NOTE:

[447] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXLV. Indiz. III.

PAOLO III papa 12.

CARLO V imperadore 27.

Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la

dichiarazione dell'_Augusto Carlo_; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua

figlia _donna Maria_ in moglie a _Carlo duca d'Orleans_, e in dote

il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani

all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio;

e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce

comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto.

Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro

Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re

Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non

si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re

anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada

per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion

sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli

del re, cioè fra _Arrigo delfino_ e il suddetto _duca d'Orleans_,

i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si

scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono

facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese

di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose

del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora

col figlio e colla corte il _re Francesco_ nella Badia di Foresta

presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale

e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile

principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere

in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal

uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore, o dal tuttavia

nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente

distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per

questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli

cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne

mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio,

nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma

intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più

d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè

veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta

in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia.

Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno

presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il

re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora

di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata

importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta

la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter

per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un

forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in

freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la

perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte

le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua

famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co'

sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera

nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti

guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli

andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza

della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che

l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbe i confini

per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.

Costanti furono i movimenti di _papa Paolo_ in quest'anno, affinchè,

essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità,

si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo

infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso

di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai

canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri,

degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue

premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese

destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e

troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue

di conseguirlo per _Pier-Luigi_ suo figlio, si applicò ad un altro

partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile

riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora

dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo

progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma

pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano;

e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che

non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed

insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo

disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea

ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo

non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come

quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che

i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio

II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente

pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città

dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi,

e mal soffriva che piuttosto a lui, che ad Ottavio suo genero, si

facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse

con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta

parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire

innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa

da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di

restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo

conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que'

due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento

di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in

pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino,

senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri

dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono

fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre

speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola.

Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare

a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente

perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di

petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando

gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti,

se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per

tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti.

Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la

gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che

difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati,

dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto

favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, e _Pier-Luigi Farnese_

nell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè

tardò egli punto a prenderne il possesso.

Tanto in Lombardia che nella Lunigiana e Toscana si provò in quest'anno

un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello

Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior

parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della

Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso

ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando

tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente

s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e

il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano

si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle

brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor

case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie

di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero

in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la

discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi

era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua

poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera

sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu

obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di

novembre _Pietro Lando_ doge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel

dì 24 d'esso mese _Francesco Donato_, già procurator di San Marco, e

persona di gran saviezza e dottrina.

Anno di CRISTO MDXLVI. Indizione IV.

PAOLO III papa 13.

CARLO V imperadore 28.

Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion

della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore

e capitan generale dello Stato di Milano _Alfonso d'Avalos_ marchese

di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per

altre sue belle doti ed azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo

governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in

tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono

varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste

fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse

aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali

borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese

ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea,

oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se

ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli

rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione

nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con

lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di

Milano fu susseguentemente destinato _don Ferrante Gonzaga_, che non

tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il

possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi,

lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui.

Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni,

l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle

provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però

si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de'

Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi

nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia

e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno

di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata

città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace,

di cui gran voglia nello stesso tempo avea il _re Francesco_. Fu

questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi

il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine di otto anni

più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea

restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi

in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi

e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente

fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che

appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto

fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la

potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega erano _Gian-Federigo

duca_ ed elettor di Sassonia, e _Filippo langravio_ d'Assia. Perciò

l'_Augusto Carlo_ giudicò di non dover più differire il farsi rendere

ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente

esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella

danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.

Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega

il _pontefice Paolo_. S'era questi con sua gran lode, siccome padre

comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre

fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi

alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore.

Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui

il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila

fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese

ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo

armamento, con dichiararne generale il _duca Ottavio Farnese_ suo

nipote, e legato il _cardinal Farnese_ suo parimente nipote. Comandante

della cavalleria italiana fu _Giam-Batista Savello_, della fanteria

_Alessandro Vitelli_, e sotto d'essi militavano assai colonnelli

e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di

Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più

di cinquecento nobili italiani volontarii concorsero a far quella

campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia,

comandata da _Carlo di Lanoia_ principe di Sulmona, e da _Emmanuele

Filiberto_ principe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del

medesimo Augusto generale dell'artiglieria _Gian-Giacomo de Medici_

marchese di Marignano, e consiglieri di guerra _don Francesco d'Este,

Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo_. Ma perciocchè lentamente

procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi

Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche;

l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più

sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse

ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a

quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai

sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo

di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura,

non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla

servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero

gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi

impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona

con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad,

dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a

fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a

battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto

al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un

grosso corpo di soldatesche fiamminghe. _Maurizio_ cattolico _duca di

Sassonia_, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere,

dategli da _Ferdinando re dei Romani_, ostilmente entrò nell'elettorato

di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un

tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la

costanza dell'Augusto Carlo, costrinse l'armata protestante sul fine di

novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta.

Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di

sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel

paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel

verno seguente, supplichevoli a' suoi piedi _Federigo conte Palatino,

Ulderico duca_ di Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di

Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi,

pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio

d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando

gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver

negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato

con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono

varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della

disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni

cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioè _Pietro

Bembo_ Veneziano, e _Jacopo Sadoleto_ Modenese, che negli scritti loro

lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.

Anno di CRISTO MDXLVII. Indiz. V.

PAOLO III papa 14.

CARLO V imperadore 29.

Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno

presente[448]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura

filiale di _Andrea Doria_ la libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili

il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità.

Ma era gran tempo che _Gian-Luigi de' Fieschi_, conte di Lavagna e

signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri

turbolenti, andava macchinando novità in pregiudizio delle patria sua,

con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria,

o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava

egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna

del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli

facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato

protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche

più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore,

come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto

d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte

nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido

in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore

nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui

abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo

aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri

franzesi e di _Pier-Luigi duca_ di Piacenza e Parma, segretamente

introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue

castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno

per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti

de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua,

gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci

ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della

porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli

a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira

di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di

Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran

tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si

trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni

della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi

passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città,

per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo

strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o

sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio,

che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e

imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè

immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra.

Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per

levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso

di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso,

che la città era sossopra, e udirsi gridare: _Libertà e Fieschi_,

perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza

di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una

mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli

Spinoli.

Poco parea che mancasse al compimento dell'opera, nè altro si

aspettava, se non che Gian-Luigi tornasse per insignorirsi del palazzo

pubblico. Ma Gian-Luigi era sparito per una di quelle vicende che

non di rado sconcertano le misure anche de' più saggi. Nel voler

egli passare sopra una tavola alla capitana delle galee, questa si

mosse, ed egli, siccome armato di tutto punto, piombando nell'acqua,

nè potendo sorgere, quivi lasciò miseramente la vita. Per questo

accidente s'invilirono tutti i suoi, e venuta in chiaro la morte sua,

quel senato ripigliò coraggio; e quantunque Girolamo fratello dello

estinto continuasse a fare il bravo, pure sul far del giorno si trovò

abbandonato dalla plebaglia, di maniera che ebbe per grazia di potersi

ritirare a Montobbio, dove attese a fortificarsi: con che tornò la

quiete in Genova. Cagion fu questa effimera rivoluzione che trecento

schiavi turchi, presa una galea del Doria, su quella si salvarono in

Africa. Fuggirono ancora tutti i forzati, dopo aver dato il sacco

a tutti gli armamenti ed arredi delle galee. Furono poi confiscate

tutte le castella di Gian-Luigi, diroccato il magnifico suo palazzo;

Girolamo suo fratello ed altri congiurati presi in Montobbio condannati

all'ultimo supplizio. Gran rumore fece per l'Italia questo fatto.

Chiara cosa fu che i ministri di Francia aveano tenuta mano a questa

congiura, e comunemente si credette che Pier-Luigi Farnese per varii

suoi dissapori e motivi politici fosse in ciò d'accordo col Fieschi,

con avergli anche promesso degli aiuti. Alessandro Sardi[449], allora

vivente, attesta che _Renca di Francia duchessa di Ferrara_, senza

consenso del _duca Ercole II_ suo marito, siccome cognata del re

Francesco, fu partecipe di questo maneggio, e per mezzo del duca di

Piacenza e Parma avea promesso al Fiesco di mandargli i Franzesi che

la servivano. E perciocchè non si sapea credere che Pier-Luigi, senza

che _papa Paolo_ suo padre fosse consapevole ed approvatore del fatto,

avesse dato braccio alla congiura; a tanto più perchè fra esso papa

ed _Andrea Doria_ erano dianzi seguite non poche amarezze, perciò non

si potè cavar di testa ai sospettosi imperiali che anche lo stesso

pontefice in quella tresca si fosse meschiato, benchè niuna concludente

pruova ne potessero mai trovare.

Nel dì 28 dello stesso gennaio del presente anno diede fine alla

carriera del suo vivere _Arrigo VIII re_ d'Inghilterra, con lasciar

erede il figlio _Odoardo_ di età di soli nove anni, e il nome suo in

obbrobrio presso tutta la posterità, per aver governati i suoi popoli

più da tiranno che da re, con tanti aggravii loro imposti, con tanta

crudeltà esercitata verso le maggiori e più illustri persone del regno,

con tante scene della sfrenata sua libidine, e massimamente per essere

divenuto traditore e persecutor della Chiesa cattolica, dopo aver

conseguito il glorioso titolo di difensore della medesima Poco stette

a pagar lo stesso tributo alla natura _Francesco I re_ di Francia in

età di cinquantatrè anni, essendo accaduta la sua morte nel di 31 di

marzo. La sua intemperanza ne' piaceri carnali, avendogli cagionata

una pericolosa fistola nella bassa parte deretana, gli abbreviò la

vita: principe peraltro ornato di belle doti, amante delle scienze

e de' professori di esse, padre e restitutor delle lettere nella sua

nazione. Ad _Arrigo II_ suo primogenito, che a lui succedette, secondo

l'esempio d'altri monarchi, i quali solamente imparano a viver bene

quando s'ha da abbandonare la vita presente, lasciò per ricordo,

essere cosa da saggio figliuolo l'imitar le virtù, e non già i vizii

del padre. Specialmente ancora gli raccomandò di non aggravar di

soverchio i popoli colle contribuzioni: dal che egli non s'era giammai

guardato, per appagar l'ambizione sua e l'odio conceputo contro di

Carlo imperadore, odio ch'egli forse portò al sepolcro, giacchè prima

di morire avea mandati ducento mila scudi a _Gian-Federigo Sassone_

e al _langravio assiano_, nemici o ribelli d'esso Cesare. Se questa

passione per memoria della prigionia sofferta in Ispagna, e per ragione

ancora di Stato, l'ereditasse eziandio Arrigo II suo figlio, giovane di

spiriti molto guerrieri, staremo poco ad avvedercene. Intanto solenni

funerali fece egli al defunto padre, e con ogni sorta di feste si vide

celebrato l'ingresso suo in Parigi con _Caterina de Medici_, divenuta

ormai regina di Francia. Quanto agli affari di Cesare in Germania,

brevemente dirò, che rinforzato di gente _Gian-Federigo duca_ di

Sassonia, di buona ora spinse le sue armi contra del _duca Maurizio_,

padrone allora di Lipsia e di Dresda; e il mise a mal partito; perlochè

avendo esso Maurizio fatte replicate istanze d'aiuto all'imperadore,

questi, benchè infermo per la podagra, fu forzato ad uscire in campagna

per tagliare il corso a maggiori progressi di Gian-Federigo, al quale

riuscì in questi tempi di muovere a ribellione la Boemia contra del _re

Ferdinando_ signore di quel regno, e di dare una rotta ad _Alberto_,

uno de' _marchesi di Brandeburgo_. Alla armata cesarea comandava in

capo il _duca di Alvo_. Perchè Giovachino marchese di Brandeburgo

ed elettore abbracciò in questi tempi il partito dello imperadore,

maggiormente si animò esso duca a proseguir la marcia contro del

Sassone verso la metà di aprile. Mirabile poi e sopra modo ardita fu

l'azion degli Spagnuoli, che trovando le opposte rive dell'Elba, fiume

grossissimo, di gente e di artiglierie guernite da Gian-Federigo, pure

passarono; e, cacciati i nemici, diedero campo all'esercito imperiale

di formar un ponte e di trasferirsi di là. Ritiravasi il Sassone in

ordinanza colle sue truppe, ma inseguito dalla cavalleria cesarea,

suo malgrado, si preparò alla battaglia. Fu questa ben calda nel dì

24 d'aprile, ma infine andarono in rotta le genti del Sassone, ed

egli, fatto prigione dal conte Ippolito Porto da Vicenza, fu condotto

davanti all'imperadore, che gli rimproverò l'alterigia sua in trattar

dianzi lui solamente col titolo di _Carlo di Gante, che si fa nominar

l'imperadore_. Reo di morte venne da lì a qualche tempo giudicato

Gian-Federigo; tante nondimeno preghiere dei principi s'interposero,

implorando la clemenza di Cesare, ch'egli, mosso ancora dal desiderio

di cavar dalle mani degli uffiziali di Gian-Federigo le due fortezze

di Vittemberga e Gotta, s'indusse a donargli la vita, con patto che

rinunziasse l'elettorato a Cesare, e i suoi Stati (a riserva di una

porzione, cioè della Turingia) al duca Maurizio. Restò egli, ciò non

ostante, come prigione presso l'imperadore. Per la depressione di

questo primo campione della lega protestante, anche _Filippo langravio

d Assia_ trattò per mezzo di varii intercessori, e specialmente del

suddetto duca Maurizio, di tornare in grazia dell'Augusto Carlo.

Con varie condizioni questa gli fu accordata; ma, presentatosi egli

ai piedi del vittorioso monarca, si vide ritenuto prigione; la qual

durezza costò poscia ben caro al troppo severo monarca.

Si studiò nell'anno presente, per ordine del medesimo Augusto, e a

persuasione del _cardinale Teatino_ di casa Caraffa arcivescovo, _don

Pietro di Toledo_ vicerè di Napoli d'introdurre in quella metropoli e

regno il tribunale dell'inquisizione[450]; al che troppo abborrimento

avea mostrato sempre il popolo napoletano, e massimamente la nobiltà,

che giudicava d'essere tolta con tal novità di mira dal vicerè,

mostratosi in tante altre occasioni suo poco amorevole, per non dir

nemico, affin di gastigare sotto l'ombra della religione chi non era

in sua grazia. A' tempi ancora di Ferdinando il Cattolico tentata fu

la introduzion del medesimo tribunale. Il timor di una sollevazione,

e l'aver fra le altre ragioni rappresentato i Napoletani, che essendo

troppo familiari in quella nazione i giuramenti falsi, niun più sarebbe

da lì innanzi stato sicuro dell'onore e della vita, fece desistere

lo accorto re da sì pericolosa impresa. Ma, persistendo il Toledo in

questo proposito, e nulla curando i privilegii di quella regal città,

finalmente nel di 16 di maggio si mise in armi il popolo con alquanti

nobili, e cominciò a menar le mani contro gli Spagnuoli usciti del

castello in ordinanza, ed all'incontro il castello a tempestar colle

palle le case de' cittadini. A questo rumore volarono a Napoli circa

tre mila banditi e fuorusciti, che si unirono col popolo. Dopo di ciò

furono eletti dalla città due inviati, cioè don Ferrante Sanseverino

principe di Salerno, e don Placido di Sangro, affinchè si portassero

alla corte per informar l'imperadore, e supplicarlo di richiamare il

vicerè, e di non permettere le novità dell'odiata inquisizione fra

loro. Al principe di Salerno era stato predetto, che se andava, male

gliene avverrebbe. Ma egli, anteponendo l'amor della patria ad ogni

suo rischio, andò. Furono prevenuti questi inviati da persona spedita

con più diligenza dal vicerè. Arrivati che furono anch'essi alla corte,

al principe, senza poter vedere la faccia dell'imperatore, fu ordinato

di fermarsi. Il Sangro bensì ebbe udienza, ma non riportò a Napoli se

non la secca risposta che la città ubbidisse. Venne intanto spedito da

_don Ferrante Gonzaga_ al vicerè un rinforzo di mille Spagnuoli sopra

le galee del principe Doria: altri ottocento dalla Sicilia, ed alcune

brigate di fanti assoldati in Roma da _don Diego Mendozza_ ambasciatore

cesareo. Costoro nel dì 21 di luglio, per discordia insorta fra essi

ed alcuni popolari, diedero all'armi, uccissero alquanti Napoletani,

saccheggiarono alcune case e monasteri, ed occuparono Santa Maria

Nuova, luogo atto a prevalere contro la città. Mentre il popolo coi

fuorusciti di Napoli e colle artiglierie si preparava per espugnar quel

sito, arrivò il Sangro dalla corte, che intimò ad ognuno l'ubbidire.

Non avea il popolo capo alcuno di autorità; e siccome è assomigliato

ai flutti del mare, che presto vengono e presto sen vanno, si quetò,

e spedì suoi deputati al vicerè per fare scusa e chiedere perdono.

Nel dì 12 d'agosto fu pubblicato lo indulto generale, col condannar

nondimeno la città al pagamento di cento mila ducati d'oro, nè più si

parlò d'inquisizione; ma dal perdono rimasero esclusi alquanti nobili

e popolari, che colla fuga si sottrassero alla pena, lasciando i loro

beni in preda del fisco. Tornato dipoi a Napoli il principe di Salerno,

come pecora segnata, fu da lì innanzi perseguitato dal vicerè; tanto

che in fine fu costretto a fuggirsene; e, dichiarato ribello, dopo

molte peripezie, finì, siccome diremo, sua vita in Francia nel 1568,

con aver prima abbracciata l'eresia degli Ugonotti.

Insorsero in quest'anno varie dispute nel concilio di Trento,

perchè quei padri tanto per lo strepito delle vicine guerre, che per

l'influenza di gravi malattie quindi insorte, erano malcontenti di

quel soggiorno. Altri motivi segreti ancora si pretende che avesse

_papa Paolo_ per mutare il luogo a quella adunanza; e perciò andò loro

l'ordine che trasferissero il concilio a Bologna, siccome fecero di

fatto. Sommamente dispiacque a Cesare questa precipitosa risoluzione, e

fra gli altri suoi aperti risentimenti comandò che i prelati de' suoi

dominii non si movessero di Trento. Era anche per altro esso Augusto

di mal umore verso il pontefice, perchè questi sul fine dell'anno

precedente avea richiamate dalla Germania le milizie pontificie in

tempo che Cesare maggiormente abbisognava per proseguir la guerra

contra de' protestanti. Crebbero inoltre i dissapori all'osservare

come il pontefice tenesse pratiche di stretta confidenza coi Franzesi,

avendo egli anche ultimamente ottenuta per moglie di _Orazio Farnese_

suo nipote una figlia naturale del novello re di Francia, con gran

dote, obbligandosi egli, all'incontro, di comperargli in Francia uno

Stato che rendesse annualmente almeno dodici mila ducati d'oro. Ma

soprattutto covava l'imperadore un tarlo di sdegno e di vendetta contro

di _Pier-Luigi Farnese_ figlio del papa, e nuovo duca di Piacenza e

Parma, non solamente perchè riputato, se non promotore, almeno complice

dell'attentato di Gian-Luigi Fiesco contra di Genova, ma ancora perchè

si scorgeva in lui un continuo e stretto attaccamento ai Franzesi.

Cosa producessero questi mali umori, poco si starà a conoscerlo per la

congiura tramata ed eseguita contro di lui nell'anno presente. Dacchè

fu egli messo in possesso del ducato di Piacenza e Parma, fermò la

sua stanza nella prima di quelle città, dove si applicò a fabbricare

una nuova cittadella che in questi tempi si trovava ridotta quasi

a compimento, non lasciando intanto di abbellire in varie forme la

città di Parma[451]. Hanno dimenticato gli scrittori di tramandare ai

posteri le virtù di esso Pietro Luigi. All'incontro, se noi vogliamo

credere al Varchi, questo personaggio era uomo scelleratissimo, brutto

di volto, ma più deforme d'animo, immerso nella più nefanda libidine

e in altri enormi vizii. Anzi termina esso Varchi la sua Storia colla

scandalosa pittura di una di lui azione la più sconcia ed orrida che

mai si possa udire, e di cui forse non si troverà altro pari esempio.

Poteva il Varchi e doveva risparmiare ancor questo. E volesse Dio che

ci fossero bastevoli argomenti per poterlo ora mettere in dubbio; ma

dacchè non osarono di contraddire alla fama di sì nero delitto gli

scrittori allora viventi, quantunque ne mormorassero forte gli stessi

protestanti; e dacchè il Belcaire vescovo di Metz, che scriveva allora

le sue storie, asserisca la notorietà della libidine d'esso Pier-Luigi,

con accennar anche quel mostruosissimo fatto accaduto nel 1557, io

altro non soggiugnerò intorno ad esso. Dirò bensì, non apparire ch'egli

per la carnale sua concupiscenza si tirasse addosso l'odio della ricca

e numerosa nobiltà piacentina, non parendo mai verisimile il venir

egli rappresentato dal Segni per istorpio di mani e di piedi, sicchè

bisognava aiutarlo fino al mangiare, e tuttavia perduto negli affari

della sensualità.

Altronde adunque venne contra di Pier-Luigi il mal talento di que'

cittadini; imperocchè, avendo egli trovato i nobili d'essa Piacenza

avvezzi a vivere con soverchia libertà sotto il governo ecclesiastico,

e ad abitar per lo più ne' loro feudi, dove, non men che nella città,

conculcavano la plebe, tosto si diede a metter loro la briglia, senza

considerare se il rigore oppure la piacevolezza convenisse meglio alla

novità del suo governo. A questo fine levò l'armi ai nobili, limitò i

loro privilegii, e sotto pena ancora di confisco gli obbligò ad abitar

nella città, affinchè s'aumentassero le rendite delle sue gabelle;

tagliò eziandio non poco dell'autorità di quel senato, e furono

cominciati gran processi contra de' delinquenti presenti e passati.

Oltre a ciò levò, Corte Maggiore a Girolamo marchese Pallavicino,

e divulgossi ancora che era per ispogliare Agostino Landi di Bardi

e Compiano: novità che lo facevano bensì amare dal basso popolo, ma

odiare assaissimo dalla nobiltà. Non si guardò egli dall'inimicarsi

_don Ferrante Gonzaga_ governator di Milano, con occupare un castello

di lui, e impedirgli la tenuta del marchesato di Soragna; perlochè

il Gonzaga fece quanti mali ufficii potè contro di lui alla corte

dell'imperadore. Convennero dunque i suddetti Girolamo Pallavicino ed

Agostino Landi, con Camillo marchese Pallavicino, Giovanni Anguissola

e Gian-Luigi gonfaloniere, tutti della primaria nobiltà di Piacenza,

di levar di vita il Farnese. Fu poi, per quanto credo, inventato che i

lor cognomi erano indicati nella parola PLAC, abbreviata nelle monete

d'esso duca. Speravano essi appoggio dopo il fatto da don Ferrante; ma

l'Adriani e il Gosellini, che ben si può presumere assai informati di

quegli affari, scrivono essere stato con Ferrante quegli che promosse

ed attizzò la congiura; e venne in questo tempo a Cremona (seppur non

fu a Lodi) non gente militare, per trovarsi più a tiro della disegnata

impresa. Quel ch'è certo, nel dì 10 di settembre i cinque suddetti

congiurati, con alcuni lor confidenti al numero di trentasette persone,

portanti armi coperte sotto i panni, presa l'ora che il duca ebbe

pranzato, e che i suoi ministri stavano a tavola, quando uno e quando

l'altro entrarono nella vecchia cittadella, dove abitava il duca,

lasciandoli passar liberamente la guardia degli Svizzeri. Per quanto

viene scritto, più d'un avviso era venuto a Pier-Luigi da Milano e dal

papa stesso che si macchinava contra di lui, e che si guardasse; ma

non seppe egli profittarne. Era salito l'Anguissola con due compagni

nell'anticamera del duca, e mentre gli altri attesero ad impadronirsi

della porta della cittadella e della sala con uccidere alcuni Svizzeri

e Tedeschi, egli, entrato co' suoi due nella camera del duca, che

ragionava allora con Cesare Fogliano, con poche pugnalate lo stese

morto a terra, senza trovare resistenza alcuna, perchè, a cagion della

sua intemperante passata vita, avea Pier-Luigi degl'impedimenti alle

giunture, ed immobile ricevè la morte.

All'udire che nella cittadella era tanto rumore, non meno i nobili

che il popolo diedero di piglio all'armi, e corsero a quella volta.

Altrettanto fece Alessandro da Terni, capitano delle milizie del duca,

con animo d'entrare in essa fortezza. Ma avendo i congiurati alzato

il ponte, ed essendosi ben armati con rompere l'armeria ducale, e con

assicurarsi della famiglia dell'ucciso principe, convenne fermarsi. In

questo mentre Agostino Landi rappresentò al popolo la morte del duca,

e fatto calar dalle mura nella fossa il di lui cadavero legato con

una fune, acciocchè se ne accertassero, e gridando: _Libertà, libertà,

imperio_, ed asserendo che don Ferrante in breve arriverebbe colle sue

truppe, ognuno s'andò ritirando, ed Alessandro da Terni colle sue genti

s'inviò alla volta di Parma. Avvisato infatti il Gonzaga con due spari

d'artiglieria, spedì incontanente cinquecento fanti, che entrarono

nella cittadella, e nel dì 12 di settembre comparve anche egli con

altra gente, e prese il possesso della città a nome dell'imperadore,

promettendo ai cittadini di ridurre le gravezze al primo stato, di

restituir gli onori al senato, e la libertà ai feudatarii, annullare

i processi, e di rendere i beni confiscati: con che tornò la quiete in

quella nobil città. Ciò fatto, il Gonzaga spedì truppe ad impadronirsi

di Borgo San Donnino, e di Borgo di Val di Taro, e di Castel Guelfo.

Tentò ancora la città di Parma, e Roccabianca e Fontanellato; ma i

Parmigiani, avendo dipoi acclamato per loro duca _Ottavio Farnese_,

figlio dell'estinto Pier-Luigi, si tennero forti alla divozione di

lui. Trovavasi _papa Paolo_ in Perugia, allorchè gli fu recata la

funesta nuova, accolta da lui con inesplicabil dolore, e insieme con

fieri interni rimproveri, al veder così confusa l'ambizion sua e il

tanto suo amore ai congiunti di sangue. Tuttavia da saggio non perdè

tempo a spedire il nipote Ottavio con Alessandro Vitelli a Parma, e a

spignervi di mano in mano quante soldatesche potè, raccolte dall'Umbria

e dalla Romagna. Ciò sostenne Parma, e seguì in appresso una sospension

d'armi fra il duca Ottavio e don Ferrante. E questo misero fine ebbe

Pier-Luigi Farnese, che quantunque lasciasse dopo di sè un brutto nome,

pure ebbe la gloria o fortuna di lasciar quattro figli ben diversi

da lui, cioè il suddetto _duca Ottavio_, che riuscì principe di gran

valore e saviezza; _Alessandro_, uno dei più insigni cardinali del

sacro collegio; _Orazio duca di Castro_, destinato genero di _Arrigo

II re_ di Francia per lo sposalizio di _Diana_ figlia naturale dello

stesso re; e _Ranuccio_, che il buon papa, dimentico della riforma

della Chiesa, non avea avuto scrupolo di eleggere arcivescovo di

Napoli, e crear cardinale nell'anno precedente, ancorchè egli non

avesse che quindici in sedici anni. Lasciò inoltre Pier-Luigi una

figlia per nome _Vittoria_, che il papa diede per moglie a _Guidubaldo

duca_ d'Urbino, generale in questi tempi della repubblica di Venezia.

Ma della morte del Farnese ebbe ben a dolersi l'Italia, perchè cagion

fu di riaccendere nuove guerre non solamente qui, ma anche oltramonti,

siccome vedremo. Nè si dee tacere che in quest'anno a dì 12 d'agosto

(avvenimento assai raro) cadde nel Mugello, distretto di Firenze, per

tutta la notte si dirotta ed impetuosa pioggia, che tutti i fiumicelli

divennero orgogliosi torrenti, con inondar le campagne, ed allagare non

poca parte della città di Firenze. Vi perì molta gente; case, mulini,

gualchiere, ponti ed alberi infiniti non ressero alla furia dell'acque;

talchè gli uomini di quel secolo niuna pari disavventura avevano mai

veduta o provata nei tempi loro.

Anno di CRISTO MDXLVIII. Indizione VI.

PAOLO III papa 15.

CARLO V imperadore 30.

Fu impiegato tutto quest'anno in maneggi politici, e in proposizioni di

leghe e di guerre, ma senza che se ne risentisse la pubblica quiete.

S'era già sconcertata non poco la buona armonia fra il _pontefice

Paolo e Carlo imperadore_, sì per la seguita translazion del concilio

di Trento a Bologna, malveduta e impugnata da esso Augusto, e per

l'uccision di Pier-Luigi Farnese, e per l'occupazion di Piacenza fatta

dall'armi imperiali, approvata di poi solennemente dall'imperadore

stesso: il che riempiva di sdegno l'animo del pontefice, al mirar

tolta alla Chiesa, e insieme alla casa Farnese, una sì riguardevol

città. E tanto più, perchè anche Parma si trovava in grave pericolo,

tendendo parimente a quell'acquisto _don Ferrante Gonzaga_ con orditure

segrete e colle minaccie della forza. Perciò si diede esso pontefice a

manipolar una lega con _Arrigo II_ re bellicoso di Francia, calcolando

che le di lui forze, colla comodità specialmente di Torino e d'altre

piazze tuttavia occupate dalle di lui armi in Piemonte, potessero

abbassare la troppo cresciuta potenza di Cesare in Italia, e forzarlo

alla restituzion di Piacenza. Questa medesima lega era desiderata dai

Franzesi; ma camminando essi con gran cautela, al vedere il decrepito

papa non lontano dall'abbandonar colla vita gl'impegni politici,

richiedevano che il sacro collegio s'obbligasse a continuar la lega, ed

in essa si tirassero altri principi d'Italia, e che Parma fosse ceduta

ad _Orazio Farnese_ duca di Castro, fratello del _duca Ottavio_, e

genero, siccome dicemmo, del re Cristianissimo. Ma nè i Veneziani, nè

il duca di Ferrara si vollero impacciare in sì pericoloso labirinto,

e molto meno v'accudirono i saggi porporati. Perciò s'andò consumando

il tempo in varii trattati, e nulla infine ne risultò. Intanto

l'imperadore continuava le calde sue istanze perchè si restituisse in

Trento il concilio; al che troppo renitente si scopriva il pontefice,

colla comune credenza ch'egli temesse in città non suddita a sè

la forza de' prelati spagnuoli e tedeschi, capace di restrignere

l'autorità pontificia, e formar decreti disgustosi alla corte romana

per conto della disciplina ecclesiastica. Ad ogni infermo fa paura

il chirurgo che ha da tagliare. Queste discordie fra il pontefice e

l'imperadore cagion furono che esso Augusto, trovandosi alla dieta in

Augusta, e bramando pure di quetar in qualche maniera i torbidi della

religione e de' popoli nella Germania, fece stendere una scrittura,

contenente ciò che fossero obbligati i protestanti di credere ed

insegnare, fino a tanto che il concilio generale determinasse la

pura dottrina della Chiesa; e nel dì 15 di maggio la pubblicò. Fu

essa nominata l'_Interim di Carlo V_: decreto che egualmente si trovò

poi riprovato ed impugnato dai cattolici e dai protestanti. A questi

dispiacque, perchè i principali punti della religion cattolica erano

ivi stabiliti, e perciò contra d'esso si scatenarono. Ai Cattolici,

perchè nell'_Interim_ furono permessi a' protestanti certi usi, non

già incompatibili colla dottrina cattolica, ma contrarii alla presente

disciplina della Chiesa. E sopra tutto il pontefice proruppe in gravi

doglianze, perchè l'imperadore si fosse presa la libertà di far delle

determinazioni in materia di religione, risiedendo questa autorità ne'

soli sommi pastori della Chiesa, e non già nei principi secolari.

Trovandosi intanto l'_Augusto Carlo_ stanco sotto la mole di tanti

affari, e colla sanità infievolita per le passate fatiche e per la

podagra, prese la risoluzione di far venire di Spagna in Italia e

Germania il _principe don Filippo_ suo figlio. Nello stesso tempo

con dispensa del sommo pontefice accordò l'infanta _donna Maria_

sua primogenita in moglie all'_arciduca Massimiliano_, figlio del

_re Ferdinando_ suo fratello, che era allora in età di circa venti

anni. E per provvedere la Spagna di un autorevole vicerè, durante

l'assenza del principe suo figlio, spedì colà lo stesso Massimiliano

con bell'accompagnamento nel mese di giugno, e furono poi con gran

magnificenza solennizzate le sue nozze in Madrid nel settembre di

quest'anno. In questo mentre si unirono a Roses in Catalogna le galee

d'Andrea Doria, di Spagna, Napoli e Sicilia, con varie navi, che

in tutto formavano una numerosa e potente flotta, dove il principe

don Filippo, dopo aver lasciato il governo dei regni al cugino

Massimiliano, imbarcatosi nel dì primo di novembre, sciolse le vele

alla volta dell'Italia sotto la direzione del _duca d'Alva_, capitan

generale e maggiordomo maggiore dell'Augusto suo padre, inviato a

questo fine in Ispagna. Sbarcò nel dì 22 (l'Adriani scrive nel dì

25) del suddetto mese in Genova, accolto con immensi onori da quel

popolo, ed alloggiato nel palazzo del suddetto Doria. _Cosimo duca di

Firenze_, attentissimo in tutto a conservare ed accrescere la protezion

di Cesare, inviò colà a visitarlo _don Francesco_ suo primogenito,

che gli portò, se crediamo al Segni, dei regali del valore di cento

mila scudi. Vi comparve ancora il _duca Ottavio Farnese_, inviato dal

papa, per pregarlo d'impiegarsi nella restituzion di Piacenza. Dopo

molti giorni di riposo passò dipoi il regal principe a Pavia, ed indi a

Milano, due miglia lungi dalla qual città con isplendido corteggio di

prelati e di nobiltà, fu a fargli una visita _Carlo duca di Savoia_.

In tal congiuntura fece il popolo di Milano sfoggi di incredibil

magnificenza per l'accoglimento di questo sole nascente, a cui sapeano

di dover essere sudditi col tempo. Venne in quest'anno _Arrigo II re

di Francia_ con quattrocento uomini d'armi, e cinque mila fanti in

Piemonte, per visitar le fortezze occupate dall'armi sue. Pretende

l'Adriani impreso quel viaggio dal re, perchè Ottavio Farnese, per

vendicarsi di _don Ferrante Gonzaga_ dopo l'occupazion di Piacenza,

avesse mandati dei sicarii per farlo uccidere, che poi furono scoperti

a tempo e giustiziati: sperando il re, siccome consapevole della trama,

che, tolto di vita il Gonzaga, potessero insorgere dei torbidi nello

Stato di Milano. Vana immaginazione di quello storico, perciocchè nel

dì 10 di settembre accadde la morte di Pier-Luigi Farnese, e il re nel

luglio e agosto precedente era venuto a Torino; ed avendo colà chiamato

_Ercole II duca di Ferrara_, questi con licenza dell'imperadore nel dì

15 d'agosto si mosse con bella comitiva, andò a Torino, e nel dì 2 di

settembre si restituì a Ferrara. Erano le premure del re di tirar seco

in lega questo principe, ma il trovò troppo alieno dall'inimicarsi il

troppo potente imperadore. Tanto bensì operò esso _re Cristianissimo_,

che indusse il duca medesimo a concedere in moglie Anna sua primogenita

a _Francesco di Lorena duca_ di Umala, figlio del _duca di Guisa_

suo favorito. Senza far altra novità, e con solamente lasciar dei

sospetti in Italia, se ne ritornò esso monarca in Francia nel dì 25 di

settembre. Perciò don Ferrante attese a fortificar Milano, e le altre

città e fortezze di quello Stato; ed altrettanto fece in Toscana il

duca Cosimo, a cui per gran somma di danaro da Cesare fu dato Piombino,

e da lì a poco ancora ritolto. Furono parimente in quest'anno fieri

rumori in Siena, città, dove _ab antiquo_ cozzavano fra loro due

fazioni, volendo cadauna o primeggiar nel governo, o usurparlo tutto. I

ministri dell'imperadore, che davano in questi tempi legge all'Italia,

non tralasciarono di profittar della lor pazza discordia; e però a don

Diego di Mendozza venne fatto d'introdur quattrocento fanti spagnuoli

di guardia, dando principio ad una specie di dominio di quella città.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 79 / 102 题