NOTE:

[467] Lunigo, Codice Diplomat.

Anno di CRISTO MDLXX. Indizione XIII.

PIO V papa 5.

MASSIMILIANO II imperad. 7.

Ancorchè si godesse in Italia la pace, anno fu questo di calamità

non lievi, anno specialmente lagrimevole per la guerra mossa dai

Turchi alla Cristianità. Era cominciata nel precedente una gravissima

carestia, che continuò per gran parte di quest'anno, affliggendo, chi

più chi meno, tutti i popoli dell'Italia. Massimamente in Venezia si

provò questo flagello, laonde la saviezza di quei reggenti non ebbe

altro ripiego che di metter mano ai magazzini dei grani riserbati

pel bisogno delle armate, confidando in Dio di risarcir questo danno.

Servì anche tal disavventura per far maggiormente risplendere in Roma

e nello Stato ecclesiastico l'amor paterno di _papa Pio V_, avendo

egli procurato dei grani dalla Puglia, e fin di Francia, e fattili

distribuire a minor prezzo ai popoli. In gloria sua si rivolse la

grossa perdita che per tal cagione fece la camera pontificia. Ma ciò

che maggiormente angustiò gli animi degl'Italiani, fu l'essersi ornai

scoperta ed avverata l'intenzione de' Turchi contra di Cipri. Che

bell'isola, che delizioso e fertile paese fosse anticamente Cipri, non

ha bisogno d'impararlo da me chiunque ha qualche tintura di geografia.

Finsero gli antichi esser ivi nata Venere, per significar le sue

delizie. E finchè quell'isola, non immeritevole del nome di regno,

ebbe i suoi re cristiani, si mantenne in gran credito; dacchè è caduta

in mano de' Turchi, non pare più quella di prima: disgrazia comune a

tanti altri una volta bellissimi paesi dell'Asia, per la trascuraggine

ed avarizia di quei barbarici padroni. Erano circa ottanta anni che

la repubblica veneta signoreggiava in Cipri, e perchè durava la pace

colla Porta ottomana, lieve presidio d'armati teneva alla difesa di

quell'isola, fidandosi delle cernide che erano a mezza paga. Nel cuor

d'essa isola si covavano ancora dei mali umori per l'odio professato

dai lavoratori delle terre ai nobili, dai quali venivano trattati come

schiavi: male inveterato, a cui, per quanto facesse la veneta saviezza,

non potè mai trovare rimedio che lo risanasse. Costoro nulla più

sospiravano che di mutar padrone colla solita lusinga di trovarne dei

migliori, o, per dir meglio, dei meno aspri e meno indiscreti.

Non furono pigri al sentore della minacciata irruzione dei Turchi i

senatori veneti a far gente, ed allestir quante galee ed altri legni

mai poterono. Nel qual tempo, cioè al dì 3 di maggio, festa della

Croce, mancò di vita il doge _Pietro Loredano_, e in luogo suo nel dì

9 oppure 11 d'esso mese fu sostituito _Luigi Mocenigo_, personaggio di

gran vaglia, quale appunto si richiedeva in tempo di tanti disastri.

Con volontarie offerte di uomini, di danaro, di munizioni e legni,

concorsero all'aiuto di essa repubblica tutte le città, e i nobili

e benestanti del suo dominio. Minore non fu l'ardore e zelo di papa

Pio in questo bisogno della cristianità. Colle più efficaci lettere

si studiò di commuovere i principi cristiani, e fino il sofì di

Persia; ma non gli riuscì, se non di trarre alla difesa dei Veneziani

il re Cattolico. Per aggravare il men possibile i sudditi suoi, e

far danaro, s'indusse il pontefice a vendere alquanti chericati di

camera, da' quali ricavò ducento mila scudi, e giunse fino a spogliare

il _cardinale Alessandrino_ suo nipote del grado di camerlengo, per

conferirlo al cardinal Cornaro, che sborsò per esso sessanta mila

ducati d'oro. Con tali sussidii fece egli armare dodici o tredici

galee, general delle quali fu costituito _Marcantonio Colonna_. Dal

re di Spagna vennero spedite quarantanove, oppure cinquantadue altre

galee sotto il comando di _Gianandrea Doria_. Ma soprattutto grandioso

fu l'armamento della repubblica veneta, tuttochè allora più che mai

si provassero i morsi della carestia; avendo ella messi insieme circa

centosessanta legni da guerra, senza contar quelli da carico. Altri

scrissero essere quell'armata veneta composta di cento trentasei galee

sottili, undici galee grosse, fuste undici, navi, tra veneziane e

forestiere, trenta, e galeoni quindici di Candia. Di sì grossa armata

navale restò eletto capitan generale _Girolamo Zeno_. Unironsi queste

forze cristiane alla Suda in Candia, ma con provarsi anche allora che

le leghe non son diverse dai leuti, difficili ad accordarsi, troppo

facili a scordarsi. Niuno avea preveduto, o certamente non s'era

provveduto, a chi dovesse toccar la preminenza, ed anche la principal

direzione della flotta combinata, pretendendo quell'onorevol posto

cadaun dei generali per varie loro ragioni. Si perdè gran tempo ad

aspettar le istruzioni e risoluzioni delle corti; e intanto entrarono

varie malattie epidemiche, oppur la vera pestilenza nelle galee

veneziane, che sconcertò di troppo le misure prese. In una parola,

tante armi dei cristiani a nulla avendo servito per la difesa di

Cipri, si ridussero ai quartieri di verno, nè si potè contare alcuna

riguardevole loro impresa.

Non così avvenne alla potentissima flotta turchesca, la quale fu

creduta da alcuni che ascendesse a trecento vele. Approdò con tante

forze a Cipri il bassà Mustafà generale di terra di essi Turchi, ed

insieme Pialy bassà generale di mare. Se più gente e più consiglio

fosse stato in quell'isola, forse loro si potea impedire lo sbarco. Ma

le cernide ricusarono di comparire alla difesa; i villani, maltrattati

da quella nobiltà, accolsero a braccia aperte i Musulmani. Sbarcata

la prima gente, tornò Pialy verso terra ferma, per condurre un nuovo

convoglio. Voce comune fu che in più volte sessanta mila combattenti

almeno, fra' quali circa sei mila cavalli ed altrettanti giannizzeri,

smontassero in quell'isola. Impresero quei Barbari nel dì 25 di

luglio l'assedio di Nicosia, città capitale del regno, ch'era stata

convenevolmente fortificata e provveduta di viveri, ma mal fornita

di presidio valevole a render vani gli sforzi dei Turchi, o almeno a

difficoltarne i progressi, perchè consistente in soli mille e trecento

fanti italiani pagati, e in quasi altri otto mila Ciprioti, parte

nobili e parte plebei, quasi tutta gente inesperta alle azioni di

guerra. Con tutto ciò in quindici assalti furono ributtati i Turchi, e

durò quell'assedio sino al dì 9 di settembre; nel quale sì fieramente

restò combattuta la città, che vi entrarono vittoriosi gl'infedeli.

Orrido spettacolo allora si vide: più di quindici mila cristiani, fra'

quali si contò gran numero di fanciulli minori di quattro anni, furono

messi a fil di spada; il resto di que' cittadini condotti in una misera

schiavitù, pochi essendosene salvati; ogni sfogo di libidine anche

più nefanda ivi si esercitò; e perchè la città era ricchissima, gran

preda fu fatta da quei cani. Dopo tale acquisto, vilmente si rendè

Cerines, nè altro luogo dell'isola fece da lì innanzi resistenza,

fuorchè Famagosta, città principale dopo Nicosia. Poco stette Mustafà

a mettere il campo intorno ad essa, e ad accostarsele colle trincee; ma

difendendosi valorosamente i cristiani, e venuto il tempo di menare in

salvo l'armata navale per la vicinanza del verno, l'assedio si cangiò

in blocco, e per questo anno Famagosta schivò il giogo turchesco.

Nel dì 25 di febbraio dell'anno presente il pontefice pubblicò una

terribil bolla contro _Elisabetta regina_ d'Inghilterra, dichiarata

scomunicata e privata di ogni diritto in quel regno, con ordinare

agl'Inglesi di non prestarle ubbidienza. Dovette avere il santo padre

giusti motivi di formar questa bolla, e di formarla dopo tanto tempo

che Elisabetta era salita e sì ben assodata sul trono. Fu creduto

che si maneggiasse in Inghilterra una secreta congiura di cattolici,

che poi scoperta svanì colla morte del duca di Norfolch. Ma qual buon

effetto potessero produrre siffatti fulmini consistenti in sole parole

contra di un regno, dove sì gran piede avea presa l'eresia, professata

non men da essa regina che dai più del popolo, forse allora non

l'intesero i politici, e meno ora l'intendiamo noi, al sapere che dopo

ciò andarono sempre più di male in peggio gli affari della religione

cattolica in quel regno. Alle calamità dell'anno presente, cioè alla

carestia, alla guerra, e alla pestilenza, che in varii luoghi si fecero

sentire, si aggiunse anche il tremuoto. Cominciò questo in Ferrara

nella notte seguente al dì 16 di novembre, e continuò poi con varie

ora picciole ora grandi scosse pel resto dell'anno, e parte ancora

del seguente. Rovinò per questo flagello parte del castello del duca,

e molte chiese, monisteri e case; e fu obbligato il popolo a ridursi

nelle piazze e campagne sotto capanne e tende, finchè a Dio piacque

di restituir la quiete a quella terra. In essa città di Ferrara molto

prima, cioè nel dì 19 di gennaio del presente anno, furono celebrate

le nozze di _Lugrezia d'Este_, sorella del duca _Alfonso_, con

_Francesco Maria della Rovere_, figlio primogenito del duca d'Urbino.

Passò ancora per Fiandra, incamminata a Madrid, l'arciduchessa Anna

figlia dell'imperador Massimiliano II, maritata con _Filippo II re_

di Spagna. Numerosa flotta la condusse in Ispagna, dove con somma

magnificenza fu accolta, e succederono nobilissime feste accompagnate

dalla universale allegria; tanto più grande, perchè già era terminata

la guerra contro i Mori con grande onore di _don Giovanni d'Austria_,

dal cui comando e valore si riconobbe la felice riuscita di quella

per altro difficile impresa. Fu eziandio condotta in Francia, nel dì

26 di novembre di questo anno dall'elettore di Treveri l'altra minore

_arciduchessa Isabella_, figlia del suddetto Augusto, maritata col _re

Carlo IX_: matrimonio che durò poi pochi anni, e di cui non uscì che

una principessa di corta vita anch'essa.

Anno di CRISTO MDLXXI. Indizione XIV.

PIO V papa 6.

MASSIMILIANO II imperadore 8.

I progressi dell'armi turchesche nell'isola di Cipri, quanto dall'un

canto accrescevano il terrore ai popoli d'Italia, altrettanto

incitavano il papa, il re Cattolico e la repubblica veneta a premunirsi

per la difesa dei loro Stati, che tanto più restavano esposti alle

violenze degl'infedeli. Spedì il pontefice per questo il _cardinal

Alessandrino_ in Ispagna a trattare una lega stabile fra esso, il _re

Filippo_ e i _Veneziani_ contro il nemico comune. Fu questa conchiusa

nel dì 20 di maggio con varie capitolazioni. Fecero poscia queste tre

confederate potenze i loro maggiori sforzi in congiuntura di tanto

bisogno, ma non con quella prontezza che occorreva, parte per la

difficoltà di raunar la troppo necessaria pecunia, e parte pel tempo

ch'esige il preparamento delle genti, navi, munizioni, e di tanti altri

varii attrecci di guerra. Non mancarono già i Veneziani di spedire

verso la metà di gennaio Marcantonio Querini con quattro navi scortate

da dodici galee, per portare soccorso alla città di Famagosta bloccata

dai Turchi. Felicemente arrivò colà questo convoglio; tre galee nemiche

furono colle artiglierie battute a fondo, e le altre fuggirono. Sbarcò

il Querini mille e settecento fanti in quella città, e gran copia di

provvisioni da bocca e da guerra, ma non già sufficiente a sostenere

un lungo assedio. Pervenuto al sultano Selim l'avviso di questo

soccorso, diede nelle furie contra del bassà Pialy, e poco mancò che

non dimandasse la sua testa; il privò nondimeno del generalato, e a lui

sostituì il bassà Aly. Costui insieme col bassà Mustafà, siccome ben

comprese le premure del gran signore, così non ommise diligenza veruna

per tosto ripigliare l'interrotto assedio di Famagosta. Se dobbiam

credere alle relazioni di questa guerra, descritta da moltissimi autori

di quel tempo, fioccò da tante bande e con tanti tragitti sì gran

numero di soldati infedeli pagati e venturieri nell'isola di Cipri,

che fu creduto ascendere a quasi ducento mila combattenti e a quaranta

mila guastatori. Probabilmente, secondo il solito, la fama, la paura

e il voler giustificare la fortuna dei Turchi, accrebbe, se non della

metà, almen di un buon terzo le loro forze. Nell'aprile si riaprì sotto

Famagosta il teatro della guerra, alla cui difesa non si trovarono se

non quattro mila fanti, lieve guarnigione in sì gran bisogno. Furono

anche alzati varii forti contro la città; le trincee cominciarono

ad inoltrarsi, le batterie a far continuo fuoco. Giocarono dall'una

e dall'altra parte varie mine, e furono dati molti assalti, tutti

ripulsati con grande mortalità degli aggressori.

Ma perciocchè ai Turchi, per ottenere in siffatte occasioni l'intento

loro, nulla incresce il sacrificar migliaia di persone, andò così

avanti il loro furore, con iscemare intanto il numero dei difensori,

che nel dì 2 d'agosto i cristiani, dopo aver fatte maraviglie di

valore, trovandosi non aver più che sette barili di polve da fuoco,

furono obbligati a trattar della resa nel dì suddetto. Accordò l'iniquo

Mustafà quanto essi domandarono, cioè salve le persone, armi e robe

dei soldati e cittadini; che questi potessero vivere secondo la legge

cristiana e ritener le loro chiese; che i soldati, e chiunque volesse,

avessero libero passaggio in Candia, scortati dalle galee turchesche.

Non si può senza orrore e senza raccapricciarsi rammentare qual fosse

la perfidia ed inumanità di Mustafà in tale occasione. Dacchè furono

venuti sufficienti legni per menar via i soldati cristiani, e questi

imbarcati, _Marcantonio Bragadino_ provveditore e governator della

città, ed _Astorre Baglione_ generale dell'armi con gli altri nobili,

e con cinquanta soldati, per concerto già fatto, uscirono della città

(era il dì 15 di agosto), e andarono al padiglione di Mustafà, affine

di consegnargli le chiavi. Cortesemente furono accolti, e fatti sedere,

e il Turco, passando di uno in altro ragionamento, mise infine mano

ad una di quelle avanie che spesso usano quei barbari contra dei

cristiani, imputando al Bragadino di aver durante la tregua fatto

ammazzare alcuni schiavi turchi. Negò il Bragadino di aver commesso

un tale eccesso. Allora Mustafà tutto in collera alzatosi in piedi,

ordinò che ognun di loro fosse legato, essendo essi senz'armi, perchè

all'entrar del padiglione furono astretti a deporle. Così legati e

condotti nella piazza davanti al padiglione, a cadaun di quei nobili,

fuorchè al Bragadino, tagliato fu il capo. I soldati venuti con loro, e

circa trecento altri cristiani furono messi a fil di spada; e quei che

erano imbarcati, svaligiati tutti e posti alla catena. Il Bragadino,

dopo avere sofferto varii strapazzi, spogliato ed attaccato al ferro

della berlina, fu scorticato vivo da un Giudeo. Tal costanza d'animo

in sì fieri tormenti mostrò quel prode cavaliere, che niun segno mai

diede di dolore; e solamente raccomandandosi a Dio, e rimproverando

al Barbaro la rotta fede, allorchè giunse il tagliatore all'umbilico,

spirò l'anima. La pelle sua riempiuta di paglia, ed attaccata ad una

antenna, fu mandata a farsi vedere per tutti i lidi della Soria: trofeo

ben degno d'una perfidia e crudeltà senza pari. E in tal guisa restò il

bel regno di Cipri in mano dei nemici del nome cristiano.

Non parlerò io d'altre minori azioni di guerra fatte dai Veneziani e

Turchi nell'Adriatico, e in altri mari prima di questo tempo, o durante

l'assedio di Famagosta, premendomi di rallegrare i lettori dopo sì

disgustosa narrativa con un memorabil fatto dell'armi cristiane, e

massimamente italiane. Avea il re Cattolico _Filippo II_ spedita la sua

flotta navale a Messina sotto il comando di _don Giovanni d'Austria_

suo fratello naturale, a cui si unì _Gian-Andrea Doria_ Genovese colle

sue galee al soldo di esso re. Colà ancora erano giunti _Marcantonio

Colonna_ generale del papa colle sue galee, e _Sebastiano Veniero_

generale delle forze di mare della repubblica veneta. Trovossi nella

mostra consistere l'unione di queste flotte in dodici galee del papa,

in ottantuna del re di Spagna, con venti navi, e forse più, da carico;

in cento e otto galee, sei galeazze e due navi de' Veneziani; in tre

galee di Malta e in tre altre del duca di Savoia. Eranvi altri legni

minori in gran copia. Sopra sì possente armata militavano dodici mila

italiani, guidati da valorosi capitani di lor nazione, cinque mila

spagnuoli, tre mila tedeschi, tre mila venturieri, portati dalla

difesa della fede e dal desiderio della gloria, oltre ai necessari

marinai. Fra que' venturieri non si debbono tacere _Alessandro Farnese_

principe di Parma, e _Francesco Maria della Rovere_ principe d'Urbino.

Fecero vela questi generosi campioni nel dì 16 di settembre dopo varie

consulte, con risoluzione di andar a trovare l'armata navale nemica,

per fiaccare le corna alla potenza ottomana, divenuta oramai troppo

insolente e superba per le passate vittorie. Trovaronsi a vista le

due potenti nemiche armate la mattina del dì 7 di ottobre, giorno di

domenica. Era partita la turchesca da Lepanto, comandata dal generale

Aly, dal generale di Tunisi e di Algeri, e da altri bassà e sangiacchi,

e in numero di vele era molto superiore alla cristiana. Avea ordine

dal gran signore il general Aly di venire a battaglia scontrandosi

coi nemici; ed appunto furono a fronte dei cristiani verso l'isole

Curzolari. Allora dall'una e dall'altra parte si misero in ordinanza

tutte le navi, formando cadauna armata tre schiere a guisa di mezza

luna. Don Giovanni d'Austria generalissimo postosi in una fregata

andò girando ed animando ciascuno a ben combattere per la difesa e per

l'onore della fede cristiana, con assicurar tutti della protezione di

Dio, potentissimo padre dei suoi fedeli, e gran rimuneratore di chi

mette la vita per la santa sua religione. Inteneriti tutti a queste

parole i soldati, e piangendo per la allegrezza, rispondevano con alte

grida: Vittoria, vittoria. Si faceano intanto continue preghiere dai

popoli cristiani per implorare la benedizion di Dio all'armi cristiane;

il papa avea a questo fine pubblicato prima il giubileo, ed eransi

fatte pie processioni dappertutto.

Azzuffaronsi dunque le due contrarie armate, e si dichiarò presto

la mano di Dio in favore dei suoi. Soffiava dapprincipio un vento

maestrale favorevole ai Turchi. Si abbonacciò il mare, ed eccoti

sorgere un vento siroccale, che portava tutto il fumo contra dei

Turchi, e quanto rispigneva indietro i loro legni, altrettanto

facilitava ai cristiani l'urtare in essi. Durò il terribil

combattimento ben quattro ore, senza che piegasse la vittoria ad

alcuna di esse. Ma le galee grosse cristiane, che erano avanti,

tal danno colle artiglierie recavano ai nemici, che cominciarono ad

affondare alcuni dei legni turcheschi. Quindi si abbordarono insieme

le galee di questi e di quelli, ed allora si fece pruova di chi

vantaggiasse l'altro in valore. Gran bisogno di coraggio ebbe don

Giovanni d'Austria, essendosi trovata la sua capitana in gran pericolo

per lo sforzo incredibile della reale dei Musulmani contra d'essa,

e per trecento almeno de' suoi rimasti ivi uccisi. Non men di lui

gli altri due generali Colonna e Veniero fecero singolari prodezze.

Finalmente andò in rotta l'armata turchesca, dappoichè il generale Aly

fu ucciso d'archibugiata. Il suo capo reciso dal busto, e messo sopra

una picca, finì di mettere lo spavento in chiunque potè ravvisarlo.

Venne alle mani dei cristiani una gran quantità di legni nemici e di

prigioni. Almen quindici mila infedeli fu stimato che perissero in quel

terribil conflitto. L'iscrizione posta a _papa Pio V_ ed alcuni autori

parlano di trenta mila di coloro uccisi; ma certo niuno li contò.

Vi perderono la vita più di cinque mila cristiani fra i quali alcuni

insigni personaggi, e spezialmente fu compianta la morte di _Agostino

Barbarigo_ provveditor generale della veneta armata, alla cui savia

condotta si attribuì in parte sì gloriosa vittoria. Più di dodici

mila schiavi cristiani in tal congiuntura riacquistarono la libertà.

Moltissimi di essi, allorchè videro declinar le forze turchesche,

essendosi sferrati, aveano accresciuto il terrore nelle lor galee.

Anzi gli stessi schiavi dell'armata cristiana, dacchè fu loro promessa

la libertà dopo la vittoria, presero l'armi, e recarono non lieve

aiuto ai combattenti padroni. Furono dipoi divise fra i vincitori le

spoglie e i prigioni, ch'erano circa cinque mila. Al generale del papa

toccarono diecisette galee e quattro galeotte; a don Giovanni d'Austria

cinquantasette galee ed otto galeotte; ai signori veneziani galee

quarantatre e sei galeotte. Tra Savoia e Malta furono divise diciotto

galee. Fama fu che circa sessantadue legni turcheschi fossero gittati a

fondo, e certamente si affondarono diecisette galee cristiane.

L'avviso di sì segnalata vittoria, portato da uffiziali e corrieri alle

corti, non si può esprimere qual giubilo spargesse nel cuore di ogni

cattolico, e con quante feste e trasporti d'allegria fossero dipoi

rendute grazie all'Altissimo. In Venezia tanta fu la gioia, che quel

popolo diede in eccessi. Giunse a Madrid la lieta nuova, seguitata fra

poco da altra felicità, cioè dalla nascita di un figlio maschio del re

Cattolico, a cui fu posto il nome di _Ferdinando_, accaduta nel dì 4

di dicembre. Da Venezia in due giorni arrivò a Roma questo avviso, che

riempiè di inesplicabil consolazione il pontefice e il popolo romano.

Scritto è che al santo padre Dio rivelò la riportata vittoria nell'ora

stessa in cui questa si dichiarò a favor de' cristiani. Crebbe dipoi

l'universal gioia in Roma stessa al comparir colà nel dì 16 di dicembre

il generoso generale dell'armi pontificie _Marcantonio Colonna_, il

quale cotanto avea contribuito al buon esito di quella impresa. Il

ricevimento suo rinovellò in qualche maniera la memoria degli antichi

trionfi romani: tal fu la pompa con cui venne incontrato dal senato

e dai magistrati della città, ed accompagnato al Campidoglio, alla

udienza del papa e al sacro tempio di Santa Maria d'Araceli, dove

con suntuosi doni riconobbe dal favore divino quanto era avvenuto in

quel terribil cimento. Ma chi lo crederebbe? Una sì insigne vittoria,

di cui volle il buon pontefice che si conservasse eterna la memoria

coll'istituire la Festa di Santa Maria della Vittoria, che oggidì

si celebra nella prima domenica di ottobre; una, dico, sì strepitosa

vittoria non fu poi seguitata da alcun rilevante frutto e vantaggio

della repubblica cristiana, e solamente servì a far conoscere che il

Turco non è una potenza invincibile. Perchè ciò avvenisse, lo vedremo

all'anno seguente. Si divisero poi le flotte cristiane per ritirarsi ai

quartieri d'inverno, stante l'avanzata stagione; e benchè i Veneziani

ricuperassero qualche luogo tolto loro dai Turchi in Albania, furono

nondimeno anch'essi forzati a riposare.

Anno di CRISTO MDLXXII. Indizione XV.

PIO V papa 7.

GREGORIO XIII papa 1.

MASSIMILIANO II imperad. 9.

Fu chiamato in quest'anno da Dio il buon _pontefice Pio V_ a ricevere

in cielo il premio della santa sua vita, e delle tante degne sue

azioni in pro della repubblica cristiana. Le astinenze, le orazioni

e le fatiche sue indicibili per ben esercitare l'uffizio pastorale,

e per la difesa del cristianesimo, aveano forte indebolita la di lui

sanità. Si aumentarono nel marzo i suoi malori; laonde nel dì primo di

maggio passò a miglior vita, lasciando dopo di sè un odore di sì rara

santità, che fu poi registrato dopo molti anni nel ruolo dei beati,

e ai dì nostri si è celebrata la solenne di lui canonizzazione. La

mancanza di questo insigne pontefice quella fu che troncò il filo ai

progressi dell'armi cristiane contro il comune nemico. Aveva egli,

per sostener la guerra santa, negli anni addietro impiegato un gran

tesoro. Maniera inoltre non gli era mancata di raunarne assai più per

continuarla nell'anno presente, di modo che si trovò in castello Santo

Angelo dopo la sua morte un milione e mezzo di scudi d'oro destinato

a quel fine. Teneva egli come in pugno la maggior parte dei re e

principi cristiani: tanta era la venerazione che ognun professava

al complesso delle sue virtù, e al suo indefesso zelo pel bene della

cristianità: e però potevansi sperare per mezzo suo maggiori vantaggi

alla causa comune. Non mancò, è vero, il suo successore di sposare le

medesime massime, siccome vedremo; ma non passò in lui col pontificato

anche il gran credito di papa Pio V. Entrati i cardinali in conclave,

da lì a due o tre giorni, cioè nel dì 15 di maggio, con mirabil

concordia elessero papa il _cardinale Ugo Boncompagno_, creatura di

papa _Pio IV_, personaggio ben degno di sì eccelsa dignità. Era egli

di famiglia antica e nobile bolognese, discendente, secondo le mie

congetture, da quel Boncompagno nativo di Firenze, che circa il 1200

si truova pubblico lettore nell'università di Bologna, e lasciò un

libro intitolato _De obsidione Anconae_ dell'anno 1172, da me dato

alla luce[468], e di cui tuttavia resta inedito in Francia un trattato

_De Arte Dictaminis_, citato dal Du-Cange nel Glossario latino. Di lui

probabilmente fu nipote quel Dragone Boncompagni, che, per attestato

del Ghirardacci[469], nell'anno 1293 con alcuni altri andò inviato dal

senato bolognese per ambasciatore al vescovo di Bologna.

Prese il novello papa il nome di _Gregorio XIII_, dicono per la

venerazione che egli professava a san Gregorio Magno, se pur non fu

a san Gregorio Nazianzeno. Volle che invece di gittare al popolo,

secondochè si usava nella coronazione dei papi, la somma di quindici

mila scudi di oro, questa si distribuisse ai poveri. Parimente in

favor d'essi ordinò che s'impiegassero altri venti mila scudi, soliti

a darsi ai conclavisti, perchè niuna molestia o fatica aveano patito

in sì poco tempo che era durato il conclave. Era non so come saltato

in capo al pontefice _Pio V_ di fabbricare oppur di tirare innanzi una

fortezza nel territorio di Bologna. Il primo favore che papa Gregorio

compartì alla sua patria, fu quello di ordinarne la demolizione nei

primi giorni del suo pontificato. Ad inchinare il nuovo pontefice

si portò in persona Alfonso II duca di Ferrara con accompagnamento

magnifico di molta nobiltà, e vi concorsero ancora gli ambasciatori

di tutti i potentati cattolici. Mostrò dipoi questo pontefice il

medesimo desiderio ed ardore, che aveva già avuto il suo predecessore,

per proseguir la guerra contro la potenza ottomana; e però spedì

tosto nunzii e legati ai monarchi e principi della cristianità, per

pregarli ed esortarli a così lodevole impresa. Confermò generale delle

galee pontificie _Marcantonio Colonna_, già mandato innanzi dal sacro

collegio ad imbarcarsi. Ma non vi fu che il re Cattolico _Filippo

I_I, il quale contribuisce soccorsi, e questi anche lievi a paragon

dell'anno precedente; perchè gravi sospetti correano che il re di

Francia macchinasse guerra contro la Spagna e con qualche certezza si

prevedevano perniciosi movimenti nei Paesi Bassi. Ventitrè sole galee

con sei mila fanti ottenne il pontefice da _don Giovanni d'Austria_,

senza che questi si volesse muovere da Messina col restante di sua

armata, affin d'essere pronto ai bisogni occorrenti del Cattolico

monarca. Contuttociò unite che furono, dopo gran ritardo, queste

forze con quelle de' Veneziani, comandate dal nuovo generale _Jacopo

Foscarino_, trovossi la flotta cristiana gagliarda di centocinquanta

galee, ventitrè navi, sei galeazze e trenta altri legni minori.

Ad onta della gran rotta dell'anno addietro, avea potuto la Porta

ottomana formare una flotta di ducento sessanta tra galee, galeotte

e fuste, con cinque galeazze: flotta nondimeno inferiore di nerbo e

di coraggio alla cristiana. In traccia di costoro fecero vela i due

generali Colonna e Foscarino. Ma il generale turchesco Uluccialì, uomo

di sopraffina accortezza, benchè sempre mostrasse voglia di azzuffarsi,

pure fuggì sempre ogni incontro, e sì artifiziosamente andò trattenendo

i cristiani, che lor fece perdere il resto della campagna; laonde,

appressandosi il verno, non altra gloria riportarono questi a casa, che

quella di aver fatto paura ai nemici. Per altro a sì infelice successo

contribuì non poco don Giovanni d'Austria, il quale ora facendo vista

di voler passare al comando dell'armata, senza poi mantener la parola,

ed ora facendo doglianze perchè senza di lui gli altri due generali

tentassero di dar battaglia, imbrogliò non poco i disegni; e neppur si

trovò grande armonia fra il Colonnese e il Foscarino: cose tutte che

sommamente afflissero papa Gregorio.

L'anno fu questo in cui propriamente ebbe principio la ribellione de'

Paesi Bassi contra del re Cattolico. Avea ben esso monarca mandato

colà un general perdono, che fu pomposamente pubblicato in Anversa dal

_duca d'Alva_ nel 1570, ma con poco frutto, perchè cotali riserve ed

uncini conteneva l'indulto, che pochi ne mostrarono stima, e niuno ne

fece allegrezza. E fin qui era andato fluttuando l'odioso affare delle

gravezze imposte da esso duca tra le di lui minaccie e la disubbidienza

e costanza di buona parte di que' popoli di non voler pagare: quando si

avvisò il superbo reggente di mettere mano alla forza per conciliare

rispetto alle sue leggi col gastigo dei renitenti. Allora apparve

qual odio, quali mali umori covassero le genti di quelle provincie,

soffiando spezialmente nel segreto fuoco con esortazioni e promesse di

soccorsi il principe d'Oranges, animato dai protestanti di Germania

e dagli ugonotti di Francia. Pertanto nell'Olanda, Zelanda e Frisia

si diede fuoco ad un aperto ammutinamento e rivolta di molte città,

dove principalmente avea preso radici la eresia, restando nulladimeno

alla Chiesa ed al re ubbidiente la principal fra esse, cioè Amsterdam.

Collegaronsi queste, prestarono una spezie di ubbidienza all'Oranges,

da lui riceverono governatori e leggi. Ed ecco il principio della

repubblica delle Provincie Unite, volgarmente appellata la repubblica

Olandese, che andò poi a poco a poco crescendo pel concorso dei vicini

Tedeschi, Franzesi ed Inglesi, tanto nella profession dell'eresia,

quanto nella mercatura e nelle forze di mare, che arrivò a divenire

una delle potenze più ricche dell'Europa, quale oggidì la miriamo. Il

di più dee prenderlo il lettore da altre storie. Sia a me lecito di

accennare anche un altro non men sonoro avvenimento della Francia,

spettante all'anno presente. Durava la pace fra il _re Carlo IX_ e

gli ugonotti; ma perciocchè il re, tenendo davanti agli occhi le tante

infedeltà ed insolenze passate di quegli eretici, e temendone sempre

delle nuove, tuttodì cercava la via di vendicarsene e di opprimerli;

finalmente si fermò nella risoluzion seguente. In occasione ch'era

concorsa a Parigi copia di coloro, e spezialmente di nobili, per le

nozze di _Arrigo re di Navarra_ (eretico che a suo tempo vedremo re di

Francia) con _Margherita di Valois_ sorella cattolica del suddetto re

Carlo, segretamente fu dato ordine dal re che nella notte precedente

al dì 24 di agosto, ossia alla festa di san Bartolomeo, si uccidessero

tutti gli ugonotti. Grande strage fu fatta di loro in Parigi, unitosi

il popolo ai soldati del re contro gli odiati nemici della religion

cattolica; e quivi ne perirono circa due o tre mila, come scrissero

l'Adriani e lo Spondano, e non già dieci mila, come altri hanno

scritto, fra' quali si contarono quasi quattrocento gentiluomini

che godeano gradi onorati di milizia: esecuzione, in cui restarono

involti anche molti innocenti cattolici, perchè ricchi. Andò poi un

regio bando, che più non s'incrudelisse contro gli Ugonotti, ma non fu

a tempo per trattenere i cattolici di Lione, Tolosa, Roano ed altre

città, dal mettere a fil di spada quanti di quella setta caddero

nelle lor mani. Famoso perciò divenne in Francia questo macello col

nome delle Nozze parigine e della Notte di San Bartolomeo. Lascerò io

disputare ai gran dottori intorno al giustificare o riprovare quel sì

strepitoso fatto, bastando a me di dire che per cagion d'esso immense

esagerazioni fece il partito degli ugonotti, e loro servi di stimolo e

scusa per ripigliar l'armi contra del re. Nel settembre di questo anno

terminò i suoi giorni _Barbara d'Austria duchessa_ di Ferrara, in cui

fra le molte virtù spezialmente si distinse la pietà, ereditaria dote

della nobilissima casa d'Austria.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 90 / 102 题