NOTE:

[457] Alessandro Sardi. Adriani. Segni. Mambrin Roseo. Campana, ed

altri.

Anno di CRISTO MDLIV. Indizione XII.

GIULIO III papa 5.

CARLO V imperadore 36.

Principe di somma avvedutezza s'era fin qui fatto conoscere _Cosimo

de Medici duca_ di Firenze; ma specialmente in questo anno diede

gran prova del suo coraggio coll'imprendere guerra aperta contro

di Siena, da cui s'era saggiamente astenuto in addietro al vedere

sì contrabbilanciate le forze franzesi colle imperiali. S'era egli

segretamente tenuto sempre forte nel partito di Cesare, benchè per

altra parte praticasse molte finezze coi ministri della Francia.

Ma dacchè si venne a scoprire (a cagion della congiura dell'anno

precedente, vera o pretesa che fosse) troppo congiunto di massime in

favore di Cesare, s'avvide egli tosto del mal animo conceputo contro

di lui dai Franzesi. E tanto più, perchè il _re Arrigo_, invece

del Termes, passato in Corsica, avea spedito a Siena per comandante

delle sue armi _Pietro Strozzi_ Fiorentino fuoruscito, persona di

gran credito nell'arte della guerra, ed insieme il maggior nemico

che s'avesse la casa de Medici. Nè durò fatica ad accorgersi che il

medesimo Strozzi macchinava contra dei suoi Stati. Però animosamente

determinò di voler egli piuttosto far guerra a' Sanesi, che di

aspettarla in casa sua. Intorno a ciò s'intese prima coll'_imperador

Carlo V_, il quale (tanta era la sua ansietà di veder cacciati dalla

Toscana i Franzesi) non solamente consentì a concedergli il dominio di

Siena, se gli riusciva di conquistarla, ma gli promise anche soccorsi.

Che l'imperador nondimeno promettesse allora quella città al duca, se

ne può fondatamente dubitare. Similmente si assicurò Cosimo di _papa

Giulio_, col promettere in moglie la terza sua figlia _Isabella_ a

Fabiano di lui nipote, a cui assegnò in feudo Monte San Sovino con

titolo di marchese. Non essendosi poi effettuate queste nozze vivente

il papa, molto meno si effettuarono dopo la sua morte. Corse anche voce

ch'esso pontefice concorresse alle spese di quella guerra con quindici

mila scudi il mese. Ciò poi che accresceva la speranza al duca Cosimo,

era l'osservare in tale stato il re di Francia per la gran guerra sua

coll'imperadore e coi Genovesi, che non gli resterebbe voglia nè potere

di accudire alle cose della Toscana. Gli avea dianzi l'Augusto monarca

inviato per general di milizie _Gian-Giacomo de Medici_ marchese di

Marignano, il più astuto uomo che si trovasse nel mestier della guerra.

Alla testa e al valore di costui il duca appoggiò l'esecuzione dei

disegni stabiliti fra loro. Era il mese di gennaio, e in Siena si stava

in allegria e senza buona guardia, perchè senza sospetto di aver per

nemico il duca di Firenze. E molto meno ne sospettava il _cardinal di

Ferrara_, con cui fin qui l'accorto duca avea mantenuta una mirabil

confidenza ed amicizia. Ora Cosimo, dopo aver tenute per quattro giorni

chiuse le porte di Firenze, Pisa, Arezzo e Volterra, e fatto intanto

segretamente raunare e marciare tanto le fanterie da soldo che le bande

forensi, nella notte precedente al dì 29 di gennaio (il Sardi ha la

notte del dì 26) con gran copia di scale si presentò egli col marchese

di Marignano ad un forte già fabbricato dai Franzesi fuori della porta

di Siena, chiamata di Camollia; e trovatolo mal custodito da quaranta

soldati, che furono tosto fatti prigioni, se ne impadronì. Gran

rumore, gran timore di tradimenti si svegliò in Siena; ma, chiarito

ch'entro la città non v'erano mali umori, si attese dipoi alla difesa,

e maggiormente si assicurò ed animò quel popolo al comparire di Pietro

Strozzi, che non era in Siena quando accadde la novità suddetta.

Allora il duca Cosimo, cavatasi affatto la maschera, dichiarò la

guerra a Siena e a' Franzesi; diede ampia facoltà, anzi ordine a tutti

i suoi popoli di procedere a' danni de' Sanesi: nel che fu egli ben

servito. Prese al suo soldo da varie parti quante soldatesche potè,

e, se vogliamo stare al Segni, formò un esercito di ventiquattro mila

fanti tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, e mille cavalli. Asprissima

guerra si fece dipoi, non già di combattimenti fra i soldati, ma

di desolazione agl'innocenti contadini, ed anche con impiccarne e

con violare le donne. Contuttociò nella notte precedente al venerdì

santo, Ascanio della Cornia e Ridolfo Baglione con tre mila fanti e

quattrocento cavalli andando per sorprendere Chiusi, dove aveano un

trattato, ma doppio, furono disfatti i Franzesi, restando il primo

con altri mille e cinquecento prigione, e l'altro ucciso. Nel dì 12

di giugno Pietro Strozzi, segretamente uscito di Siena con tre mila

fanti e trecento cavalli, arditamente entrò nello Stato fiorentino,

e, passato l'Arno, penetrò fino sul Lucchese, per quivi raccogliere

quattro mila (altri dicono due mila) Grigioni, ed altre milizie

spedite da Parma e dalla Mirandola, colle quali formò un'armata di

dieci mila fanti e secento cavalli. Gli avea sempre tenuto dietro il

marchese di Marignano con grosso corpo di gente; ed, arrivato a Pescia,

gran ventura fu la sua che lo Strozzi non conoscesse il vantaggio

esibitogli dalla fortuna di poterlo battere a man salva, perchè, oltre

all'essere il marchese inferiore di gente, in quella terra non trovò

da vivere per un giorno, essendo allora afflitta tutta la Toscana da

un'aspra carestia. Si mosse bensì a quella volta lo Strozzi, ma il

marchese, presa la fuga, si ridusse in salvo a Pistoia, il che diede

campo allo Strozzi di insignorirsi di Pescia, Montecarlo, Buggiano,

Montevetolino ed altri luoghi di Val di Nievole. Perchè vennero di poi

meno allo Strozzi le speranze di ricevere altri maggiori rinforzi di

Franzesi e di Turchi, a lui promessi dalla corte di Francia, e perchè

udì pervenuto a Pisa don Giovanni di Luna con quattro mila fanti

italiani, due mila tedeschi e quattrocento cavalli, spediti da Milano

in soccorso del duca Cosimo, se ne tornò verso Siena. Ebbe dipoi a

patti il castello di Marciano, e a forza d'armi quel di Foiano nel dì

23 di luglio, con trovar in amendue gran copia di grano, che servì di

buon ristoro all'esercito suo. In questo mentre giunsero ad unirsi col

marchese di Marignano tre mila fanti assoldati da Camillo Colonna in

Roma, e trecento uomini d'armi inviati dal regno di Napoli: con che il

duca di Firenze fu di parere che si venisse a battaglia, contuttochè di

contrario sentimento fosse lo stesso marchese con altri uffiziali.

Erano le tredici ore della mattina del dì 2 d'agosto, quando il

marchese, che dianzi era in procinto di ritirarsi, chiaramente scoprì

che Pietro Strozzi s'era da Marciano messo in cammino per ritirarsi a

Lucignano, o pure a Foiano. Mandò un corpo di cavalleria a pizzicarlo;

ed allora fu che lo Strozzi, vedendo di non potere schivar con onore la

battaglia, mise in ordinanza le sue genti, e si affrontò col nemico.

Ma quella non fu propriamente battaglia, perciocchè, essendo generale

della cavalleria franzese il giovinetto conte della Mirandola Lodovico,

il suo luogotenente Lodovico Borgonovo, chiamato Bighetto dal Campana,

che reggea la truppa, oppure portava lo stendardo di esso generale,

appena urtato dalla cavalleria nemica, prese vergognosamente la fuga,

lasciando senza difesa le povere fanterie. Lo Strozzi si vide tosto

perduto, e tuttochè restringesse i battaglioni ad un fosso, pure non

potè impedire che non fossero in breve tempo sloggiati dall'artiglieria

e cavalleria nemica, andando tutti appresso in rotta, e restando

trucidato chi non godeva il privilegio delle buone gambe. Secondo

gli scrittori fiorentini, quasi quattro mila dell'esercito franzese

rimasero estinti sul campo; copioso fu il numero de' prigioni; e ben

cento bandiere guadagnate furono portate per trofeo a Firenze. Tutto

il bagaglio, le artiglierie e l'armi vennero alle mani de' vincitori.

Erano corsi molto prima a questa danza assaissimi Fiorentini, parte

d'essi fuorusciti, ed altri solamente perchè appetitosi della libertà

della patria. Sette d'essi rimasti prigionieri ebbero poi reciso

il capo, e il duca Cosimo, confiscati i beni di chiunque avea prese

l'armi contra di lui, o tenute corrispondenze co' nemici, mirabilmente

ingrassò il suo patrimonio e fisco. E ben fu questa vittoria che

finì di assicurar la signoria di esso Cosimo, e gli accrebbe tal

riputazione, che giunse, siccome vedremo, ad unire anche Siena al suo

dominio. Salvossi lo Strozzi ferito in due luoghi a Lucignano, e quindi

a Montalcino. Appresso fu Lucignano vilmente ceduto da Alto Conti

agl'imperiali, dove si conservava gran copia di vettovaglie. Parimente

ricuperò il duca tutte le castella dianzi perdute in Val di Nievole.

Dopo di che il marchese di Marignano voltò tutte le sue forze contro

il distretto di Siena, conquistando Monteregioni, Murlo e Casoli (a

cui fu dato il sacco contro i patti) ed altre castella: con che venne

maggiormente a strignersi l'assedio, o, per dir meglio, il blocco di

Siena. Pietro Strozzi, a cui non piaceva di restar quivi rinchiuso,

uscitone nella notte del dì 11 di ottobre, si ridusse a Porto Ercole,

dove attese a fortificar quella piazza.

In quest'anno ancora si ravvivò la guerra in Piemonte. Erasi portato

alla corte di Cesare _don Ferrante Gonzaga_ governator di Milano,

per rispondere alle molte querele ed accuse portate colà non meno

dai Milanesi stanchi del suo governo, che da don Giovanni di Luna

castellano di Milano, lasciando suo luogotenente in essa città di

Milano Gomez Suarez di Figheroa. Fece questi levar l'assedio posto dal

maresciallo franzese a Valfenere; ricuperò Aqui, Sommariva ed altri

luoghi. Ma il Brisac fece molto di più, perchè s'impadronì nel dì 29 di

dicembre della città d'Ivrea, ceduta dal Morales, perchè la guarnigione

spagnuola non pagata ricusava di combattere. Ebbe dipoi Biella, e

fece fortificare Santià per incomodar Vercelli e Crescentino. Già

dicemmo occupata buona parte della Corsica dall'armi franzesi; e però i

Genovesi nell'anno addietro si affrettarono a far gente per sostenere

e ricuperar quell'isola tanto utile e decorosa al loro dominio. Uniti

otto mila fanti, dichiararono generale di quest'armata il principe di

Melfi, cioè il celebre _Andrea Doria_, che, quantunque giunto all'età

di ottantaquattro anni, conservava una vigorosa sanità e vecchiezza,

nè ricusò per amor della patria le fatiche di tale impiego. Mandò egli

innanzi Agostino Spinola suo luogotenente a Calvi con tre mila fanti,

i quali costrinsero il signor di Tremes a ritirarsi di là. Scrive

il Sardi, che, giunto colà il Doria, ricuperò la Bastia, città che

altri pretendono conservata da' Genovesi. Certo è bensì ch'egli mise

l'assedio a San Fiorenzo, terra valorosamente difesa da Giordano Orsino

con due mila fanti francesi. La buona ventura de' Genovesi portò,

che, preparata in Marsiglia una buona flotta per portare soccorso agli

assediati, dopo aver messo alla vela, fu colta da un vento maestrale sì

indiscreto, che sei galee, andando attraverso, perirono verso Piombino,

e le altre malmenate se ne tornarono in Provenza. Perciò nel febbraio

di quest'anno fu necessitato l'Orsino a capitolar la resa d'esso San

Fiorenzo, salve nondimeno le persone presidiarie, con patto che queste

fossero trasportate fuori dell'isola. Restarono poi quivi arenati

i disegni dell'una e dell'altra parte. Nell'anno presente continuò

la guerra fra l'_imperador Carlo V_ ed _Arrigo II re di Francia_

nei Paesi Bassi, con vantaggio piuttosto dell'ultimo. E il principe

_don Filippo_, dall'Augusto padre dichiarato re di Napoli e duca

di Milano, passò con accompagnamento magnifico in Inghilterra, dove

si solennizzarono le sue nozze colla _regina Maria_: avvenimento di

somma allegrezza per lutti i regni professanti la religion cattolica,

quantunque mal veduto dalla corte di Francia, a cui dava troppo da

pensare ogni innalzamento della casa di Austria. Poco potè godere della

sua dignità _Marcantonio Trevisano_ piissimo doge di Venezia, perchè

da improvvisa morte fu rapito nel dì 31 di maggio, ed ebbe nel dì 11 di

giugno per successore _Francesco Veniero_.

Anno di CRISTO MDLV. Indizione XIII.

MARCELLO II papa 1.

PAOLO IV papa 1.

CARLO V imperadore 37.

Stava godendo in Roma i frutti della pace dei suoi Stati _Giulio III_

papa, se non che un'aspra guerra a lui faceva la podagra. Sperava

anche l'immensa consolazione di veder presto comparire al bacio del

suo piede un ambasciatore inglese, giacchè la religion cattolica era

tornata sul trono d'Inghilterra, quando venne la morte a citarlo per

l'altra vita. Fu creduto che per domar la podagra si mettesse a tale

astinenza di vitto, che questa poi contro sua voglia il liberasse da

tutti i guai della terra. Ad altra cagione vien da altri attribuita

la mutazion da lui fatta della maniera di vivere. Mancò egli di vita

nel dì 29 di marzo, lasciando dopo di sè fama di buon pontefice,

piuttosto per non aver fatto del male, che per aver fatto del bene;

ancorchè negar non si possa ch'egli procurasse la pace fra i principi,

e rinovellasse il concilio di Trento, e pensasse anche a riformar la

corte di Roma, con lasciarne nondimeno la cura a' suoi successori.

A niuno eccesso trascorse egli verso dei suoi parenti, forse perchè

il tennero in briglia i porporati d'allora. Riportò solamente non

poco disonore dall'aver promosso alla sacra porpora, siccome dicemmo,

Innocenzo del Monte, indegno affatto di sì riguardevol ornamento.

Tanto il Segni che il Panvinio, autori allora viventi, confessano

ch'egli uomo da negozii quando era cardinale, fatto che fu papa, attese

piuttosto a godere che a reggere il pontificato, avendo rilasciata del

tutto al suo genio, ai piaceri e ai conviti la briglia. La principal

sua applicazione era quella di fabbricare un giardino fuori di porta

Flaminia, ossia del popolo. Forse perchè avea letto o udito parlare

degli orti mirabili fatti da Nerone al suo tempo, s'incapricciò

di non voler essere da meno; ed, abbracciato un sito di tre miglia

di paese, lo circondò di muraglie, lo compartì in varii ordini di

coltivazione e di viali, e l'ornò di parecchi edifizii, con logge,

archi, fontane, stucchi, statue e colonne, di modo che il tutto

produceva non meno ammirazione che diletto. Per questo giardino, che

divenne poi celebre col nome di _vigna di papa Giulio_, pareva (dice il

Panvinio) ch'egli impazzisse, tanto v'era perduto dietro, e quivi stava

sovente banchettando, lasciando in mano altrui il pubblico governo.

Mirabil cosa fu il vedere come in sì poco tempo, cioè nel dì 9 di

aprile restasse innalzato alla suprema dignità della Chiesa, contro

la aspettazione e voglia sua il _cardinal Marcello Cervino_, nativo

di Montepulciano; il quale, ritenendo il proprio nome, volle poscia

essere chiamato _Marcello II_, ancorchè gli fosse ricordata l'opinione

corrente allora, essere breve il pontificato di chi ritiene il proprio

nome, confermata dall'esempio di Adriano VI. Doti luminose di pietà,

di senno e di sapere in lui concorrevano; e tale era in lui l'integrità

de' costumi, il disinteresse, il desiderio e zelo per le cose migliori,

e la mansuetudine, che certamente si poteva aspettare da lui un

glorioso pontificato. Certo è altresì ch'egli meditava seriamente

di togliere le corruttele de' suoi tempi; nè volle punto che i suoi

nipoti, ed Alessandro fratello corressero ad aiutarlo nel suo scabroso

uffizio. Ma altri furono i disegni di Dio. Fu Marcello II chiamato a

miglior vita nella notte precedente al primo di maggio, in età di soli

cinquantacinque anni. Restò onorata la di lui sepoltura e memoria dalle

lagrime di tutti i buoni.

A questo mansueto ed amabil pontefice, correndo il dì 25 di maggio,

nel sacro conclave succedette un altro di genio totalmente opposto,

cioè _Giovan-Pietro Caraffa_, di nobil famiglia, Napoletano, appellato

il Cardinal Teatino, perchè era stato vescovo di Chieti, in latino

_Theate_. Pretesero i politici d'allora ch'egli dal cardinal Farnese,

tutto attaccato alla Francia, fosse portato al trono, perchè conosciuto

di inclinazion contraria agl'imperiali: giacchè in affare sì santo ed

importante fu creduto che prevalesse talvolta in quei tempi l'interesse

privato al ben pubblico della Chiesa. Era nato il Caraffa non già nel

1466, come per errore di stampa si legge presso il Ciacconio, ma nel

1476, come s'ha dal Panvinio e dall'Oldoino. Prese egli il nome di

_Paolo IV_: personaggio che in addietro s'era procacciato il concetto

d'uomo dottissimo, zelante e pio, colla somma probità ed esemplarità

della vita, collo sprezzo talvolta delle dignità e grandezze umane, e

con uno spirito di religiosa conversazione, per cui con _Gaetano Tiene_

nobile vicentino e prelato romano, che poi fu aggregato al ruolo de'

santi, istituì la pia congregazione de' chierici regolari, appellali

Teatini, approvata nel 1528 da papa Clemente VII. Pareva nondimeno ad

altri ch'egli sotto il manto del vivere suo religioso coprisse una

buona dose di desiderio d'onori; nè certamente egli avea rifiutato

l'arcivescovato di Napoli, e molto men fece alla lotta per isfuggire

il pontificato supremo. Potea chiamarsi la sua testa un ritratto in

picciolo del patrio suo Vesuvio, perchè ardente in tutte le azioni sue,

iracondo, duro ed inflessibile, portato certamente da un incredibile

zelo per la religione, ma zelo talora scompagnato dalla prudenza,

perchè traboccava in eccessi di rigore: quasi che la religione di

Cristo non fosse la maestra della mansuetudine, e la scuola dell'amare

e del farsi amare. Perciò presagirono i saggi sotto questo pontefice un

governo aspro ed insoffribile, e si aspettarono varie calamità, che pur

troppo avvennero. Nè altro prediceva la fiera sua guardatura con occhi

incavati, ma scintillanti ed accesi, per chi s'intendeva di fisonomia.

Studiossi ben egli sul principio di levar di testa alla gente la

sinistra opinione di lui, con dar segni di clemenza e liberalità, e

di concedere tali grazie e favori al popolo romano, che ne meritò una

statua nel Campidoglio. Poco nondimeno stette l'alquanto raffrenato

torrente a sboccare, e a verificar le infauste predizioni formate di

lui.

Per tutto il verno continuò il blocco di Siena fatto dall'armi

imperiali sotto il comando del _Medichino marchese di Marignano_;

e già cominciava quel popolo a penuriar di tutto il bisognevole pel

vitto, con anteporre nondimeno l'amore della libertà a qualsivoglia

patimento. Fu presa la risoluzione di scaricar la città non solo delle

bocche inutili, ma di parte ancora della guarnigione superflua. Fu più

di una volta tentato questo salasso, ed infelicemente quasi sempre. I

soldati che ne uscirono, ebbero a comperarsi il passaggio colla punta

delle spade, e la maggior parte vi restò svenata o prigioniera, e le

donne e i fanciulli costretti a rientrare nella città. Tale in questa

occasione fu la crudeltà del marchese, che quanti si arrischiarono

a portar vettovaglie alla afflitta patria, tutti (e furono un gran

numero) li fece appendere per la gola; e quanti osarono d'uscir della

città, o di sua mano o per mano altrui gli uccideva. Perchè poi da

Firenze venivano spesso lettere di fuoco che il sollecitavano a finir

quella impresa, tentò egli l'uso della artiglieria; il che nulla giovò,

per la gagliarda difesa e per le molte precauzioni prese dai Franzesi.

Ma ciò che non potè fare il cannone, lo fece la fame, cresciuta a tal

segno, che la povera gente era ridotta a tener per regalo i cibi più

schifi. Pertanto si cominciò a trattar di capitolare e di rendere la

città all'imperadore con patti onorevoli pel presidio franzese. Dopo

gran dibattimento, fu, secondo l'Adriani, conchiusa, nel dì 2 d'aprile,

la capitolazione, ma differitane l'esecuzione per alquanti giorni, ne'

quali tentarono i Sanesi inutilmente le raccomandazioni e la mediazione

del novello papa Marcello. Sicchè nel dì 21 d'esso mese uscirono di

Siena i Franzesi con tutti gli onori militari. Sembra a chi legge la

Storia del Segni che quella città venisse come in balia di _Cosimo duca

di Firenze_. Ma l'Adriani e il Sardi, meglio informati di quell'affare,

scrivono, pattuito che Siena restasse libera (parola che nulla dipoi

dovea significare), sotto la protezion dell'imperadore, e co' proprii

magistrati, ma con ricevere e pagar la guarnigione ch'esso Augusto vi

metterebbe. Rimasero in man de' Franzesi Chiusi, Grosseto, Porto Ercole

e Montalcino, dove si ritirarono que' Sanesi, a' quali non piacque di

star sotto gli odiati imperiali, e con quella forma di governo che si

dovea prescrivere alla lor patria dal medesimo Cesare. Fu preso dal

marchese di Marignano a nome di sua maestà il possesso di Siena, e

posto ivi presidio di Tedeschi e Spagnuoli. Colà tosto comparve tanto

pane e grascia, che potè non solo sfamarsi tutto il popolo, ma anche

provvedersene a buon mercato per l'avvenire. Quivi poscia il duca

Cosimo riordinò il governo, e da lì a non molto arrivò _don Francesco

di Toledo_, dichiarato dall'Augusto signore per governatore d'essa

città. Eppur vi ha chi scrive promessa Siena al duca Cosimo, allorchè

egli fu per imprendere questa guerra. Anzi l'imperadore diede nel

presente anno l'investitura di quella città al _re Filippo_ suo figlio:

il che ad esso duca oltremodo dispiacque, per avere servito l'oro

e le genti sue a fare il boccone ad altrui; perchè se dianzi temeva

de' Franzesi, cominciò del pari a paventar degli Spagnuoli, vicini

ordinariamente inquieti, e gente non mai sazia di acquistare Stati e

dominii. Riuscì poscia al marchese di Marignano di sottomettere, nel

dì 10 di giugno, Porto Ercole con altri luoghi: colpo che sconcertò

sommamente gli affari de' Franzesi in Toscana, e servì a screditar

_Pietro Strozzi_ alla corte del re Cristianissimo, dalla quale con raro

esempio avea ricevuto il titolo e bastone di maresciallo. Di ventotto

fuorusciti di Siena, presi in Porto Ercole, i principali condotti a

Firenze perderono la lesta.

Questo infelice successo ebbero in Toscana l'armi franzesi; ma

più propizia loro si mostrò in quest'anno la fortuna in Piemonte.

Trovavasi, nel dì 25 di febbraio, il Figheroa vicegovernator di Milano

col conte di Valenza e con altri signori in Casale di Monferrato,

attendendo a darsi bel tempo per que' giorni di carnovale. In questa

città il _maresciallo di Brisac_ teneva delle segrete corrispondenze,

ed avea dato ordine che si trovasse maniera di abborracchiare i

Tedeschi di quella guardia: nel che egli fu ben servito. La notte

susseguente al dì suddetto calò esso Brisac pel Po con buon numero

di fanterie imbarcate, e, giunto a Casale, diede la scalata, e

s'impadronì d'una porta, aiutato, per quanto fu creduto, da circa

trecento uomini, indrodotti prima nella città con abito di contadini.

Fuggito il Figheroa nella rocca, contro la quale furono tosto rivolte

le artiglierie trovate nella città, giudicò meglio di abbandonarla e

di fuggirsene ad Alessandria. Per tale acquisto si sparse gran terrore

nello Stato di Milano, e di qua prese motivo la corte cesarea di

spedire in Italia _don Ferdinando di Toledo_ duca d'Alva, con ampia

potestà di governare nello stesso tempo il regno di Napoli e il ducato

di Milano. Venne egli, ebbe rinforzi dalla Spagna e Germania talmente

che fu detto, aver egli ammassati trenta mila fanti e tre mila cavalli,

che verisimilmente furono un terzo di meno. Con tante forze nulla

operò, e ritiratosi, lasciò anche prendere Volpiano a forza d'armi da'

Franzesi, poichè li vide rinforzati da una gran corpo di gente condotta

in Italia dal _duca d'Aumale_. Fu richiamato a Milano il vittorioso

_Gian Giacomo de Medici_ marchese di Marignano, ma quivi, oppresso da

varie sue indisposizioni, diede fine al suo vivere nel dì 7 oppure 8

di novembre: personaggio di bassi principii ma che s'era acquistata

fama di valente e scaltro condottier d'armi, e insieme d'uomo inumano,

e di gran cacciatore ed amator della pecunia. L'aver io detto nelle

Antichità Estensi che _Cosimo duca_ di Firenze gli donò il cognome e

l'armi di casa de Medici, non sussiste, almeno per conto del cognome.

In quest'anno ancora chiamarono i Franzesi nel mar di Toscana l'armata

turca, comandata da Pialaga bassà e da Dragut, che nella Basilicata

abbruciò San Lucido e Paula, patria del santo istitutor de' Minimi.

Così ben premunito avea il duca Cosimo Piombino, l'Elba ed altri

siti di quelle coste, che i Turchi, dopo aver patito gravi danni, se

ne partirono, ed uniti con trenta galee franzesi, veleggiarono alla

volta della Corsica, dove tuttavia bolliva la guerra tra i Franzesi

e Genovesi. Nulla di rilevante fecero que' Barbari, fuorchè di condur

via quanti cristiani poterono ghermire tanto in quell'isola che nella

Sardegna.

Uscì in quest'anno alla luce la risoluzion presa dall'_imperadore Carlo

V_ di rinunziare i suoi regni e Stati a _don Filippo re_ d'Inghilterra

suo figlio. Cominciò egli dallo spogliarsi de' Paesi Bassi e della

Borgogna, e, fatto venire il figlio a Brusselles, nel dì 25 di ottobre,

alla presenza degli Stati colà convocati, gliene fece ampia rinunzia:

funzione che trasse le lagrime da quasi tutti gli astanti, al vedere

come quel glorioso monarca sì animosamente facesse vivente ciò che gli

altri sì mal volentieri fanno morendo. Gran dire fu per questo in tutta

l'Europa: chi lodando e chi biasimando, attribuendo gli uni un'azione

cotanto rara alle sue cresciute indisposizioni della podagra, altri a

vanità, oppure al conoscimento della retrograda fortuna, ovvero alla

perdita della regina Giovanna sua madre, accaduta in quest'anno, ed

altri ad altre cagioni, secondo che dettava loro il capriccio; quando,

qualunque ne fosse il motivo, non si può mai negare ad essa il titolo

d'atto sommamente eroico, dappoichè ognun sa, essere l'ambizione

e il gusto di dominare l'ultima camicia dei regnanti. Al governo

di quegli Stati fu lasciato dal re _Filippo Emmanuele Filiberto_

saggio e valoroso duca di Savoia. Ebbero principio in quest'anno i

dissapori di _papa Paolo IV_ con esso imperadore, o, per dir meglio,

col suddetto re Filippo. Che la vita menata da questo pontefice pria

della porpora cardinalizia, e prima del pontificato fosse un'ipocrisia,

l'immaginarono bensì coloro che con facilità mirabile di malignità

interpretano in male tutto il bene altrui; ma certissima cosa è ch'egli

accompagnava il suo molto sapere con un si regolato e pio tenore di

vita, che niun seppe mai opporgli altro, che un'inclinazione al rigore,

e uno zelo straordinario che facea tremare i buoni, nonchè i cattivi.

Appena divenuto papa, cominciò a sradicare le simonie egli abusi di

certi tribunali, mostrandosi ardente per riformar le corruttele della

corte; ma si venne insieme a scoprire, che avendo egli un gran capitale

d'intendimento, di dottrina, di eloquenza e di belle virtù, per cui

potea fare un ottimo e glorioso pontificato, non se ne seppe servire,

e cadde in tali difetti, che eclissarono non poco la fama del suo sacro

ministero.

Giunto papa Paolo a non aver superiori in terra, ripigliò il suo

feroce animo, e mostrò di non aver abbastanza meditate le parole

dell'Apostolo, che vuole il vescovo _non superbum, non iracundum_; ed

invece di amare e procurar la pace (che questo specialmente appartiene

ai vicarii di Gesù Cristo), andò miseramente ad ingolfarsi in una

biasimevol guerra. Ma ciò che particolarmente levò di tuono questo

pontefice, fu il troppo amore del nepotismo Tre nipoti avea, figli di

_Gian-Alfonso Caraffa_ conte di Montorio, suo fratello. Pochi giorni

dopo l'assunzione sua creò cardinale _Carlo_, uno d'essi, cavaliere di

Malta, uomo di cervello torbido, fatto più per la milizia secolare,

da lui esercitata fin qui, che per l'ecclesiastica. Un altro era

_Giovanni_ conte di Montorio, a cui si voleva fabbricare una magnifica

fortuna; e presto se ne presentò, non so se giusta o ingiusta,

l'occasione. Avea Alessandro Sforza, cherico di camera, avuta maniera

di trarre da Cività Vecchia due o tre galee, già tolte da' Franzesi a

Carlo suo fratello, e condottele a Gaeta. Per tale insolenza s'alterò

forte il papa, credendo complice di tutto il _cardinal Guido Ascanio

Sforza_ loro fratello, fieramente il minacciò, e mise prigione il di

lui segretario. Per queste novità furono veduti alcuni baroni romani

trattar segretamente con esso cardinale, con _Marcantonio Colonna_

e co' ministri cesarei. Non vi volle di più perchè il pontefice,

figurandosi dirette quelle combricole contra di lui, facesse mettere

in prigione esso cardinale Sforza, _Camillo Colonna_ ed altri; poichè,

quanto a Marcantonio, questi si ritirò in salvo a Napoli. Passò lo

sdegnato papa a far citare lui ed Ascanio Colonna suo padre, che era

detenuto prigione in Napoli; ed essi non comparendo, gli scomunicò

e privò d'ogni dignità, e di quante terre e castella possedeano

negli Stati della Chiesa (erano circa cento), con investirne tosto

il suddetto Giovanni suo nipote, e dichiararlo duca di Palliano e

capitan generale della Chiesa. Per provvedere anche _Antonio Caraffa_,

terzo suo nipote, il creò marchese di Montebello e d'altre terre

nel Montefeltro, avendo trovate ragioni o pretesti per ispogliarne

_Gian-Francesco da Bagno_ de' conti Guidi.

Ancorchè dipoi fossero restituite le galee, cagione di tai disturbi,

pure continuò più che mai la disposizione alla rottura; perchè, godendo

i Colonnesi la protezion dei re di Spagna, e vedendosi così maltrattati

dal papa, si misero in armi. Accorsero anche gli Spagnuoli ai confini

dello Stato ecclesiastico, e il papa anche egli ordinò al _duca

d'Urbino_ di portarsi con alcune migliaia di fanti a que' medesimi

confini. Che sconcerti, che prigionie succedessero in Roma in tal

congiuntura, lungo sarebbe il riferirlo. Si trattò di pace, ma ossia,

come alcuni vogliono, che il papa anche cardinale sospirasse di cacciar

dal regno di Napoli gli Spagnuoli, per aggravii da lor fatti alla

sua casa e a sè medesimo col negargli le rendite dell'arcivescovato

di Napoli; oppure che il cardinal nipote l'attizzasse con isperanza

di pescare Stati nella vantata depression degli Spagnuoli: certo

è che papa Paolo IV non ebbe mai vera voglia di pacificarsi. E in

questa risoluzione si fissava egli, perchè già andava maneggiando

una lega con _Arrigo II re di Francia_; e infatti la conchiuse prima

che terminasse quest'anno. Era anche dietro a tirare in essa lega

_Ercole II duca_ di Ferrara; lusingandosi forse colle lor forze e

con sognate sollevazioni de' popoli napoletani d'aver in pugno quel

regno. Ora fra le molte azioni degne di lode in questo pontefice, non

si può già contare ch'egli, in tempo che si trattava seriamente di

pace fra i re di Francia e di Spagna, si studiasse di maggiormente

accendere la guerra fra essi; e ciò per odii ed interessi privati; il

che gli riuscì con tanto danno de' sudditi suoi ed altrui. Certamente

altro ci vuole che eloquenza, altro che ingegnose riflessioni per

iscusarlo e giustificarlo in questo. Di gravi mormorazioni ancora

cagionò nell'anno seguente l'aver esso pontefice tolta la dignità

di legato al _cardinale Reginaldo Polo_, arcivescovo di Cantorberì,

lume chiarissimo del sacro collegio, e sì benemerito della Chiesa

di Dio negli affari dell'Inghilterra; come apparisce dalle opere di

lui, che ora illustrate abbiamo dall'eminentissimo cardinale Quirini

vescovo di Brescia. Anche prima del pontificato non avea Paolo quel

grand'uomo nel suo libro, tenendolo per amico dei protestanti, o

almeno non assai nemico, com'egli desiderava. I sospetti soli in mente

d'uom sì focoso divenivano presto enormi reati, e si correva alle

prigionie o al gastigo. E ne fecero la pruova nei tempi susseguenti

anche il _cardinale Giovanni Morone_, uno de' più dotti ed insigni

personaggi del sacro collegio, _Tommaso San Felice_ vescovo della Cava,

ed _Egidio Foscherari_ vescovo di Modena, ch'era de' più accreditati

teologi dell'età sua. Furono essi cacciati in castello Sant'Angelo,

dove stettero penando per due anni sino alla morte del papa, non per

altro, se non per varii sospetti della loro dottrina, di cui diedero

essi dipoi un saggio sì luminoso nel concilio di Trento. Se noi

desiderassimo di non vedere mai più nella sedia di san Pietro pontefici

di simil tempra, si dimanda, se fosse irragionevole o almen tollerabile

un siffatto desiderio.

Anno di CRISTO MDLVI. Indizione XIV.

PAOLO IV papa 2.

CARLO V imperadore 38.

Già fitto era il chiodo: l'_imperador Carlo V_ avea risoluto di dare

un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi

giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene

prometteva la troppo afflitta sua sanità[458]. Solamente il riteneva

il dover lasciare il _re Filippo_ suo figlio giovane fra i tumulti e

pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi.

Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si

conchiuse, per opera specialmente del _cardinal Polo_, una tregua di

cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, ed _Arrigo

II_ re di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero

pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come

in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont[459]

e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al

febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della

data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante

nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da

riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente

durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani,

il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino

Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa

tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò

all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese

suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re

d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè di

_Leonora_ già regina di Francia, e di _Maria_ già regina d'Ungheria,

del _duca di Savoia_, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e

d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al

figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non

il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al

settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro

e la corona imperiale a _Ferdinando I re_ de' Romani, d'Ungheria e

Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar

nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non

l'approvò già _papa Paolo IV_, con pretendere che senza sua espressa

licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì

forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558

fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore.

Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa

di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere

l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma

se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza fallo essa

a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal

caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre

il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle

sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il

presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per

la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli

s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente,

giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto

dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del

Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e

scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze,

affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio

fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne

se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine

ed altre opere di pietà.

Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani,

figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati

guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi

nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo

l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice

la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno a _Filippo

re_ di Spagna e d'Inghilterra, e l'altro ad _Arrigo II re_ di Francia,

per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i

fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per

male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, il _cardinal

Caraffa_, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece

di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad

assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile

l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente

alterar l'animo del pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e

l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di

Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza

dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome

avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore,

cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo

decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per

insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca

d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con

aver lasciato al governo di Milano il _cardinal di Trento Madrucci_, il

giovane _marchese di Pescara_ e _Giam-Batista Castaldo_, che andarono

poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del

pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui

era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la

disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza

camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando

in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete,

bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino[460]. Per

queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle

promesse e con dei benefizii di _Cosimo duca di Firenze_ e di _Ottavio

Farnese duca di Parma_. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso

monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo

solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle

ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì

anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal

Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia.

Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore

Cola[461], ed insieme la convenzion segreta, per cui si dichiarava che

il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma

al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere.

Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed

abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato

uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui

molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.

Mandò poscia il re Cattolico ordine al _duca d'Alva_ di procurare,

se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace;

e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo

inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a

lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si

ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire.

A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che

altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra

piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San

Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani,

di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento

cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello

Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli,

Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso

a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio.

Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono

a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura,

che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a

Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città,

fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente

si arrenderono. In tanto _Marcantonio Colonna_ con ottocento cavalli

faceva scorrerie sino alle porte di Roma, città per la cui difesa

avea _Camillo Orsino_ già fatti molti ripari di bastioni, spianate ed

altre fortificazioni; e il _duca d'Urbino_, benchè non più generale

della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento

fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna,

oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili

per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila

Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non

amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora

vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti,

sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto

di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le

pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare,

se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali

s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della

concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto

proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese

dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per

dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola

città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era

quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni

e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno.

Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con

poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati

più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a

far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca

finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle

vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano,

il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di

nuovo dal pontefice per far danari, che asprissimamente si esigevano,

e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano

forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.

Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a'

quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche

onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica

veneta, e si abboccasse per questo eziandio col _cardinal Caraffa_

(poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli,

per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva

angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre

più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra.

E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra

dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del

re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di

settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re

di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella

Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re

non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente

perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli

levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde il

_re Arrigo_, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare il _re

Filippo_ di desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli

non potea sofferire, diede ordine che il _duca di Guisa_ si allestisse

per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso

del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono

il papa e i Franzesi con _Ercole II duca_ di Ferrara, pretendendolo

obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si

lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere

il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata

gallo-pontifizia. Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca

coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di

Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don

Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria

sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don

Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad

Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria,

minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca

d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso

di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del

commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare

al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia

del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai

Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni

Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena

colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito

assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta

di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e

asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche

ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal

papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la

tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo

torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva,

ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi

conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se

fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo

ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di

penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi

nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno nel dì 2 di giugno

_Francesco Veniero_ doge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per

successore in quella dignità _Lorenzo Priuli_.

Anno di CRISTO MDLVII. Indizione XV.

PAOLO IV papa 3.

CARLO V imperadore 39.

Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del

cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco

Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con

loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna

una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre

ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato

s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il

sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a

prendere impegno veruno. Abbiam già veduto _Ottavio Farnese duca_ di

Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli. _Cosimo duca_ di Firenze,

principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale,

conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar

nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual

tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna,

per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto

in quest'anno. Ora il _cardinal Carlo Caraffa_ che assai presumeva

della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il

senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il

Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni,

per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per

difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore

la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun

conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente

per procacciare un maggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè

la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla

poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da

Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel

dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo

stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le

poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso

doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche il _cardinal di

Trento_, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di

Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi

e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio di _Cosimo duca_

di Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè

venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de'

popoli contro di chi era autore di quella guerra.

A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè

al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco

Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano,

Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed

altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì

prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi

nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco

tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si

era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi

papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa,

fra' quali mischiò ancora _Alfonso Caraffa_, figlio d'Antonio suo

nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice

per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor

questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e

alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni, con dargli

appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di

Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il

disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra

di _Carlo V_ e di _Filippo II_, giacchè egli non riconosceva per

imperadore _Ferdinando I_. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla

in _Coena Domini_ furono specialmente scomunicati da lui gli occupatori

delle sue terre della Campagna e della Marittima, _quantunque eminente

per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed

aderenti_. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò

la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerè _duca

d'Alva_ a provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati

i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchio _don Ferrante Gonzaga_,

che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in

Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli

avanzamenti a' nemici.

Restituitosi il duca _di Guisa_ all'armata, quando Dio volle,

proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via,

nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie,

vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare

i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti

le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle

più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo

terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante

artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella,

terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai

forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don

Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa

fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli

eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve il

_duca d'Alva_ a Giulia-Nuova, dodici miglia da Civitella, menando

seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici

mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e

settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser

la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui

non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della

fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era

ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi

Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale

operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo

franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare

Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò

da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio

di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla

conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave

sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele

con _don Antonio Caraffa_ marchese di Montebello, perchè mancavano le

genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle

tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora;

un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese,

perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul

volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a

dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa

Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse.

Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti

dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di

essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e

restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina,

preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto

di gente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e

perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie

ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella

nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero

sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.

Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove il _maresciallo di

Brisac_, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento

cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo,

ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i

terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti

ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro

il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto

il giovane _marchese di Pescara_ a Fossano, ebbe maniera di spignere

colà gente e munizioni. In questi tempi anche il _duca di Ferrara_

fece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da don

_Ferrante Gonzaga_, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozio

_Cosimo duca di Firenze_. Avea egli intese le proposizioni di cedere

Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto

tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso

per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e

mezzi per dissuadere da tal contratto il re _Filippo II_; e poscia,

facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi

per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere

a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse

tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel

mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont[462], da

cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello,

Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte

dell'Elba fu restituita all'Appiano signore di Piombino, restando

al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca

a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un

bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu

la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità

dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e

neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza

ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti

del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che

presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo

degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di

guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano,

andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di

acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa

fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni

di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa

la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati

Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più

orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella

tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.

Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di

cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a

Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per

unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa

ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi

invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per

divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani,

che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana:

il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se

ne tornarono in Levante, lasciando deluso il principe di Salerno,

il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal

fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto

di Francia il _maresciallo Strozzi_ con ordine al _duca di Guisa_ di

assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli.

Trasse anche il _duca d'Alva_ colle sue in quelle parti, ed unitosi

con _Marcantonio Colonna_, seco disegnò di tentare l'acquisto di

Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di

buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da

ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo

difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità

de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad

intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata

più dal re Cattolico _Filippo II_ per varii riguardi, che dal medesimo

_papa Paolo IV_. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26

d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta

di San Sebastiano. Ma avendo il _cardinal Caraffa_ avvisato di questo

movimento dal _cardinal di Santafiora_, ben guernite di soldati le mura

di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non

si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece

conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò

tornando a strignere Palliano.

In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a

Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne'

Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di

giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra;

e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso

prevalse il parere di _don Ferrante Gonzaga_, il qual poscia nel dì 15

di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles.

Ebbe questo principe la gloria d'essere compianto fin dagli emuli

suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un

valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie

inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San

Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto. _Emmanuel

Filiberto_, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata

spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti,

nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e

tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse

nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il

contestabile di Francia _Anna di Memoransì_. Allora fu che si venne

ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte

cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta.

Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò

agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei

mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio,

i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due

mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria

fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non

mancò di far molte prodezze _Gasparo di Colignì_ ammiraglio di Francia.

Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la

scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu

creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo

bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri

luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il

re _Arrigo II_ in non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in

Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine

a lui ne fu spedito.

A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri

mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate molte disavventure, cioè la

ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che

Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori

di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro

le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano

altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto

consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse

ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in

ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de'

suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e

presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il

consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggi _Veneziani_

e _Cosimo duca_ di Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano

potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più

zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò

daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospirava _Filippo

II re_ di Spagna, ed anche il _duca d'Alva_, e però condiscese ad

accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui

dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto

duca d'Alva i cardinali _Santafiora_ e _Vitelli_ in Cavi, tra Genazzano

e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con

rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare

a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in

deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè

il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con

varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali

ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come

alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non

fu compreso _Ercole II duca_ di Ferrara, con esempio ai posteri di quel

che non rare volte succede a' principi minori nel volersi collegare coi

maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì

per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie

alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della

capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue

genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma

a render pubblicamente ubbidienza al papa.

E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice

al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli

Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della

Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti

assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere

costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle

terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna,

d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato

romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè

nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti,

sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di

Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani

di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San

Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con

perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni,

grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei

pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze

con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che

si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte;

e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo

un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì

rigoglioso calò dal monte, che rovinò assaissimi edifizii, affogando

oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora

vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti.

Era intanto restato solo _Ercole II duca_ di Ferrara, cioè abbandonato

affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira

del re Cattolico, il quale non tardò a far muovere _Ottavio duca_ di

Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli

da _Cosimo duca_ di Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di

Milano, a cagion della discordia nata fra il _cardinal di Trento_ e

_Giambatista Castaldo_. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna

il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e

Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le

ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne

il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma

per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe,

poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato

l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del

duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re

Cattolico.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 84 / 102 题