[465] Antichità Estensi, P. II.
Anno di CRISTO MDLXVII. Indizione X.
PIO V papa 2.
MASSIMILIANO II imperadore 4.
Da che si vedeano con dolore i progressi dell'eresia in Francia e
nei Paesi Bassi, attese con diligenza il sommo pontefice _Pio_ a
preservare specialmente l'Italia da quella perniciosa influenza. Sotto
i precedenti papi non avea fatto grande strepito l'inquisizione in
Roma; tornò a farsi sentire il suo vigore, ed anche rigore, sotto
questo zelantissimo papa. E che in Italia non mancassero di quelle
teste, che cominciarono a disapprovar certi usi della Chiesa, anzi
segretamente sostenevano i perversi insegnamenti degli eretici di
questo secolo, non se ne può dubitare. Ha pur troppo anche l'Italia
somministrati eresiarchi agli oltramontani, e si videro persone di gran
distinzione passare talvolta nel campo dei protestanti. Ora alcuni di
costoro patentemente ribellati alla vera Chiesa di Dio furono presi
in varie parti; e il pontefice avendoli ottenuti dal duca di Firenze,
dai signori veneziani, dal governator di Milano e da altri, li fece
condurre a Roma. E guai se ne nascevano sospetti di guasta credenza
nelle persone; ciò bastava per trarli alle carceri. Quindi passò un
salutevol terrore per tutta l'Italia, che mise in briglia i cervelli
forti, o vogliosi di libertà. Lasciossi anche portare il pontefice
dal suo zelo a bandire da Roma tulle le pubbliche meretrici contro
il sentimento del senato romano, che gli rappresentò le peggiori
conseguenze che proverrebbono da siffatto universal divieto, essendoci
dei mali nel mondo che convien tollerare per ischivarne dei maggiori.
La sperienza comprovò questa varietà; e però il papa ordinò che almeno
queste sordide femmine si ritirassero in remoto ed ignobil angolo
della città. Fece anche fabbricare una suntuosa casa o palazzo per li
catecumeni. E ben sotto di lui si convertirono alla fede assaissimi
Giudei ed anche ricchi. Una gran predica diveniva per gli scorretti
la stessa vita santa di questo pontefice. Era già stata, siccome
dicemmo, presa in Ispagna la risoluzione di inviare in Fiandra il _duca
d'Alva_ con buone forze per reprimere i moti di ribellione eccitati in
quelle contrade[466]. E perciocchè tale spedizione non si potea fare
per la Francia, convenne pensare alla via d'Italia. Vennero intanto
ordini a _Gabriello della Cueva duca_ d'Albuquerque e governator di
Milano, ed ai vicerè di Napoli, Sicilia e Sardegna, di unir quante
truppe spagnuole potessero, e di reclutarle ed accrescerle. La massa
delle genti fu fatta fra Alessandria ed Asti; e però il duca d'Alva
imbarcatosi sul principio di maggio con diecisette bandiere di fanti
spagnuoli, arrivò a Genova, e passò a far la rassegna delle raunate
soldatesche. Si trovò avere otto mila ed ottocento fanti spagnuoli ed
italiani, gente veterana e di sperimentato valore, ed inoltre mille e
ducento cavalli tra italiani, spagnuoli ed albanesi. Si unirono poscia
con lui nel viaggio mille Tedeschi ed altri piccioli rinforzi. Ottenuto
il passaggio dal duca di Savoia, condusse quest'armata, pel Moncenisio,
e andò in Borgogna, e di là in Fiandra, dopo aver dato gran gelosia ai
Ginevrini e Franzesi, che per questo si premunirono ai confini.
Molto prima di siffatta spedizione era riuscito alla _duchessa
Margherita_, governatrice de' Paesi Bassi, di rimettere colla forza
all'ubbidienza del re Cattolico le città di Tornai, di Valenciene, di
Mastrich e d'Anversa, dove in addietro essendo prevaluto il partito
dei miscredenti, mossi ed aiutati dagli ugonotti di Francia, avea
commesse di grandi insolenze contra de' cattolici, con prorompere in
aperta ribellione. Castigo non mancò ai medesimi; e questo esempio
sì buon effetto produsse, che tornò la tranquillità per tutte quelle
provincie, e la religione cattolica restò nel suo vigore e quiete
dappertutto. Perciò la duchessa non una, ma più lettere scrisse al
re, rappresentandogli che colla via della soavità si guadagnerebbe
tutto, e che non potrebbe se non nuocere l'inviar colà il duca d'Alva
colla bandiera del terrore; giacchè, cessando il temuto nome della
inquisizione spagnuola, quei popoli protestavano di voler continuare
nel dovuto ossequio verso la Chiesa e verso il re. Ma per mala fortuna,
ancorchè il re Filippo si trovasse assai perplesso, prevalse nel
consiglio suo la presa risoluzione di spedire il duca e l'esercito in
Fiandra, perchè sempre si temeva sopito, ma non estinto il fuoco dei
precedenti tumulti, e venivano ancora dei gagliardi soffii dalla parte
di Roma. Pure è lecito il credere che nulla avrebbe pregiudicato, anzi
con più polso giovato ad assodar la dimostrata ubbidienza dei popoli,
l'arrivo del duca d'Alva colà, se egli coll'amorevolezza e con dolci
maniere avesse trattati quei popoli, e provveduto con prudenza alla
parte guasta dall'eresia, ch'era la minore. Ancor qui bisogna chinar la
fronte davanti agli occulti giudizii di Dio. Il primo passo che fece la
superbia del duca d'Alva, e che intorbidò tutta la pace, rifiorita per
cura della saggia duchessa nelle provincie, fu il trattener prigioni
i conti di Agamonte e di Horno, amendue de' principali signori della
Fiandra. Il principe d'Oranges, più di loro avveduto, s'era con altri,
assai conoscenti dello strambo umore del duca, ritirato in Germania.
Questa risoluzione presa ed eseguita senza parteciparla alla duchessa
reggente, fece abbastanza a lei conoscere di non poter più con suo
decoro fermarsi dove era chi esercitava maggiore autorità della sua.
Però con sue lettere molto circospette supplicò il re fratello di
concederle il congedo; ed ottenutolo, il ringraziò, predicendogli non
di meno che la presente politica del di lui gabinetto arriverebbe a
far acquisto di un grande odio, e una non lieve perdita di potenza nei
Paesi Bassi. Si partì di Fiandra la duchessa Margherita, accompagnata
dalle lagrime di quei popoli, che non cessavano di esaltare la sua
pietà, il saggio suo governo, la sua cortesia e le altre sue belle
doti; e tanto più vedendosi eglino restare sotto il dispettoso e severo
ceffo del duca d'Alva. Tornossene a Parma questa illustre principessa,
ricevuta con solennissimo incontro dal _duca Ottavio_ consorte, e le
furono dal re Cattolico accresciute le rendite dotali, fondate nel
regno di Napoli, fino a quattordici mila scudi per anno. Per onore di
questa principessa ho creduto a me lecito di entrare negli affari di
Fiandra, intorno ai quali altro non soggiugnerò, se non che il borioso
duca d'Alva continuò a far varii altri rigori, esecuzioni e novità,
che servirono di tromba per muovere a sedizione e a guerra dichiarata
quelle provincie, sostenute dal credito e dagl'incitamenti del duca
d'Oranges.
Le turbolenze della Fiandra, nelle quali gran mano teneano gli
ugonotti di Francia, tornarono ad accendere il fumo e la ribellion
di coloro contra del re Cristianissimo. Giunsero fino a tentare di
far prigione il medesimo re con tutta la sua corte, ma non venne lor
fatto. Portarono il terrore sino alle porte di Parigi, s'impadronirono
di Bologna in Piccardia, della Rocella e d'altre piazze, poco avendo
servito a fermare i lor passi una rotta data loro a San Dionigi. In
tali angustie il _re Carlo IX_ ricorse all'aiuto di _Pio V_ ed ai
principi d'Italia. Avrebbe il papa volentieri inviate colà alcune
migliaia di fanti; ma avendo il consiglio del re mostrato abborrimento
ad armi straniere, e bramando piuttosto un soccorso di danari, si
obbligò esso pontefice di somministrar ogni mese venti cinque mila
ducati d'oro, fintantochè durasse la guerra. Il _duca_ non di meno di
_Savoia_, il quale, per quanto s'ha dal Guichenone, fu in pericolo in
quest'anno di esser preso dagli ugonotti di Lione, mentre era alla
caccia nella Bressa, inviò un soccorso al re di Francia di tre mila
pedoni e mille e settecento cavalli, comandati da _don Alfonso d'Este_,
zio del duca di Ferrara, e padre di _don Cesare_, che fu poi duca
di Modena. Dicono che si trovò questa gente alla suddetta battaglia
di San Dionigi. Le storie nostre mettono molto più tardi l'arrivo di
tal soccorso in Francia; e l'Estense solamente al principio dell'anno
seguente si mosse da Ferrara. Continuò ancora nel presente anno la
ribellion dei Corsi alla repubblica di Genova; ma perchè presso Aiazzo
restò ucciso il Sampiero, capo della rivolta, nè Alfonso suo figlio,
tuttochè uomo di gran valore, succedendo a lui ebbe il credito e
seguito del padre, noi vedremo all'anno seguente tornare al loro sito
l'ossa slogate di quell'isola. Il giorno 4 novembre di quest'anno fu
l'ultimo della vita di _Girolamo Priuli_ doge di Venezia, in cui vece,
nel dì 26 d'esso mese, fu alzato a quella dignità _Pietro Loredano_.
Anno di CRISTO MDLXVIII. Indizione XI.
PIO IV papa 3.
MASSIMILIANO II imperadore 5.
Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che
ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno
in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite
persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta
Europa. Non avea _Filippo II re_ di Spagna che un figlio solo, cioè
_don Carlo_, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto
alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai
Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al
loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re
accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera, e fece
tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il
capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto
il padre gridò: _Vostra maestà mi vuol ammazzare_. Gli ordinò il re
di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel
fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si
sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate
le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero
di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche
giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo
le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di
ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la
procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente
col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di
luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri
di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso
mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli
Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per
ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio,
qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva
inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per
questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti)
pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre
a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come
sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per
trarlo alla morte.
Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua
contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di
Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi
egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre,
il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona
principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro.
Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita
per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di
quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte,
che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu
accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo
s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra'
quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri
scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto
come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e
venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro
il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori,
accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen
lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno a _don Giovanni
d'Austria_ suo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don
Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva
corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea
temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si
scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il
consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del
real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della
religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita
sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal
re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.
Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del
volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile
che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza
rivelare giammai al pubblico i motivi dell'imprigionamento del figlio.
Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di
cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra
del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione.
Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì
importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove
in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli
stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre
prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste
e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore
paterno all'interesse dello Stato. Anche lo _czar_ Pietro imperadore
della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni
nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso
unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua
informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo
dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi
dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non
tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire
contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non
dell'altro.
Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re
l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè
chiamare il _duca d'Alva_, senza mai far caso dei consigli della
_duchessa Margherita_ sua sorella, e delle preghiere di _Massimiliano
II imperadore_, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà,
non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si
sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne'
Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco
decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori,
che pur protestavano di nulla avere operato contro il re Filippo, e
coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che
fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di
quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone,
dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche
di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e
ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e
rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla
vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia,
non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie
il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra
il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì
fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e
nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo
con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti
i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè il
_pontefice Pio V_, riguardando in lui un gran difensor della fede,
gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in
Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali
angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che
non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con
essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non
meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come
soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno
la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare
Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli
in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse
una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente
lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: gli
furono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli
passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti
guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò,
e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno
che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente
nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fra _Alfonso
duca_ di Ferrara, e _Cosimo duca_ di Firenze. Gran dibattimento
intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al
primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia
a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella
corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defunto
_don Carlo_ principe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere
questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra
via _papa Pio V_ si studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome
diremo all'anno che seguita.