[458] Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri
[459] Du-Mont, Corps Diplomat.
[460] Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.
[461] Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.
[462] Du-Mont, Corp. Diplomat.
Anno di CRISTO MDLVIII. Indizione I.
PAOLO IV papa 4.
FERDINANDO I imperadore 1.
Conosceva il _pontefice Paolo_ quanto convenevole fosse al sacro
paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e
tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva
già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato il
_cardinal Trivulzio_ e il _cardinal Carlo Caraffa_ suo nipote al re
Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che
fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e
forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dal _re Filippo_ una
magnifica ricompensa di Stati al _conte di Montorio_ suo fratello per
la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare
a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse
quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della
corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette
con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo
alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio
trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora
assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un
avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia
il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua
dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza
per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca
guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè il
_maresciallo Pietro Strozzi_, il quale ne proponeva l'acquisto, andò
in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le
fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi
dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor
proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio
del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore il _duca
di Guisa_, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo
disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri
d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si
presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie
le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si
diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella
sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne
il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu
capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca
di Guisa trionfante, con aver il piacere di trovar quivi circa trecento
pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli
dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e
di questa parimente colla forza s'impadronì.
Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San
Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò
tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel
proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri
sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale
restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso
il re di Francia _Arrigo II_ a rinforzarsi di gente, spedì nel giugno
seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche
essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita
nel petto _Pietro Strozzi_ Fiorentino, maresciallo di Francia, degno
d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo,
ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali
stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari
d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra
il _duca di Ferrara Ercole II_ ed _Ottavio Farnese duca_ di Parma.
_Donno Alfonso d'Este_, primogenito del primo, si fece più volte
vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla
resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e
Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli
venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto
l'avveduto _duca Cosimo_ questo picciolo incendio, che poteva divenir
maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava
ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il
governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese a
_don Francesco d'Este_ fratello del duca di Ferrara, il quale, passato
a Roma, cercava d'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal
soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò
alla corte del _re Filippo II_, affinchè ricevesse in grazia il duca
estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava
a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia
de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei
Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal
duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il
quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione
del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona
armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente
questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora
conchiuse di _Lucrezia de Medici_ figlia d'esso Cosimo, e di donno
Alfonso, principe ereditario di Ferrara.
Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al
governo di Milano _Ferdinando di Cordova duca di Sessa_, verso la
metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo
bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non
poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore
strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata
navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era
composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per
unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti
regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli.
Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in
abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti
que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di
là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno
misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa, e rastellarono su
da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro
schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni
immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo
a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre
coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone
guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti
colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza
o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese,
che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le
vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene
finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora
ancor noi al _cardinal Carlo Caraffa_, che in Brusselles trattava
di una ricompensa al fratello _conte di Montorio_ per la cession di
Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila
ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza
in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui
rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e
al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna,
troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato
di Bari, ultimamente vacato per la morte di _Bona Sforza_ già regina di
Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori
di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò
poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese
le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re
in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa
li liberò da qualsivoglia impegno.
Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio,
avendo l'_Augusto Carlo V_ fatta nel dì 24 di febbraio una piena
rinunzia di tutti i suoi diritti sopra la dignità cesarea al _re
Ferdinando_ suo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges
alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in
Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè
tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza,
come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiuntura _papa Paolo_
conoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle
ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa,
che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore
dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi
questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza
scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra
le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vita
_Isabella_ sorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e
poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre
il suddetto _imperador Carlo V_, dopo aver fatte celebrar le sue
esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in
Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro
imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione
e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle
grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici
suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche
trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve,
nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se
non che bella figura sempre fece nel mondo _Margherita_ sua figlia,
duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto
che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni,
paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire
non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questi
_don Giovanni d'Austria_, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre;
e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai
con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da
persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non
lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi
natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto
della madre.
Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembre _Maria
regina cattolica d'Inghilterra_, e moglie di _Filippo II_ re di Spagna,
dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per
la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica
in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio
e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente
malato anche il _cardinal Reginaldo Polo_, arcivescovo di Cantorberì,
gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei
più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza
e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per
una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad
un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate
contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua
apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse.
La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco
appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra,
per essere succeduta in quel trono, non già _Maria Stuarda_ regina
di Scozia, maritata in quest'anno con _Francesco delfino di Francia_,
ma _Elisabetta_ sorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena,
siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion
della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli
Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales
pel re di Francia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era
sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila
cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno
fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e
in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai
soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi
Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire il _conte d'Agamonte_,
spedito da _Manuel-Filiberto duca_ di Savoia e governator dei Paesi
Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si
venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi,
che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi
si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa
vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage
del presidio franzese, rendè più docile _Arrigo II re_ di Francia
ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era
ansiosissimo il re di Spagna _Filippo II_, per le mutazioni che già
prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla
conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension
d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente.
Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale ad _Alfonso marchese_ del
Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse.
Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato
lo stesso incendio, e fecero depositare in mano di _Andrea Doria_
quel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe
convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo,
introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo
all'anno 1561.
Anno di CRISTO MDLIX. Indizione II.
PAOLO IV papa 5.
PIO IV papa 1.
FERDINANDO I imperadore 2.
Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, ed
_Elisabetta_, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà,
ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di Francia
_Arrigo II_ sosteneva i diritti di _Maria Stuarda_ sua nuora, e il re
di Spagna _Filippo II_ vi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver
fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta col _duca di
Savoia_. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio,
non tardò di ricorrere all'autorità di _papa Paolo IV_, esibendogli
ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma della
_regina Maria_a sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con
dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che
Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti
a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto
assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio
del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia.
Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta,
considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si
precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra
lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare
i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta
a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo,
sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra
di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto,
più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta
d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo
vantaggio dovea mirare un pontefice romano, senza entrare in dispute
degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente
conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa
di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo
da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di
regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità
esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente
dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella
corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica
in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon
conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria,
che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta
si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o
calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni
caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo,
se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e
trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana,
si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra
un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla
da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che
da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo
intendere le occulte cifre.
Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda
risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per
tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in
male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni
da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non
pochi. S'ha da eccettuare il _duca di Guisa_ che prima di partirsi
da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo
un altro dì il _cardinal Pacieco_ scusare un fallo del _cardinal
del Monte_, il papa, alzando la voce, gridò: _Riforma, riforma_. Al
che rispose il Pacieco: _Molto bene riforma, padre santo; ma questa
dovrebbe cominciare da noi_. Tacque il pontefice, e riflettendo su
quel _noi_, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi;
ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse
dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di
rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi
nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava
loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che
fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un
misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso
pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro
deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza
e consenso suo; privò il _cardinale_ della legazion di Bologna, del
generalato il _conte di Montorio_, e il _marchese di Montebello_ d'ogni
suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò
a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal
governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon
sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente
una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancora
_Camillo Orsino_ per soprintendente agli affari, personaggio di gran
vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da
lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo
gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava
ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla
questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale,
interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente
i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a
lui non fosse stato notissimo il principio e progresso delle passate
guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti,
trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di
contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava
tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli.
Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze
loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil
rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era
o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu
egli il primo che ispirasse a _papa Paolo III_ d'istituire in Roma
il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città
facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni
cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette
a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie,
facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla
cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè
di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli
stessi porporati tremavano per l'esempio del _cardinal Morone_. Tanto
più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a
procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla
religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le
accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non
avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse
soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse
tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15
di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in
eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre
maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure
esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, ben esaminato, può
cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non
si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e
serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa
Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori
della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del
rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.
Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramente _Arrigo
II re di Francia_ dal canto suo, e _Maria Stuarda regina_ di Scozia,
moglie di _Francesco delfino_ di Francia, la conchiusero nel dì 2 di
aprile con _Elisabetta_, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra,
facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo
fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia
si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont[463].
Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace
fra esso _re di Francia_ e _Filippo II re_ di Spagna, per cui seguì
il matrimonio di _Elisabetta_ figlia del re Cristianissimo col re
Cattolico, e l'altro di _Margherita_ sorella del re Arrigo suddetto
con _Emmanuel Filiberto duca_ di Savoia. Detestarono i Franzesi una tal
pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona.
Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che
quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie
sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le
restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di
tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per
tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e
Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti
pretesi dal re per _Luigia_ avola sua: il che era un accordar colle
parole e negar coi fatti la restituzione intera di quegli Stati. E
forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non
restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche
promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto
anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella
città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della
Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa
pace _Cosimo duca_ di Firenze; perciocchè in vigor della medesima i
Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor
patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti
in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa
que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di
Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di
Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che
il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi
d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi,
e lasciato il governo di que' paesi a _Margherita duchessa di Parma_ e
sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli
se ne ritornò in Ispagoa.
Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti
i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia
all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del
re _Arrigo II_. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato da
_donno Alfonso d'Este_, principe ereditario di Ferrara, da _Francesco
duca di Lorena_ e da _Iacopo duca di Nemours_ volle per tre giorni
mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente
si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della
vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio
di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges,
oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di
lui. Ruppesi l'asta dello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al
dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la
visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a
conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello:
lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza di _Caterina de Medici
regina_ sua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di
nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli
tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i
suoi popoli. A lui succedette nel regno _Francesco II_ suo primogenito,
in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo,
nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire
dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede
in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia,
madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel
nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si
dilatò.
Anche in Italia venne a morte nel presente anno _papa Paolo IV_. Era
egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno
sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire
colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per
le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto
lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo
per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la
porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che il _conte
di Montorio_, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e
stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie
gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece,
ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda,
ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero al
tribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu
creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal
Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision
della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto
(l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso
mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la
memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a
cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta
dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer
d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci
vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso
il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui
ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino,
a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono
belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma
ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli
e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii
nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo
non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto
e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente
la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono
dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità
rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la
clemenza, adoperata a luogo e tempo.
Qual fosse intanto l'animo del popolo romano verso di questo pontefice,
poco si stette a conoscerlo. Era egli tuttavia in vita, ma vita
ridotta agli estremi, quando esso popolo si mosse a furore, attizzato
anche da alcuni grandi che maggiormente si teneano per offesi dal
papa. Corsero costoro alle carceri pubbliche, ne trassero i prigioni,
che erano da quattrocento. Data indi volta a Ripetta, dove era il
palazzo della sacra inquisizione, e, rimesso in libertà chiunque ivi
si trovava detenuto prigione (e moltissimi ve n'erano da lunghissimo
tempo neppure esaminati), bruciarono tutti i processi, e in ultimo
una parte del palazzo stesso. Dio preservò in quella congiuntura
il _cardinal Alessandrino Ghislieri_, capo d'essa inquisizione, per
farne poi un pontefice degno d'essere onorato sui sacri altari. Se non
accorrevano _Marcantonio Colonna_ e _Giuliano Cesarini_ al convento
dei domenicani alla Minerva, e non fermavano la pazza furia del popolo
sdegnato contro di que' religiosi, anch'esso verisimilmente soggiaceva
a gravissimi insulti. Quindi passò quel torrente al Campidoglio, dove
restò atterrata e rotta la statua eretta ivi in onor del pontefice,
e ne fu strascinato il capo per la città. Ma quel che vieppiù diede a
divedere il pubblico odio, fu un bando pubblicato dallo stesso senato
romano, che si dovessero cancellare ed abbattere tutte le memorie
dei Caraffeschi: il che in poche ore fu eseguito. Dodici giorni dopo
la morte del papa, restò calmato ogni movimento del popolo per cura
de' cardinali e dei nobili più saggi. Marcantonio Colonna in tal
congiuntura ricuperò Palliano, e Gian-Francesco da Bagno tentò di
riavere il suo marchesato di Montebello. Terminate le esequie del
defunto pontefice, e pacificata Roma, nel dì 5 di settembre si chiusero
in conclave i cardinali, dando principio alle lor battaglie per
l'elezione di un altro. Nobil risoluzione fatta da loro, e autenticata
da giuramento, fu quella con cui s'obbligò chiunque riuscisse papa
di riaprire il concilio generale, e di levar dalla Chiesa gli abusi
e le corruttele introdotte dalla negligenza o malvagità de' secoli
barbarici: al che con tutto il suo zelo s'era poco applicato il
precedente pontefice. Durarono le dispute de' porporati sino alla
notte precedente il santo giorno del Natale del Signore, in cui restò
concordemente eletto _Giovanni Angelo de Medici_, cardinale di Santa
Prisca, il qual prese il nome di _Pio IV_. Di lui parleremo all'anno
seguente. Venne a morte ancora in quest'anno a' dì 3 di ottobre _Ercole
II duca_ di Ferrara, le cui virtù e gloriose azioni furono da me
accennate nelle Antichità Estensi[464]. Trovavasi allora alla corte del
re di Francia _don Alfonso_ primogenito suo, e non sì tosto ebbe intesa
la morte del padre, che preso congedo dal _re Francesco II_, andò ad
imbarcarsi a Marsiglia, e, giunto a Livorno, passò dipoi a Ferrara,
dove nel dì 26 di novembre fece la sua solenne entrata fra le giulive
acclamazioni del popolo suo. Finì inoltre i suoi giorni nel dì 17 di
agosto _Lorenzo de' Priuli_ doge di Venezia, a cui nel dì primo di
settembre fu sostituito _Girolamo de' Priuli_ suo fratello.