NOTE:

[464] Antichità Estensi, P. II.

Anno di CRISTO MDLXI. Indizione IV.

PIO IV papa 3.

FERDINANDO I imperadore 4.

Aveano le guerre de' precedenti anni fatto cessare il concilio generale

di Trento. Allorchè parea colla tregua dei principi cristiani tornato

il tempo di riaprirlo, _Paolo IV_ mostrò qualche velleità di accudire

a questo importantissimo affare, ma con volere esso concilio in Roma

nella chiesa lateranense: il che veniva a finire in non volerlo,

stante l'esigere i più de' principi cattolici un luogo libero e fuori

dello Stato ecclesiastico per quella sacra assemblea. Sopravvennero

poi le brighe d'esso papa Paolo con gli Spagnuoli, nè più si parlò,

vivente esso pontefice, di rimettere in piedi il concilio. Seriamente,

all'incontro, vi pensò, appena eletto papa, lo zelante _Pio IV_; e però

nel precedente anno si affaticò non poco, parte con efficaci lettere,

e parte per mezzo de' suoi ministri per riunir gli animi de' potentati

cattolici, affinchè concorressero coi lor prelati al compimento di

opera tanto necessaria alla Chiesa di Dio. Trovò egli concordi in

questo desiderio i principi, ma discordi nella determinazione del

luogo, proponendo essi altre città invece di Trento. Il papa sempre

insistendo di rinovare il concilio in quella città, dove era nato,

finalmente nel dì 29 di novembre dell'anno precedente con sua bolla

ne intimò il riaprimento in essa città di Trento, da farsi nel

solenne giorno di Pasqua del presente anno. Dopo aver dunque nel dì

26 di febbraio di quest'anno fatta la promozione al cardinalato di

alcuni degnissimi personaggi, e specialmente di _Stanislao Osio_ e

di _Girolamo Seripando_, nel dì 10 di marzo destinò cinque legati che

dovessero presiedere al consiglio. Ma perchè insorsero nuovi motivi di

ritardo, e con troppa lentezza comparivano a Trento i vescovi; però fu

necessario il differir sino all'anno seguente la prima sessione.

Più che mai continuarono i corsari africani ad insolentire contro

le marine d'Italia in quest'anno. Uscito da Tripoli Dragut colle

sue galeotte, avendo per ispia inteso che sette galee fabbricate in

Sicilia, e cariche di molte merci, aveano da passare a Napoli, si

mise in aguato a Lipari, e gli venne fatto di prenderle. Grosso fu il

bottino di robe e di persone fra le quali si contarono due vescovi

siciliani che andavano al concilio, e molti nobili, de' quali, chi

potè, con esorbitanti taglie si riscattò. Scorsero dipoi que' Barbari

per le riviere del mar Tirreno, lasciando dappertutto memorie della

lor crudeltà, e menando via gran quantità di schiavi cristiani. A

cagion di questi terribili insulti papa Pio IV, attento al bene de'

suoi sudditi, determinò di rifare in certa maniera la città Leonina,

acciocchè in caso di bisogno avessero i pontefici colla lor corte e

prelatura un luogo di salvezza. Cioè determinò di mettere Borgo in

fortezza, chiudendo in esso sito castello Sant'Angelo, la basilica

vaticana e il palazzo pontificio, con tanto spazio, che, in occasion

di difesa, vi si potessero formare squadroni di soldati colle loro

ritirate. Nel dì 8 di maggio andò lo stesso pontefice con solenne

accompagnamento di tutti i cardinali, prelati e nobiltà a mettere

la prima pietra con varie medaglie d'oro e d'argento. Avea dianzi

nel dì 19 d'aprile creato capitano generale della Chiesa il _conte

Federigo Borromeo_ suo nipote, affinchè secondo le occorrenze fosse

pronto alla difesa contro i nemici del nome cristiano. Nè ciò bastando

all'indefesso suo genio pel pubblico bene, ordinò che si riducessero

in miglior forma le fortificazioni de' porti di Civitavecchia e di

Ancona, sicchè potessero resistere alle violenze inaspettate de' Turchi

e de' corsari di Barberia, che ogni dì più diventavano rigogliosi,

ed accrescevano il numero delle lor vele. Attese ancora il buon papa

ad aggiugnere ornamenti alla per altro bellissima città di Roma, con

tirare una nobile strada da Montecavallo sino alle mura di Roma diritto

ad una porta, di belle fortezze fabbricata d'ordine suo, ed appellata

porta Pia. Rimodernò eziandio la porta del Popolo con bei travertini e

colonne; e nel palazzo vaticano e in Belvedere fece altre fabbriche, e

fra queste si contarono due gran conserve d'acque verso levante, e un

magnifico cortile con iscalinate da due bande ed ornamenti di singolar

bellezza, e un corridore e un fonte nel bosco d'esso Belvedere.

Fece anche finire di stucchi e pitture la bella sala cominciata da

_Paolo III_, appellata la sala dei re, ornando la loggia superiore

del palazzo con figure, e con farvi dipignere la cosmografia in bei

quadri. Sollecitò ancora la fabbrica del suntuoso tempio di San Pietro,

cominciata da _papa Giulio II_, e nella basilica lateranense fece far

sotto il tetto il soffitto, con parimente applicarsi a tirare in Roma

per via di condotti l'acqua di Salone, ossia l'acqua Vergine. Queste

erano le applicazioni del pontefice, che sommamente rallegravano il

popolo romano, non omettendo egli intanto ogni diligenza pel bene della

religione e della Chiesa.

Godevano in questi tempi gl'Italiani il saporito frutto della pace,

loro inviata da Dio dopo il flagello di tante desolatrici guerre.

Regnava specialmente l'allegria nella corte e città di Ferrara, dove

_Alfonso II duca_ nel dì 2 di marzo diede al suo popolo e alla copiosa

foresteria, che vi intervenne, un mirabil divertimento con un torneo sì

magnifico e d'invenzione sì rara, chiamato il Castello di Gorgoferusa,

ed onorato dalla presenza di _Guglielmo duca_ di Mantova, che riscosse

l'ammirazion d'ognuno. E perciocchè nella promozion suddetta, fatta

dal papa nel dì 26 di febbraio, anche a _don Luigi di Este_, fratello

del duca e vescovo di Ferrara, fu conferita la sacra porpora, si tenne

corte bandita per tre giorni in quella città, e poscia nel dì 27 di

marzo fu ivi dato anche un altro più suntuoso spettacolo, intitolato

il Monte di Feronia, a cui intervenne _Francesco de Medici_ principe

di Firenze. Sì vaghe furono le invenzioni di que' pubblici giuochi,

sì grande la magnificenza degli abiti, del corteggio, e tale la

copia degli strumenti musicali o guerrieri e delle macchine, e le

decorazioni del campo, che di sommo piacere e stupore restò presa tutta

la gran folla degli spettatori, e ne corse la fama per tutta Italia.

Veggonsi cotali feste descritte e date alle stampe. Ma si cangiò

presto l'allegria in duolo, perciocchè nel dì 21 d'aprile fu rapita

dalla morte _Lucrezia de Medici duchessa_ di Ferrara, figlia del _duca

Cosimo_. Nè molto si stette a vedere risorgere la lite di precedenza

fra essi duchi di Ferrara e di Firenze, la qual durò poi anni parecchi.

Era tornato, siccome dicemmo, a' suoi Stati _Emmanuel Filiberto duca_

di Savoia, e siccome si avvicinava il tempo che gli doveano essere

restituite dai Franzesi le città di Torino, Pinerolo, ed altre restate

in loro mani, fece istanza perchè esaminassero le pretensioni del re

Cristianissimo contro la casa di Savoia. Furono sopra ciò tenute varie

conferenze dai ministri dell'una e dell'altra corte tanto nell'anno

precedente, che nel presente, senza apparire che alcuna delle parti

cedesse. Misero ancora i Franzesi in campo la difficoltà di rendere

quelle piazze al duca, per non essere il re loro in età legittima;

e il parlamento di Parigi eccitava anch'esso dubbii maggiori. Seguì

poi, siccome diremo, lo scioglimento di queste controversie nell'anno

seguente. Ardeva intanto, per le discordie e guerre fra i cattolici

ed ugonotti, tutta la Francia, le cui sciagure chiunque brama di

intendere, ha da ricorrere agli storici particolari di quel regno,

e specialmente al nostro Davila. Riuscì quest'anno dannoso a Napoli

e Sicilia, non solo per le prede ivi fatte dai corsari africani, ma

ancora per varii tremuoti che atterrarono gran copia di fabbriche

colla morte di più centinaia di persone. Le istanze fatte al tribunale

cesareo da _Alfonso marchese del Carretto_ contra de' Genovesi, che gli

aveano occupato il marchesato del Finale, produssero una sentenza, per

cui furono essi condannati alla restituzion dello spoglio coi frutti,

danni e spese della lite. I Genovesi, che trovavano molto comodo ai

loro interessi il possesso del Finale, maltrattarono non solo il messo

che andò ad intimar loro quella sentenza, ma anche un feciale che fu

poi spedito dall'_Augusto Ferdinando_, per denunziar loro il bando

dell'Imperio, se senza dilazione non restituivano il marchesato, colla

piena esecuzion della sentenza. Ciò che ne avvenisse, si dirà all'anno

1563.

Anno di CRISTO MDLXII. Indizione V.

PIO IV papa 4.

FERDINANDO I imperadore 5.

Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di

gennaio si riassunse in Trento il concilio generale, e si celebrò la

prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli

anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque

cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel di

_Lorena_ e il _Madruccio_, tre patriarchi, venticinque arcivescovi,

centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi,

e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi

v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore,

del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia,

Venezia, e d'altri duchi e principi. _Guglielmo duca_ di Mantova vi fu

nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni

si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa.

Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio,

che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice

d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici

dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a Roma _Abdisù

patriarca_ de' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al

romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati

dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col

promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e

vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo

patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa

romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale

è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento

di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò

contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener

i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto

i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro

il _re Carlo IX_ dagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con

ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancarono il papa

ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico

esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi

non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani.

Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo

dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in

parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente

anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la

medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico

e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti

mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e

dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio,

che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di

declamar cotanto contra di noi.

Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni

altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare

infine le lor pretensioni in favore di _Emmanuel Filiberto duca_

di Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro

poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico,

ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè

si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di

rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che

il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della

Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua

maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io

tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire,

o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava

troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni

non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da'

Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'anno si vide rimesso il duca

in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì

d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro

avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa casa di Savoia

era stato l'avere la _duchessa Margherita_ nel dì 12 di gennaio di

quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome di

_Carlo Emmanuele_, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno,

che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi

antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici,

anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita,

essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse

pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre

e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità

epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior

parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città,

e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono

di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del

Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri

di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora

gradatamente di città in città.

Ora il _duca Cosimo_, che in tutte le guise si studiava di far

comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna,

mandò in quest'anno con pomposo accompagnamento _don Francesco_ suo

primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte

a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion

della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato il

_cardinale Giovanni_ di età di diecinove anni, e _don Garzia_ di minore

età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa

indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti

dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loro

questi due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale,

senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente

portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo

autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello

estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle

furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise,

facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se

questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla

perdita di così cari germogli, _donna Leonora di Toledo_ lor madre,

e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni:

donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento,

contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo

della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e

il pontefice _Pio IV_, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno

6 di gennaio dell'anno seguente, _Ferdinando_ altro di lui figliuolo,

tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza

affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore

ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè al _conte Federigo_

e al _cardinal Carlo_, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad

istanza del re Cattolico, avea il papa restituito a _Marcantonio

Colonna_ tutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in

tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei

suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere

in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia

ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli

anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella

della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra

pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra

l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigo

da quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la

carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati

in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì

la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente

mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'_imperador

Ferdinando_ a stabilire il figlio _Massimiliano_ nella succession de'

regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia

nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì

25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi

solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a

lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati

i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento,

che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le

precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci

della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire

a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno

regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in

lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i

notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno

al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di

Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero,

e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i

titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la

vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati,

erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre

più glorioso il di lui pontificato.

Anno di CRISTO MDLXIII. Indizione VI.

PIO IV papa 5.

FERDINANDO I imperadore 6.

Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero

in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore

spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche

inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere

dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo

restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte di _Ercole

cardinal Gonzaga_, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese il

_cardinal Girolamo Seripando_. Erano amendue legati _a latere_ del

papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di

un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due

altri insigni porporati, cioè _Giovanni Morone_ Milanese, che vedemmo

sì maltrattato da papa Paolo IV, e _Bernardo Navagero_ Veneziano.

Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e

dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il

concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma

egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento

erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri

motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di

terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli

Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso

il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di

sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza,

che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che

si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a

goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con

indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavano a

farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre

il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più

dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti

gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera

Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti

alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono,

tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero,

e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di

sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello

in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di

tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per

gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto

questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu

solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per

quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici.

Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella

cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi

affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente

diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare del _cardinal Carlo

Borromeo_, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a

benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda

impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con

severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso

concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè

avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima

di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri

contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che

poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella

clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E

certamente questo ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia

cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di

Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.

In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia

dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais,

fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e

gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel

porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato

capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria

e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut

per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato

ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso

della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea

Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè

l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier

ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò,

e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì

a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del

Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò

erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri

di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle

terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle

civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli

inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valoroso

_duca di Guisa_, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè

il _re Filippo II_ non poteva aver successione dalla nuova sua moglie,

sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento

dell'unico suo figlio _don Carlo_, giovane di cervello torbido, egli

desiderò che _Massimiliano II re_ de' Romani suo cugino inviasse alla

corte di Madrid i di lui due figli _Ridolfo_ ed _Ernesto_ arciduchi,

acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno

potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna.

Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e

andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti

onori.

Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un

regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna.

Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità,

pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si

lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dal _duca

di Sessa_ governatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione

si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati

dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore

di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti

ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a

piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere

buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come

in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e

discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono

una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una

sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro

per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore,

veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor

movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e

al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili

sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel

popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria

inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene

della religione. Erasi da qualche tempo costituito capo di banditi

nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la

feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo

di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli

tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le

ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì

il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di

Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi

dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio

Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare

e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno

dalla corte di Madrid a Firenze _don Francesco_ primogenito del

_duca Cosimo_. Irritato l'_imperador Ferdinando_ dello sprezzo fin

qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale,

pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica,

la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi

le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 il _duca d'Albuquerque_

governator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale,

terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dal _marchese Andrea Sforza_,

ultimo di quella linea, al _re Filippo II_, il cui successore _Filippo

III_ nell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'_imperadore Mattias_.

Anno di CRISTO MDLXIV. Indizione VII.

PIO IV papa 6.

MASSIMILIANO II imperad. 1.

Non tardò il pontefice _Pio IV_ a far conoscere il suo zelo per

l'esecuzione dei decreti del concilio di Trento. Gravissimi disordini

erano proceduti in addietro dall'assenza de' vescovi dalle loro

diocesi, e s'era anche disputato forte in esso concilio se la residenza

de' pastori fosse di gius divino, con riconoscerne almeno la somma

importanza. Molti di essi vescovi se ne stavano in Roma impiegati in

varii uffizii, ed assaissimi altri nelle corti dei principi, intenti ai

proprii vantaggi, e poco o nulla a quel delle lor chiese. Costrinse il

papa gli abitanti in Roma a tornarsene alle lor greggie; e chi avea più

d'un vescovato, fu obbligato a contentarsi d'un solo: dal che seguì una

gran mutazione in Roma. Cominciossi ancora a procedere con posatezza

nell'elezione de' vescovi, scegliendosi que' soli che aveano per sè

la raccomandazion de' buoni costumi e del sapere: tutte provvisioni

che riaccesero fra' popoli l'ardore della religione, e fecero a poco

a poco cessare la depravazion de' costumi non solo nel clero, ma

anche ne' secolari. Al che parimente non poco contribuirono colle

lor fatiche ed esempli i nuovi ordini religiosi dei Teatini, Gesuiti,

e la congregazion dello Oratorio di San Filippo Neri, che in questi

tempi cominciò a fiorire. E perciocchè nel concilio suddetto era stata

decretata l'erezion de' seminarii de' cherici, il pontefice ordinò la

fabbrica del seminario romano che riuscì ben riguardevole, e ne diede

poi la cura ai padri della compagnia di Gesù. Donò anche generosamente

alla repubblica di Venezia il palazzo di San Marco, già fabricato

in Roma da _papa Paolo II_. Ma una disgustosissima briga tormentò

in quest'anno esso pontefice; imperciocchè, nata nel precedente una

gravissima gara fra i ministri di Francia e Spagna a cagion della

precedenza, per cui anche nel concilio di Trento s'era caldamente

disputato, il papa non osava decidere, conoscendo inevitabil cosa che

la decisione si tirerebbe dietro la nimicizia di chi restava al di

sotto, laddove egli desiderava di star bene con tutti. Furono perciò

presi varii spedienti, ma niun d'essi piacendo alla corte di Francia,

anzi facendo il re Cristianissimo aspre doglianze e minaccie, papa Pio

al riflettere che in tempi tanto pericolosi, ne' quali avea tanta forza

ed anche fortuna in Francia il partito de' calvinisti, non conveniva

esacerbar quella corona: si dichiarò in favore dell'ambasciator

franzese. E tanto più prese animo a far questo passo, perchè l'aveano

prevenuto i Veneziani, e si dovea sperare che il piissimo animo di

_Filippo II_, considerate le circostanze presenti, troverebbe non

ingiusto il procedere della corte di Roma, siccome infatti avvenne.

Giunse in quest'anno a morte nel dì 25 di luglio dopo lunga malattia

_Ferdinando I imperatore_, principe sommamente pio, e lodatissimo per

le sue gloriose azioni. Ebbe per successore nella augustal dignità

_Massimiliano II_ suo figlio, già re de' Romani, d'Ungheria e Boemia,

a cui tosto con rompere la tregua precedente, mosse guerra il vaivoda

di Transilvania, assistito da' Turchi. Grande armamento di galee

e navi fatto fu nel presente anno per ordine del re Cattolico in

Napoli, Sicilia e Genova. Come una spina negli occhi stava ad esso re

il Pegnon, cioè il sasso di Velez, scoglio altissimo nelle coste di

Barberia, verso lo stretto di Gibilterra, su cui stando alla vedetta i

corsari africani, e scoprendo da lungi i legni cristiani che uscivano

de' porti di Spagna, o altrimenti veleggiavano pel Mediterraneo, erano

pronti colle loro fuste e galeotte per volare ad assalirli e predarli.

Dato fu il comando di quella flotta a _don Garzia di Toledo_, figlio

del fu vicerè di Napoli. Vi concorsero la galee di Malta, di Firenze,

di Savoia, di Portogallo, talchè l'armata arrivò ad ottantasette galee,

oltre a una gran quantità di legni da carico, galeotte ed altre vele

minori. Sul fine d'agosto giunse al suddetto Pegnone questo potente

sforzo de' cristiani, e in poco tempo s'insignorì di quel posto,

dove poi furono lasciati di presidio ottocento fanti. Fece nel mese

di giugno del presente anno una rara risoluzione _Cosimo duca di

Firenze_. Alcuni incomodi di sanità aveva egli patito, e però sì per

proprio sollievo, come per addestrare il principe _don Francesco_

suo primogenito al maneggio degli affari, cedette a lui il governo

degli Stati. Era allora il principe in età di ventiquattro anni, e la

prudenza ed attività sua l'aveano già fatto conoscere per abilissimo

a questo peso. Riservò a sè Cosimo il titolo e la dignità ducale, e

da lì innanzi si ridusse come ad una vita privata, prendendo diletto

delle ville e de' luoghi solitarii. Gran ribellione intanto bolliva in

Corsica, dove que' popoli si mostravano mal soddisfatti del governo de'

Genovesi, come ancora è avvenuto, e più strepitosamente, di nuovo a' dì

nostri. Capo dei ribelli era un Sampiero, uomo fiero di quella nazione,

il quale ancorchè avesse messo in rotta tre mila soldati genovesi

spediti contro di lui, pure perchè gli mancavano le forze da tentar

cose maggiori da per sè, fece almeno quanto potè per muovere qualche

principe che assumesse l'acquisto di quell'isola, ma senza trovarne

alcuno. Tanto innanzi andò quell'izza, che protestarono que' sollevati

di volersi piuttosto dare a' Turchi, che tornare all'ubbidienza

della repubblica di Genova: precipitoso consiglio che si è fatto

udire anche ne' tempi nostri. In mano d'essi Genovesi restavano le

principali fortezze, e riuscì loro di ripigliar Portovecchio coll'aiuto

dell'armata spagnuola che ritornava dalla conquista del Pegnone.

Anno di CRISTO MDLXV. Indizione VIII.

PIO IV papa 7.

MASSIMILIANO II imperad. 2.

Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno

scoperta una congiura contra del pontefice _Pio IV_, il quale mansueto

e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè

certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a

lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio

del fu _cardinale Accolti_, ed in essa concorsero il conte Antonio

Canossa, Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio

ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti

apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse

ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le

fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici

suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire

un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto

il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare

di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di

Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città

dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio

l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si

prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla

di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere.

Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice

l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore,

nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per

salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono

presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di

trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda

azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di

aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano

essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati

per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra

i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il

cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in

uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno

il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia

di cento archibusieri. Confermò parimente l'ordine da lui fatto nel

1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè

degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio

a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di

procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di

quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di

marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di

gran merito, e contossi fra esse _Ugo Boncompagno_ vescovo di Bologna,

che fu poi Gregorio XIII.

Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia

vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto

tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre

i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii;

però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui

chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento,

perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono

centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e

d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro

la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di

mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi

con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati.

Certificati intanto del barbarico disegno _don Garzia di Toledo_ vicerè

di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieri _Giovanni

Valletta_, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole

per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola

comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti

cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor

destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per

difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori,

cioè cinquecentonovanta cavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e

cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli.

Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria

il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i

due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono

loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut

rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno

restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto

alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza

di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a

rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più

di mille uomini da guerra.

All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con

quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò

nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli

assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella

fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le

mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo

tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso

soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre

alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti,

con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia

a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a

riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar

le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli.

La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di

Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le

sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen

venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità.

De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti,

fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri,

che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni,

lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio

gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura

perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale

maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la

città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì

sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più

forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe

turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio,

altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancò _papa

Pio IV_ di somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente

bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver

cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col

tempo perdè il governo della Sicilia.

Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio

dell'arciduchessa _Barbara d'Austria_, figlia di _Ferdinando I

imperadore_, con _Alfonso II duca_ di Ferrara, e dell'arciduchessa

_Giovanna_ di lei sorella minore con _don Francesco de Medici_ principe

di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte

del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca

di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania,

per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie.

Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e

ricevette singolari finezze dal novello _imperador Massimiliano II_,

e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si

diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e

nel dì 20 di novembre inviò a Trento il _cardinale Luigi d'Este_ suo

fratello accompagnato dal _cardinal di Correggio_ e da una comitiva

nobilissima, a sposare l'arciduchessa in suo nome. Insorsero ivi

dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe

di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti

a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la

preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca

Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre

duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santo _cardinale

Carlo Borromeo_, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar

quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun

d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo

con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse

negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente

eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre,

in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente

ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto

mese data esecuzione ad un torneo, intitolato _il tempio d'amore_,

che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza

dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia

degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri

merita d'essere mentovato _Guglielmo duca_ di Mantova con _Leonora

d'Austria_ sua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era

allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti

cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi

ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di

cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture,

furono magnificamente celebrate le sue nozze.

Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato

allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di

portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di

tener ivi il primo suo concilio provinciale; e cotanto tempestò lo zio

pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne

licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto

con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il

concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei;

poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara

la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di

Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di

grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso

Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime

plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente

durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè

si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii

allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio

per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i

processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di

varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il

conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e

fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite

al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che

non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose

odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che

questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od

innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari;

ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa

dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche,

all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato

della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di

Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello

Santo Angelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando

che si chiamasse _Città Pia_ ad esempio di _papa Leone IV_ che fabbricò

la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il

palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in

esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene

all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle

lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di

lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto

credito, chiamato per questo a Roma.

Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad

illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse

convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria

quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle

lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di

quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu

in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena

arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della

disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente

andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita,

e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinali

_Sirletto_ e _Paleotto_. Morì papa _Pio IV_ nel dì 9 di dicembre, come

s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte,

altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono

difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono

in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la

memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento;

per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e

l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di

gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato da

ogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di

Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria,

che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e

giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi

rivoltato il popolo di Casale contra di _Guglielmo duca_ di Mantova

lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi

semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere

perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi

fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli

una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla

sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre

di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze

di _Alessandro Farnese_, figlio di _Ottavio duca di Parma_, con _donna

Maria_ figlia di _Odoardo_, fratello di _Giovanni re _di Portogallo, la

quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava

allora esso principe colla _duchessa Margherita_ sua madre governatrice

dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti

non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori

si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome

accenneremo all'anno seguente.

Anno di CRISTO MDLXVI. Indizione IX.

PIO V papa 1.

MASSIMILIANO II imperad. 3.

Sul principio di quest'anno, cioè nel dì 7 di gennaio, fu posto

nella cattedra di San Pietro uno de' più riguardevoli pontefici della

Chiesa di Dio, per opera spezialmente del piissimo _cardinal Carlo

Borromeo_, a cui aderiva il grosso partito de' cardinali creati da

Pio IV suo zio. Questi veramente sulle prime inclinava co' suoi voti a

promuovere il degnissimo _cardinal Morone_ milanese. Ma nel dissuase

il _cardinal Michele Ghislieri_, chiamato il cardinale Alessandrino,

per essere stato il Morone carcerato sotto _papa Paolo IV_ per sospetti

di religione, quasichè non avesse bastato a pienamente dileguarli

una chiara sentenza dell'innocenza di lui sotto il pontefice Pio

IV, e l'esser egli stato capo del concilio di Trento. Si rivolsero

dunque gli occhi d'esso Cardinal Borromeo ai cardinali _Sirteto,

Boncompagno_, ed altri degni suggetti. Ma incontrandosi in cadaun

d'essi qualche ostacolo, fissò finalmente i pensieri nel medesimo

cardinale alessandrino; e tuttochè da più d'uno gli fosse rappresentato

non convenire nè a lui nè alle creature di Pio IV l'innalzamento di

chi riconosceva per suo promotore Paolo IV Caraffa, ed avea poco goduto

della grazia dello stesso Pio IV; oltre all'essere in concetto d'uomo

troppo rigido e severo; pure il Borromeo, assai conoscendo la somma

pietà e l'integrità della vita dell'Alessandrino, e che il suo zelo non

andava scompagnato dalla prudenza e clemenza, volle anteporre ad ogni

privato suo riguardo il bene della Chiesa di Dio con accelerare la di

lui elezione: esempio, il quale volesse Dio che stesse sempre davanti

a chiunque deve entrare nel sacro conclave. Era nato il cardinale

Ghislieri nell'anno 1505 nel Bosco, terra dell'Alessandrino, diocesi

di Tortona, di bassa famiglia. Allorchè egli fu poi salito tant'alto,

l'antica e nobil famiglia de' Ghislieri Bolognesi si recò ad onore di

riconoscerlo di sua schiatta, vero o falso che fosse che un de' loro

antenati nelle guerre civili avesse piantata casa nel Bosco. In età

di quindici anni entrò nell'ordine religioso di San Domenico, in cui

riuscì insigne teologo, fu inquisitore in varii luoghi, poi vescovo

di Nepi e Sutri, e finalmente promosso alla sacra porpora nell'anno

1557 da papa Paolo IV che poi il deputò capo della sacra inquisizione

in Roma. Era egli, siccome esente da ogni ambizione, ben lontano dal

desiderio, non che dalla speranza di dover reggere come sommo visibil

pastore la Chiesa di Dio, quando contro l'espettazion d'ognuno egli

dai cardinali Farnese e Borromeo fu proposto e concordemente eletto

pontefice, e prese il nome di _Pio V_ per compiacere il Borromeo. Cosa

curiosa si racconta, di cui non mi fo mallevadore: cioè, che, passando

per la terra del Bosco un corriere portante in Francia la nuova della

di lui elezione, senza che egli sapesse che quella era la patria del

papa, il suo cavallo si fermò nella piazza d'essa terra, nè sperone o

battitura bastò a rimetterlo in cammino. Accorse gente in aiuto del

corriere, e saputo da lui il motivo della sua fretta, vennero anche

ricavando l'esaltazione del loro compatriota: il che fatto, il cavallo,

senza farsi più pregare, tornò al suo galoppo. Grande allegrezza che fu

in quel popolo.

Non accolsero già con pari giubilo i Romani l'esaltazion di questo

pontefice, temendo di veder risorgere in lui l'odiato Paolo IV, perchè

conosciuto per uomo severo e collerico, tutto che presto passasse la

collera sua, e zelante al maggior segno della sacra inquisizione. Di

queste voci informato il buon Pio, ebbe a dire: _Confidiamo in Dio di

aver da operare in maniera che ai Romani dispiacerà più la nostra morte

che la nostra elezione_. Infatti diede egli principio alle sue lodevoli

azioni colla liberalità, donando ai cardinali poveri venti mila scudi

d'oro, e dieci mila ai conclavisti. Pagò inoltre, secondo che avea

desiderato pria di morire _Pio IV_, cinquanta mila scudi di dote

al conte Altemps, che avea presa in moglie una sorella del cardinal

Borromeo. Nel primo concistoro, dopo avere ringraziati i cardinali

per averlo innalzato a sì sublime grado, li pregò del loro aiuto e

consiglio per rimettere in buon tuono la Chiesa di Dio, onoratamente

riconoscendo che tante eresie e disastri sopravvenuti alla religion

cattolica altra origine non aveano avuto che dalla mala vita e dai

cattivi esempli dell'uno e dell'altro clero. Il perchè scongiurava

ognuno di dar da lì innanzi buon odore, e di aiutarlo affinchè fossero

ridotte in pratica le belle ordinanze del concilio di Trento. Poscia

nel dì 6 di marzo per le tante batterie di varii porporati s'indusse

a conferir la sacra porpora a fra _Michele Bonelli_ suo pronipote per

sorella, ed anche esso dell'ordine de' Predicatori, il quale per le

molte sue virtù grande onore dipoi recò alla dignità cardinalizia.

Applicossi dipoi con sommo fervore il santo pontefice a riformar la

propria corte, gli abusi di Roma e corruttele della cristianità:

intorno a che è da vedere la di lui Vita. All'infelice _regina di

Scozia Maria_, agitata dalle fiere turbolenze del suo regno, inviò in

dono venti mila scudi d'oro. La sua gratitudine verso di _papa Paolo

IV_ suo promotore cagion fu ch'egli, siccome accennammo, fatto rivedere

il processo formato contra del fu _cardinal Carlo Caraffa_, e contra il

già _conte di Montorio_ suo fratello, e trovatolo difettoso, restituì

almeno alla lor memoria e nobil casa ogni onore e fama, ancorchè

paresse a taluno che lo scaricare i nipoti di Paolo IV tornasse in

qualche aggravio o dello stesso pontefice loro zio, o di papa Pio IV

che gli avea fatti condannare. Da una grave epidemia restò afflitto in

questo anno il popolo romano. A tutti i poveri infermi somministrò il

pontefice limosine, medici e medicine. Riscattò con pochi danari dalle

mani de' corsari un suo nipote, per tale non riconosciuto da essi; e

fattolo comparire in Roma con gli abiti da schiavo, gli donò un cavallo

e un uffizio che annualmente fruttava cento scudi. Con questo lieve

regalo il rimandò a casa sua. Così operava il santo pontefice, troppo

alieno dal nepotismo.

Ma in quest'anno moltiplicarono i mali sopra la terra. Perciocchè il

tuttavia vegeto gran signore dei Turchi Solimano, sempre sovvenendosi

con rabbia dello scorno ricevuto da' cristiani nel vano assedio di

Malta, e sempre ingordo di nuove conquiste, si diede a fare un più

formidabile armamento non solo per mare, ma anche per terra. Dove

avesse a piombare il suo sdegno, non si potea ben prevedere. Erano

certamente in pericolo Malta e la Ungheria. Perciò il _gran mastro

Valletta_ fece gagliarde istanze di soccorso al papa e al re di Spagna,

che non mancarono di preparar gente e navi, e di spedir grosse somme

di danaro per difesa di quella importante isola. In tale strettezza di

tempo fece egli quante fortificazioni mai potè nella lingua di terra

dove dianzi era la smantellata fortezza di Sant'Ermo, dando principio

alla città poi denominata Valletta, e si premunì in maniera che nulla

paventò da lì innanzi le minaccie e i vanti degl'infedeli. Vennesi

poscia a scoprire tali non essere le forze in mare de' Turchi, per lo

gravissimo danno da lor patito nel precedente anno sotto di Malta, che

potessero tentar di nuovo un osso sì duro. Contuttociò unirono coloro

una flotta di ottanta galee (Andrea Morosino la fa di circa cento

quaranta) sotto il comando del bassà Pialy, e la lor prima impresa

fu di sottomettere all'impero ottomano l'isola riguardevole di Scio,

ricca per la produzion del mastice, la quale, ducento anni prima presa

dai Genovesi, si governava a guisa di repubblica colla superiorità de'

Giustiniani nobili di Genova, e colla permissione della porta ottomana,

a cui pagavano ogni anno un tributo di dieci mila ducati d'oro.

Proditoriamente fu occupata quella città, abbattute varie chiese,

alzata ivi una moschea con incredibil dolore de' poveri cristiani.

Giunse dipoi la flotta turchesca nell'Adriatico. Tentò in vano Pescara

e l'isole di Tremiti; ma al loro furore soggiacquero nella costa di

Puglia e dell'Abbruzzo Ortona, Francavilla, Ripa di Chieti, il Vasto,

San Vito, la Serra Capriola, Termole ed altre terre, per lo spazio di

cento miglia, che rimasero saccheggiate e date alle fiamme, con fare

schiavo chiunque si trovò pigro a fuggire. Fu spedito dal papa il _duca

di Bracciano_ alla difesa della Marca con quattro mila fanti pagati.

I Veneziani frettolosamente corredarono e spinsero in mare cinquanta

galee ben fornite di gente. Circa ottanta altre ne mise insieme _don

Garzia di Toledo_ vicerè di Sicilia. Verisimilmente l'avviso di tali

armamenti quel fu, che indusse Pialy a tornarsene in Levante, lasciando

liberi da ogni timore i Maltesi. Licenziate dipoi dal vicerè di Sicilia

le galee di Spagna, Genova e Firenze, molte d'esse capitarono in mano

de' corsari algerini, siccome ancora due navi con ricchissimo carico

procedenti dall'America, per le quali prede immensi danni patì la

repubblica cristiana.

Il pericolo maggior nondimeno, che soprastava ai cristiani, era in

Ungheria, sapendosi che Solimano aveva allestito un potentissimo

esercito da terra. _Massimiliano II Augusto_, che vedea in aria il

nero temporale, intimò una dieta generale in Augusta, chiamando colà i

principi tutti della Germania ed Italia. A questa fu dato principio nel

dì 26 di marzo; e perciocchè si temeva che i protestanti, prevalendosi

nel bisogno di Cesare, fossero per trattar ivi di religione, sollecito

fu _papa Pio_ a far venire colà da Polonia il celebre _cardinal

Commendone_ legato, il quale sì saggiamente dispose le cose, che niuna

novità si fece ivi in riguardo alla religione; e però il papa mandò a

Cesare di presente sessanta mila scudi colla promessa d'altri cinquanta

mila l'anno, finchè durava la guerra col Turco. Intervennero ad essa

dieta _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia, che promise e mandò dipoi

quattro o cinquecento cavalli archibugieri in aiuto dell'imperadore;

e _Guglielmo duca_ di Mantova, che s'impegnò di contribuir buona

somma di danaro. Gli altri principi di Germania, chi più, chi meno,

esibirono soccorsi, e in universale fu risoluto di mettere in piedi

un'armata di quaranta mila fanti e di otto mila cavalli. Promise in

oltre il principe di Firenze tre mila fanti e gran somma di danaro.

Ma superò l'aspettazion d'ognuno _Alfonso d'Este duca_ di Ferrara. Ho

io descritto altrove[465] il grandioso suo apparato per soccorrere il

cognato Augusto. Però brevemente dirò ch'egli in persona passò a Vienna

con accompagnamento nobilissimo di trecento gentiluomini a cavallo,

tutti ben in armi, di secento archibugieri a cavallo e di altri armati.

Consisteva tutto questo corteggio in quattro mila persone; la sola

metà nondimeno era di combattenti tutti a cavallo con bell'armi e

ricche divise. Ma sì magnifico preparamento di Tedeschi ed Italiani,

che tante spese costò, andò, poscia a finire in una guerra da scherzo,

senza che dal canto de' cristiani prodezza alcuna si facesse, a riserva

della presa di Vesprino. Intanto arrivò Solimano in Ungheria con sì

poderoso esercito, che la fama e il terrore fece ascendere a secento

mila persone, calcolandosi nonostante che solamente centocinquanta mila

a cavallo, e cento mila pedoni fossero atti alle militari imprese.

Fu presa da costoro Giula, poi nel dì 5 d'agosto messo l'assedio

a Zighetto, città fortissima, che fu mirabilmente per alquante

settimane difesa dal conte Nicolò Sdrino, contro i molti sanguinosi

assalti dati dai Musulmani. Venne a morte in questo tempo, cioè nel

dì 12 di settembre, sotto quella piazza il gran signore Solimano II.

Nulla di ciò seppe sino al seguente ottobre l'esercito turchesco, sì

accortamente si studiò il bassà Maometto di celarlo, affinchè Selim II

di lui figlio avvisato si mettesse pacificamente sul trono. Anzi esso

bassà fingendo minacciata, a lui e agli altri comandanti la morte,

se non si prendeva Zighetto, animò i Turchi a far l'ultimo sforzo,

per cui si finì di prendere la rocca tuttavia resistente, colla morte

dello Sdrino e di tutta la guarnigione cristiana. Nulla di più fecero i

Turchi, e vittoriosi se ne tornarono in Levante: con che restò sciolta

anche l'armata cesarea. Venne il nuovo gran signore Selim sino a

Belgrado ad incontrare il corpo dell'estinto genitore.

Si accese in questi medesimi tempi un altro incendio ne' Paesi Bassi,

le cui scintille fin l'anno precedente aveano avuto principio. Per

la vicinanza de' Tedeschi luterani e de' Franzesi calvinisti s'era

ampiamente dilatato in quelle parti il veleno dell'eresia, e n'erano

infetti anche assaissimi delle nobili e principali famiglie. A _Filippo

II re_ di Spagna venne in testa che il più efficace rimedio, per

purgare que' mali umori fosse l'introdurre colà non l'inquisizione

ordinaria che v'era, ma quella di Spagna coll'esorbitante sua

rigidezza, senza ben esaminare, se per quegli stomachi fosse a

proposito una medicina di tanto vigore. Ordinò pertanto che in Fiandra

e Olanda e nel resto di que' paesi si pubblicasse e fosse accettato

il concilio di Trento, e seco l'inquisizione suddetta. Forse al

concilio non si sarebbe fatta resistenza; ma bensì la fecero coloro

alla minacciata introduzione di un giogo che non aveano portato i lor

maggiori, e che facea paura anche ai buoni ed innocenti. Ed eccoti

tumulti, sedizioni, proteste e ricorsi alla _duchessa Margherita_

governatrice de' Paesi bassi, la quale spaventata promise di scrivere

al re, e intanto fu obbligata a far qualche capitolazione di tolleranza

coi sollevati. Intesa che ebbe il re Filippo questa novità, gli cadde

in pensiero di passar egli in persona con buona copia d'armati in

Fiandra; ma poi prese la risoluzione di spedir colà _don Ferdinando

di Toledo duca d'Alva_, personaggio che in alterigia e severità

non si lasciava prender la mano da alcuno. Tali furono i principii

d'una lagrimevol guerra che durò poi per trenta anni, e terminò

nella funesta separazione degli Olandesi, ossia delle Provincie

Unite, dall'ubbidienza del re Cattolico e della Chiesa romana. S'è

disputato, e si disputa tuttavia, se si fossero conservati que' popoli

nella vera credenza e nella divozione alla corona di Spagna, qualora

il re si fosse astenuto dall'imporre ad essi l'insopportabil peso

dell'inquisizione spagnuola, ed avesse adoperato i lenitivi, e non già

i caustici e il ferro in sì scabrosa congiuntura. Ma niun può decidere

qual effetto avesse prodotto la clemenza e la mansuetudine che il

duca di Feria vigorosamente consigliò allora al re Cattolico, perchè

tali radici avea preso ne' Paesi Bassi l'infezione dell'eresia, che

forse colla piacevolezza neppur si sarebbe mantenuto nella cattolica

religione quel paese che poi colla forza si preservò. Certissimo

tuttavia all'incontro si è, che la via del rigore usata contra di

questi popoli, i quali pretendevano lesi i lor privilegii colla novità

dell'inquisizione suddetta, fece infine perdere al re Cattolico e

alla Chiesa romana quelle belle provincie che oggidì miriamo cotanto

ricche e mercantili far sì grande figura negli affari del mondo. Fu

imputata tutta quella ribellione al prurito di libertà per seguitar

le nuove false opinioni; ma chi avesse bene scandagliato il cuor di

ognuno, avrebbe trovato essere grandissima, anzi superiore la schiera

di coloro che nulla pensavano a mutar religione, ma sì ben cercavano

di schivare un tribunal sì odioso che maneggiato alla forma di Spagna

facea ribrezzo a chi ne sapeva l'acerbità, e ne ingrandiva in suo cuore

il fantasma. Buoni cattolici erano e sono i Napoletani; pure che non

han fatto, allorchè si è trattato di un'introduzion somigliante? Ma

non più di questo. Creato che fu papa il buon Pio V, _Ottavio Farnese

duca_ di Parma e Piacenza si portò in persona a pagare il tributo del

suo ossequio al suo novello sovrano. Tornato a Parma, inviò una nobil

comitiva a condurre dalla Fiandra la _principessa di Portogallo_ sua

nuora in Italia. Venne essa col _principe Alessandro_ suo consorte, e

nel dì 24 di giugno fece la sua magnifica entrata in Parma, accolta da

_madama Vittoria_, sorella di esso duca e moglie di _Guidubaldo duca_

d'Urbino. Quivi con varie feste e divertimenti si solennizzò l'arrivo

di essi principi, mentre la _duchessa Margherita_ madre del medesimo

Alessandro, e reggente de' Paesi Bassi, si trovava in mezzo alle

tempeste, delle quali poco fa abbiam favellato.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 87 / 102 题