NOTE:

[439] Isnardi, Diario Ferrarese MS. Alessandro Sardi.

[440] Surius, Commentar. Campana, Vita di Fil. II.

Anno di CRISTO MDXLIII. Indizione I.

PAOLO III papa 10.

CARLO V imperadore 25.

Giacchè l'_Augusto Carlo_ mirava da lungi il nuovo gagliardo armamento

del re di Francia contro i suoi Stati di Fiandra e d'Italia, e del

pari non ignorava aver egli incitato il gran signore Solimano contro

dell'Ungheria, e come formidabil fosse la flotta preparata dal

Barbarossa contro i cristiani del Mediterraneo: determinò di passar

dalla Spagna in Italia, e poscia in Germania, per accudire dove il

bisogno maggiore lo richiedesse. Aveva egli fatto riconoscere con

solenne funzione dagli Stati di Spagna _don Filippo_ suo figlio

per suo successore in que' regni; e parimente gli avea procacciata

in moglie _donna Maria_ figlia di _don Giovanni re_ di Portogallo,

tuttochè esso suo figlio non avesse che tredici anni. Celebrate poi che

furono le nozze nel marzo del presente anno, l'imperadore, imbarcato

sulle galee d'_Andrea Doria_, arrivò felicemente a Genova. In questo

mentre, per maggiormente precauzionarsi contro del re Cristianissimo,

avea egli contratta lega con _Arrigo VIII re_ d'Inghilterra; ma lega

che sommamente dispiacque al _pontefice Paolo_, al vedere che quel

re, divenuto ribelle alla religion cattolica, veniva ad unirsi con

un imperadore, per portar le armi contro la Francia cattolica. Ma

noi ora viventi non più facciam caso di siffatte leghe fra cattolici

e protestanti, perchè avvezzi a toccar con mano che l'interesse di

Stato è pur troppo il primo mobile in cuor de' regnanti, e non già la

religione. Ora il pontefice, dacchè seppe il disegno di Carlo Augusto

di tornare in Italia, fece proporre un abboccamento con lui, sperando

pure, giacchè nulla servivano i mezzi finora adoperati, di poter

colla presenza ed eloquenza sua muovere qualche trattato di pace,

per cui verisimilmente avea delle buone intenzioni dalla parte de'

Franzesi. A questo congresso non inclinava Cesare, perchè, prevedendo

che senza cedere alcuna porzion di Stati o diritti non si poteva venir

all'accordo, egli non si sentiva voglia di comperar la quiete con suo

svantaggio, e però si andava divincolando per fuggir quell'incontro.

A Genova, dove egli era pervenuto, si portarono il _marchese del

Vasto_ e _don Ferrante Gonzaga_ per inchinarlo, ed altrettanto fece

anche _Pier-Luigi Farnese_, la cui nuora _Margherita_ si fermò a Parma

ad oggetto di vedere nel passaggio l'Augusto genitore, con cui di

Spagna era venuto eziandio il _duca Ottavio_ suo marito. Essendosi

ancora portato colà _Cosimo duca di Firenze_, tanto si maneggiò,

che l'imperadore, intento a raccoglier moneta, si lasciò indurre a

rimettergli le cittadelle di Firenze e di Livorno, con che egli pagasse

ducento mila scudi d'oro, come attesta il Segni con altri storici.

L'Adriani scrive cento cinquanta mila.

Si mosse intanto da Roma l'ansioso papa Paolo coll'accompagnamento

sfarzoso di una gran corte, e di mille e quattrocento cavalli a' dì

26 di febbraio, e passando per nevi e ghiacci, arrivò a Bologna, dove

sperava che Cesare verrebbe a trovarlo. Ma dacchè ebbe inteso non poter

esso Augusto portarsi colà, stante il bisogno di passar frettolosamente

in Germania, tanto si adoperò, che fu destinata la terra di Busseto,

posta fra Piacenza e Cremona, e posseduta da Girolamo Pallavicino, per

luogo del loro congresso. I fatti mostrarono non aver l'imperadore

la fretta, con cui egli si schermiva dall'abboccarsi col papa. Ora

l'impaziente pontefice si portò sino a Parma e Piacenza, non volendo

che gli scappasse di mano l'astuto monarca. E perchè poi si avvide

che si differiva il di lui arrivo a Genova, o la partenza di là,

determinò di tornarsene a Bologna. Prima nondimeno di portarsi colà,

perchè era stato invitato dal _duca di Ferrara Ercole II_ a visitar

la sua capitale, imbarcatosi nel dì 21 d'aprile a Brescello, arrivò

lo stesso giorno in vicinanza di Ferrara, dove nel dì seguente fece la

sua solenne entrata. La magnificenza, con cui fu egli accolto dal duca

e dalla nobiltà e popolo ferrarese, gli spettacoli e divertimenti a

lui dati, e l'immenso concorso di foresteria a quella città, vengono

descritti nel Diario manuscritto di Antonio Isnardi, e in altre

storie ferraresi. Ne ho parlato anch'io nella seconda parte delle

Antichità Estensi. Quivi si fermò per tre giorni il papa, dopo di

che si restituì a Bologna. Venne finalmente la sospirata nuova che

l'imperadore era per muoversi da Genova; laonde il pontefice corse a

Parma, e nel dì 21 giugno passò a Busseto. A quella terra nel giorno

seguente arrivò parimente l'Augusto Carlo, e furono amendue ad uno

stretto colloquio di più ore. Per quanto si affaticasse il santo padre

per indurre l'imperadore a dar mano alla pace, con cedere lo Stato

di Milano ad un figlio del re di Francia, il trovò sempre più saldo

di una torre. Però venne egli a proporre per mezzo termine che sua

maestà desse a _Pier-Luigi Farnese_, oppure ad _Ottavio_ suo nipote,

quel ducato, cioè a persone divotissime di Cesare e del sacro romano

imperio: proposizione non nuova agli orecchi di quel monarca, il quale

seppe ben difendersi da questo assalto, ancor che molto perorassero

le lagrime della _duchessa Margherita_ figlia di esso Augusto, ed

inoltre gli fosse esibito grossissimo censo in avvenire, e di presente

una strabocchevol somma di danaro, che papa Paolo s'era studiato di

ammassare in varie guise per questo fine.

Voce comune fu che questo desiderato ingrandimento della casa Farnese

fosse, non dirò l'unico, ma uno de' principali incentivi, per cui il

papa, nulla curando i disagi de' viaggi e della stagione, la poca sua

sanità, e l'età ormai inclinante alla decrepitezza, anzi dimenticando

il decoro della sublime sua dignità, corresse dietro all'Augusto

Carlo, che poi si sbrigò presto di lui[441]. Lo stesso cardinal

Sadoleto, che pure stava allora in Francia, confessò che, prima

anche dell'abboccamento di Busseto, era corsa la fama che per privati

interessi il papa avesse impreso questo viaggio. Cesare Campana[442],

e molto più il cardinal Pallavicino[443], per gratitudine alla memoria

di un papa, da cui la insigne compagnia di Gesù riconosce la prima

sua approvazione, amendue lontani di tempo, prendono qui a volere

smentir quella voce. Ma difficile è che mai la schiantino dal cuore

degli accorti lettori. Perciocchè l'addurre che il Giovio e due o tre

altri storici han preso abbaglio in altri punti di storia, niuna forza

ha, perchè troppo pruova; e potrebbonsi con arme sì comode mettere

in dubbio infinite altre vere asserzioni degli storici. Ognun sa se

gagliardo fosse, per non dir di più, anche in Paolo III il prurito

di portar la sua casa ad onori sublimi di principato; poco ancora

staremo a vederne una indubitata pruova. Qui poi abbiam la corrente

degli storici che asseriscono quel fatto, anche prima del congresso di

Busseto; e la maggior parte contemporanei, e non solo d'Italia, ma di

Francia e di Spagna. Per tacere degli altri, Alessandro Sardi[444],

che in questi tempi fioriva, e lasciò una Storia manoscritta, di cui

mi servo, va in ciò d'accordo cogli altri. Onofrio Panvinio[445], che

pescava in buoni gabinetti, afferma, avere _il papa fatto all'aperta

intendere_ questa sua proposizione all'imperadore. E Bonaventura

Angeli[446], che non ignorava gl'interessi di casa Farnese, e dedicò

la sua Storia al _duca Ranuccio_, non dovea certo tener per sogno le

condizioni proposte da papa Paolo per ottenere il ducato di Milano

al figlio, le quali son riferite dall'Adriani. Più ragionevol cosa

dunque è il sostenere che principalmente si movesse il pontefice al

suddetto viaggio ed abboccamento per maneggiar la pace in bene della

cristianità; e che v'ingroppasse poi il progetto dell'acquisto di

Milano pel figlio o nipote, giacchè si trovò Cesare troppo alieno

dal sacrificare quel bel paese alle voglie del re di Francia. Hanno i

lettori a perdonarmi se qui mi son fermato alquanto per amore della

verità, credendo io infine che nulla pregiudichi all'onor di questo

pontefice l'aver procurato l'ingrandimento de' suoi piuttosto cogli

Stati altrui che con quelli della Chiesa.

S'inviò poscia l'_Augusto Carlo_ verso la Germania, e il papa

malcontento se ne tornò a Roma. In questo mentre si cominciò a provar

da' cristiani qual flagello avesse tirato sopra di loro la disordinata

passione del re chiamato Cristianissimo. Avea il Barbarossa, per ordine

di Solimano, allestita una formidabile flotta di galee, fuste e legni

da carico, con quattordici mila Turchi da sbarco, e con essa verso il

fine di aprile fece vela, giugnendo poi al Faro di Messina sul fine di

giugno. V'era sopra anche Antonio Polino, ministro del re di Francia,

come direttore di sì detestabil impresa. Per lo spavento si fuggirono

gli abitatori di Reggio di Calabria. Dato prima il sacco alla misera

città, ne fece poi la rabbia turchesca un falò, oltre al tagliare gli

alberi fruttiferi, le vigne e le palme di quel paese. Di là condussero

que' Barbari gran copia di anime cristiane in servitù. Inferiti altri

danni alle riviere della Lucania e Puglia, arrivò la flotta infedele

alla sboccatura del Tevere: il che mise in somma costernazione la

stessa città di Roma, talmente che, sebbene il Polino assicurasse il

_cardinal di Carpi_ reggente, che niun pericolo v'era, pure non si potè

impedire la fuga di moltissimi in luoghi più sicuri. Di là navigò,

senza far altri danni, il Barbarossa fino a Marsilia, dove si vede

trionfalmente accolto questo gran nemico del nome cristiano nel mese

di luglio. Perchè era andato a male un trattato dei ministri franzesi

di sorprendere il castello di Nizza in Provenza, irritato il _re

Francesco_, ordinò che le sue galee, sotto il comando di _Francesco di

Borbone_ conte d'Anghien di sangue reale, unite all'armata turchesca,

andassero all'assedio della città di Nizza. Si sostennero con vigore

que' terrazzani dal dì 10 d'agosto sino al dì 22 contro il continuo

fuoco delle artiglierie, e contro gli assalti de' Turchi; ma infine,

conoscendosi incapaci di resistere più lungamente a tante forze

nemiche, capitolarono con oneste condizioni la resa. Si applicò dipoi

il Barbarossa a combattere il castello, alla cui difesa stavano Andrea

di Monforte e Paolo Simeone cavalier di Malta, risoluti di resistere

sino all'ultimo fiato. Intanto _Carlo duca di Savoia_, stando in

Vercelli, non potea darsi pace per le sventure della sua città di

Nizza; e però tanto pregò e scongiurò il _marchese del Vasto_, che

l'indusse a muovere le sue milizie verso Genova, per portare soccorso

all'assediata cittadella. Imbarcatisi dunque amendue colla gente sulle

galee di _Andrea Doria_, andarono a posarsi a Villafranca: il che bastò

perchè il Barbarossa e i Franzesi, dopo aver dato il sacco alla città,

sciogliessero l'assedio, con ridursi il generale turchesco per mare

a Tolone, dove colle sue truppe svernò, ma non senza gravissimo danno

de' Provenzali. Ed ecco a che si ridussero tutte le prodezze di quel

Barbaro e de' suoi collegati franzesi in quelle parti.

Dacchè ebbe il duca di Savoia rinfrescata di gente la fortezza, e ben

vettovagliata la città di Nizza, dove richiamò gli abitanti fuggiti,

tornò col marchese del Vasto in Piemonte, ed imprese l'assedio della

città di Mondovì, con alzarvi tre batterie. Gran tempo vi stettero

sotto, e più vi sarebbero stati, se non fossero cadute loro in

mano le lettere che colà inviava il signor di Butieres general dei

Franzesi in Piemonte. Ne furono finte delle altre, colle quali si

ordinava al comandante di Mondovì di capitolare, perchè non gli si

potea dar soccorso: il che fece rendere le città. Susseguentemente

s'impadronirono essi di Caramagna, di Raconigi, Carmagnola e Carignano;

nel qual ultimo luogo il marchese lasciò un buon presidio, e poi

si ritirò a' quartieri d'inverno a Milano. Quanto all'_imperador

Carlo_, fece egli guerra nella bassa Germania, e ridusse a' suoi

voleri il nemico _Guglielmo duca di Cleves_. Nell'esercito suo

militarono alcune migliaia di fanti e cavalli italiani, e molti

insigni uffiziali di questa nazione, e fra essi _Camillo Colonna,

Antonio Doria, don Francesco d'Este_. Il _marchese di Marignano_ era

generale dell'artiglieria; mastro di campo generale _Stefano Colonna_,

e luogotenente generale _don Ferrante Gonzaga_. Ma in Ungheria

peggiorarono di molto gli affari dei cristiani nell'anno presente. Avea

il _pontefice Paolo_ inviato in aiuto di _Ferdinando re de' Romani_

e d'Ungheria, _Giambatista Savello_ e _Giulio Orsino_ con quattro

mila fanti italiani. Venuto lo stesso Solimano gran signore con un

esercito, dicono, di ducento mila persone, non trovò forze tali che

potessero far fronte alla sua potenza; però gli riuscì di sottomettere

all'imperio suo la metropolitana città di Strigonia, Cinque Chiese,

Alba Regale con altri luoghi, essendo arrivato troppo tardi l'esercito

del re Ferdinando per opporsi a tali conquiste. In Italia, mentre erano

spedite in Levante dal Barbarossa quattro navi, dove dicono imbarcati

cinque mila cristiani dell'uno e dell'altro sesso, con ducento sacre

vergini destinate ai serragli turcheschi, s'incontrarono esse nella

squadra delle galee di Napoli, comandata da don Garzia figlio del

vicerè, e furono felicemente prese e condotte a Messina.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 77 / 102 题