NOTE:

[452] Panvinio. Segni. Giacon. Adriani. Oldoin.

Anno di CRISTO MDLI. Indizione IX.

GIULIO III papa 2.

CARLO V imperadore 33.

Stavasene in Parma il _duca Ottavio_ Farnese, tuttodì pensando ai mezzi

per mantenersi in quel dominio, giacchè per la ricuperazion di Piacenza

era seccata ogni speranza. Parevagli di trovarsi a mal partito, perchè

non ignorava l'idee dell'Augusto suocero suo sopra quella città,

e i mali uffizii e le mine che andavano facendo contra di lui _don

Ferrante Gongaza_ governator di Milano, e don Diego Mendozza, anche per

private passioni nemici suoi. Come resistere solo a chi volendo potea

sì facilmente ingoiarlo, qualor volesse? Fece rappresentare a _papa

Giulio_ il bisogno suo, e chiedere, non ottenendo aiuto da lui, licenza

di ricorrere a chi potesse sostenerlo, mentre niuno in Italia ardiva

di alzare un dito in suo favore; e il papa, che per altri motivi si

studiava di conservar buona armonia coll'imperadore, si strinse nelle

spalle, nè altro rispose, se non che il duca si aiutasse come potesse.

Ciò bastò ad Ottavio, col consiglio, per quanto fu creduto, de' due

_cardinali Alessandro_ e _Ranuccio_ suoi fratelli, per proseguire

animosamente un trattato già mosso da _Orazio duca di Castro_, altro

suo fratello, alla corte del re Cristianissimo, per impegnar quel

monarca alla difesa sua. Null'altro che questo bramava Arrigo II, emulo

oltre modo della soverchia potenza della casa d'Austria. E nel dì 27

di maggio del presente anno, come apparisce dallo strumento rapportato

dal Du-Mont[453], prese il re sotto la sua protezione la casa Farnese,

obbligandosi di mantenere ad Ottavio due mila fanti e ducento cavalli

leggieri per la difesa di Parma, e di pagargli annualmente dodici

mila scudi d'oro, con promessa di maggiori aiuti alle occorrenze, e di

rilievo, in caso di disgrazie. Intanto ducento mila scudi fece avere il

re in Venezia per sostenere questo impegno. Avvertito il pontefice dal

cardinal Farnese di questo negoziato, parve allora che si svegliasse, e

si sbracciò per disturbarlo con gagliarde premure presso dello stesso

Ottavio. Ma non fu a tempo. Essendosi data l'ultima mano al trattato

col re Cristianissimo, il duca Ottavio, siccome uomo d'onore, non volle

retrocedere, per quanto ancora vi si adoperasse il duca di Ferrara

_Ercole II_, a cui non piaceva il fuoco vicino a' suoi confini.

Allora fu che papa Giulio III proruppe in ismanie. Cominciarono a

fioccare i monitorii contro di Ottavio, comandandogli di consegnar

Parma ai ministri pontificii, e si procedè fino alle censure, e a

dichiarar lui ribello e decaduto da ogni diritto sopra quello Stato, e

dal grado di gonfalonier della Chiesa. Ritiraronsi da Roma Alessandro

e Ranuccio cardinali Farnesi: il primo si ricoverò a Firenze, ben

ricevuto dal _duca Cosimo_; e l'altro ad Urbino, dove ebbe un amorevol

trattamento dal _duca Guidubaldo_ suo cognato. Provarono i Farnesi

anche lo sdegno di _Carlo V_, perchè questi tolse al cardinale

Alessandro il ricco arcivescovato di Monreale, e ad Ottavio Novara e

il ducato di Cività di Penna, beni dotali della duchessa Margherita

d'Austria sua figlia, e moglie d'esso Ottavio. Meglio di quaranta

mila scudi d'oro perderono essi Farnesi nella presente tempesta;

ma vi guadagnarono bene i parenti del papa. Giacchè più non restava

luogo al più volte proposto ripiego di dar Camerino al duca Ottavio

in cambio di Parma, il papa diede il perpetuo governo d'esso Camerino

colle rendite a Baldovino suo fratello, e di più, per attestato del

Segni, maggior grandezza gli conferì in Roma, che se fosse stato

duca o signor naturale antiquato in Italia. A Gian-Batista del Monte,

figlio d'esso Baldovino, conferì il grado di gonfaloniere e capitan

generale della Chiesa, e per lui ottenne dall'imperadore Novara e

Cività di Penna. Andò tanto innanzi il fasto di quella gente, che

Ersilia Cortese, nobile modenese, moglie d'esso Gian-Batista, se

crediamo al Segni, stava in Roma con tanta altura e grandezza, che la

duchessa di Parma figliuola dell'imperadore, innanzi che ella fosse

ita a Parma, avea appena udienza da lei, quando andava in cocchio per

salutarla e per farle onore. Nè qui si fermò il nepotismo di questo

pontefice, perchè ad Ascanio della Cornia Perugino e a Vincenzo de'

Nobili, figli delle sorelle sue, diede Stati e titoli di signori, e

cardinalati ai lor figliuoli. Nè si dee omettere che il pontefice stese

il suo sdegno anche contra il ducato di Castro, posseduto da _Orazio

Farnese_, dimorante allora in Francia, senza riguardo all'esser egli

destinato genero dal _re Arrigo_. Però spedì colà Ridolfo Baglione

coll'armi. Volevano i soldati presidiarii difendere quelle terre; ma

Girolama Orsina, vedova del fu Pier-Luigi, quivi dimorante, per placare

l'adirato papa, personalmente trasferitasi a Viterbo, le cedette al

cardinal Pio legato del Patrimonio; e tanto scusò il figlio Orazio per

l'obbligo d'onore da lui contratto col re di Francia, che il pontefice

ammansato, posto solamente il Baglione nella fortezza di Castro, lasciò

lei liberamente governar quel dominio.

Era già entrata in Parma guernigione franzese col signor di Termes:

il che non impediva la continuazion de' trattati di papa Giulio col

re di Francia e coll'imperadore, per prevenir la guerra. Pareva anche

ogni cosa disposta per la concordia; quando don Ferrante Gonzaga,

immaginando che il Farnese procedesse con finzione in que' negoziati,

per dar tempo ai Parmigiani di fare il raccolto, senza aspettar le

risoluzioni di Roma, a mezzo giugno si accostò alle vicinanze di Parma

con sette mila fanti, ducento cinquanta uomini d'armi, cinquecento

cavalli leggieri e sei mila guastatori, che si sfogarono contra di

quel territorio. Fu cagione questa barbara ostilità che il coraggioso

duca Ottavio non accettasse la ratificazione venuta di Roma della

progettata concordia, e che si venisse a guerra aperta. Mostrava

l'imperadore, per non rompere la pace colla Francia, di essere entrato

in questo ballo come ausiliario del papa, secondo il debito di sua

avvocazia; siccome, all'incontro, il re di Francia pretendeva non

rotta la sua amicizia coll'imperadore pel sostener egli il Farnese,

legittimo padrone di Parma, attesi ancora i meriti grandi di papa Paolo

III, perchè anche allora si sapeano le palliate maniere di far guerra

ad altrui con pretendere di non farla. Ma perciocchè don Ferrante

Gonzaga s'impadronì di Brescello, terra del duca di Ferrara, toccata

in appannaggio al _cardinale Ippolito d'Este_ suo fratello, che stava

allora ai servigi della Francia; e inoltre sul Cremonese furono presi

dagl'imperiali due uffiziali franzesi che passavano, come per paese

amico, a Parma; il _re Arrigo_, tenendo per rotta la tregua, dichiarò

apertamente la guerra all'imperadore, con far grande armamento per mare

e per terra, e con istudiarsi di suscitar contra di lui i principi

della Germania. Pertanto don Ferrante determinò di mettere l'assedio

a Parma; e perciocchè il castello di Colorno, dove era con presidio

farnese di ottocento fanti Amerigo Antinori, potea forse incomodare

il suo campo, v'andò sotto colla gente, e colle artiglierie cominciò

a fulminar quelle mura. Fu l'Antinori tacciato di dappocaggine, se

non d'infedeltà, perchè non tardò a capitolarne la resa. Ciò fatto,

formò il Gonzaga l'assedio, o piuttosto un blocco, alla città di Parma.

Avea intanto il re Cristianissimo inviato Pietro Strozzi, fuoruscito

fiorentino, con Cornelio Bentivoglio alla Mirandola, acciocchè

facessero ivi massa di gente in aiuto del Farnese. Dopo aver dunque lo

Strozzi stipendiati quattro mila fanti e cinquecento cavalli, allorchè

vide il bisogno, arditamente spinse quella cavalleria in Parma; e

questa, facendo dipoi spesse sortite, tenne aperto il cammino alle

vettovaglie; talmente ancora inquietò i nemici, che mai non osarono di

strignere Parma con vero assedio.

Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli

che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler

guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò

egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar

la spada contra del duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo,

perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si

metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San

Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale

armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila

scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con

permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna),

ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il

comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte

suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in

questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la

Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non

peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna,

e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto

questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella

picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar

due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla

fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte il _signor di

Brisach_ con assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle

parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San

Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzato _don Ferrante

Gonzaga_ ad accorrere in Piemonte, lasciato il _Medichino marchese_ di

Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella

città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in

Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e

Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle

vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in

que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di

sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi

tutto messo a fil di spada, e vi perì fra gli altri il _principe di

Macedonia_. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino

luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania

il principe _don Filippo_ figlio dell'imperadore. Prese egli congedo

dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a

Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio

d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute

dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono

ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata il _cardinal

Marcello Crescenzio_ legato, e gli altri padri, che gli diedero poscia

alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città

all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse

galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in Italia

_Massimiliano re_ di Boemia con _donna Maria d'Austria_ sua consorte,

e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di

nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla

volta della Germania.

Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama di _Arrigo

II re di Francia_ per deprimere la potenza di Carlo_ imperadore_,

si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente

maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso,

una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso

Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi

colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli

Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca

ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione

di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa

questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la

stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che

da' maneggi del re Arrigo fosse mosso questa volta il Turco contra de'

cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono

persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re

e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese

a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli

infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i

Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere

il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si

fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco

I coi Turchi, scrisse: _Che contra dei suoi nemici si può far di

tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti

dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere

la sua, ben volentieri lo farebbe_. Scrivendo così quello storico,

non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un

falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo

suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V

imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in

quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed

Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil

armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si

unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di

cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere

fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie

assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che

uscisse in corso il general turchesco, accadde che _Andrea Doria_ con

ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso

Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è

tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con

una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro,

in veder chiusa la volpe nella tana, tenendo per fermo di avere a

man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro,

perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i

cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio,

e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in

salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato

o confuso.

Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per

mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la

città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de'

cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici

galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella

città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo

buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè

per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco

che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta

comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della

Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col

cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a

Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche

prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi

cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto

circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina

isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle

artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il

fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime

cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa,

ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di

Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da

alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse

per far desistere Sinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e

da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di

Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì

a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi,

essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e

terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata

per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni

negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non

pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire

che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli

invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso

Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in

questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò

a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo

accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici

mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli

barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion

d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne

più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di

Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa,

suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino

ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette

navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta

spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai

Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che

tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a

visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a

Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di

scudi d'oro.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 81 / 102 题