NOTE:

[453] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDLII. Indizione X.

GIULIO III papa 3.

CARLO V imperadore 34.

Erasi troppo facilmente impegnato _papa Giulio_ nella guerra della

Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il

mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello

dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente

involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata

quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole

di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il

cervello a partito, fu un colpo di _Arrigo II_ re di Francia, il quale,

col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de'

benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò

inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e,

quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse

un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur

sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza

al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era

progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo

non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e

pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano

far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che

l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però

di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da'

saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse

tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva

per la pace. Vi s'interposero infatti i _Veneziani_ ed _Ercole duca_

di Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne il _cardinal di

Tornone_. E perciocchè premeva al pontefice, in cercando di riacquistar

la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore,

fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre

l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma.

Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava

anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le

mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29

d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal

cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere

de' Principi[454], dall'Angeli[455] e dal Du-Mont[456]. Portavano essi

una tregua di due anni fra il _pontefice_, il _re Cristianissimo_ e il

_duca Ottavio_. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla

Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali

Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, ed _Orazio Farnese_

nel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco

prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la

dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue

armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto

la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno

che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.

Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta

sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi

qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua, _don Ferrante

Gonzaga_ dal Piemonte spedì gente ed ordine a _Gian-Giacopo de Medici_

marchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si

studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano

essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva,

era ridotta a tale la Mirandola, che poco potea stare a cadere in

mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo

Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi

e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine

del re da _Ippolito d'Este cardinal di Ferrara_, e situate al forte

di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono.

Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad

allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa

in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo

San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora

in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara.

Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà

don Ferrante Gonzaga, unitosi seco _Emmanuel Filiberto_, spiritoso

principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del

general franzese _signor di Brisach_, che avea preso Saluzzo, Chieri,

San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono

essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A

riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo.

Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in

Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere

il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi

il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il

dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un

presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza

ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il

principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un

giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò

meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore,

il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni

dell'anno presente; e però altro d'importanza non seguì per ora in

Piemonte.

Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare:

sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, se _Carlo V_, principe

di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati,

nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile

voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione

si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di

qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in

alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con

altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già

i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione

di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel

popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar

ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di

dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non

l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono

a manipolar un trattato di protezione con _Arrigo II re_ di Francia,

il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante

Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la

mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essi _Niccola

Orsino_ conte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle

sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla

Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio

l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato

da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon

numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena,

chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza

armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in

quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allora solamente

quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello

e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso

a _Cosimo duca di Firenze_, principe che, innamorato di Siena, con

grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non

bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i

quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le

porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di

luglio, gridando ognuno ad alla voce _Libertà_. Espugnarono di poi San

Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle

lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati

gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella,

provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i

Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il

salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto

che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in

libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati

i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di

gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli,

fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta.

Imperciocchè frate _Ambrosio Cattarino_ dell'ordine de' Predicatori,

vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla

teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase

al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della

Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo

quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi

vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della

patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero

del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de'

Sanesi, e spedì colà per suo ministro _Ippolito d'Este cardinal di

Ferrara_, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino

con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le

turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè

riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.

Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè,

continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano

de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro

addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di

più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà

(che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse

verso Napoli ad unirsi col _principe di Salerno_. Fuoruscito di quel

regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con

quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà,

avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante

intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto

esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni

di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno

a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per

ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse

tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo)

col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare

ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè

così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più

luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel

mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la

città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo,

il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso

mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da

Gaeta. In questo mentre _Andrea Doria_ avea imbarcati tre mila fanti

tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che

dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con

quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi

in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato

ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare

senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con

alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi

che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè

volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza

di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di

Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello

condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac,

residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state

le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale

di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa

e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de'

Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro

signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo

Stato pontificio: il che calmò ogni paura.

Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava

contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di

qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il

generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì

ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina.

Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota

era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro.

Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia il _principe di

Salerno_ con ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa

non potea così presto muoversi, esso principe inviò per terra Cesare

Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio

turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile,

voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua

mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia

dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a don

_Pietro di Toledo_ vicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito

egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei

quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia,

e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il

mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di

Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come

ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come

scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed

informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio

con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse

alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione

avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente,

volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni

colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare

la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti

da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a

Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante

leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene

gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli

nell'anno seguente.

Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in

quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve

abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano

quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte

in quelle guerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche

contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità di

_Carlo Augusto_ nel ritener prigione _Filippo langravio d'Assia_, e

di ciò si lagnava forte _Maurizio duca_ e nuovo elettor di Sassonia,

perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero

suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della

libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione

o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega col

_re di Francia_, con _Giorgio marchese_ di Brandeburgo, con _Giovanni

Alberto duca_ Mechlemburgo, e con _Guglielmo_ figlio dell'imprigionato

langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente

anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo

era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa

dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re

di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e

fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in

divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si

fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a

lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di

Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello

strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente è _Giorgio

Federigo_, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò al _marchese

Alberto_, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia

d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico

di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso

tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere

di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura a

_Ferdinando re de' Romani_, il quale trattava con lui di accomodamento.

Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, era venuto

ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di

aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a

conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch,

sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano: _Che bella caccia

sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo!_ Al che

dicono che rispondesse Maurizio: _Non ho gabbia sì grande da mettervi

un augello sì grosso_. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della

Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi

il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di

notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de'

suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de'

collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un

sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi.

Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura

i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar

poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso

di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la

gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione

lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi

protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di

Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la

continuazione a tempi più quieti e propizii.

Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie

dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molte _Arrigo duca di

Brunsvich_, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli

giovò fu l'interposizione di _Ferdinando re de' Romani_, che maneggiò

con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di

più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si

lasciò condurre il duca Maurizio con gli altri alleati, perchè poco

stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar

la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui

servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore

della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima

degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo

facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di

essi collegati, quanto contra del _re Arrigo_, a cui inviarono anche

le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea

il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca

città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone

in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì;

rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare

un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì

primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla

liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non

occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato

il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo.

Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio, _Alberto_ il

giovane, _marchese di Brandeburgo_, figlio di _Casimiro_, avendo preso

gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero,

ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti

della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga

ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e

Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo

varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da

Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa;

ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè

la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con

potentissima oste all'assedio di Metz, la cui difesa era raccomandata

al _duca di Guisa_, trovandosi con lui _Alfonso d'Este_, fratello del

duca di Ferrara, _Orazio Farnese duca_ di Castro, e _Pietro Strozzi_

generale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una

guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che

quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di

dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna,

e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti

e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La

dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra

anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la

risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro

di troppo disgustevoli vicende.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 82 / 102 题