

guadagno, per inviarne dell'altro in gran copia; talmente che, venuto

il mese di maggio, assaissimo se ne scarseggiò in Napoli, e si alterò

forte il prezzo del pane. Le grida di quel facilmente turbolento

popolaccio andarono a finire in una universale sollevazione, per

cui Gian-Vincenzo Starace eletto del popolo fu dall'inferocita plebe

messo in brani, e strascinato per la città, e dato il sacco alla sua

casa. Fu assai, che quivi terminasse la foga del matto popolo. Il

_duca d'Ossuna_, allora vicerè, biasimo riportò pel suo soverchio

timore, essendosi creduto che avrebbe sulle prime potuto colla forza

reprimere quella canaglia. Maggiormente ancora fu di poi biasimato,

perchè, tornata la quiete, fece segretamente in più notti carcerare

cinquecento di coloro, e formar rigorosi processi, in vigor de' quali

tolta fu a molti la vita, ed assai più furono tormentati e mandati

in galera. Sarebbe anche proceduta più oltre quella crudel giustizia,

se gli amatori della patria non avessero impetrato dal re Filippo un

generale indulto e perdono. Fin qui nella cittadella di Piacenza avea

il re Cattolico tenuta sua guarnigione, aggravio sommamente molesto al

duca _Ottavio Farnese_, cui non pareva mai di essere stabile padrone

della città finchè durava quel giogo. Dopo aver tanto pazientato,

prese la risoluzione in questo anno di spedire alla corte Cattolica

il conte Pomponio Torello a chiederne la restituzione, saggiamente

avvisando, essere questo il tempo più opportuno, stante il merito

grande che s'era acquistato il _principe Alessandro_ suo figlio presso

il re Cattolico con tante sue prodezze in Fiandra in servigio della

corona di Spagna. Si trovò l'animo del re disposto alla gratitudine, ma

avrebbe voluto far passare per una grazia compartita ad esso principe

la cessione di quella fortezza: al che il principe modestamente

ripugnava, non già che negasse di riconoscere quella per una grazia, ma

perchè desiderava che fosse dichiarata la restituzione per fatta, ed

anche dovuta per giustizia al duca Ottavio suo padre. Temperamenti si

trovarono in quel maneggio, e però il re accordò la cessione con varie

condizioni, e sopra tutto con salvare le ragioni sue e dell'imperio

sopra quello Stato. Gli atti segreti, e non pubblicati allora per non

irritare il romano pontefice, son venuti alla luce in questi ultimi

tempi nell'Apologia del senatore Cola, per le controversie di Parma e

Piacenza.

Fin qui successione non si vedeva di _Arrigo III_ re di Francia,

ed apparenza nè pur v'era di vederne. Però mancando egli senza

maschi, secondo le leggi e la consuetudine di quel regno, avrebbe

dovuto succedere _Arrigo re_ di Navarra, come il più prossimo: il

che cagionava orrore ai buoni cattolici per la manifesta professione

ch'egli faceva del calvinismo. Da questo pericolo commossi i principi

di Guisa, il cardinal di Borbone ed assaissimi altri maggiorenti,

formarono una lega in difesa della religion cattolica, senza consenso

del re, anzi con far apparire non lieve diffidenza di lui; sebben poi

indussero ancor lui ad approvarla e ad entrarvi. Teneva mano ad essa

lega il _pontefice Sisto_ per puro zelo di conservar la religione,

il _re Filippo_ ed altri per lo stesso motivo, ma con altre segrete

intenzioni politiche, per far cadere quella corona in alcun principe

cattolico, ad esclusione del re di Navarra e di _Arrigo principe di

Condè_ eretici. Aveano i confederati fatta istanza a Gregorio XIII

perchè o scomunicasse o dichiarasse decaduti que' due principi da

ogni loro diritto; ma il prudente pontefice andava temporeggiando per

isperanza di guadagnarli colle buone. Mancato lui, il fervido papa

Sisto nel settembre di questo anno fulminò contra di loro tutte le

maggiori censure: il che vie più servì a riaccendere in Francia il

fuoco delle guerre civili, nè a quella sua bolla fu permesso di essere

pubblicamente promulgata in quel regno. Continuava intanto l'assedio

della insigne città d'Anversa, già formato dal prode _principe di Parma

Alessandro_, e già s'era perfezionato il mirabile ponte lungo circa

due miglia sopra la Schelda; con che restava precluso ogni adito ai

soccorsi per quella città. In questo mentre, vinta dalla fame l'altra

non men nobile ed importante di Brusselles, capitolò la resa, con

rimettersi ivi la religion cattolica. Da lì ad un mese altrettanto fece

la città di Nimega, principale della Gheldria, e poi quella di Malines.

Gli sforzi fatti dal principe di Parma per sottomettere la città

di Anversa, e quelli degli Anversani per la loro difesa, vivamente

descritti dalla penna di Famiano Strada, del cardinal Bentivoglio,

del Campana e di altri, formano un pezzo di storia di questi tempi

sommamente curioso e dilettevole. A me basterà di dire che finalmente

all'eroe Farnese, dopo una onesta capitolazione, riuscì nel dì 27 di

agosto di entrare trionfante in quella splendida città, dove tornò

a rifiorire la fede cattolica, e si rifabbricò la cittadella. Per

sì fatte vittorie il nome e la gloria del Farnese era il principal

ragionamento de' politici e de' curiosi dell'Europa. E in quelle

imprese gran parte ancora ebbero i capitani e soldati italiani, che io

per brevità tralascio. Per le osservazioni fatte da più d'uno, migliori

soldati riescono gl'Italiani fuori che entro d'Italia: il che eziandio

suol avvenire degli Spagnuoli. Qui non è il luogo di cercarne la

ragione.

Anno di CRISTO MDLXXXVI. Indiz. XIV.

SISTO V papa 2.

RODOLFO II imperadore 11.

Una delle principali applicazioni dell'animoso pontefice _Sisto V_

fu nel precedente anno quella di schiantare la mala razza de' banditi

e de' malviventi, che spezialmente passati dal regno di Napoli nello

Stato ecclesiastico, ed attruppati infestavano non solamente le vie,

ma le ville stesse, con rubamenti, stupri, incendii ed assassinii.

Molte storielle si contavano allora delle lor crudeltà e furberie, e

si spacciano anche oggidì per cose nuove dai cantambanchi. Pubblicò il

papa una terribil bolla nel giorno primo di luglio d'esso anno contra

di costoro e di chiunque desse loro favore o ricetto. Poscia mandò

il cardinale Colonna in campagna di Roma, lo Spinola nel ducato di

Spoleti, il Gesualdo nella Marca, il Salviati a Bologna e il Carcano

in Romagna con titolo di legati, e con piena autorità e commissione di

rigorosa giustizia, affinchè si rimettesse la pubblica quiete. Diedesi

perciò allora principio alla caccia di coloro, proposti spezialmente

premii a chi portasse le loro teste, e si continuò nell'anno presente:

e quantunque molto si guadagnasse, perchè alcuni capi di gente sì

malvagia uscirono dello Stato della Chiesa, e massimamente Curtieto e

Marco Sciarra, due de' più rinomati assassini, ed altri furono uccisi

in campagna, o presi e giustiziati; pure non si potè svellere talmente

quella gramigna, che non ripullulasse di tanto in tanto, e molto più

dopo la morte del papa. Fu nondimeno con tal rigore eseguita in alcuni

luoghi la buona intenzione del pontefice, che si convertì in manifesta

crudeltà, con essersi fatte pubblicamente morire madri, solamente per

avere ricettati una sola notte in casa figli o altri stretti parenti, o

per aver dato loro da mangiare. Ma quel che più di ogni altro caso fece

strepito, fu la morte del _conte Giovanni Pepoli_, il quale, secondo

l'attestato dello Spondano, del Cicarelli e di altri, per aver negato

di consegnare alcuni banditi, ch'egli ricettava fuori dello Stato della

Chiesa, fu fatto prendere in Bologna, e strangolare in prigione: il

che non si può dire quanto terrore spargesse fra tutti i sudditi dello

Stato ecclesiastico. Ma perciocchè potrebbe restar molto denigrata

presso i posteri la memoria di questo nobil uomo, uno dei primarii, più

ricchi e riguardevoli della città di Bologna, quasi ch'egli fosse stato

uno scellerato fomentatore di sicarii e banditi, non avrà discaro il

lettore d'intendere più precisamente lo stato della sua disavventura da

Antonio Isnardi Ferrarese, contemporaneo, e non parziale. Così scrive

egli nei suoi Annali manoscritti all'anno precedente: _Circa il fine di

agosto il papa fece strangolare il signor Giovanni de' Pepoli, ch'era

prigione in Bologna, gentiluomo principale di quella città, e il primo

del suo parentato, e padre dei poveri di essa città, che si figurava

che desse ogni anno delle sue facoltà più di cinque mila scudi romani

per elemosina. La cagione fu che sua santità lo imputò di aver fatto

fuggire un capo di banditi ch'era prigione in un castello del detto

signor Giovanni (cioè in Castiglione de' Gatti, feudo imperiale della

nobil casa de' Pepoli), e gli era stato dimandato da sua santità,

alla quale aveva risposto che il detto castello era giurisdizione

dell'imperadore, e che senza licenza di sua maestà non lo daria. E

mentre si maneggiava tal negozio, entrarono di notte genti nel detto

castello, fecero prigione il commissario di quello, si fecero dar le

chiavi della prigione, tolsero il prigione, e lo condussero via insieme

col detto commissario, sino che furono fuori dello Stato della Chiesa,

che poi liberarono il commissario. Fu pianto da tutti que' cittadini,

e particolarmente dai poveri_. Lascerò io che i lettori senza di me

facciano qui le loro riflessioni, volendo io passare a raccontar cose

allegre, e sicuramente gloriose al pontefice Sisto.

Dicemmo aver egli aver avuto un animo da re. Le sue grandi idee,

e queste eseguite senza che mai lo spaventasse alcuna difficoltà,

compruovano una tal verità. Aveano i suoi predecessori lasciato

posare in terra lo smisurato Obelisco (guglia chiamato da' Romani) che

antichissimamente Sesostri re d'Egitto dedicò al sole, che Caligola

imperadore menò a Roma, ed alzò in onore di Augusto e Tiberio e che i

Barbari (per quanto si credeva) gittarono poi per terra. O maniera di

rialzarlo non si trovava, o la spesa atterriva, o nulla essi curavano

questo mirabil pezzo della più remota antichità. Sisto il volle riporre

nella piazza del Vaticano, ed ebbe in Domenico Fontana Comasco un

insigne ingegnere, che nel presente anno con una maravigliosa macchina

felicemente rialzò quella gran pietra. Applicossi ancora esso pontefice

ad un acquedotto, che gareggiò coi più famosi degli antichi romani,

lungo ben venti miglia, per cui trasse a Roma l'acqua ch'egli volle

nominata _Felice_ dal suo primiero nome della religion francescana.

Terminò questa bella opera solamente nell'anno 1588. A comune benefizio

ancora fece fabbricare una magnifica gualchiera per l'arte della lana

presso la fontana dell'acqua Vergine, con promuovere anche in altre

maniere il lanificio in quella città. Oltre a ciò, in capo alla piazza

Giulia da un lato di ponte Sisto per ordine suo fu edificato un insigne

spedale, capace di due mila poveri, con assegnargli una rendita annua

di quindici mila scudi d'oro. Per maggior sicurezza dell'augusto

tempio della beata Vergine di Loreto, e degli abitanti di quella terra,

cingere fece di mura Loreto, e dichiarollo città, con dargli anche un

proprio vescovo. Fu poi unita quella chiesa colle altre di Macerata e

di Tolentino. Creò eziandio città, ed onorò del vescovato San Severino

e Montalto sua patria. Inoltre pubblicò una bellissima prammatica e

riforma delle vesti, delle doti, degli ornamenti, dei conviti, in una

parola del lusso di Roma: medicina, di cui abbisognano, ma non sanno

valersi anche i tempi nostri ed altre città. Dimorava con tutta quiete

nei suoi Stati di Abruzzo _Margherita d'Austri_a duchessa di Parma,

con godere nondimeno per lo più della buon'aria della ricca e deliziosa

città dell'Aquila, quando nel febbraio del presente anno venne la morte

a privar di lei la terra; principessa che colla sua mirabil saviezza

e pietà compensò i difetti della nascita, e lasciò dopo di sè una

gloriosa memoria. Le tenne dietro nel viaggio della eternità a' dì 18

del susseguente settembre il duca _Ottavio Farnese_ suo consorte, che

nei verdi anni si acquistò nome di valoroso capitano, e nei maturi di

principe savissimo, giusto e pieno di clemenza. Al senno suo dovette

la casa Farnese il vero suo stabilimento, e in somma sua gloria tornò

l'aver egli prodotto _Alessandro Farnese_ suo primogenito, generale

d'armate, che si potè uguagliare ai più celebri dell'antichità.

Il conte Loschi ed altri, che riferirono la morte del duca Ottavio

all'anno seguente o ad altri anni, mancarono di buone notizie.

Restò dunque, colla morte del genitore, Alessandro Farnese duca di

Parma e Piacenza, e di tale occasione si servì egli per chiedere

congedo al re Cattolico, a fin di accudire al governo de' proprii

Stati, e alla cura de' suoi piccioli figliuoli; ma nol potè ottenere.

Le imprese di questo principe ne' Paesi Bassi e nell'elettorato di

Colonia durante il presente anno ancora furono memorabili. Espugnò

Grave e Venlò in Fiandra; ricuperò la città di Nuis occupata dai

calvinisti, dove rimase tagliata a pezzi quella guarnigione, e la città

saccheggiata, e dipoi quasi annientata da un fierissimo incendio,

di cui non si seppe l'autore. Con tutto che la regina d'Inghilterra

_Elisabetta_ avesse presa la protezion de' Fiamminghi eretici, e

spedito in lor soccorso il conte di Lincestre con buoni rinforzi e con

titolo di governatore delle Provincie Unite; pure il Farnese frastornò

col suo valore tutte le di lui misure; laonde fu egli richiamato

in Inghilterra. Continuarono similmente in Francia le guerre tra i

cattolici e gli ugonotti, comparendo sempre il re ben animato per li

primi; ed egli in questo anno ancora pubblicò un grave editto contra

de' secondi. E perciocchè i principi protestanti della Germania

s'interessarono nella protezion d'essi eretici, e gli spedirono

ambasciatori per questo, egli fece loro conoscere la costanza sua in

sostener la religione de' suoi maggiori coll'onore della sua corona, e

li rimandò mal soddisfatti.

Anno di CRISTO MDLXXXVII. Indiz. XV.

SISTO V papa 3.

RODOLFO II imperadore 12.

Anno fu questo di grave carestia per molte parti d'Italia, e

massimamente in Roma; ma il provvido governo di _papa Sisto_ sovvenne

alla necessità de' suoi popoli senza risparmiare spesa e diligenza

alcuna in pro di essi. E per provvedere ancora al bisogno dei tempi

avvenire in aiuto della povertà, assegnò nell'anno seguente un capitale

di ducento mila scudi romani, coi quali si fondasse una frumentaria:

degno pensiero di chi è ottimo principe, e attende al bene de' sudditi

suoi; se non che provvisioni tali non sogliono avere lunga vita. A

_Carlo Emmanuele_ duca di Savoia era nato nel precedente anno a dì 3 di

aprile il suo primogenito. Volle egli nel presente solennizzarne il suo

battesimo, e padrini furono il _cardinal Sfondrato pel papa, madama di

Carnevaletto_ per _Caterina regina di_ _Francia, Gianandrea Doria_ pel

_principe di Spagna, la marchesa di Garres_ per_ l'infanta di Spagna,

Agostino Nani_ per la_ repubblica di Venezia, il vescovo di Malta_

pel _gran maestro de' cavalieri_. Giostre, tornei, macchine di fuochi

artificiali, ed altri magnifici divertimenti furono dati in Torino a

sì nobil brigata, e nel dì 12 di maggio seguì la festosa funzione del

battesimo. Fu posto all'infante il nome di _Filippo Emmanuele_; ma

questo principe premorì al padre nel 1605, con restare la primogenitura

a _Vittorio Amedeo_, principe nato in mezzo alle suddette allegrezze

nel dì 9 dello stesso mese di maggio. Rapì la morte in quest'anno a

dì 13 d'agosto, dopo breve infermità di renella, _Guglielmo Gonzaga_

duca di Mantova, mentre si trovava in Bozzolo, a cui succedette _don

Vincenzo_ unico suo figlio maschio. Mandò egli a prendere a Mantova

venticinque mila scudi per distribuirli prima di morire a' suoi

servidori, affinchè non avessero a litigar coll'erede. Non giunsero

questi a tempo; con tutto ciò il nuovo duca Vincenzo fedelmente eseguì

la mente del padre, ed altri atti di liberalità esercitò verso de' suoi

popoli. Terminò del pari la carriera del suo vivere in età solamente

di circa quarantasette anni _Francesco gran duca_ di Toscana di una

infermità creduta non pericolosa, nel dì 19 di ottobre alle ore cinque

di notte. Nel giorno seguente, quindici ore dopo la morte del marito,

mancò di vita anche la _gran duchessa Bianca Cappello_. Molte furono

le dicerie per questo avvenimento funesto. Per attestato del vivente

allora Traiano Boccalino, molti credettero ch'esso gran duca Francesco

svaghito d'essa Bianca, per cieca passione da lui già sposata, si

perdesse poscia in altri amori, e che la gran duchessa, donna di

altero spirito, per vendetta gli desse il veleno; ma che, scoperto il

delitto, anch'ella per la stessa via fosse fatta morire. Diversamente

altri pensarono, credendo che il _cardinal Ferdinando_, fratello d'esso

gran duca, non avesse mai potuto digerire quel matrimonio. Ma quanto è

facile al popolo il voler entrare nei segreti laberinti dei principi,

altrettanto facile è in casi tali l'ingannarsi. Comunque ciò fosse,

non avendo esso gran duca lasciata prole maschile legittima, prese

tosto le redini del governo il suddetto cardinal Ferdinando, principe

più provveduto di senno e di altre virtù, che il defunto fratello, il

quale non tardò a farsi riconoscere per padrone; perciocchè, avendo

mostrato il castellano di Livorno alquanto di renitenza a consegnare

quella fortezza ad un gentiluomo da lui inviato colà col contrassegno,

il fece impiccare. Per altro restarono due figlie di esso principe,

l'una _Leonora_ che vedemmo maritata col suddetto don Vincenzo duca

di Mantova, e _Maria_, che a suo tempo vedremo regina di Francia.

Amendue erano nate dalla sua prima moglie _Giovanna d'Austria_. Nè si

dee tacere che nel dì 13 dicembre un gran temporale succeduto a Napoli

conquassò molti legni in quel molo, con perdita di non pochi uomini;

e un folgore, figlio della terra o delle nuvole, accese il fuoco nel

maschio di Sant'Ermo, dove era la polve da artiglieria, e lo fece

saltare con tal forza, che rovesciò tutte le fabbriche circonvicine,

ed uccise più di cento e cinquanta persone. Notabile offesa anche ne

riceverono le chiese e case poste alle falde di quel monte. Crebbe

in quest'anno smisuratamente la febbre della Francia, e fu soggetta

a varii pessimi parossismi. Non comporta l'istituto mio ch'io prenda

a descrivere quelle fiere civili discordie. Solamente accennerò che

_Arrigo re_ di Navarra, il _Condè_ e gli altri ugonotti tirarono dei

possenti aiuti dalla Germania protestante; e che, all'incontro, la lega

appellata santa di _Carlo cardinal_ di Borbone, del _duca di Lorena_,

dei _principi di Guisa_ e del _maresciallo di Birone_, fece dei copiosi

armamenti dal canto suo, favorita in questi tempi dal re Arrigo III.

Venne il cattolico duca di Gioiosa a battaglia nel dì 10 di ottobre

col re di Navarra; lasciò egli la vita sul campo, e l'esercito suo andò

tutto in isconfitta. Ma in breve si rifece quel danno, essendo riuscito

al duca di Guisa e agli altri principi della lega di disfare l'esercito

tedesco e svizzero guidato dal duca di Buglione, che marciava per

unirsi al re di Navarra. Impadronissi in quest'anno in Fiandra

il valoroso duca _Alessandro Farnese_ di Deventer, città di molta

importanza per essere capo della provincia di Overissel. Memorabile

dipoi fu l'assedio da lui posto all'Esclusa, che immense fatiche costò,

ma in fine obbligò quel presidio alla resa. L'anno fu poi questo in

cui _Elisabetta regina_ eretica d'Inghilterra con eterna sua infamia

condannò alla morte _Maria regina_ cattolica di Scozia non suddita sua,

dopo la prigionia di moltissimi anni. Fu ella e prima e dipoi oppressa

da infinite calunnie dei suoi nemici, per tentar pure di giustificar

l'atto barbaro e tirannico d'Elisabetta, riprovato da chiunque

portava il titolo di principe. Un'ammirabil costanza mostrò fino

agli ultimi momenti di sua vita la povera regina, e al suo funerale

pagarono un tributo di lagrime tutti i cattolici. Restò di essa un

figlio, re di Scozia, cioè _Giacomo_, che giunse poi ad essere anche

re d'Inghilterra, ma senza conservar la religione dei suoi maggiori:

cosa che principalmente fece a lui raccomandare prima di morire la

sfortunata sua madre. Di quella lagrimevol tragedia a me non convien

dirne di più. Certo è che il pontefice Sisto non si potea dar pace per

tanta barbarie; e però, oltre all'aver confermate, per quanto potè,

ed accresciute le inutili censure contro quella inumana principessa,

segretamente ancora e con promesse di aiuti commosse _Filippo re_

di Spagna a fare un maraviglioso preparamento d'armi a danni della

medesima, giacchè ella continuamente infieriva contro i cattolici, ed

anche nell'anno presente sostenne colle sue armi i ribelli eretici dei

Paesi Bassi contra dello stesso re Cattolico. Finalmente fra tante

altre grandiose cose che tutto dì andava meditando ed eseguendo in

bene del pubblico o in ornamento di Roma esso magnanimo _papa Sisto_,

si dee annoverare in quest'anno l'istituzione da lui fatta in Roma di

quattordici congregazioni di cardinali, coll'aver confermata nello

stesso tempo quella dell'inquisizione. In esse compartì egli tutte

le varie materie spettanti non meno alla religione che al governo

civile, acciocchè tutto ivi fosse con ordine e nelle dovute forme

esaminato, e riferito poscia ai sommi pontefici, dall'approvazion de'

quali venissero sigillate le risoluzioni prese in cadauna di quelle

assemblee. La bolla sua intorno a tali congregazioni fu pubblicata nel

dì 22 di gennaio dell'anno presente. Fece egli parimente racconciare

un antichissimo obelisco egiziano rotto in più pezzi, e dirizzarlo

davanti alla Chiesa di Santa Maria Maggiore. Ma soprattutto glorioso

fu il risarcimento della maravigliosa colonna istoriata che il senato

e popolo romano dedicò a Traiano Augusto, e che papa Sisto nel dì 28

di novembre di quest'anno dedicò solennemente in onore di san Pietro

principe degli Apostoli. L'iscrizione nondimeno parla dell'anno

seguente.

Anno di CRISTO MDLXXXVIII. Indiz. I.

SISTO V papa 4.

RODOLFO II imperadore 13.

Meritò somma lode in quest'anno la costituzione di _papa Sisto_

emanata nel dì primo di agosto, in cui ordinò che per tutte le città

e terre dello Stato ecclesiastico, a riserva di Bologna, si formasse

un pubblico archivio, dove si avessero a registrare e conservare

tutti gli atti dei pubblici notai: il che di quanto bisogno ed utile

sia a cadaun paese, la pratica lo fa tutto dì conoscere. Biasimevol

negligenza dee ben dirsi quella di quei paesi, dove si pensa a vivere

solamente il dì presente, senza curarsi punto dell'avvenire. Compiè

ancora l'indefesso papa una grande idea cominciata già negli anni

addietro. Cioè, considerando i bisogni, ai quali potrebbe essere un dì

esposto lo Stato ecclesiastico per le invasioni della potenza ottomana,

ed anche dei principi cristiani, determinò di ragunare e mettere in

serbo un tesoro, a cui si potesse ricorrere nella necessità per sua

difesa. Aveva dunque nei passati anni messa in castello Sant'Angelo

la somma di due milioni di scudi d'oro, e nel presente vi ripose tre

altri simili milioni, obbligando poi con giuramento gli allora viventi

ed anche i futuri porporati di non valersi di quel danaro, se non

nei casi prescritti dalle bolle ch'egli intorno a ciò promulgò. Ma

per mettere insieme tant'oro gli convenne imporre insolite gravezze a

tutti i suoi sudditi, e tagliar l'unghie a diversi magistrati, e far

altre riforme: il che non si potè eseguire senza gravi lamenti e grida

dei popoli. Qual pro abbia poi fatto alla santa Sede quel tesoro, e

in quale Stato esso di presente si truovi, non a me poco informato lo

chiegga il curioso lettore, ma bensì a quei romani che san penetrare

negli arcani di quella sacra corte. Bensì dirò io che i politici

d'allora, al riflettere di quai magnifici disegni fosse capace la

testa di papa Sisto, si figurarono fatta da lui sì gran massa di danaro

per ricuperare il regno di Napoli, qualora fosse accaduta la morte di

_Filippo II_, giacchè non meno nella bolla sua, che in alcuni motti a

lui talvolta scappati di bocca, apparivano segni di una tal voglia:

e tanto più perchè aveva fatto fabbricare ed armare dieci galee con

imporre per la fabbrica di esse, e per la lor manutenzione in avvenire,

un annuo taglione di sessantotto mila scudi a' sudditi suoi. Restavano

intanto altri obelischi o, vogliam dire, guglie, già nobili ornamenti

di Roma antica, stesi a terra, che sembravano raccomandarsi al regio

animo del pontefice Sisto per essere rimessi nel pristino loro decoro.

Fra gli altri uno ve ne era di smisurata grandezza, più di due mila

anni prima dedicato dai re di Egitto al sole, e pieno di gieroglifici

egiziani, che poi diedero campo all'ingegnoso padre Atanasio Kirchero

di produrre sì bei sogni. Fu questo levato da Costantino Magno dal suo

sito e trasportato pel Nilo ad Alessandria, con disegno di trarlo alla

sua nuova Roma, cioè a Costantinopoli. Fecelo poi l'imperador Costanzo

suo figlio condurre a Roma vera con una mirabil nave, mossa da trecento

remiganti, ed alzarlo nel circo massimo. Da più secoli atterrato o

dai Barbari, o da tremuoti, giacque quel nobilissimo monumento rotto

in tre pezzi, e in parte seppellito nelle rovine d'esso circo: quando

l'animoso Sisto fece maestrevolmente acconciarlo, e trasferirlo

nella piazza lateranense, dove alzato tuttavia si ammira. Oltre a ciò

trovandosi la biblioteca vaticana, dove si conserva un immenso tesoro

di libri scritti a penna, mirabilmente accresciuto anche dai pontefici

de' nostri tempi, in un sito basso, scuro e poco salutevole, Sisto

fece fabbricar per essa un nobilissimo edificio nuovo con assaissime

pitture, che restò compiuto nell'anno presente. Appresso alla stessa

biblioteca in Belvedere istituì lo stesso pontefice una insigne

stamperia con caratteri ebraici, greci, latini e di altre lingue

orientali, affinchè spezialmente vi si stampassero le opere de' santi

padri.

Gran pascolo ebbero in quest'anno i curiosi cacciatori degli

avvenimenti del mondo. Imperciocchè _Filippo II re_ di Spagna da

gran tempo faceva una stupenda raunanza di armati e di vele, senza

sapersi dove tendessero le mire sue. Sospettavano i più ch'egli la

volesse contro l'Olanda; ma venne a scoprirsi che i disegni suoi

erano contro Elisabetta regina d'Inghilterra, siccome quella che fin

qui aveva dato gran braccio agli eretici ribelli nei Paesi Bassi,

e già appariva che senza depressione di lei non si potea sperare di

calmar giammai quella ribellione. Non ha mai veduto la Spagna un sì

grandioso apparato di flotta navale, come fu questo, contandosi in esso

cento trentacinque legni grossi tra galee, galeazze e vascelli tondi,

allora chiamati galeoni, oltre ad altri minori e navi da carico, con

immensa quantità di artiglierie, attrecci militari e munizioni, dove

s'imbarcarono circa venti mila bravi combattenti. Immense spese costò

un sì poderoso armamento. Aveva nello stesso tempo ricevuto ordine

il duca _Alessandro Farnese_ di allestire in Fiandra un'oste poderosa

con legni da trasporto per traghettarla in Inghilterra al primo avviso

che vi fosse approdata la flotta di Spagna. Cinque mila fanti trasse

egli da Milano, quattro altri mila da Napoli, ed altri dalla Borgogna

e Germania, oltre ai venturieri che da tutte le parti comparvero al

servigio di sì rinomato principe. Si trovò il Farnese avere un esercito

di circa quaranta mila fanti e di quasi tre mila cavalli. Il pontefice

Sisto aveva anch'egli promesso di concorrere a quella grande impresa

con un milione di scudi, ma non prima che gli Spagnuoli avessero

posto piede in Inghilterra. Sospettando intanto di questo minaccioso

turbine la regina inglese, non lasciò di ben premunirsi colle forze

del regno, e coll'implorar soccorso dagli amici. Mise insieme anche

ella una copiosa flotta di vascelli, creandone ammiraglio milord Carlo

Howard, e viceammiraglio il corsaro Francesco Drago, famoso per tante

percosse date in America ed altrove agli Spagnuoli. Fu creduto che ella

assoldasse quaranta mila fanti, e poco inferior numero di cavalleria.

Nel mese di giugno fece vela la formidabil flotta di Spagna comandata

dal _duca di Medina Sidonia_ poco sperto nei combattenti navali, ma

con cattivo augurio, perchè dissipata in breve da una fiera burrasca.

Si raccolse essa in fine alla Corogna, e di là poi continuò il viaggio

alla volta d'Inghilterra, finchè arrivò a vista della nemica armata

navale. Si aspettavano tutti che si venisse a un terribil fatto

d'armi, e tale era il consiglio de' capitani; ma il duca non poteva

darla se non quando il consiglio di Spagna l'ordinava, o quando la

collera altrui o la sua il levava dall'indifferenza. Intanto voltò

egli le prode, con tempestare intanto il duca di Parma che uscisse

in mare colle sue navi da trasporto, ma senza poterlo egli fare per

varii riflessi, e spezialmente per non esporre navi disarmate alle

artiglierie nemiche. Furono prese dal Drago alcune navi spagnuole

sbandate: quand'ecco, mentre la flotta ispana solamente pensava a

ritirarsi per non combattere co' nemici, vien forzata a combattere

con una spietata tempesta di mare che all'improvviso si sollevò. Restò

essa tutta spinta qua e là, parte in Iscozia ed Irlanda, e parte verso

altre contrade. Molte di quelle navi rimasero ingoiate dall'infuriato

elemento, altre caddero in mano degl'Inglesi; quelle infine che si

ridussero salve in Ispagna, si videro tutte malconcie e sdruscite.

Secondo gli scrittori spagnuoli, vi perirono solamente trentadue

legni da guerra, oltre a quei da carico, e circa dieci mila soldati.

Dai nemici si fece ascendere la perdita di essi Spagnuoli oltre a

venti mila uomini e ad ottanta navi. Quel che è certo, inesplicabile

fu il danno degli Spagnuoli, e in quella fortuna di mare naufragò

ogni speranza di rintuzzar l'orgoglio della regina inglese e di

saldar le piaghe dei popoli fiamminghi. Ma se grande, anzi massima

fu quella disavventura, più grande ancora, per attestato d'ognuno,

si trovò l'animo e il coraggio del _re Filippo II_, che niun segno di

perturbazione mostrò, e placido come prima fece conoscere che il suo

coraggio era superiore ad ogni scossa dell'avversa fortuna. Il suo

sdegno nondimeno contro il Medina Sidonia non tardò a farsi conoscere;

nè mancarono dicerie ed accuse contra di Alessandro Farnese, quasi

che potendo non avesse voluto accorrere in soccorso dell'altro.

Alcune imprese fece nel resto di quest'anno esso duca Alessandro;

ma io mi dispenso dal raccontarle. Non vo' già tacere, aver molti

creduto invenzione di questi ultimi tempi l'uso delle bombe, quando

c'insegna Famiano Strada, che, inventate esse da un Italiano, oppure

da altro ingegnere di Ventò con poca diversità dalle moderne, furono in

quest'anno adoperate nell'assedio di Vactendon picciola fortezza della

Gheldria, e molto cooperarono per costringerla alla resa.

Non minore strepito fece parimente nell'anno presente una scena

succeduta in Francia, che esigerebbe molte parole, ma che io in

poche spedirò. Mal soddisfatto era il _re Arrigo III_ del _duca di

Guisa_ e de' suoi seguaci cattolici confederati, perchè la potenza

d'essi faceva troppo ombra alla regal sua autorità. Furono a lui

insinuati sospetti che il duca amoreggiasse la corona di Francia,

senza neppure aspettarla dopo la morte sua. Furono infatti proposte

da essi confederati al re alcune dure condizioni, e il Guisa volle

venire a Parigi, con tutto che il re glie lo avesse vietato. Tanto più

crebbe allora il sospetto e la paura di esso monarca; ed essendosi

egli voluto premunire coll'introdurre in Parigi alcune compagnie di

Svizzeri e Franzesi, ecco, nel dì 12 di maggio, appellato il dì delle

Barricade, il cattolico popolo parigino, affezionato ai principi di

Guisa, prender l'armi contro quella guarnigione: per la qual ribellione

il re non si giudicando sicuro, si ritirò a Sciartres. Furono poi

fatti dei gran maneggi per la concordia, e il re finalmente ricevette

in grazia il _duca di Guisa_ e tutti i suoi aderenti, anzi li colmò

di onori, ma covando nell'animo un dispetto ed odio implacabile contra

di loro. Non passò quest'anno senza farlo conoscere; imperciocchè nel

dì 23 di dicembre, chiamato il _duca_ nella camera del re, fu dalle

guardie trucidato. Preso anche il _cardinale di Guisa_ suo fratello,

da lì a poco restò privato di vita. Vidersi inoltre imprigionati il

_cardinal di Borbone_, l'_arcivescovo di Lione_, i _duchi di Nemours

_ e d'_Elboeuf_ con altri: dopo di che Arrigo tutto glorioso proruppe

in queste parole: _Ora sì ch'io son re_. Intanto il duca di Nemours

fuggito di prigione, _Carlo di Lorena_ duca d'Umala, il popolo di

Parigi e gli altri cattolici più che mai rinforzarono la ribellione,

declamando da per tutto contro il re, massimamente per la morte

inferita alla sacra persona del cardinal di Guisa, e per la prigionia

dell'altro di Borbone. Però in somma confusione restò quel regno, e

grandi risentimenti ne fece la corte di Roma.

Fu detto che, preso il segretario del duca di Guisa, con tutte le

scritture, si venisse a scoprire l'intelligenza che passava ai danni

del re fra _Filippo re_ di Spagna, _Carlo Emmanuele duca_ di Savoia e

il _duca di Guisa_. Può dubitarsi che fossero pretesti inventati per

far comparire giusta la risoluzione presa dal re. Per altro, esso duca

di Savoia si servì in questi tempi degli sconcerti della Francia in suo

vantaggio. Possedeva da molti anni la corona di Francia il marchesato

di Saluzzo in Italia, decaduto per la linea finita di que' marchesi.

Sopra quello Stato avea la casa di Savoia delle giuste pretensioni,

ma inutili fin qui per la troppo superior potenza della Francia.

Accadde che il duca di Lesdiguieres, generale dell'eretico _re di

Navarra_, possedendo le migliori fortezze del Delfinato, minacciava

quel marchesato, e prese ancora Castel Delfino. Allora il duca,

siccome quegli a cui premeva che l'eresia non penetrasse in Italia,

e che i nemici del re di Francia non s'impadronissero di Saluzzo,

giudicò meglio di prevenirli con impossessarsene egli. Adunque sul fin

di settembre uscito in campagna prese Carmagnola, dove trovò circa

quattrocento cannoni (se pur si può credere) e dei grossi magazzini

di ogni sorta di provvisione. Poscia aiutato anche dal governatore di

Milano, soggiogò Cental e Revel, entrò in Saluzzo, ripigliò Castel

Delfino: in una parola, tutto quel marchesato venne alle sue mani.

Ebbe un bel dire il duca Carlo Emmanuele: il re di Francia restò mal

soddisfatto di quella occupazione, commosse i Genevrini e gli Svizzeri

contra di lui, e di là da' monti si diede principio ad una molto

pericolosa guerra: giacchè spedito dal re il signor di Pugnì al duca,

nol potè muovere a rilasciar quel paese. Con queste sì fiere turbolenze

di Stati terminò l'anno presente.

Anno di CRISTO MDLXXXIX. Indizione II.

SISTO V papa 5.

RODOLFO II imperadore 14.

Neppure lasciò il _pontefice Sisto_ quest'anno senza qualche magnifica

impresa per sempre più abbellire la città di Roma. Restava tuttavia fra

le rovine del circo massimo un altro nobilissimo obelisco egiziano,

tutto tempestato di gieroglifici, rotto in più pezzi, già condotto a

Roma da Cesare Augusto. Fattolo racconciare da periti maestri, volle

Sisto che fosse rialzato davanti alla chiesa di Santa Maria del Popolo.

Oltre a ciò, aggiunse ornamenti all'insigne colonna antonina istoriata,

alla cui cima per una interna scala si sale, e solennemente la dedicò

a san Paolo apostolo, ponendovi sopra l'immagine d'esso apostolo di

bronzo. E perciocchè il porto di Cività Vecchia scarseggiava d'acque

buone, provvide al bisogno di quel popolo e dei naviganti, con farne

venir colà, mercè degli acquedotti fabbricati per sei miglia, dove

portava il bisogno. Aveano tentato, e non senza frutto, gli antichi

Romani e i succeduti imperadori di seccar le paludi pontine, acciocchè

tante miglia di paese inondato dall'acque servissero da lì innanzi

alla coltivazione, e cessassero ancora i danni dell'aria cattiva. Per

le calamità de' secoli barbarici tornarono quelle paludi a ripigliare

l'antico lor dominio in quelle campagne. Un bell'oggetto appunto

all'animo grande di papa Sisto era il provvedere per sempre a quel

disordine sì pernicioso al pubblico, e vi si applicò col suo solito

ardore, facendo cavare una larga e lunghissima fossa, appellata anche

oggidì il fiume di Sisto, con ispesa di ducento mila scudi, per cui

si guadagnò un gran tratto di paese. Pensava egli di condurre questa

fossa fino al mare, ma, rapito poi dalla morte, ne lasciò la cura ai

suoi successori. Con ragione ancora si può dire ch'egli rinnovasse

il palazzo Lateranense colla giunta di tante fabbriche, portici, sale

e camere dipinte da valenti pittori, delle quali poi fece la solenne

dedicazione a' dì 30 di maggio dell'anno presente. Erano sformate e

quasi lacere le grandi statue dei due cavalli attribuite (benchè molto

se ne dubiti) agli antichi eccellenti scultori Fidia e Prassitele. Il

buon Sisto le rimise nell'antico loro decoro, e le fece collocare nella

piazza del Quirinale. Al medesimo pontefice ancora si dee la fabbrica

di un ponte dal suo nome chiamato Felice, posto sopra il Tevere ad

Otricoli.

Ma in mezzo a queste bell'opere il cuor di papa Sisto era tormentato

non poco per quanto era avvenuto in Francia nel precedente anno, parte

pel timore che la religion cattolica ne patisse (timore maggiormente

accresciuto nell'anno presente, in cui _Arrigo III_ re si riconciliò

ed unì coll'eretico _Arrigo re di Navarra_), e parte per l'enorme

scandalo commesso da esso re di Francia colla morte data al cardinale

di Guisa, e per la prigionia di quel di Borbone, e dell'arcivescovo

di Lione. Dall'un canto non mancò Arrigo III d'inviare ambasciatori

a Roma per giustificare o scusare l'operato da lui; ma dall'altro

il buon pontefice veniva tutto dì pulsato dai ministri della lega, e

incitato a procedere con forte braccio contra del re cui la Sorbona

stessa avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto sopra la corona.

Maraviglia fu che il focoso pontefice andasse barcheggiando un pezzo,

finchè assicurato che un poderoso armamento si facea dagli eretici

in Francia, e vedendo che, per quante istanze si fossero fatte, il

re non s'induceva a rimettere in libertà il cardinal di Borbone e

l'arcivescovo: finalmente nel dì 24 di maggio pubblicò un monitorio,

in cui esortava, e poi comandava che il re nel termine di dieci giorni

dopo la pubblicazione da farsi in Francia rilasciasse i suddetti

carcerati, e dopo sessanta giorni comparisse egli in persona, o per

procuratore, a rendere ragione della morte del cardinal di Guisa

e della prigionia dell'altro: il che non facendo, incorresse nelle

scomuniche. Intanto in Francia la regina _Caterina de Medici_ madre

del re, che prima della morte dei Guisi era stata presa da una lenta

febbretta, tal affanno concepì per quella tragedia, che nel dì 5 di

gennaio del presente anno terminò il suo vivere: principessa di grande

ingegno, ma che presso alcuni scrittori franzesi vien dipinta come

donna di grandi raggiri per mantener sempre sè stessa nell'autorità

del comando; il che, secondo essi, tornò in non lieve pregiudizio del

regno. Altri, per lo contrario, lasciarono un bell'elogio della sua

pietà e saviezza, per cui spezialmente la corte di Francia fu non poco

preservata dal libertinaggio, ch'era allora alla moda; e certamente

ella sempre si dimostrò lancia e scudo al cattolicismo.

Dacchè il _re Arrigo III_, credendosi poco sicuro dalla parte della

lega, si accordò col re di Navarra seguace del calvinismo, maggiormente

s'irritarono contra di lui i cattolici, quasichè egli fosse per tradir

la religione in cui era nato; e però scossero ogni riverenza verso di

lui, trattandolo col solo nome di tiranno, e declamando fin dai pulpiti

contra di lui. Questa universal detestazione quella verisimilmente fu

che mosse Jacopo Clemente, giovinetto di ventitrè anni, già ammesso

nell'ordine dei Predicatori, a voler liberare la Francia da questo

principe con una troppo detestabile iniquità. Cioè, entrò in testa a

questo fanatico giovane, che un bel sacrificio si farebbe a Dio, un

gran vantaggio si recherebbe alla religion cattolica con togliere dal

mondo, a spese anche della propria vita, Arrigo III, senza riflettere

che la legge di Dio comanda l'ossequio nel governo civile al principe

legittimo, ancorchè divenuto tiranno o eretico o infedele. Pertanto

finse lettere, e mostrando di aver segreti di importanza da comunicare

al re solo, ebbe maniera di farsi introdurre alla sua udienza nel dì

primo di agosto. Mentre il re leggeva le lettere da lui portate, il

diabolico giovane, cavato dalla manica un coltello avvelenato, gliel

cacciò profondamente nella pancia. Gridò il re, e, preso lo stesso

coltello, ferì Clemente sopra un occhio; ed accorse le guardie, con più

colpi lo stesero morto a terra, senza che si potesse poi ricavare onde

costui fosse stato spinto a sì enorme scelleratezza. Il re nel seguente

giorno con sentimenti sempre cattolici di credenza, di pentimento dei

suoi falli e di perdono agli altrui, spirò l'anima in età di trentanove

anni, con rimanere estinta in lui la linea dei re di Francia della

casa di Valois. Maggiormente crebbero per questa morte le turbolenze

di quel regno. Fu il valoroso re di Navarra della linea di Borbone dai

suoi parziali, come più prossimo al regno, proclamato re, e prese il

nome di _Arrigo IV_, con giuramento di conservare la fede cattolica nel

regno, ma rigettato a cagion della sua eresia dalla lega cattolica,

la quale dichiarò re _Carlo cardinal di Borbone_, ancorchè tuttavia

prigione. Diedesi quindi principio ad un'arrabbiata guerra fra esso

Arrigo IV (che saccheggiò i borghi di Parigi con acquistar ancora varii

luoghi) e la lega appellata santa, in favore di cui apertamente si

dichiarò _Filippo II_ re di Spagna, e si preparava anche a far molto il

pontefice Sisto, se la morte non avesse troncati gli alti suoi disegni.

Non erano in questo tempo men grandi i pensieri di _Carlo Emmanuele

duca_ di Savoia, sì pei proprii vantaggi, che per secondar le massime

del re Cattolico suocero suo, rivolte, non so se in sostanza, oppure

in apparenza, a favor della Francia, per essere anch'egli stato uno

de' pretendenti a quella corona. I Genevrini e i Bernesi aveano mossa

guerra contra la Savoia; laonde il duca fece leva di genti in varie

parti d'Italia, dichiarando, con permissione del duca di Ferrara,

capitan generale delle sue armi _Filippo d'Este_ marchese di San

Martino, cognato suo. Ebbe ancora soccorsi di gente dallo Stato di

Milano; e con queste forze ricuperò i luoghi a lui presi dagli eretici;

indusse i Bernesi a far seco pace, e poi lasciò come bloccata Genevra.

Avvenuta poi la morte di Arrigo III, avendo promosse le pretensioni

sue sopra il regno di Francia, mosse guerra in Provenza, dove se gli

diedero alcuni di quei popoli. Tentò anche il parlamento del Delfinato,

ma non riportò se non buone parole. Aveva in questi tempi _Ferdinando

de Medici_ deposta la sacra porpora, ed assunto il titolo di gran

duca di Toscana; però pensò all'accasamento suo. Fu da lui scelta per

moglie _Cristiana_ figlia di _Carlo duca_ di Lorena, allevata fin dalla

tenera età nella corte di Francia sotto la regina Caterina. Condotta

per mare questa principessa, fece poi la solenne sua entrata in Firenze

nel dì ultimo d'aprile: siccome esso gran duca Ferdinando era principe

sommamente magnifico, e che si trattava alla reale, così celebrò con

sontuose feste e divertimenti quelle nozze, alle quali intervennero

il duca e la duchessa di Mantova, i cardinali Colonna vecchio,

Gonzaga vecchio, Alessandrino e Gioiosa con don Cesare d'Este cognato

d'esso gran duca. _Papa Sisto_ anch'egli maritò in quest'anno due sue

pronipoti, l'una con Virginio Orsino duca di Bracciano, l'altra col

duca di Tagliacozzo e contestabile del regno, di casa Colonna, con dote

per cadauna di cento mila scudi.

Anno di CRISTO MDXC. Indizione III.

URBANO VII papa 1.

GREGORIO XIV papa 1.

RODOLFO II imperadore 15.

Fu in quest'anno pubblicata la sacra Bibbia, che l'infaticabil _papa

Sisto_, in esecuzione del prescritto dal concilio di Trento, avea fatto

collazionare con gli antichi manoscritti, ed emendare. Ma perchè non

riuscì perfetta quella fatica, nè assai corretta l'edizione, un'altra

più esatta ne fece poi fare Clemente VIII. Ora, mentre si aggiravano

in mente ad esso _papa Sisto V_ imprese sempre nuove o in vantaggio

della cristianità, o in utile dei suoi Stati, o in ornamento di

Roma, ed impiegava anche moltissimi pensieri per le guerre civili che

laceravano la Francia con gravissimo pericolo della religione, eccoti

la morte bussare alla porta, e portarlo all'altra vita nel dì 27 di

agosto dell'anno presente. Era egli nato nel dì 13 di dicembre del

1521. Dopo il già detto non ci sarebbe bisogno che io qui ricordassi

qual fosse la grandezza dell'animo di questo pontefice, quale il suo

zelo per la fede cattolica, quale la religiosità de' suoi costumi, e la

sua moderazione verso i nipoti, i quali restarono ben ricchi, ma senza

avere espilato l'erario di San Pietro. Niun più di lui seppe farla da

principe; ma vi fu chi desiderò che meno lo facesse. Sotto di lui tutti

tremavano: tanto era il rigore della sua giustizia, quasichè egli nulla

curasse di farsi amare dai sudditi suoi. Dicono che anche oggidì si fa

paura ai fanciulli col suo nome. La verità nondimeno è che a lui non

mancò l'amore di molti, e massimamente dei saggi. Grandiose furono le

di lui idee, nè io tutte le ho riferite, tutte nondimeno animosamente

eseguite, ma comperate colle lagrime dei suoi popoli, per aver egli

imposto di nuovo, come scrive il Cicarelli, più di trentacinque dazii

e gabelle: ortiche, le quali, una volta nate, non si seccano mai più;

e quelle anche rigidissimamente riscosse dai suoi commissarii. Venali

ancora rendè molti uffizii: del che certo non riportò lode. A questo

pontefice vivente avea il senato e popolo romano alzata una statua

con bella iscrizione. Ma dacchè egli cessò di vivere, molti nobili,

disgustati per la di lui asprezza, e per avere levato alcuni uffizii

al senato romano; moltissimi ancora della plebe in vendetta delle

gravezze imposte si sollevarono, e bene fu che s'interponessero dei

saggi magnati: altrimenti su quella statua si sfogava la lor collera e

vendetta. Quetossi il tumulto; con tutto ciò servì quest'esempio perchè

i Romani formassero uno stabile decreto di non alzar più statue ad

alcun pontefice vivente. Tempo in fatti pericoloso per l'adulazione è

la vita de' principi; il giusto giudizio del merito delle persone si ha

da aspettar dalla morte.

Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero

con somma concordia papa il cardinale _Giambatista Castagna_ nato

in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e

considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno,

e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del

mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli

entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che

ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando

diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli

il nome di _Urbano VII_, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla

a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto

che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che

aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii,

dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero,

senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece

subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar

verso di loro l'innata sua liberalità, di cui, appena creato papa,

diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora

ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di

papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non

già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto,

a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni.

Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco

bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì

dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che

per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio

ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.

Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione,

e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi

porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nel _cardinale Niccolò

Sfondrati_ nobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè

vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre

fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte

sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu

anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia

pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì

alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso

eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse: _Dio ve lo perdoni:

che avete voi mai fatto?_ Prese il nome di _Gregorio XIV_. Perchè

infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a

sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo

nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un

insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de'

banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè

buona parte d'essi si ritirò nei confini di Napoli e della Toscana,

e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di

quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al

male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente

perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia

del _gran duca Ferdinando_, e con grossa taglia sulla sua testa

perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna;

ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea

frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo

di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di

Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme

queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la

loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di

essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra

di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di

Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviò _Camillo del Monte_

con ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma

ancora andò _Virginio Orsino_ con quattrocento cavalli. Fu assediato

lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con

circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di

quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la

notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello,

un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi

per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la

carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a

pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a'

tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto

questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che

melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla

mancanza dei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello

pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa

per aiutarli.

Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa

Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si

fece guerra alla disperata fra _Arrigo IV re_, sostenuto principalmente

dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era il _duca

di Umena_ della casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14

di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale

presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque

inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage

di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere,

artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla

volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto,

avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi

preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese

l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto

il comando di _Carlo duca di Nemours_, e le calamità incredibili

da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose

memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo

mancò di vita in prigione il _cardinal Carlo di Borbone_, vanamente

proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego

non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere

al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente

Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato

qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella

città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico al _duca Alessandro

Farnese_ di passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati

parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento

di copiosa nobiltà fiamminga all'improvviso arrivò il generoso duca a

Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla

più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì

potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua

armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto,

nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il

campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi,

che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia

risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti

di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con

parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re

Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi,

occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi

ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico,

_Carlo Emmanuele_ duca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo

stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione

contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della

Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente

del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e

d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse

dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo

bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua

entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi

feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi

vennero alla di lui ubbidienza.

Anno di CRISTO MDXCI. Indizione IV.

INNOCENZO IX papa 1.

RODOLFO II imperadore 16.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 92 / 102 题