NOTE:

[441] Raynaldus, Annal. Eccles.

[442] Campana, Vita di Filippo II.

[443] Pallavicino, Storia del Concilio.

[444] Sardi, Istor. MSta.

[445] Panvinio, Vite de' Papi.

[446] Angeli, Storia di Parma.

Anno di CRISTO MDXLIV. Indizione II.

PAOLO III papa 11.

CARLO V imperadore 26.

Venuta la primavera di quest'anno, si esibirono di nuovo i barbari

Turchi di passare ne' mari di Spagna, per dare il guasto a tutti que'

lidi. Ma il _re Francesco_ oramai ravveduto, se non anche pentito,

della scandalosa sua lega con quegl'infedeli, che nulla aveva a lui

fruttato se non immense spese e l'odio dei popoli cristiani, e l'aver

cagionata in Germania una forte lega di que' principi, tanto cattolici

che protestanti, licenziò finalmente il Barbarossa, regalato con molti

doni, acciocchè tornasse in Levante. Lasciò costui nel suo viaggio

infauste memorie della sua crudeltà. Fermatosi all'Elba, vi recò gran

danni. Arrivato a Piombino, perchè l'_Appiano_ signor d'essa terra non

volle restituirgli un giovinetto fatto cristiano, e figlio d'uno de'

suoi capitani, mise la gente in terra, e col ferro e col fuoco e colla

schiavitù di molte persone obbligò quel signore a rendere quel garzone.

Giunto dipoi sul Sanese, prese Telamone e Porto Ercole e l'isola

del Giglio, facendo prigioni più di sei mila cristiani. Indi passato

all'isola d'Ischia, la rovinò tutta, colla presa anch'ivi d'assaissimi

abitatori. Andò sotto Pozzuolo, ma nulla vi guadagnò. Depredando poi

le riviere della Calabria, pervenne a Lipari e a Procida, alle quali

diede il sacco, e ne condusse via circa otto mila persone. La maggior

parte di tanti poveri cristiani fatti schiavi perì per li soverchi

patimenti, prima di giugnere in Levante, non sapendosi nè anche

intendere come potesse la sua per altro gran flotta condurre tanti

schiavi e alimentarli. Perciò in tutta Italia altro non si udiva che

maledizioni contro il re di Francia, il cui furore avea tirato sopra la

cristianità questo flagello. E la sua parte ancora, secondo la varietà

de' genii, ne toccò all'_imperador Carlo_, attribuendo a lui la cagion

delle presenti guerre, e l'ostinazione in non voler la pace. Era esso

Augusto collegato col re inglese ai danni della Francia, ed amendue

(tante erano le lor forze) si lusingavano di poter far una visita

alla stessa città di Parigi; anzi fu detto che si avessero partito

fra loro il regno di Francia, senza ricordarsi che il far facilmente

i conti sulla pelle dell'orso non è da gente savia. Ma verisimilmente

queste furono ciarle ed invenzioni di begl'ingegni. Uscirono questi

due monarchi per tempo in campagna, prima che il re Francesco avesse

unito l'esercito suo. Inviato _don Ferrante Gonzaga_ sotto Lucemburgo,

occupato nell'anno addietro dai Franzesi, non durò gran fatica a

ricuperarlo per viltà di quel comandante. Vennero dipoi costretti

all'ubbidienza di Cesare i luoghi di Commercì, Lignì e San Desir.

Lasciatosi poi alle spalle Scialon, penetrò l'esercito cesareo sino

a Pernè, sedici leghe lungi da Parigi, consumando cogli incendii ogni

luogo alla destra della Marna, per non essere da meno dei Franzesi, che

aveano fatto altrettanto guasto nell'anno precedente nel nemico paese.

Certamente se _Arrigo re_ d'Inghilterra, che con potente esercito era

passato in Piccardia, secondo i disegni fatti, fosse venuto innanzi,

gran pericolo correva la città di Parigi. In essa lieve almeno non fu

lo spavento. Ma Arrigo, per avere già dato principio all'assedio di

Bologna, città fortissima, non si volle muovere di là; sicchè sconcertò

tutte le misure dell'imperadore. E intanto il re Francesco, assoldata

una gran copia di Svizzeri, con una forte armata venne a postarsi alla

parte sinistra del suddetto fiume, e fermò il corso de' nemici.

Prima ancora di questo tempo s'era rinforzata la guerra in Piemonte.

Imperciocchè il re Francesco, per fare una diversione all'armi di

Cesare, inviò in Italia _Francesco di Borbone_ della casa reale,

signore d'Anghien, suo luogotenente, con sei mila fanti guasconi od

altrettanti svizzeri. Era allora assediata dal signor di Butieres

la città d'Ivrea, e ridotta all'agonia, quando gli venne ordine

dall'Anghien di non procedere al decisivo assalto, e di aspettarlo.

S'indispettì il Butieres al vedere che questo giovane signore, non

contento di torgli il comando, gli voleva ancor rapir la gloria di

quell'acquisto, e lasciò che gli assediati riparassero le breccie

fatte, e si fortificassero in maniera, che delusero tutti gli sforzi

fatti poscia dall'Anghien per forzarli alla resa. Era tuttavia di

gennaio, quando il general franzese, lasciata in pace Ivrea, venne a

cignere d'assedio Carignano. Per maggior sicurezza di questa impresa

ricuperò Carmagnola ed altri luoghi. Spedì anche di qua dalla Dora

un corpo di gente, che s'impadronì di Crescentino, di Astigliano e

di Deciana, ma non potè mettere il piede in Trino. Durò l'assedio di

Carignano sino al principio d'aprile; nel qual tempo il marchese del

Vasto, rinforzato da sei mila Tedeschi ultimamente venuti di Germania,

uscì in campagna con intenzion di soccorrer quella piazza che si

credeva troppo necessitosa di vettovaglie. A questo avviso l'Anghien,

lasciato sufficiente presidio sotto Carignano, venne all'incontro

d'esso marchese. Trovaronsi le due nemiche armate nel dì di Pasqua in

vicinanza nei luogo della Ceresuola. Ora nel dì 14 d'aprile il marchese

accompagnato da Carlo Gonzaga, da Spinetta marchese Malaspina, da

Camillo Montecuccolo e da altri signori, andò di buon'ora a riconoscere

il campo franzese, e trovatolo in moto, corse ad ordinar le sue

schiere. Sul principio si mostrò favorevole la fortuna agl'imperiali,

ma nel proseguimento uditosi uno gridare: _Volta, volta_, senza che

se ne sapesse la cagione, la cavalleria cesarea prese la fuga verso

Asti, verificando l'antico proverbio: che la cavalleria o presto

vince o presto fugge. L'abbandonata fanteria tedesca rimase totalmente

disfatta; il principe di Salerno ritirò in ordinanza gl'italiani ad

Asti, e il marchese del Vasto ferito si mise in salvo. Settecento

Spagnuoli restarono prigioni, e in poter de' Franzesi vennero le

artiglierie e le bagaglie del campo nemico. Giunsero alcuni a credere

che gl'imperiali vi perdessero dieci mila persone. Gonfiarono anche

più le pive altri storici, con dire uccisi più di dodici mila di essi;

ed alcuni altri ne accrebbero il numero sino a quattordici o quindici

mila, oltre agli Spagnuoli, e a due mila e cinquecento Tedeschi presi

prigioni. In affari di guerra niun si fa scrupolo d'ingrandire o

sminuire le cose a dismisura. Per altro anche ad essi Franzesi costò

caro questa vittoria. Sino al dì 22 di giugno tenne saldo Carignano,

nel qual giorno quella guarnigione capitolò la resa con obbligo di non

servire per cinque anni contro il re e i suoi collegati. Molti altri

luoghi si diedero ai Franzesi. In questo mentre _Pietro Strozzi_ con

ordine e danaro del re Cristianissimo assoldò alla Mirandola sette

mila fanti con una compagnia di cavalli, e si mosse verso Milano,

passando anche il Lambro, per isperanze dategli che que' popoli troppo

aggravati si ribellerebbono. Ma disingannatosi, e trovato il marchese

del Vasto alla custodia de' passi, fece la ritirata a Piacenza, dove

_Pier-Luigi Farnese_ duca di Castro, che ivi pel papa stava di guardia,

gli somministrò vettovaglie e comodo per ristorar la sua gente. Fu

rapportata all'imperadore quest'azione del Farnese, e se la legò al

dito, con prendere ancor per questo in diffidenza anche papa Paolo.

Rinforzato poscia lo Strozzi da altre soldatesche condotte da Roma da

_Niccola Orsino_ conte di Pitigliano, tentò di passare in Piemonte

pel Genovesato; ma verso Serravalle restò sconfitto dal _principe

di Salerno_, il quale, perchè rilasciò i fuorusciti napoletani che

erano restati prigioni, cagionò non pochi sospetti alla corte cesarea

contro la di lui fede. Rifece dopo qualche tempo lo Strozzi l'esercito

suo, e con quattro mila fanti (essendosi sbandato il resto) calò nel

Monferrato, e vi prese Alba. Niun'altra importante azione seguì in

quelle parti nel presente anno.

Lasciammo già le due armate cesarea e franzese solamente divise dal

fiume Marna. Trovavansi in un pericoloso impegno que' due monarchi;

il _re Francesco I _per timore di perder Bologna, e per aver nelle

viscere del suo regno un sì poderoso nemico esercito, a cui il voler

dare battaglia era un mettere a repentaglio il tutto; e l'_imperador

Carlo V_ per non poter passare innanzi, e per la vergogna di aversi a

ritirare indietro, e tanto più perchè veniva men la vettovaglia per

la sussistenza dell'esercito. Questa situazion di cose accrebbe le

batterie di chi amava il pubblico bene per condurre alla pace principi

da tanto tempo sì discordi e pertinaci. Aveva a questo fine _papa Paolo

III_ inviati due legati, cioè il cardinale _Giovanni Morone_ vescovo

di Modena all'imperadore, e il cardinal _Marino Grimani_ Veneto al re

Cristianissimo. Ma non sembra che questi avessero gran mano in quel

trattato. Ve lo ebbero bensì i confessori d'amendue i monarchi, ed

altri cardinali e signori dell'uno e dell'altro partito; tanto che

nel dì 18 di settembre a Crespì furono sottoscritti dagli scambievoli

plenipotenziarii gli articoli della pace[447]. Il principale di

questi fu che l'Augusto Carlo prometteva di dare in moglie a _Carlo

duca d'Orleans_, secondogenito del re, _donna Maria principessa_

di Spagna, sua figlia, e in dote la Fiandra co' Paesi Bassi, oppure

_Anna_ secondogenita di _Ferdinando re de' Romani_, e in dote il ducato

di Milano: il qual matrimonio si dovea dichiarar dopo quattro mesi.

Fu anche stabilito che si avessero a restituire tutti i suoi Stati

al _duca di Savoia_, ma in una maniera sì imbrogliata, che questo

principe in sua vita non ne potè mai rientrar in pieno possesso,

avendolo accompagnato le sue calamità sino alla morte: sventura più

volte accaduta ai minori entrati in lega colle potenze maggiori. Se

l'imperadore avesse in tanti anni addietro voluto acconsentire alle

stesse condizioni di pace che gli furono più volte proposte, oh quanti

mali e quanto sangue si sarebbero risparmiati ai regni cristiani! Ma

il papa e le persone più accorte non si seppero indurre a credere che

l'imperadore impastato di sì fina politica, usando quelle intricate

promesse, pensasse ad eseguirle dipoi, ed immaginarono ch'egli

troverebbe col tempo uncini e ripieghi tali da non mantenere la parola.

Mentre si facea questo maneggio, _Arrigo VIII re_ d'Inghilterra

costrinse alla resa la città di Bologna in Piccardia; e siccome

compreso nella pace, fece ben vista di accettarla, ma con pretendere

di non essere tenuto a restituir quella città, perchè presa il dì

innanzi alla segnatura di essa: al qual caso non s'era provveduto. Per

questo andò continuando la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra.

Incredibil fu l'allegrezza che si diffuse per la cristianità alla nuova

della concordia suddetta; figurandosi i popoli cattolici che oramai si

avesse dopo tanti guai a godere la quiete. Sopra gli altri ne mostrò

gran giubilo papa Paolo, e però, sperando passati quegl'impedimenti

che fin qui si erano interposti alla tenuta del concilio di Trento,

nell'ultimo dì di novembre pubblicò il decreto del principio che dovea

darsi a quella sacra assemblea pel dì 25 di marzo dell'anno seguente.

Il solo _Carlo duca di Savoia_, siccome dicemmo, quegli fu che non potè

rallegrarsi, anzi ebbe a piangere per la pace di Crespì, perciocchè

altro a lui non fu di presente restituito che alcuni luoghi di poca

importanza, come Cherasco, Crescentino, Verrua, San Germano ed altre

simili terre, mentre il meglio dei suoi Stati rimaneva in potere de'

Franzesi ed imperiali.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 78 / 102 题