[463] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDLX. Indizione III.
PIO IV papa 2.
FERDINANDO I imperadore 3.
Aveano abbastanza imparato i cardinali che pensioni portasse seco il
collocare nella cattedra di San Pietro de' cervelli bizzarri e delle
teste troppo calde; e però aveano cercato nell'ultimo conclave di dare
alla Chiesa di Dio un pontefice di natura mansueta, e dotato d'una
placida e benigna saviezza. Per tale fu riconosciuto il cardinal de
Medici, divenuto _Pio IV_, personaggio esperto degli affari del mondo,
amante de' letterati e, di tutte le persone di merito, limosiniere e
d'altri bei pregi ornato. Era egli di nazion Milanese, di famiglia
onorata, ma non cospicua. I suoi studii e le sue virtù l'aveano
condotto a poco a poco alle prime dignità, e a ciò contribuì ancora
il gran credito in cui era salito suo fratello, cioè _Gian-Giacomo de
Medici_ marchese di Marignano, giunto ad essere, siccome abbiam veduto,
uno de' più valorosi condottieri d'armi in Italia. Diede egli principio
al lodevolissimo suo pontificato coll'annullare, col correggere o
mitigare varii decreti ed atti del precedente inesorabile e rigido
papa. Avea fin qui il pontefice _Paolo IV_ ostinatamente, e non
senza scandalo, ricusato di riconoscere per imperadore _Ferdinando I_
Austriaco, e di ricevere i suoi ministri in tale qualità. Fu sollecito
_Pio IV_ ad ammettere il suo ambasciatore, e a ristabilire la buona
armonia fra la santa Sede e l'Augusto monarca. Alle preghiere ancora
de' cardinali perdonò al popolo romano il trascorso della passata
sedizione, purchè si rifacessero i danni. Nel dì 31 di gennaio fece
la promozione di tre cardinali, cioè di _Gian-Antonio Serbellone_
suo parente, perchè di tal famiglia fu la madre sua; di _Giovanni de
Medici_ figlio di _Cosimo duca di Firenze_; e di _Carlo_ della nobil
casa de' conti _Borromei_, figlio del conte Giberto e di Margherita sua
sorella, che giovinetto camminava già a gran passi alla santità. Per
due continui anni avea penato nelle carceri _Giovanni cardinal Morone_,
uno de' più insigni porporati d'allora, per sospetti d'eresia, ch'erano
troppo alla moda in quei tempi, perchè il solo disapprovare alcun de'
veri abusi dominanti allora nelle vie della pietà e della disciplina
ecclesiastica, bastava per far sospettare una persona zoppicante ancora
nella credenza dei dogmi, e per trarla alle prigioni, senza che poi
si pensasse da lì innanzi a strigar le lor cause, non per colpa del
_cardinal Ghislieri_ supremo inquisitore, ma per difetto di _papa Paolo
IV_, che non sapea mai credere innocente chiunque capitava in quelle
carceri. Restava dunque tuttavia acceso il processo formato contra del
Morone; ed egli non volendo grazia, ma severa giustizia, fece istanza
perchè fosse deciso nella causa sua. Ben ventilata questa dai più
incorrotti cardinali (fra i quali lo stesso Ghislieri, che fu poi Pio
V), emanò decreto, con dichiarare nullo, iniquo ed ingiusto il processo
suddetto, e con assolvere pienamente come innocente il Morone. Pari
giustizia fu fatta ad altri non processati sotto il defunto pontefice,
e specialmente ad _Egidio Foscherari_ dell'ordine de' Predicatori,
vescovo di Modena e teologo dottissimo di questi tempi, a cui del
pari avea papa Paolo fatta patire la prigionia di due anni a cagion
dell'amistà che passava fra il Morone e lui.
Atteso il naturale del novello pontefice, inclinante sempre alla
benignità e clemenza, niuno si sarebbe avvisato di vedere una severa
giustizia da lui cominciata nel presente anno e terminata nel seguente.
Brevemente in un fiato accennerò io questo fatto, per cui fu gran
dire allora in tutta la Cristianità. Nel dì 7 di giugno fece papa
Pio IV carcerare i _cardinali Carlo Caraffa_ ed _Alfonso Caraffa_, il
primo nipote e l'altro pronipote di Paolo IV. Similmente furono presi
_Giovanni Caraffa conte di Montorio_ appellato duca di Palliano, e
nipote del suddetto papa, e il conte di Alife e Leonardo di Cardine,
uccisori della moglie di esso duca. Furono fatti rigorosi processi
contro di loro, tanto per quell'omicidio, quanto per altre iniquità,
o vere o pretese, commesse dai due fratelli Caraffi nel tempo del
loro nepotismo, con varii inganni che si diceano da lor fatti al
pontefice zio, e gravissimi danni cagionati per la loro ambizione e
prepotenza a Roma e a tutto lo Stato ecclesiastico. Furono deputati
cardinali al processo dei due loro colleghi, e data al governatore
di Roma l'incombenza di formar quello del conte di Montorio e de'
suoi complici. Durò questa criminal procedura sino al dì 3 di marzo
dell'anno seguente, in cui si venne concistoro; e quivi fu letto il
processo intero contra del _cardinale Carlo Caraffa_: lettura che durò
ott'ore. Per lui interposero tutti i cardinali le lor preghiere; ma
senza poter impedire la sentenza di morte. Però nella notte seguente
fu esso cardinale strangolato in prigione; e nello stesso tempo nelle
carceri di Torredinona decapitato il _duca di Palliano_ col conte
di Alife e Leonardo di Cardine. Confessa il Panvinio d'aver inteso
dalla bocca del medesimo Pio IV ch'egli si lasciò trarre a questa
giustizia di malissima voglia, e che in tutta la vita sua non gli era
avvenuta mai cosa tanto disgustosa e lugubre, quanto quel giudizio;
con aggiugnere nondimeno d'aver egli creduto necessario che si desse ai
parenti dei futuri pontefici esempio, affinchè non si abusassero della
lor grazia ed autorità. Il giovane cardinale _Alfonso Caraffa_, siccome
innocente e dabbene, fu rimesso in libertà, e solamente condannato
a pagare cento mila scudi per un preteso risarcimento alla camera
apostolica; e tal pena fu anche dipoi mitigata. Ma in que' tempi la
gente accorta ben s'avvide che non dal genio clemente di papa Pio era
proceduta sì rigorosa giustizia contra dei Caraffeschi, ma sibbene
dai segreti gagliardi impulsi della corte di Spagna, a cui per varii
riguardi era molto tenuto lo stesso pontefice.
Il cardinal Pallavicino, che meglio degli altri pescò in questa
materia, fece conoscere a noi le arcane ruote di sì strepitoso
avvenimento. La politica più fina del simulare e dissimulare fu
osservata assai familiare in _Filippo II re_ di Spagna. Gli stava
sempre sul cuore quanto aveano operato i Caraffi contra di lui, e
l'essersi eglino vantati di volergli torre il regno di Napoli. Con
tutto ciò non lasciava di usar con loro delle grazie e finezze; e
in questi medesimi tempi decretò al cardinale e al fratello delle
ricompense pel perduto ducato di Palliano. Fu creduto da alcuni che
sul principio il papa, credendo il re ben affezionato ai Caraffi, per
quanto gliene diceva l'ambasciatore di Spagna, li favorisse anch'egli
alla corte di Madrid; e che, all'incontro il re, tenendo i Caraffi per
protetti dal papa, anch'egli s'inducesse a far loro delle grazie. Ma
ossia che tale inganno cessasse, o che sempre in Ispagna si lavorasse
di finzione; la verità si è che il re Cattolico segretamente maneggiò
la rovina loro, e con forza spinse il pontefice ad eseguir quello
che il mansueto animo d'esso papa non avrebbe mai fatto. Il bello poi
fu che sotto _papa Pio V_, creatura di _Paolo IV_, per le istanze di
Antonio marchese di Montebello e di Diomede Caraffi, l'uno fratello
e l'altro figlio dell'estinto duca di Palliano, fu riveduta questa
causa in Roma, e deciso che non meno il cardinal Carlo che esso duca
di Palliano erano stati iniquamente ed ingiustamente condannati; e per
prova di questo tagliata fu la testa ad Alessandro Pallentieri, stato
fabbricator del processo contra d'essi Caraffeschi, alla memoria de'
quali e de' loro eredi fu restituito l'onore e la buona fama. E così
vanno le vicende e peripezie umane, regolate dalle diverse passioni
degli uomini. Noi dobbiamo augurarci che sia esente da questi interni
mantici chi si mette a giudicar della vita, della roba e dell'onore
altrui; e che questi tali, ad imitazione di Dio, più inclinino alla
clemenza che al rigore, se pure il bene della repubblica non esige
altrimenti.
Al pontefice _Pio IV_ non restavano nipoti maschi legittimi di sua
famiglia, perchè il _marchese di Marignano_ suo fratello niun d'essi
avea lasciato; e sebben v'era un di lui figlio naturale, appellato
Camillo, il papa parea che non se ne prendesse gran cura. Rivolse
dunque il suo amore ai figli della sorella, cioè ai conti Borromei,
illustri e potenti signori, che da gran tempo possedevano Arona, ed
assaissime altre terre e castella sul lago Maggiore. Questi erano il
_conte Federigo_ e _Carlo_, da lui promosso alla sacra porpora. Avvezzi
i Romani a mirare quanto potesse il nepotismo ne' passati pontefici,
e come fosse divenuto, massimamente in questi ultimi tempi, quasi
il principale impiego de' successori di san Pietro l'innalzamento
de' parenti a' gradi principeschi; si aspettavano una simile scena
sotto Pio IV. Ma il buon pontefice, che intendeva meglio d'alcuni
suoi predecessori l'importante uffizio della sublime sua dignità,
si comportò con molta moderazione nell'amore de' suoi, e nulla operò
che fosse soggetto alla giusta censura dei saggi. Erasi molto prima
trattato il matrimonio di _Virginia_ figlia del _duca d'Urbino_
col suddetto conte Federigo, e questo si eseguì, con celebrarsi
suntuosissime nozze in Urbino e poscia in Roma: il che riuscì di
giubilo universale del popolo. Maritò ancora _Camilla Borromea_ sorella
di esso conte in _Cesare duca di Guastalla, Ariano_ e _Molfetta_,
figlio del fu don Ferrante Gonzaga, e un'altra in Fabrizio Gesualdo
figlio del conte di Conza; e con ciò si raddoppiarono le allegrezze
in Roma. Specialmente fece il pontefice comparire il suo amore verso
il _cardinale Carlo Borromeo_ suo nipote, a cui diede la carica di
segretario di Stato, e la legazion di Romagna e Bologna. Ma questo
nipote, ancorchè di soli ventitrè anni (tanta era la sua prudenza,
tanta l'illibatezza de' suoi costumi) non serviva che alla vera
gloria del pupa, perchè unicamente intento al bene della Chiesa e
del pubblico, e manteneva una scelta famiglia di persone raccomandate
dalla virtù e dalla letteratura; di maniera che col tempo fu chiamata
la di lui casa un seminario di cardinali e vescovi egregi. Però al
popolo romano, dopo essere stato in tanta malinconia e tremore sotto il
tetro governo di Paolo IV, parea d'essere rinato, trovandosi tutto in
feste sotto il dolce di Pio IV (a cui diceano che bene stava il nome
di Angelo), e regolato da sì discreti e saggi ministri. Delle premure
di questo buon pontefice per rimettere in piedi il da tanto tempo
interrotto concilio di Trento, parleremo all'anno seguente.
Compiè in quest'anno _Alfonso II duca_ di Ferrara il suo matrimonio
con _donna Lucrezia de Medici_ figlia del _duca Cosimo_; e questa
principessa con suntuoso accompagnamento di principi e nobili fece
l'entrata sua in Ferrara nel dì 17 di febbraio. Ma da quella città
nel giorno 2 di settembre fece partenza la _duchessa Renea_ figlia di
_Lodovico XII re di Francia_ e madre di esso duca Alfonso. E il motivo
fu, perch'ella da gran tempo infetta dell'eresia di Calvino, per quanto
si facesse e dicesse, non volle mai rimettersi sul buon cammino. Quale
ella andò, tale anco morì: del che ho io sufficientemente parlato nelle
Antichità Estensi. Era venuto di Fiandra nell'anno precedente _Emmanuel
Filiberto_ duca di Savoia, a rallegrar sè stesso e i suoi sudditi colla
visita degli Stati a lui restituiti da' Franzesi e Spagnuoli. Fu in
questi tempi ch'egli istituì in Mondovì un'università per le scienze,
dove chiamò de' più accreditati uomini dotti che s'avesse l'Italia.
Trovavasi questo principe sul fine di maggio in Villafranca, quando
Occhialì rinegato calabrese, e famoso corsaro d'Algeri, con una squadra
di galeotte, dopo aver saccheggiata Tagia e bruciata Roccabruna del
signor di Monaco, arrivò a Villafranca stessa, e mise le sue genti
a terra. Spedì tosto il duca a Nizza per aver soccorso, e intanto
animosamente uscito dalla terra co' suoi cortigiani con poco più di
trecento archibugieri inesperti, raccolti in quel subitaneo bisogno,
andò contra de' Barbari. Ma non sì tosto furono i suoi a fronte degli
Algerini superiori di gente, che, atterriti dal loro aspetto, e dagli
urli e gridi ne' quali proruppero, diedero a gambe. Si trovò il duca in
pericolo della vita, o di restar prigione; anzi v'ha chi scrive ch'egli
fu preso, ma che restò liberato da due suoi generosi gentiluomini, con
perdervi essi la loro vita. Certo è che il duca si salvò nella terra,
inseguito sino alle porte di essa da quegl'infedeli. Restarono uccisi
circa quaranta de' suoi soldati ed alcuni gentiluomini di sua corte, ed
altri fatti prigioni, per riscattare i quali gli convenne pagare dodici
mila scudi. Il temerario corsaro, prima di renderli, pretese la grazia
di poter inchinare la _duchessa_ figlia di _Francesco I re_ di Francia.
Bisognò accordargliela. Ma la duchessa, con comparire in sua vece la
sua dama d'onore, ebbe la soddisfazione di punire in tal maniera la
temerità di costui.
Portossi in quest'anno a Roma _Cosimo duca di Firenze_ colla _duchessa_
sua moglie, e fu magnificamente alloggiato nel palazzo pontifizio.
Oltre agli altri suoi affari, pei quali, e non per sola divozione,
imprese quel viaggio, ottenne dal sommo pontefice di poter fondare
un ordine militare di cavalieri sotto il nome di Santo Stefano, da
cui non sono esclusi i coniugati. Impetrò ancora che _Paolo Giordano
Orsino_ genero suo fosse creato duca di Bracciano. Giunse al fine de'
suoi giorni nel dì 25 di novembre in Genova _Andrea Doria_, celebre per
tante sue buone qualità e viaggi di mare. Poco gli mancava a compiere
l'anno novantesimoquarto di sua età. Prese la buona gente per un
presagio di questa perdita un turbine terribile di venti che alquanti
giorni prima recò un'infinità di mali a quelle riviere, portando via i
tetti, atterrando case e sradicando le più grosse quercie, con istrage
di molte persone e bestiami. Troncò eziandio l'indiscreta morte nel dì
5 di dicembre il filo della vita al giovinetto re di Francia _Francesco
II_, a cui succedette _Carlo IX_ suo fratello, ma in età troppo
tenera ed incapace di governo. Che diavolerie, che confusioni e guerre
suscitasse da lì innanzi in quel regno la crescente eresia di Calvino
e l'ambizion dei grandi, non appartiene all'assunto mio narrarlo.
Accennerò bensì, che, avendo il famoso corsaro Dragut tolta, alcuni
anni prima, ai cavalieri di Malta la città di Tripoli in Barberia,
ed occupata anche l'isola delle Gerbe, _Filippo II re_ di Spagna,
mosso dalle preghiere del gran mastro, e dal desiderio di togliere a'
Mori que' siti, siccome nidi ed asili della lor pirateria, fin l'anno
precedente avea raunata una potente flotta con legni e soldati presi
da Milano, Genova, Napoli e Sicilia. Ma questa da venti contrarii
trattenuta, non potè se non nel febbraio di quest'anno far vela verso
Barberia. Da molti autori si trova descritta quell'impresa, ma impresa
sommamente sfortunata o per la poco buona condotta de' capitani
cristiani, o per la contrarietà della stagione, o per la perniciosa
qualità di quel paese, mancante d'acqua buona e provveduto di cattiva.
Presero i cristiani le Gerbe, ma cotanto andarono temporeggiando, che
in soccorso de' Mori giunse la potente armata dei Turchi; al cui arrivo
atterriti e scompigliati i cristiani, non attesero che a salvarsi.
Vennero in potere de' Musulmani moltissime galee, migliaia di soldati
rimasero morti nelle navi, annegati o schiavi, e il forte delle Gerbe
fu forzato a rendersi: disavventure tutte che non poco afflissero
specialmente chi avea formate delle grandi speranze su quell'armamento
de' cristiani. Oltre a ciò avvenutisi i corsari algerini in tre galee
del duca di Firenze, ne costrinsero due a rompersi in Corsica, con
restar preda di quegl'infedeli.