[468] Rerum Italicarum, tom. 6.
[469] Ghirardacci, Storie di Bologna.
Anno di CRISTO MDLXXIII. Indizione I.
GREGORIO XIII papa 2.
MASSIMILIANO II imperad. 10.
Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente di _papa
Gregorio_, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per
formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio
ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta
galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi
bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti
sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si
falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose
come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto
finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattò
di pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro
nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere,
dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare
per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano.
Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se
ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta
importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo
Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò
che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e
lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo,
temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo
palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare
l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo,
all'incontro, accolse il re _Filippo II _questa nuova, anzi lodò la
prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra
impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella
sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da
Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso
corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città.
Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza
posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico,
rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che
ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e
per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò a
_don Giovanni d'Austria_, soggiornante coll'armata navale in Sicilia,
di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e
però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania,
dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro.
Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti della Sicilia
don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento
contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre
alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi,
che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì.
Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali
poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi
dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle
contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella
gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò
con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò
che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città
dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio
Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano
Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria
a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta
di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.
Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra il _re Carlo IX_
e gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e il _duca d'Alva_.
Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra,
e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta
licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse
con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo
crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole
incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria
nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di
Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la
di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno
a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un
uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi di ordine
suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la
morte di _Sigismondo Augusto_ il trono di Polonia, e molti competitori
si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti
per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti da _Carlo IX re_
di Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione in _Arrigo duca
d'Angiò_, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte
dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una
bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar
colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine
di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse
colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della
religione _papa Gregorio XIII_, istituì nell'anno presente in Roma il
collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè
almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue
si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù
sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui
chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempi _Cosimo gran duca_
di Toscana in Pisa, lasciando a _don Francesco_ suo primogenito le
cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì
pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente
al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se
non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.
Anno di CRISTO MDLXXIV. Indizione II.
GREGORIO XIII papa 3.
MASSIMILIANO I imperad. 11.
Mancò infatti di vita nel dì 21 di aprile _Cosimo I gran duca_ di
Toscana, principe degno d'immortale memoria, quantunque non privo di
nei, secondo l'umano costume; ad esaltare il quale da stato civile
privato cooperò la fortuna; e ad assodarlo e a farlo crescere in
potenza contribuì il raro suo senno. Di _donna Leonarda di Toledo_ sua
prima moglie lasciò _don Francesco_, che fu il secondo gran duca, e
_Ferdinando cardinale_, che fu poi terzo gran duca. Dopo la morte di
donna Leonora s'invaghì di una povera giovinetta, per nome _Camilla
Martelli_, e un pezzo la tenne ai suoi piaceri. Ma infine, per le
forti istanze di _papa Pio V_, che un parzial genio professò sempre a
questo principe, la sposò, e di essa ancora ebbe prole. Sopravvissero
parimente a lui due altri figli, cioè _don Pietro_ e _don Giovanni_,
che si segnalarono nel mestier della guerra. A Cosimo dunque succedette
il primogenito _don Francesco_, che in ingegno non cedeva al padre,
ma che non corrispose dipoi alla espettazion de' suoi sudditi colla
saviezza del viver suo. Morì anche nell'anno presente _Guidubaldo
della Rovere_ duca di Urbino, principe rinomato pel suo valore, ma
che nel precedente anno, per aver voluto imporre delle nuove gravezze
ai suoi sudditi, avea dato motivo ad una ribellione, che fu quetata
per opera del pontefice, ma che si tirò dietro la morte e l'esilio di
molti. Ebbe per successore _Francesco Maria_ suo figlio, il quale diede
buon principio al suo governo, con richiamare i banditi dal padre, e
chiunque era fuggito, e con restituire ad ognuno i beni confiscati.
In questi tempi _Guglielmo duca_ di Mantova ottenne da _Massimiliano
Augusto_ il titolo di duca del Monferrato. Riuscì poi l'anno presente
assai funesto alla cristianità per più di un lagrimevol accidente.
Già dicemmo presa in Africa la città di Tunisi dall'armi del re
Cattolico. Uluccialì per questa perdita altamente adirato, seppe così
ben adoperare il credito, che egli godeva alla Porta ottomana, siccome
ammiraglio di quella potenza, che ottenne dal gran signore Selim
un potente esercito per mare e per terra, affine di ricuperarla. Se
vogliam credere alle relazioni d'allora, quattrocento legni tra galee,
galeotte e navi da carico con circa cinquanta mila Turchi (numero
forse alterato) condusse egli come generale di mare a quella volta:
nel qual mentre anche Sinan bassà, genero del gran signore, e generale
di terra, comparve colà con quindici mila Mori ed Arabi a cavallo. Non
era peranche perfezionato il forte già disegnato in Tunisi, mancandovi
la fossa, ed essendo i bastioni appena alzati alla statura d'un
uomo, perchè non vennero somministrati a tempo i necessarii aiuti.
Contuttociò Gabrio Serbellone, lasciato ivi per fabbricarlo, si preparò
per una gagliarda difesa. Nella fortezza della Goletta, che potea far
più resistenza, e veniva creduta inespugnabile, si trovò don Pietro
Portocarrero, governatore di poca perizia, e insieme provveduto di
molta albagia, che ricusò sulle prime di colà ammettere un rinforzo
d'Italiani, perchè, secondo lui, dovea essere dei soli Spagnuoli la
gloria di rintuzzare l'orgoglio turchesco. Ma i fatti riuscirono ben
diversi dalle parole e speranze. Nello stesso tempo Sinan strinse
d'assedio la Goletta ed il forte, e sì vigorosamente affrettò i
lavori, che nel dì 25 d'agosto a forza d'armi mise il piede entro la
Goletta, con tagliare a pezzi la maggior parte di que' difensori. Il
Portocarrero, il figlio del re Amida e circa trecento soldati rimasti
vivi, furono condotti in ischiavitù, e smantellata quella fortezza.
Dicono che vi si trovarono cinquecento pezzi d'artiglieria tra grossi
e minuti. Costò la vita anche ad alcune migliaia di Turchi l'ostinato
assedio dell'altro forte, sostenuto con somma bravura dal Serbellone
contro più assalti datigli dal feroce nemico. Ma finalmente, mai
non comparendo i promessi soccorsi, anch'esso nel dì 12 di settembre
si vide soccombere all'empito delle forze turchesche colla morte di
quasi tutti i cristiani, e fra gli altri di Pagano Doria, trovato ivi
gravemente malato. Il Serbellone, trattato barbaramente da Sinan, fu
menato schiavo e in trionfo a Costantinopoli. Questa grave perdita,
queste continuate prosperità della potenza ottomana faceano venir
freddo agl'Italiani. I Veneziani per sì gran movimento dell'armi
turchesche, sapendo il poco capitale, che può farsi della fede di
que' Barbari, e delle paci stabilite con essi, furono obbligati ad un
nuovo gagliardo armamento, e ad implorar gli aiuti del papa e del re
Cattolico. E veramente il sultano Selim, gonfio per la fresca vittoria,
già macchinava di portar la guerra in Candia, e forse avrebbe eseguito
il mal pensiero, se la sua morte accaduta sul principio dell'anno
seguente oppure verso il fine del presente, con succedergli il figlio
Ammurat, non avesse fatto abortir le meditate sue idee.
Provossi in Francia un'altra disavventura, per aver quivi terminata
la carriera del suo vivere il _re Carlo IX_, in età di ventiquattro
anni nel dì 30 di maggio. Troppo appassionato era per la caccia, e fu
creduto che per gli eccessi di essa egli si guadagnasse una mortal
febbre con isputo di sangue, per cui passò all'altra vita. S'egli
campava, siccome zelantissimo per la religione cattolica, e dotato
di spiriti guerrieri, potea sperarsi che avrebbe purgato il suo
regno dalla gramigna ereticale. In male stato restò per la sua morte
la Francia, perchè si trovava in Polonia _Arrigo III_ suo fratello
e successore; e la regina _Caterina de Medici_ sua madre, lasciata
reggente, tali forze e consiglio non aveva da frenare i sempre inquieti
ugonotti, i quali si diedero tosto a far maneggi coi protestanti
della Germania, per turbare la pace. Pertanto ella sollecitò il figlio
Arrigo, che appena era stato coronato re dai Polacchi, a tornarsene
al suo regno, più di lunga mano desiderabile che quello di Polonia.
Avendo Arrigo trovato delle difficoltà nei magnati polacchi alla
sua rinunzia e partenza, con allegar essi la necessità di raunar per
questo la dieta di tutto il regno, stimò egli meglio di mettersi in
viaggio alla sordina, ossia di fuggire. Lo inseguirono i Polacchi,
ma nol poterono raggiugnere. Passata felicemente la Germania, arrivò
in Italia, e nel dì 17 di luglio entrò in Venezia, dove concorsero
personalmente ad attestargli il loro ossequio _Emmanuel Filiberto duca_
di Savoia, _Alfonso II duca_ di Ferrara e _Guglielmo duca_ di Mantova;
Andrea Morosino, non so come, il chiama Francesco. La suntuosità degli
apparati, dell'accompagnamento e dei divertimenti dati dalla sempre
magnifica repubblica veneta a questo giovane monarca, esigerebbe più
fogli da chi prendesse a descriverla. Nel dì 29 di luglio, accompagnato
dal suddetto duca di Savoia e dal duca Alfonso, fece il re la solenne
sua entrata in Ferrara, dove fermatosi per due soli giorni (tanta era
la sua fretta), ricevè suntuosi passatempi e superba accoglienza. Volò
poscia a Torino, accompagnato sempre da essi duchi, e quivi fu forzato
a fermarsi per dodici giorni, affine di preparargli una possente scorta
di alcune migliaia di fanti e di circa mille cavalli, con cui potesse
andar sicuro dalle insidie degli eretici ribelli del Delfinato. Ma
contuttociò non gli passò netta, avendogli coloro tolta nel passaggio
una parte del suo equipaggio: il che fu cagione ch'egli, inclinato
prima alla pace, prendesse poi la risoluzione di far loro guerra. Si
servì di questa buona occasione il duca di Savoia per far gustare al
re le ragioni sue sopra le terre a lui occupate dal re suo padre. E
con frutto; perciocchè quantunque _Lodovico Gonzaga, duca_ di Nevers
e governator di Saluzzo, mettesse quanti ostacoli mai potè alla buona
intenzione del re Arrigo: pure appena giunto esso re a Parigi, spedì
ordine che fossero restituiti al duca Pinerolo e Savigliano, luoghi
che lo stesso duca diceva essere le chiavi di sua casa. Semi di gran
rottura e di guerra civile si videro in Genova per gara di comando
insorta fra i nobili vecchi e nuovi di quella città. Crebbe poi questa
discordia nell'anno seguente, siccome diremo.
Anno di CRISTO MDLXXV. Indizione III.
GREGORIO XIII papa 4.
MASSIMILIANO II imperad. 12.
Non poteano i nobili nuovi di Genova digerire, che nel governo
della repubblica la nobiltà vecchia godesse più autorità di quel che
conveniva, e che i principali uffizii a lei si dessero. Chiunque ha
letto nei precedenti secoli a quante guerre civili e rivoluzioni sia
stata esposta quella nobilissima e potente città, e come facilmente
ivi si accendesse il fuoco della discordia, nulla si stupirà che
per questi tempi ancora in quel popolo dotato di gran vivacità si
ravvivassero le gare, non volendo gli uni essere da meno degli altri.
Sollevossi inoltre una terza fazione, cioè la popolare, perchè,
trovandosi da molti anni in qua escluso il basso popolo da tutti gli
onori e magistrati del governo, al quale anticamente era ammesso,
con esser anche talvolta giunto ad usurparselo tutto, non cessava di
mormorare della nobiltà, e di aspirare almeno a parte dell'autorità
perduta. Fu appunto commosso il popolo dai nobili nuovi a sollevarsi,
per abbattere i vecchi. Andò tanto innanzi la gara, e il pericolo di
una fiera sedizione, massimamente allorchè fu per eleggersi un nuovo
doge, che i nobili vecchi per minor male della patria giudicarono
meglio di ritirarsi fuori della città, e di cedere al tempo. Dall'una
e dall'altra parte furono spediti ambasciatori a tutti i principi
della cristianità per guadagnarli cadauno in suo favore. Ora tanto
il papa quanto l'imperadore e il re Cattolico, per la premura che
aveano di conservar la pace in Italia, spedirono colà i lor ministri,
con incaricarli di fare il possibile per quetar quelle turbolenze;
e massimamente per parte del pontefice vi fu spedito il _cardinal
Morone_, uomo di mirabil destrezza nel maneggio degli umani affari.
Ma si trovarono sì dure le teste dell'una e dell'altra fazione,
che gran tempo restò inutile la diligenza dei pacieri. Fecero buon
armamento tanto i rimasti in città che gli usciti, e si venne alle
ostilità, con avere i nobili vecchi occupate le terre di Porto Venere,
Chiavari, Rapallo, Sestri e Novi. In favore di questi maggiormente
inclinava il re Cattolico _Filippo II_. Anzi gran gelosia recò ai
cittadini l'essersi fermato in que' mari don _Giovanni d Austria_,
nel mentre che passava a Napoli con cinquanta galee: laonde fu in armi
tutta la città. Voce corse ch'esso don Giovanni, se gli veniva fatta,
meditasse d'insignorirsi di quella città, mosso da privato desiderio
di acquistare un bel dominio per sè: del che poi ne fece risentimento
il re Cattolico. Altri poi dissero che d'ordine dello stesso re si
fermò in quelle parti per dare maggior polso ai trattati di pace, o
per impedire che alcun principe non entrasse in quel ballo. Certo è che
il buon pontefice scrisse per questo lettere di fuoco a don Giovanni,
minacciandolo di collegar contra di lui tutti i principi d'Italia,
se nulla avesse tentato contro la libertà de' Genovesi. Intanto
dall'una parte _Arrigo III _re di Francia avea spinte le sue armi
a quei confini; e il _gran duca Francesco_ avea fatto lo stesso dal
canto suo, con aver ammassati dieci mila fanti. Dio volle che infine,
per opera spezialmente di Matteo Senarega, uno dei nobili nuovi, uomo
savissimo, fu fatto da amendue le parti un libero compromesso nel papa,
nell'imperadore e nel re di Spagna, con deporre l'armi e licenziar le
soldatesche forestiere. Si prolungò poi l'accomodamento sino al marzo
dell'anno seguente, in cui, fissate le regole di quel governo, tornò a
rifiorir la pace in quella insigne città e repubblica.
Fu quest'anno riguardevole pel giubileo romano, di cui molto per tempo
fece il pontefice _Gregorio XIII_ precorrere l'avviso e l'invito per
tutta la cristianità. Tale fu il concorso della gente a Roma, allorchè
sul fine del precedente anno si aprì la porta santa, che fu creduto
ascendere a non meno di trecento mila persone. Continuò questo concorso
nell'anno presente, di modo che pochi giorni furono, nei quali non si
contassero in quella gran città circa cento mila forestieri, venuti
per divozione da tutte le parti dell'Europa. Tenuto fu per mirabil
cosa, che essendo già penetrata in Trento, e in alcun'altra città
d'Italia la peste, e facendo essa una terribil strage in qualche luogo
della Sicilia, pure, non ostante la folla di tanta gente venuta al
giubileo, niun caso accadde in Roma. Gran cura ebbe il pontefice che
quivi abbondasse in tal occasione la grascia, e di copiose limosine
dispensò egli anche ai poveri. Altrettanto fecero varii di que' ricchi
cardinali e baroni, ed alcune pie congregazioni. Fra gli altri luoghi
pii si distinse quello della santissima Trinità, il quale dai 25
del precedente dicembre sino al dì 22 di maggio diede l'ospizio e il
vitto per più d'un giorno a novantasei mila ed ottocento quarantotto
pellegrini. Compiè parimente il papa in questi tempi l'insigne fabbrica
del ponte senatorio, ossia di Santa Maria sopra il Tevere. Ruzzavano
intanto fra loro i principi d'Italia per pretensioni di maggioranza
e per la vanità dei titoli. Quello di gran duca, dato da _Pio V_ al
fu _Cosimo I_, avea spezialmente alterati gli spiriti, perchè il duca
di Savoia per varii titoli si tenea da più del fiorentino. Quel di
Ferrara gran tempo era che combatteva per questo anch'egli coi gran
duchi; nè quel di Mantova volea cedere all'estense. Anche in Roma
insorse la discordia per la precedenza, che il papa volle dare ad un
principe sopra gli ambasciatori regi. Ma _Francesco gran duca_ fece
tanto in quest'anno e nel seguente, che l'_imperador Massimiliano II_
conferì a lui, come cosa nuova, il titolo di gran duca, siccome costa
dai documenti rapportati dal Lunigo. Similmente nell'anno 1582 gli
elettori dell'imperio riconobbero la preminenza dei duchi di Savoia
sopra dei gran duchi. Tal decreto vien riferito dal Guichenone e dal
suddetto Lunigo. Ai principii del regno di _Arrigo III re_ di Francia
non mancarono gravi turbolenze, perchè _Francesco duca d'Alanson_
suo fratello si gittò nel partito dei malcontenti e degli eretici,
e si fecero dei gran preparamenti per una nuova guerra. In Fiandra
prosperarono gli affari dei cattolici contra dei ribelli eretici; ma
altro vi volea che la ricuperazione d'alquanti luoghi per domar coloro,
assistiti dalle potenze della Germania. Si congregò poi la gran dieta
di Polonia per eleggere un re nuovo. Concorrevano a quella corona
_Massimiliano imperadore, Giovanni re di Svezia, Giovanni Bosiliovitz_
gran duca di Moscovia, ed _Alfonso II duca_ di Ferrara. Maggior merito
per l'ordinario suol ivi avere chi più spende a guadagnare i voti. Dopo
molti contrasti da gran parte de' magnati, restò eletto Massimiliano;
un'altra elesse _Anna_ sorella del _re Sigismondo_ defunto, con
destinarle in marito _Stefano Batori_ principe di Transilvania, il
quale infatti corse colà, e si fece coronare nell'anno seguente. Avea
_Rodolfo_ figlio dell'Augusto Massimiliano già conseguite le corone
dell'Ungheria e Boemia. Nell'anno presente, a dì 27 di ottobre, nella
dieta di Ratisbona venne egli ancora eletto, e da lì a cinque giorni
coronato re de' Romani. Era già salita in gran credito la congregazion
dell'oratorio istituita in Roma da _Filippo Neri_, prete di santa vita.
Ne ottenne egli in questo anno la confermazione da _papa Gregorio_.
Anno di CRISTO MDLXXVI. Indizione IV.
GREGORIO XIII papa 5.
RODOLFO II imperadore 1.
Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la
fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città.
Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di
Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde.
Il suo maggior furore si provò in questi tempi. Portata a Venezia, fu
disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia,
oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario
caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale
e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte
medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e
non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il
credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni
contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena
di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi
della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al
loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore
in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove
della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano
in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovo _Carlo
Borromeo_. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per
giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini,
trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e
dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la
vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che
dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove
anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori.
Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in
Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a
Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là
passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto
una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città
e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero
nemico, ne rimasero preservate.
A far peggiorare gli affari della religione e del re di Spagna ne'
Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi
Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il
gran commendatore _Requesens_, regio governatore di quelle contrade,
si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran
tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi
dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono
una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli
Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati
pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi,
si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città
avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure
usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di
que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città.
Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero
messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca,
perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie
Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con
gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera
città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil
prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in
sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico,
e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà
meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo
dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re
si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per
maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno
ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti
al _re Filippo II_ in Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne
risentì allo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi
avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste
e per la Francia _don Giovanni d'Austria_ suo fratello in Fiandra col
titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e
la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo
vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e
tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi
sconcertati di que' popoli. Anche _papa Gregorio_, all'intendere che
don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna,
affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi
tempi che mentre l'imperador _Massimiliano_ iva cercando aiuti per
sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi
alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion
di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove
pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le
sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette il
_re de' Romani Rodolfo_ suo figlio, non meno in tutti gli Stati della
linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli
chiamare _Rodolfo II_ Augusto, tuttochè l'antenato suo _Rodolfo I_
fosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.
Anno di CRISTO MDLXXVII. Indizione V.
GREGORIO XIII papa 6.
RODOLFO II imperadore 2.
I maggiori pensieri del _pontefice Gregorio_ erano sempre rivolti
o alla difesa o all'accrescimento della religione cattolica, e ad
opere, delle quali durasse anche ne' secoli avvenire l'utilità. Nel
presente anno fondò egli in Roma il collegio de' Greci, affinchè
quivi si ricevessero ed istruissero i giovanetti di quella nazione,
insegnando loro spezialmente la antica lingua greca, le scienze e
l'erudizione, onde tornati alle lor case potessero promuovere l'unione
di quegli scismatici colla Chiesa cattolica romana. Cessò finalmente
in Venezia la peste, e si restituì il commercio, ed allora fu che quel
pio senato in rendimento di grazie a Dio per questo benefizio fece
fabbricare la magnifica chiesa del Redentore, secondo l'architettura
di Andrea Palladio. Diede qui fine ai suoi giorni nel dì 4 di giugno
_Luigi Mocenigo_ doge di quella repubblica, e nel dì 11 d'esso mese
in luogo suo fu eletto _Sebastiano Veniero_, quegli che fu generale
nella gloriosa vittoria di Lepanto. Ma non terminò questo anno senza
un terribile incendio, che nel dì 20 di dicembre consumò tutto il
magnifico palazzo pubblico di Venezia, e massimamente la sala del gran
consiglio, dove perirono i ritratti dei dogi, e molte altre insigni
dipinture fatte da Gian-Bellino, da Tiziano, dal Pordenone e da altri
valenti pittori, colle storie della pace seguita fra papa Alessandro
III e Federigo I imperadore. Intanto di male in peggio andavano gli
affari della religione in Francia e in Fiandra. Svegliossi di nuovo
la guerra degli ugonotti o calvinisti contra del _re Arrigo III_, e
quantunque l'armi dei cattolici prevalessero in molti luoghi, e il
papa non mancasse di mandar buona somma di contanti in aiuto loro;
pure il re, perchè scoprì fatta lega da quegli eretici con Elisabetta
regina d'Inghilterra, col Palatino, col principe d'Oranges e con altri
protestanti di Germania, si lasciò indurre a far pace con loro. Fu
questa conchiusa nel parlamento della città di Blois, e ordinato che
per tutto il regno pubblicamente si esercitasse la sola religione
cattolica, ma con permettere la libertà delle coscienze ad essi
ugonotti, e l'esercizio della falsa loro credenza nelle loro case,
nei luoghi posseduti dai baroni, e in un borgo almeno di cadauna
provincia, con altri vantaggi di quella setta: il che non si può dire
qual gran dispiacere recasse al pontefice ed a tutti i buoni cattolici.
E soprattutto se ne risentì molto il re di Spagna, ben prevedendo le
perniciose conseguenze che produr potrebbe nei Paesi Bassi questo
esempio, e come da lì innanzi sarebbe facile agli ugonotti il dar
calore e braccio alla ribellione fiamminga.
Presero infatti nell'anno presente in Fiandra una pessima piega quegli
affari. Troppo erano esacerbati gli animi di que' popoli contro gli
Spagnuoli; però si accordarono tutte le diecisette provincie in non
voler riconoscere _don Giovanni d'Austria_ per loro governatore, s'egli
non cacciava da' lor paesi le soldatesche spagnuole, con protestar
nondimeno di voler sempre salda l'ubbidienza al re Cattolico, e la
conservazione della religione cattolica romana. Tal protesta veniva
dal cuore di molti di que' popoli; ma non pochi altri coi desiderii
e coi disegni interni smentivano ciò che dicea la voce, null'altro
aspettando, se non che fossero licenziati gli Spagnuoli, per poter
fare peggio di prima. Stette perplesso un pezzo don Giovanni, s'egli
dovea cedere a così dure condizioni. Tale era nondimeno la premura
sua di calmar quell'incendio, che si lusingò di venirne a fine con
darsi per vinto. Ebbe maniera d'indurre gli ammutinati spagnuoli a
passare in Italia; entrò poi fra gli strepitosi viva in Brusselles;
gli fu prestato il giuramento; parve cessata affatto tutta la
passata burrasca. Ma che? chiunque avea il cuor guasto dall'eresia,
e massimamente gli Olandesi e Zelandesi cominciarono a mostrarsi
renitenti a sottoscrivere l'editto che obbligava a ritener la sola
fede romana. Il principe di Oranges movea quante macchine potea
per alienar gli animi dall'ubbidienza, e per attizzare il fuoco. Fu
infine creduto ch'egli tentasse di fur prigione don Giovanni, il quale
certo è che oramai accortosi del passo falso da lui fatto, e che ogni
giorno più veniva scemando la sua autorità, fu costretto a ritirarsi
a Namur, e a richiamar d'Italia gli Spagnuoli. Sicchè si venne a
nuova rottura. L'Oranges fu chiamato come per dittatore dell'unione
di tutte le provincie; e perciocchè egli cominciò ad operare con
gran despotismo, quegli Stati passarono alla risoluzione di eleggere
un nuovo governatore, e con istupore d'ognuno scelto fu l'_arciduca
Mattias_, il quale senza saputa e consenso dell'Augusto suo fratello
_Rodolfo_ (almeno questi così protestava) passò in Fiandra, e fu, con
quelle condizioni che vollero gli elettori, proclamato governatore, ed
obbligato a prendere per luogotenente il principe d'Oranges. Oh allora
sì che maggiormente s'imbrogliarono le carte in que' paesi, e l'eresia
sguazzò.
Anno di CRISTO MDLXXVIII. Indiz. VI.
GREGORIO XIII papa 7.
RODOLFO II imperadore 3.
Alessandro _Farnese_, figlio primogenito di _Ottavio duca_ di Parma
e Piacenza e di _Margherita d'Austria_ figlia di Carlo V imperadore,
portò dall'utero materno un genio bellicoso, ch'egli poi maggiormente
andò accrescendo colla pratica dell'armate e con l'esercizio
dell'arti cavalleresche. Al valor dell'animo, che prometteva un eroe,
corrispondeva anche il vigore del corpo; ed era perciò tenuto per una
delle valorose spade che allora si contassero in Italia. Avea già fatto
il noviziato della milizia nella flotta di _don Giovanni d'Austria_
suo zio, ed allorchè riportarono i cristiani l'insigne vittoria di
Lepanto contra de' Turchi, fece maraviglie di sua persona. Trovavasi
egli in Abbruzzo colla madre, quando venne ordine da _Filippo II re_
di Spagna che tornassero di Italia in Fiandra le milizie spagnuole già
licenziate dal suddetto don Giovanni. Desiderò esso monarca che in tal
congiuntura anche Alessandro passasse colà. Fu egli parimente invitato
con più lettere dallo stesso don Giovanni; ed il _pontefice Gregorio_
col _cardinal Farnese_ assaissimo approvò la di lui andata. Nulla
più che questo sospirava il principe di Parma, e però, senza che il
trattenessero le lagrime della madre, colà s'inviò. Giunto in Fiandra
sul fine del precedente anno, trovò quivi in pessimo stato gli affari
del re, e decaduta non poco la sanità di don Giovanni. Unironsi intanto
le milizie venute d'Italia, parte spagnuole e parte italiane, con altre
raccolte in Borgogna e Germania, tutta gente scelta, con cui si formò
un corpo di diciotto mila soldati. Varii capitani italiani di gran
nome fra essi militavano. Ottavio Gonzaga generale della cavalleria,
Annibale Gonzaga, Vicenzo Caraffa, Pirro Malvezzi, Giambatista e
Camillo del Monte, ed assaissimi altri. Accadde che i Fiamminghi
confederati, avendo unita un'armata di venti mila combattenti, si erano
messi in capo di cacciar don Giovanni da Namur, e colà a questo fine
a bandiere spiegate s'inviò l'esercito loro. Ma appena furono a vista
di quella città i lor capitani, che, probabilmente informati delle
forze di don Giovanni, batterono la ritirata, e s'incamminarono per
ricoverarsi a Gemblù ossia Geblurs. Avea don Giovanni già ordinate
le sue schiere, credendo venuti i nemici per un fatto d'armi; udito
poi ch'ebbe come retrocedevano, spinse loro dietro la sua cavalleria,
alla testa di cui volle essere il principe di Parma. Intenzione
di don Giovanni era che si andasse pizzicando la coda de' nemici,
e si frastornasse la lor marcia, tantochè avesse tempo da poterli
raggiugnere colla fanteria. Ma il Farnese nelle vicinanze di Geblurs
animosamente andò a ferire nella cavalleria nemica, la qual non fece
gran resistenza, e poi piombò addosso alla fanteria con tal prestezza,
che appena sul fin della danza potè arrivar don Giovanni con parte
de' suoi fanti a compiere la strage de' vinti. Famiano Strada, intento
sempre ad esaltar il suo eroe, fa ascendere il numero de' Fiamminghi
morti e prigioni a dieci mila. Il cardinal Bentivoglio più moderato
scrive, essersi sparsa la fama che ne restassero uccisi intorno a tre
mila, oltre a un gran numero di prigioni. Questa vittoria mise tal
paura all'_arciduca Mattias_ e all'Oranges, che scapparono ad Anversa.
Arrenderonsi poscia Lovanio ed altre terre a don Giovanni, ed altre,
fra le quali Limburgo, furono sottomesse colla forza dal principe di
Parma. Riuscì, all'incontro, anche a' nemici di mettere il piede nella
riguardevol città d'Amsterdam, e di quivi piantar la scuola di Calvino.
Intanto, non senza sospetto di veleno, mancò di vita _don Giovanni
d'Austria_, principe che lasciò dopo di sè una illustre memoria del suo
valore, della sua saviezza e della sua pietà. Dichiarò egli, per quanto
poteva, governatore nei Paesi Bassi _Alessandro Farnese_: risoluzione
che fu poi approvata dalla corte di Spagna. Non poteva il re Cattolico
metter in mani migliori la sì torbida e titubante signoria di quegli
Stati. In questi tempi l'indefesso _pontefice Gregorio_, tenendo
l'occhio a tutto ciò che poteva influire ai vantaggi della cristianità,
all'udire che il giovane _don Sebastiano re_ di Portogallo risoluto
era di muover guerra ai Mori africani, se crediamo al Cicarelli[470],
fece una leva di cinque mila fanti italiani, e li spedì in rinforzo di
esso re sotto il comando di un Inglese, che per la cognizione de' paesi
promise la conquista di varie città. Ma ciò non sussiste. Mandò bensì
il pontefice secento fanti per mare in aiuto dei cattolici d'Irlanda;
ma fu accidente che nel passaggio servissero il re Sebastiano. Era
questo re assai ricco di pensieri bellicosi, ma povero di prudenza,
badando egli più agli adulatori che a' savii suoi consiglieri. Lo
stesso _re Filippo II_ l'avea dianzi dissuaso da sì pericolosa impresa,
siccome consapevole delle forze tanto più poderose del re di Fez e
di Marocco. Ciò non ostante, Sebastiano nell'anno presente, raunati
circa tre mila combattenti, passò baldanzosamente con essi lo Stretto
in varii tragitti verso il fine di giugno, e cominciò la guerra contra
di quegl'infedeli. Venne poi nel dì 4 d'agosto ad un terribil fatto
d'armi con essi, senza punto sgomentarsi benchè, coloro lo sfidassero
alla zuffa con esercito quattro volte maggiore del suo. Andò in rotta
l'armata cristiana, e vi restò ucciso lo stesso re don Sebastiano
colla principal nobiltà di Portogallo: disavventura che non solamente
recò grande affanno alla cristianità, ma si tirò dietro ancora una
considerabil alterazione nel Portogallo. Perchè Sebastiano non ebbe
moglie nè figli, il _cardinal Arrigo_ suo gran zio, assai vecchio,
fu proclamato re, ed incaricato di dichiarare il suo successore alla
corona. Compiè il corso del suo vivere in quest'anno a dì 3 di marzo il
glorioso doge di Venezia _Sebastiano Veniero_, a cui nel dì 18 d'esso
mese succedette _Niccolò da Ponte_ in età d'anni ottantasette. Anche
in Firenze terminò i suoi giorni _Giovanna d'Austria_ gran duchessa di
Toscana, principessa per le sue singolari virtù amata sommamente dal
_gran duca Francesco_ suo consorte e da tutti quei popoli. Nell'ottavo
mese di sua gravidanza morì, e seco lei un principino, che si sperava
col tempo successore del padre in quel dominio. Si scoprì anche nel
presente anno in Firenze una congiura di alcuni nobili contro la
persona del medesimo gran duca e de' fratelli. A molti costò la vita un
tale attentato. Principii di guerra insorsero fra _Alfonso II duca_ di
Ferrara e i Bolognesi a cagione del fiume Reno. Avea permesso il duca
_Alfonso I_ avolo suo a' Bolognesi l'introduzione di quel fiume, o gran
torrente, nel ramo del Po che scorreva presso Ferrara: concessione, che
il tempo fece conoscere troppo pregiudiziale al Ferrarese, perchè quel
torbidissimo fiume cagionava frequenti rotte nel Po, e giunse infine ad
interrarne l'alveo di tal maniera, che cessò quel ramo, e si voltarono
tutte l'acque all'altro maggiore ramo del Po che ora miriamo. Si venne
per questo all'armi e alle offese fra i due popoli. Ma _papa Gregorio
XIII_, che sempre fu un insigne conservatore della pace in Italia,
s'interpose, e fatte depor l'armi, avocò a sè la decision di quelle
liti. Nacque nell'anno presente a dì 27 di aprile a _Filippo II re_ di
Spagna un figlio, a cui fu posto il nome paterno. Succedette egli col
tempo al padre; giacchè in questo medesimo anno la morte rapì ad esso
monarca l'altro maggior figlio _don Ferdinando_; e _don Diego_, allora
maggiore d'età, non sopravvisse al padre, essendo mancato di vita da lì
a cinque anni.