NOTE:

[454] Lettere de' Principi, tom. 2.

[455] Angeli, Storia.

[456] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDLIII. Indizione XI.

GIULIO III papa 4.

CARLO V imperadore 35.

Provò Siena in quest'anno gli effetti perniciosi della guerra. Chi ne

desidera un preciso ed anche troppo minuto ragguaglio, non ha che a

leggere la Storia dell'Adriani. Dirò io in compendio, che, sommamente

dispiacendo all'imperadore quell'essersi annidati in Toscana i

Francesi, mandò ordine a _don Pietro di Toledo_, vicerè di Napoli,

di muovere l'armi contra di loro, per ridurre Siena dipendente da'

cenni suoi. Pertanto il Toledo, raunato un corpo di circa dodici

mila persone tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, lo fece marciare nel

precedente dicembre alla volta della Toscana sotto il comando di don

Garzia suo figlio. Per ogni buona precauzione il pontefice, benchè

neutrale, accolse circa otto mila soldati, che stettero alla guardia

di Roma. Unissi don Garzia con Ascanio della Cornia, generale della

fanteria italiana, il quale nel Perugino avea assoldato altri due mila

e cinquecento fanti italiani. Entrato questo esercito nel distretto di

Siena[457], se gli arrenderono tosto Lucignano, Pienza, Monte Fullonio

ed altri deboli luoghi, e andò poi ad accamparsi sotto Monticelli,

ossia Montucchiello. Dentro v'era Adriano Baglione, giovine valoroso,

che per un mese fece gagliarda difesa, e ne capitolò infine la resa,

con restar prigioniere nel dì 19 di marzo. Imprese dipoi don Garzia

l'assedio di Montalcino, principal terra de' Sanesi, la cui conquista,

se fosse succeduta, mettea a mal partito la stessa città di Siena. Ma

ritrovaronla ben bastionata e fortificata da Giordano Orsino, giovane,

nel cui cuore bolliva il desiderio della gloria e dell'onore, di cui

sempre fe' professione la sua nobilissima casa. Intanto don Pietro di

Toledo era venuto per mare a Livorno, e poscia a Firenze, non tanto per

visitar la figlia e il _duca Cosimo_ suo genero, quanto per accudir più

da vicino all'impresa di Siena. Ma, colà giunto, venne da lì a poco

la morte a trovarlo: vecchio astuto, crudele, che avea poco innanzi

al dispetto de' suoi anni menata moglie una giovane bellissima di

casa Spinelli. Nè mancarono maligni che sognarono, secondo il solito,

abbreviata dal veleno la di lui vita. Si cercò in Napoli uno che

piagnesse per la sua morte, e non si trovò. Per cagion d'essa bensì

l'ardore dell'armi imperiali s'intepidì. Avvenne ancora nel mese di

maggio che sotto Montalcino fu preso dagli assediati il segretario di

don Garzia, e condotto a Siena, dove per paura de' tormenti rivelò come

tessuta dal duca Cosimo, principe di fina politica, una congiura contro

di quella città. Vera o falsa che fosse tal confessione, certo è che

costò la vita ad alcuni di que' cittadini, fece restare esso Cosimo in

disgrazia de' Franzesi, quando nello stesso tempo si lamentava forte di

lui l'imperadore, perchè volesse tenersi neutrale, anzi era in sospetto

di veder volentieri in Siena i Franzesi, tuttochè non avesse lasciato

di somministrar artiglieria, danari ed altri aiuti al campo imperiale.

Rincresceva forte a _papa Giulio III_ questa guerra di Toscana, e molto

più la maggiore che durava più che mai accesa oltramonti. Però fece,

per mezzo dei suoi ministri, quanto potè per esortare ed indurre alla

pace i due litiganti monarchi; e a questo fine inviò loro due cardinali

legati, che spesero invano passi e parole con chi era o troppo

irritato o troppo superbo e pretendente. Ma in Toscana venuto il mese

di giugno senza che avessero i cesarei potuto espugnare Montalcino,

sempre valorosamente difeso dall'Orsino, in parte da sè stesso, e in

parte per l'interposizion del papa, cessò per allora quella contesa.

Imperciocchè, mandato da Cesare a Napoli per vicerè _pro interim_ il

_cardinal Pacieco_, presentando questi un gran preparamento de' Turchi

per tornare nei mari d'Italia ad istanza del re di Francia _Arrigo

II_, richiamò dal Sanese le genti ch'erano state cavate dai presidii di

quel regno; e così respirò Siena. Ma, nel tornar le milizie suddette a

Napoli, accadde uno scandaloso fatto. _Marcantonio Colonna_, comandante

di una parte della cavalleria cesarea, disgustato da gran tempo di

Ascanio suo padre (dicono, perchè gli negava un assegno conveniente

alla nascita sua), in tre giorni prese Palliano e tutte le altre

castella possedute dalla sua nobil casa negli Stati della Chiesa. Ossia

che Ascanio accorresse per salvare Tagliacozzo ed altri suoi feudi nel

regno di Napoli, oppure che andasse con gente armata per ricuperarli;

la verità si è, che, per ordine del suddetto cardinal Pacieco, fu preso

esso Ascanio, e mandato prigione nel castello di Napoli, dove stette

gran tempo, e infine, colto da malattia, vi morì, restando il figlio

padrone di tutto. Si stancarono i politici per trovar la cagione di

sì aspro trattamento, e l'han tuttavia da scoprire. Fu pure astretto

il Belcaire a confessare in quest'anno la sempre detestabil alleanza

del re di Francia con Solimano gran sultano de' Turchi, perchè sugli

occhi di tutti comparvero que' Barbari uniti colla flotta franzese

nei nostri mari. Vennero costoro sul principio di giugno con sessanta

galee, comandate da Mustafà bassà e dal corsaro Dragut, oltre alle

franzesi, in Sicilia, dove presero e abbruciarono Alicata, e fecero

secento cristiani schiavi. Nulla potendo ottenere contro Sacca e

Trapani, passarono dipoi in Toscana, e quivi spogliarono l'isola della

Pianosa, conducendo via mille di quegli abitanti. Grave danno ancora

fu recato dalla stessa armata turco-gallica all'isola dell'Elba; ma

dappoichè in essa si fu imbarcato il signor di Termes con quattro mila

fanti cavati dal Sanese, fece vela alla volta della Corsica, dove i

Franzesi teneano delle intelligenze, senza che i Genovesi, signori di

quella sì riguardevole isola, ancorchè avvisati del pericolo, avessero

provveduto al bisogno. Sbarcati colà i Franzesi coi Turchi, ridussero

in poco tempo in loro potere la Bastia e San Fiorenzo; e, sollevati

circa sette mila di quei feroci montanari, s'impossessarono di quasi

tutta l'isola, a riserva di Calvi, Aiaccio e Bonifazio. Se vogliam

credere al Manenti e al Campana, la Bastia si conservò in potere de'

Genovesi. Fu dipoi da' Turchi e Franzesi assediato e preso Aiaccio,

dove tutto andò a sacco, restarono preda della loro lussuria le donne,

e i presi Genovesi posti al remo. Quindi passarono i Turchi all'assedio

di Bonifazio, e i Franzesi a quello di Calvi. Il comandante della prima

città, ingannato da una finta lettera del doge e dell'uffizio di San

Giorgio, capitolò. Calvi si sostenne. Venuto il settembre, secondo gli

ordini del sultano, i Turchi se ne tornarono in Levante, e il signor

di Termes andò in Provenza, per condurre in Corsica genti, munizioni

e vettovaglie. Svegliati intanto i Genovesi, non omisero diligenza e

spesa per ricuperar la Corsica, del che parleremo all'anno seguente.

Non restò esente neppure in questo anno dagl'incomodi della guerra il

Piemonte. Dimorava _Carlo duca di Savoia_ in Vercelli, contemplando

l'infelice situazione de' suoi Stati, occupati in gran parte da'

nemici franzesi di qua e di là dai monti, e quasi signoreggiato il

resto dagli amici imperiali, con restare intanto i popoli esposti alle

continue incursioni sì dell'uno come dell'altro partito, e forzati

spesso a cangiar padrone. Giunse la morte a liberarlo da queste nere

meditazioni, essendo egli mancato di vita nel dì 18 d'agosto, come

vuole il Sardi storico contemporaneo, o piuttosto, secondo che scrivono

gli autori piemontesi, nel dì 16 d'esso mese: principe d'ottimo genio,

fatto più per la pace e pel gabinetto che per la guerra; ma principe

sommamente sfortunato, che seco nondimeno portò la consolazione di

lasciar suo erede _Emmanuel Filiberto_ principe di Piemonte, giovane

bellicoso e di grande aspettazione, che in questi tempi militava in

Fiandra presso l'imperadore, e s'era già segnalato con varie azioni di

senno e di valore. Seguirono in esso Piemonte varii movimenti e fatti

delle nemiche armate, ma non di tal rilievo, che lor s'abbia a dar

luogo in questo compendio. Solamente fece strepito la presa di Vercelli

fatta da' Franzesi nel dì 20 di novembre per intelligenza con alcuni

Vercellesi mal soddisfatti della guarnigione tedesca. Ma _don Francesco

d'Este_ generale cesareo, appena ciò inteso, spedì Cesare da Napoli

con centocinquanta cavalli ed altrettanti fanti in groppa, affinchè

rinforzassero la cittadella, ed egli poi li seguitò frettolosamente col

resto della cavalleria e con mille fanti, ed, entrato anch'egli nella

fortezza, era per piombare addosso alla città. Ma non l'aspettarono

i Franzesi, che prima di ritirarsi spogliarono l'arnese e il tesoro

del duca defunto, ricoverato in Sant'Eusebio, non avendo la fortuna,

tanto a lui avversa in vita, cessato di perseguitarlo anche dopo

morte. Condussero via eziandio molti mercatanti e terrazzani ricchi

o per ostaggi delle contribuzioni intimate al pubblico, o per

ricavarne delle taglie private. Seguitò quest'anno ancora la guerra

fra l'imperadore e il re di Francia. Assediata dai cesarei con potente

esercito Terovana città fortissima, e battuta per quattordici giorni

con sessanta pezzi di artiglieria, mentre si stendeva la capitolazion

della resa, vi entrarono furiosamente Spagnuoli e Tedeschi, e le

diedero un terribil sacco. Venne poi, per ordine dell'imperadore,

spianata quella piazza da' fondamenti. Non fu meno strepitoso l'assedio

posto dipoi nel mese di luglio alla città di Edino, forte, al pari

dell'altra, dalle armi cesaree sotto il comando del suddetto _principe

di Piemonte_, dichiarato supremo general dell'armata. Alla difesa di

quella piazza era entrato _Orazio Farnese duca_ di Castro con assai

nobiltà franzese, ma, colpito da un tiro d'artiglieria, perdè ivi la

vita, compianto da ognuno pel raro suo valore. La stessa disavventura,

che avea provato Terovana, toccò anche ad esso Edino, messo a sacco

colla strage di alcune centinaia di Franzesi, e colla prigionia di non

pochi riguardevoli signori. Restò similmente rasata quella piazza,

e niun'altra azione si fece degna di memoria in quelle parti. In

questo mentre, essendo accaduta la morte del giovinetto _Odoardo re

d'Inghilterra_, gli succedette _Maria_ sua sorella, con giubilo grande

della cristianità, perchè ella poco stette a professare la religione

cattolica, siccome l'imperadore non tardò a progettare il matrimonio di

essa regina col _principe don Filippo_ suo figlio vedovo. In quest'anno

nel dì 23 di maggio terminò la sua vita _Francesco Donato_ doge di

Venezia, e nel dì 4 di giugno fu assunto a quella dignità _Marcantonio

Trevisano_, personaggio singolare per la sua pietà e saviezza.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 83 / 102 题