NOTE:

[448] Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.

[449] Sardi, Istoria MS.

[450] Summonte. Sardi. Adriani. Campana ed altri.

[451] Adriani. Angeli, Storia di Parma. Mambrin Roseo. Gesellini, Vita

di Ferrante Gonzaga.

Anno di CRISTO MDXLIX. Indizione VII.

PAOLO III papa 16.

CARLO V imperadore 31.

Dopo avere il regal principe _don Filippo d'Austria_ lasciato in

Milano un gran credito di signor generoso e liberale, nel dì 8 di

gennaio del presente anno partì da colà, e, ricevuto uno splendido

trattamento da _Francesco duca di Mantova_, alla qual città si portò

anche _Ercole II duca di Ferrara_ per inchinarlo, passò a Trento,

continuando poscia il viaggio sino a Brusselles, dove fece la sua

entrata nel dì primo d'aprile, accolto con tenerezza dal padre Augusto.

L'intenzion dell'imperadore di chiamarlo colà era stata di fargli

giurar fedeltà da' popoli della Fiandra; il che eseguirono essi di

tutto buon cuore. Ma si aggiunse un'altra idea, fabbricata dall'amor

paterno ed ambizioso di Carlo cioè si diede egli a meditare nel tempo

stesso di farlo anche re de' Romani, e trattossi di ciò infatti nella

dieta d'Augusta dell'anno seguente; ma con trovarsi il _re Ferdinando_

troppo renitente alla cessione di quella dignità. Se non concordassero

in questo varii autori, parrebbe inverisimile un siffatto progetto.

Ma nè Ferdinando avea sì poco senno da sacrificare alle voglie del

fratello quell'illustre dignità, nè i principi della Germania erano

sì mal avveduti di permettere la continuazion d'una unione o potenza

che facea paura a tutti. In questi tempi _Arrigo II re_ di Francia,

non sapendo soffrire che la sua città di Bologna in Piccardia avesse

a restar in mano degli Inglesi anche per alquanti anni, e di doverla

comperare con tante somme d'oro accordate nella pace fatta con loro

dal _re Francesco I_ suo padre, determinò di adoperar la forza per

ricuperarla, con essersi fatto assolvere dal papa dal giuramento ed

obbligo di pagare il pattuito danaro. Parvegli anche propizio il tempo,

perchè in Inghilterra erano insorte gravi discordie, e durava tuttavia

la guerra degl'Inglesi contro la Scozia, assistita dall'armi della

Francia. Perciò andò con un possente esercito a mettere l'assedio alla

città di Bologna, dichiarando aperta guerra agl'Inglesi; ma quantunque

s'impadronisse di qualche forte, nulladimeno inutili per quest'anno

rimasero i suoi sforzi contro d'essa città. Godevasi intanto in Italia

la pace, ma pace turbata da continui sospetti di guerra per cagion di

Parma e Piacenza; e tutti attendevano a premunirsi. Ebbero, ciò non

ostante, a piagnere le marine, e specialmente della Sicilia, Calabria

e Riviera di Genova. Corseggiava nel Mediterraneo dopo la morte del

Barbarossa maestro, il famoso corsale Dragut rais con quaranta legni;

nè solamente prendeva quanti navigli mercantili gli venivano alle

mani, ma eziandio facea sbarco di tanto in tanto alle coste della

cristianità, con mettere a sacco i villaggi, ed asportarne ancora

gran copia d'anime cristiane, condannate dipoi ad una penosa servitù.

Mancava a costui un buon nido; sel procacciò egli nell'anno presente

coll'impossessarsi a forza d'armi della città appellata Africa o

Tripoli nelle coste di Barberia. Quivi si piantò egli e fortificò,

concependo poi speranza di stendere più in là il dominio suo.

Ondeggiava intanto _papa Paolo_ fra varii pensieri intorno agli affari

di Parma e Piacenza, e ricevea da Cesare parole di corte, quante ne

volea. Ora pretendeva l'_imperadore Carlo_ che si esaminassero le

ragioni della Chiesa e dello Stato di Milano su quella città, ed ora

proponeva cambii, comparendo sempre disposto a compiacere il papa, ma

con interna risoluzione di far quel solo uso che conveniva al proprio

interesse. Prese dunque il pontefice il partito, a ciò consigliato

dai più saggi porporati, di unir di nuovo Parma alla Chiesa, e di

torla al nipote Ottavio, con animo di reintegrarlo, cioè di dargli di

nuovo Camerino, giudicando che Parma in man della Chiesa verrebbe più

rispettata dai potentati cattolici. Con questa idea richiamò a Roma il

nipote, spedì a Parma con segrete istruzioni _Camillo Orsino_, Capitan

generale della Chiesa, il qual giunto colà, prese il comando dell'armi

e il governo d'essa città, attendendo poscia a fortificarla, e a ben

provvederla di vettovaglie e munizioni da guerra: il che recò non

poca gelosia a _don Ferrante Gonzaga_. Stette lungamente aspettando

il duca Ottavio qual dovesse essere il suo destino, lusingato dal

pontefice ora colle speranze di espugnar la pertinacia di Cesare, ed

ora colle proposizioni avanzate di una lega colla Francia. Finalmente

s'impazientò, massimamente all'udire che si trattava di ceder Parma

a _don Orazio _suo fratello, e Camerino a lui, e al considerare che

in tanto egli si trovava spogliato di Parma, benchè d'essa investito,

e che, venendo a mancare il decrepito papa, correa rischio di neppur

ottenere o di perdere Camerino. All'improvviso dunque, senza saputa

dell'avolo papa, venne per le poste a Parma, credendo di farsene,

come prima, padrone; ma Camillo Orsino insospettito per non aver

egli recata lettera o ordine alcuno del pontefice, si mise alla

parata d'ogni accidente, col disporre guardie dappertutto; e lasciò

bensì entrare in Parma il duca, ma il tenne sì corto, che non osò di

tentare novità veruna. Con tutto ciò, le speranze di Ottavio erano

riposte nella cittadella, avendo tenuta già intelligenza per questo

col castellano d'essa, e perciò fece istanza di visitar anche quelle

fortificazioni. Quivi parimente si trovò egli burlato, per essersi

pentito il castellano, che ricusò d'ammetterlo dentro: il perchè

tutto fumante di collera uscì di città, e si ritirò a Torchiara

castello del conte Sforza Santafiore suo cugino, dove, per mezzo del

_cardinale di Trento_, cominciò un trattato con _don Ferrante Gonzaga_

per acconciarsi coll'imperadore. Dacchè il pontefice ebbe intesa

l'impensata fuga del nipote, diede nelle smanie, persuaso che la gente

non crederebbe ciò fatto senza consenso suo; e tosto gli spedì dietro

un corriere per richiamarlo. E perchè ebbe avviso dall'Orsino del

tentativo da lui fatto per ripigliare il dominio di Parma, maggiormente

acceso di collera, rinnovò gli ordini a tutti i ministri di quella

città di tenerla a nome della Chiesa, e di non ammettere colà il

nipote. Così stavano le cose, quando il _cardinal Farnese_, per lettera

a lui scritta dal fratello, fece sapere all'addolorato pontefice che

Ottavio, se non gli veniva ceduta Parma, si accorderebbe con don

Ferrante, e cercherebbe colla forza di riaver quello che riputava

dovuto a sè per giustizia. Questo colpo, per cui si sfasciavano tutte

le macchine politiche del papa, e i suoi segreti trattati coi Franzesi,

l'accorò talmente, che, preso da un tremore e quasi sfinimento, fu

per cadere in terra, se non era sostenuto dagli astanti. Dopo quattro

ore si riebbe; ma sopraggiunse una gagliarda febbre, a cui l'età sua,

arrivata ad anni ottantadue, e forse più, guadagnatasi da lui colla

temperanza del vitto, non potè reggere, e però cessò di vivere nel dì

10 di novembre.

Varia fu la fama che lasciò dopo di sè _papa Paolo III_. Gli storici

fiorentini, Varchi, Segni ed Adriani, perchè mal animati contro di lui

a ragion delle dissensioni passate fra esso pontefice e il duca Cosimo,

ne sparlarono a bocca aperta. Il Segni arrivò a scrivere, esser egli

stato in concetto, non dirò di amante della strologia giudiciaria, che

questo gli fu imputato anche da altri (benchè forse senza ragione), ma

fin di magia e dell'uso de' veleni, con altre dicerie bestiali, che lo

stesso stampatore si vergognò di esporre tutte alla luce. Non è già di

dovere che i principi, pretendenti di non esser sottoposti alle leggi,

abbiano anche da pretendere esenzione dalla pubblica censura, perchè

questo è l'unico freno oppur gastigo alle lor malvage azioni: e guai

a chi giugne a nulla curarsi anche di questo qualsisia staffile. Ma

giusto insieme è che la censura sia ben fondata, e non figlia della

malignità e dell'invidia. Certamente chiunque senza passione peserà

le azioni e la condotta di Paolo III, avrà da confessare, aver egli

meritato, per conto non men dell'uffizio pastorale, che del governo

principesco, la lode di degno pontefice e di saggio principe. Dotato

di gran consiglio, di rara prudenza e di zelo cospicuo pel bene della

religione e pel decoro della Chiesa, primiero aprì l'importantissimo

concilio di Trento, confermò l'insigne compagnia di Gesù e l'istituto

de' cappuccini, e procurò la riforma degli abusi che deformavano la

Chiesa di Dio. Sommamente accrebbe la gloria sua colla promozione

di più di settanta cardinali, la maggior parte illustri o per la

loro scienza, o per la lor pietà, o per l'ingegno o per la chiarezza

di sangue. Sempre padre comune, mai s'impacciò nelle guerre fra i

principi, fuorchè quando si trattò di guerreggiar contro gl'infedeli

ed eretici: che allora largamente impiegò le rendite della Chiesa.

Fortificò Perugia, Ascoli, Nepi e Castro; condusse molto innanzi la

fabbrica di San Pietro, cominciata da Giulio II; rifondò il palazzo

apostolico del Vaticano; tirò alcune strade diritte per Roma; ed

avendo molto beneficato il popolo romano, meritò che fosse posta la

sua statua nel Campidoglio. Non mancarono al certo in lui varii nei.

E chi n'è senza? Per fabbricare il palazzo Farnese, gran guasto diede

all'anfiteatro di Tito. Fece gridare il clero e i popoli suoi per

le gravezze loro accresciute, e lasciò anche impegnate a' mercatanti

per più anni non poche rendite della camera apostolica. Ma quello che

maggiormente parve che oscurasse la sua fama, e che presso i più non

trovò scusa, fu l'esorbitante suo amore verso del figlio, benchè figlio

non degno di questo buon padre, e verso de' nipoti, degni al certo di

lui, per l'ingrassamento ed innalzamento dei quali che non fece egli?

L'abbiam già veduto. E volle Dio che, vivente ancora, ne ricevesse il

gastigo; laonde dicono che negli ultimi giorni di sua vita andasse

ripetendo: _Et peccatum meum contra me est semper_. Per altro anche

in questi ultimi tempi ad esaltare i pregi e a liberar dalla censura

le azioni d'esso pontefice, ha contribuito non poco l'indefessa penna

del celebre cardinale Angelo Quirini, vescovo di Brescia, a cui ancora

siam tenuti per tante altre notizie intorno al cardinal Polo e ad altri

insigni personaggi che in Paolo III trovarono un saggio conoscitore e

premiatore del merito.

Aveva il pontefice nel penultimo dì del suo vivere ordinato un breve

all'Orsino, con cui gli comandava di consegnar Parma al duca Ottavio:

tanto era il timore ch'egli si gittasse in braccio agli imperiali,

e cedesse loro quella città. Perchè questo breve non fu spedito con

diligenza, ed arrivò prima d'esso a Parma la nuova della morte del

papa, ancorchè il sacro collegio ordinasse lo stesso all'Orsino, egli

non volle ubbidire, dicendo d'aver avuta in guardia quella città da un

papa, e che ne disporrebbe secondo che gli fosse ordinato da un altro

papa: risposta che fece sospettare qualche suo intrigo coi Franzesi.

Ma l'Orsino onoratamente trattò e conservò Parma pel papa venturo,

quantunque non men dagl'imperiali che da' Franzesi gli fossero fatte

molte ingorde proposizioni. Durante poi la sede vacante, Camillo

Colonna ricuperò Palliano e le altre terre tolte da papa Paolo ad

Ascanio; e il principe di Sulmona acquistò Soncino ed altri luoghi,

come appartenenti a donna Isabella Colonna sua moglie. Ma don Diego

Mendozza s'interpose, affinchè non seguissero rumori fra esso principe

e i Colonnesi. Intanto raunati i cardinali nel numeroso conclave,

cominciarono i lor maneggi per provvedere la Chiesa d'un nuovo pastore,

con sì poca concordia nondimeno, che spirò il presente anno senza verun

accordo, anzi con apparenza di non accordarsi sì presto fra loro.

Nell'ottobre di quest'anno si celebrarono con rara magnificenza in

Mantova le nozze del _duca Francesco Gonzaga_ con _Caterina d'Austria_

figlia di _Ferdinando re de' Romani_. Nel qual tempo _Lodovico_

fratello d'esso duca passò alla corte di Francia, e col tempo divenne

duca di Nevers: del che è bene che il lettore si ricordi, perchè

vedremo a suo tempo tornar questa linea Gonzaga a signoreggiare in

Italia.

Anno di CRISTO MDL. Indizione VIII.

GIULIO III papa 1.

CARLO V imperadore 32.

Tennero lungamente diviso il sacro collegio, ascendente al numero

di cinquanta cardinali, le fazioni imperiale, franzese e farnese.

Fu in gran predicamento il _cardinal Polo_, uomo per la sua scienza,

religione e purità di costumi ben meritevole della dignità pontificia.

Ma perchè il _cardinal teatino Caraffa_ il proclamò per amico de'

protestanti, a personaggio sì illustre rimasero tagliate le penne.

Infine nella notte precedente il dì 8 di febbraio restò concordemente

eletto papa (per cura specialmente dei cardinali Farnese, Guisa

e d'Este) _Giovanni Maria di Monte_, ossia _del Monte_, cardinal

veterano, creduto degno della sacra tiara per li meriti suoi anche

dal defunto pontefice. Era egli oriondo da Monte San Sovino, terra

del distretto di Arezzo; e per la trafila di varii impieghi, tutti

sostenuti con lode, passato al cardinalato, si era specialmente

distinto per lo sapere e per la prudenza nel concilio generale, in cui

fu legato apostolico tanto in Trento che in Bologna. Prese il nome di

_Giulio III_; e perciocchè questo era l'anno del giubileo, nè per la

morte del papa s'era potuto nel precedente dicembre far la funzione

di aprir la porta aurea, coronato ch'egli fu nel dì 22 di febbraio,

non tardò ad aprirla nel dì 24, per soddisfare al gran concorso della

gente passata a Roma per ottener le indulgenze. Lodevolissimi furono

i principii del governo di questo pontefice, siccome suol d'ordinario

accadere non solo ne' principi ecclesiastici, ma anche ne' secolari,

perciocchè mostrò l'animo suo inclinatissimo non solo a rimettere in

Trento il concilio generale, aderendo alle premure dell'imperadore e

dei Tedeschi, ma ancora alla riforma della disciplina ecclesiastica,

troppo scaduta ne' secoli addietro. Pubblicò infatti il decreto del

riaprimento del concilio in essa città di Trento pel dì primo di maggio

dell'anno prossimo venturo. Conciliossi ancora l'amore del popolo

romano con levare i dazii della macina e de' contratti, che papa Paolo

avea introdotti con gravi doglianze massimamente de' poveri. Riconfermò

lo Stato di Campagna ai Colonnesi, e per riconoscenza al cardinal

Farnese confermò la prefettura di Roma ad _Orazio Farnese duca_

di Castro, e il grado di gonfalonier della Chiesa al _duca Ottavio

Farnese_ fratello d'esso cardinale. Quel che più importa, fece nel dì

24 di febbraio restituire da Camillo Orsino ad esso Ottavio la città

di Parma colle fortezze, artiglierie e munizioni: il che fu cagione

che Ottavio, dopo essere stato fin qui in molti trattati coi ministri

dell'imperadore, voltasse vela per sostenersi contra de' medesimi,

scoperti troppo vogliosi di quell'acquisto, e malcontenti della

restituzione a lui fatta.

Sì risoluto sempre più compariva _Arrigo II re_ Cristianissimo di

ricuperar la città di Bologna nella Piccardia, che _Odoardo re_

d'Inghilterra e i ministri suoi giudicarono miglior consiglio di cedere

amorevolmente con qualche vantaggio quella città, che di fare immense

spese per la difesa, e di perdere poi tutto colla resistenza. Però nel

dì 24 di marzo dell'anno presente seguì pace fra que' due potentati,

come consta dallo strumento rapportato dal Du-Mont, in cui fu conchiusa

la restituzion di essa città al re di Francia, con obbligarsi questi

al pagamento di quattrocento mila scudi d'oro del sole in due rate

all'Inglese. Liberato da quell'impegno, si diede poscia il re Arrigo a

lavorar sott'acqua per turbar la quiete d'Italia, e per muovere guerra

all'imperadore, la cui potenza faceva male a' suoi occhi, non men

che n'avesse fatto al re suo padre. Già dicemmo divenuto formidabile

nel Mediterraneo il feroce corsaro Dragut Rais, massimamente dopo la

conquista della città appellata Africa, o Tripoli di Barberia, tenuta

da alcuni per l'_Aphrodisium_ degli antichi. I Turchi le danno il nome

di Maladia. Portate alla corte di Cesare le doglianze e grida di tanti

popoli afflitti dall'insolenza e crudeltà di costui, che solamente

manteneva buona amistà co' Franzesi, vendendo loro la preda fatta sopra

i sudditi della Spagna; determinò il magnanimo imperadore di reprimere

la baldanza di quel nemico del nome cristiano. Per ordine adunque suo,

il principe _Andrea Doria_ e _don Giovanni di Vega_ vicerè di Sicilia

allestirono una ragguardevol flotta di galee e di navi, colla quale

si unirono ancora alcune del pontefice e de' cavalieri di Malta. _Don

Pietro di Toledo_ vicerè di Napoli vi mandò don Garzia suo figlio,

_Cosimo duca di Firenze_ vi spedì Giordano Orsino con quattro galee e

Chiappino Vitelli con mille fanti. Gran numero di cannonate e d'assalti

bisognò a quella impresa; ma finalmente al valore dell'armi cristiane

non potè resistere quella picciola, benchè assai fortificata città. Vi

rimasero uccisi ottocento Mori, e ne furono condotti via schiavi circa

sei od otto mila, venduti poi a vil prezzo per la Sicilia e Sardegna.

Furono presi anche altri luoghi in quei contorni, tutto bel paese con

terreno fecondo e colline piene di oliveti. Pretende il Surio che il

Vega vicerè, spogliata di tutto quella città, la facesse smantellare.

La verità si è, che lasciata fu ivi una competente guarnigion di

Spagnuoli e di cavalieri di Malta, e che la principal moschea nel dì

14 di settembre venne dedicata al culto del vero Dio. Dragut colle sue

galeotte si ritirò alle Gerbe, e l'armata cristiana, tornando verso

Sicilia, restò assalita da fiera tempesta, per cui alquante galee e

quattro navi rimasero preda dell'infuriato elemento.

Grande occasion di parlare diede in quest'anno _papa Giulio_ colla

creazion d'un solo cardinale fatta nel dì 31 di maggio[452], cioè

d'_Innocenzo del Monte_. Era questi nato da una povera donna che

andava accattando in Piacenza. Trovandosi in essa città governatore

o legato Giovanni Maria del Monte, che fu poi papa Giulio, raccolse

nella sua corte questo pezzente ragazzo, il fece allevare, e tanto

amore gli prese, che più non si sarebbe fatto ad un unico suo figlio.

Gli era sì perduto dietro, che l'innestò nella propria casa, facendolo

adottare da Baldovino suo fratello. Nè ciò a lui bastò. Dacchè ascese

al pontificato, l'empiè sino alla gola di benefizii e di rendite

ecclesiastiche, e senza dimora passò a proporre nel concistoro questo

suo caro idolo per la sacra porpora. Gran bisbiglio insorse fra i

cardinali; e fra gli altri il _cardinal Teatino_, che fu poi _papa

Paolo IV_, a visiera calata arringò contro la prostituzion di quella

eccelsa dignità in persona sì vilmente nata, senza sapersi neppure

il padre suo, e sprovveduto affatto di quelle virtù e qualità che in

qualche guisa potessero coprire l'obbrobrio de' natali. Ebbe un bel

dire. Innocenzo fu creato cardinale. Ma questo aborto fece quella

riuscita che ognun prevedeva; perciocchè sotto Pio IV e Pio V, a cagion

de' suoi vizii, più d'una volta fu in prigione e ne' ceppi, e spogliato

di varii benefizii. Abborrito dagli altri porporati, miseramente infine

terminò la sua vita l'anno 1577, non sussistendo ciò che scrive il

Belcaire, cioè esser egli stato strangolato dopo la morte del papa

suo protettore. Scapitò forte per questo disordinato affetto e per

tal risoluzione il concetto del papa. Oltre di che, siccome attesta

l'Adriani, poco tempo passò che non pareva più esso pontefice quel

che era stato cardinale; perchè si diede all'ozio, scaricandosi degli

affari pubblici sopra il _cardinal Crescenzio_, e prendendo solamente

diletto d'un suo giardino, dove consumava tempo e spese grandissime in

fabbriche ed ornamenti. Nè è da tacere che l'anno presente diede motivo

in Siena a gravi timori e consigli; perciocchè, dopo essere entrati

colà per guardia gli Spagnuoli, ad imitazion del riccio, cominciarono

que' ministri imperiali a disegnar ivi la fabbrica d'una cittadella, e

ne mandarono anche i disegni all'imperadore. Spedì quel popolo i suoi

inviati a Cesare a dolersi di tal novità, e andò intanto meditando

maniere più efficaci di sottrarsi a quel giogo e di conservare la

libertà. Comune credenza fu che lo imperadore, per l'ansietà di

aver Parma in suo potere, più volte avesse proposto di dar Siena in

contraccambio al _duca Ottavio_. Ma queste fantasie fra poco andarono

tutte in fumo. Nell'anno presente a' dì 21 di febbraio _Francesco III

Gonzaga duca_ di Mantova e di Monferrato, caduto nel lago, lasciò ivi

miseramente la vita; ed ebbe per successore _Guglielmo_ suo fratello.

Avea Francesco avuta per moglie _Caterina_ figlia di _Ferdinando re de'

Romani_, da cui non ebbe prole. Divenne poi questa principessa per le

seconde nozze regina di Polonia.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 80 / 102 题