[466] Adriani, Famiano Strada, Cardinal Bentivoglio, Campana ed altri.
Anno di CRISTO MDLXIX. Indiz. XII.
PIO V papa 4.
MASSIMILIANO II imperad. 6.
Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii
principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe
d'Oranges ribello del re di Spagna, l'_imperador Massimiliano_, a cui
premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi,
avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'_arciduca Carlo_ per
consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio del
_duca d'Alva_, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso
della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del
re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza.
Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso
il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate
dal cugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere
quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della
religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca;
ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie al _re
Filippo II_ l'arciduchessa _Anna_ sua figlia, e a _Carlo IX_ re di
Francia l'altra minor figlia _Isabella_. Tornò l'arciduca Carlo in
Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la
temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa
sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder
l'altra sorella, cioè _Barbara_ moglie del _duca Alfonso II_. Siccome
questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò
indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta
di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa
dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26
del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e
di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città,
con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma
sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o
lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè
essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti
tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un
figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte
Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua
ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca
avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei
due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati
nell'acqua.
Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò
nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien
considerato il ricchissimo e vastissimo arsenale di Venezia. Nella
notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia
al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per
errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per
natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno
dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre
altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la
metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra
gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle
Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era
divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di
settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo
non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia
producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera,
non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in
forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della
repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si
faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa
a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse
occorrere. Attendeva intanto l'indefesso _pontefice Pio V_ a mettere
in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in
Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato
ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente
permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu
riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici.
Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma,
il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare,
bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de'
forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu
di corta durata ma che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto
anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono
al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di
sopra del pubblico bene.
Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e
però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai
una furiosa guerra ai cattolici. Il _re Carlo IX_ per questo ricorse
al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno,
perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse
interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da
saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di
accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle
quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli
ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò
inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero
altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze.
Eletto per generale d'essa gente il _conte Sforza_ da Santafiora,
spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in
que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di
Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche
riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne
o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora
generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San
Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza
della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del
progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli
avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie
e nobili d'Italia. Il _duca d'Alva_, in cui, oltre alla naturale
inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia
per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in sua mano, si
teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me
sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo
esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per
renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii
a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse
per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli
stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi,
assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera
d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie
del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi,
cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio
andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a
cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si
ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero
potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano
e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava
il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne
al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute
terminò l'anno presente in quelle parti.
Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice
l'imperador _Massimiliano II_ e il re di Spagna _Filippo II_. Le buone
maniere che sapeva usare l'accorto duca di Firenze _Cosimo I_, l'aveano
renduto sì accetto a _papa Pio V_, ch'egli si potea in certa guisa
chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse,
per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza
decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il
papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio,
dichiarò Cosimo _gran duca di Toscana_, con assegnargli la corona
regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella
pretensione del duca di non riconoscere alcun superiore temporale
nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa
Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi
doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una
manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel
dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua
lettera[467] diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi
di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna;
e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in
quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè
a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo
nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del
papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori
dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi
particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato
in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà
di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria
al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia
di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra
novità coll'aggiugnere alla bolla _In Coena Domini_ la proibizione ai
principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con
iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma
in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti,
perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici
abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta
vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il
re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra.
Anche il duca di Savoia _Emmanuel Filiberto_ restò non poco offeso per
l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida
a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di
pregiudicare ai diritti di principe alcuno.
Grande strepito parimente fece in quest'anno ciò che nel dì 26 di
ottobre accadde al santo cardinale ed arcivescovo di Milano _Carlo
Borromeo_. Tra le tante memorabili azioni sue per riformare l'uno e
l'altro clero di quella città, singolare fu la sua premura di mettere
buon sesto al troppo scorretto e corrotto ordine dei frati umiliati:
ordine nato nei secoli addietro in essa città, e dilatato per la
Lombardia. Congiurarono contra di lui alcuni dei più scellerati, e
un Girolamo Donati, per soprannome il Farina, sacerdote fra essi,
prese l'assunto di liberar da questa chiamata vessazione l'ordine
suo. Aspettò costui che il sacro pastore si trovasse inginocchiato su
uno scabello verso mezz'ora di notte nell'oratorio dell'arcivescovato
dove concorreva alle orazioni la di lui famiglia con altre persone
divote; ed allorchè i musici cantavano queste parole: _Non turbetur
cor vestrum, neque formidet_, dalla porta dell'oratorio, in vicinanza
di quattro braccia, gli sparò un'archibugiata. Il colpi una palla
nel mezzo della schiena, ma non passò il rocchetto, e cadde a terra.
Più d'uno dei quadrelli, onde era carico l'archibugio, penetrò fino
alla cute, e solamente vi lasciò un nero segno. Gli altri quadretti
percossero il muro in faccia, e vi fecero uno squarcio. Si sentì il
santo arcivescovo urtar sì forte da questo colpo, che cadde boccone
sullo scabello, e si tenne per ferito a morte. Pure stette saldo,
finchè fosse terminata l'orazione, dopo la quale si trovò egli sano
e salvo con segno manifesto della mano di Dio, che miracolosamente
il preservò dalla morte. Ebbe tempo il sicario di fuggire e di
nascondersi; ma non si ascose già alla giustizia di Dio, perchè di
lì a qualche tempo scoperto, ebbe il meritato castigo, tuttochè il
buon cardinale facesse il possibile per salvargli la vita. Per tanta
iniquità fu poi totalmente estinto da papa Pio V, nel dì 8 di febbraio
del 1571, l'ordine dei frati Umiliati.