NOTE:

[436] Belcaire. Spondano. Adriani. Giovio. Segni.

[437] Andr. Maurocenus. Alessandro Sardi. Segni ed altri.

[438] Du-Mont, Corps Diplomat.

Anno di CRISTO MDXLI. Indizione XIV.

PAOLO III papa 8.

CARLO V imperadore 23.

La guerra fra _papa Paolo_ ed _Ascanio Colonna_ diede in questi tempi

pascolo ai cacciatori di nuove. Andò l'esercito pontificio, comandato

da _Pier-Luigi Farnese_, a mettere campo a Rocca di papa, e cominciò a

batterla colle artiglierie. Trovavasi allora Ascanio a Ginazzano, ed

avendo inviato alquante schiere in soccorso di quella terra, ebbe la

mala ventura; perchè, rotte le sue genti, in gran parte rimasero uccise

o prigioniere. Perciò da lì a qualche tempo quella rocca capitolò la

resa. Passarono l'armi pontificie sotto Palliano, e vi trovarono alla

difesa _Fabio Colonna_ con un grosso presidio di mille e cinquecento

fanti, che, tosto usciti fuori, diedero il ben venuto ai papalini,

uccidendo i bufali che tiravano le artiglierie, e poco mancò che

queste non inchiodassero. Furono fatte molte azioni sotto quella terra

e sotto Ceciliano, a cui nello stesso tempo fu posto l'assedio. Dopo

gran tempo s'impadronì il Farnese di Palliano e della sua cittadella,

di Ceciliano, Ruviano e d'ogni altro castello posseduto da Ascanio

Colonna in quel della Chiesa. Furono, d'ordine del papa, smantellate

dai fondamenti le loro fortezze; nel qual tempo tanto il vicerè di

Napoli, quanto l'imperadore, della cui protezione godevano i Colonnesi,

con tutto il desiderio di dar loro aiuto, nulla si attentarono di fare

in lor favore, per non inimicarsi il papa. Intanto _Carlo Augusto_

dalla Fiandra passò in Germania, per quetar, se potea, i torbidi

funestissimi della religione, e per disporre un buon argine alla

guerra che veniva minacciata dal sultano de' Turchi all'Ungheria. Per

conto della religione, niun vantaggio se ne ricavò. Fece nuove premure

il legato pontificio per la celebrazione d'un concilio generale,

desiderato sommamente anche dall'imperadore; ma perchè insorsero

discrepanze intorno al luogo, bramandolo il papa in Italia, e gli

altri in Germania, intorno a questo importante punto nulla per allora

si conchiuse. Quanto all'Ungheria, mandò bensì il _re Ferdinando_

l'esercito suo all'assedio di Buda, occupata dalla _regina vedova_

del _re Giovanni_, ma ne riportò una considerabil rotta dall'armata di

Solimano, che in persona accorse colà, ed appresso s'impadronì della

stessa città di Buda, capitale di quel regno.

Ora l'_imperador Carlo_, tuttochè paresse necessaria la presenza

sua in quelle parti, esigendola i bisogni della Cristianità, cotanto

malmenata dai Turchi; pure, siccome avido di gloria, avendo disegnato

un'altra impresa, s'incamminò alla volta d'Italia. Cioè si era

messo in animo di far guerra ad Algeri, gran nido di corsari, e

sede del formidabil Barbarossa che tenea tanto inquiete le coste del

Mediterraneo cristiano, e massimamente la Spagna. A questo fine avea

egli approntata una poderosissima flotta in Ispagna e in Italia sotto

il comando di _Andrea Doria_. Calò dunque Cesare nel mese di agosto a

Trento, dove fu ad inchinarlo il _marchese del Vasto_ colla nobiltà

milanese, e comparve ancora a fargli riverenza _Ercole II duca_ di

Ferrara, ed _Ottavio Farnese_ duca di Camerino. Passato a Milano,

fu in quella città accolto con ogni possibil onore e magnificenza.

Altrettanto fecero i Genovesi, allorchè pervenne alla loro città. Erasi

già concertato un abboccamento da tenersi tra il papa ed esso Augusto

in Lucca; però il pontefice si mosse da Roma nel dì 27 di settembre,

senza far caso de' medici, che gli sconsigliavano questo viaggio pei

pericolosi caldi della stagione, e per la sua troppo avanzata età. Ma

prevalse in lui la premura di levar le difficoltà insorte pel concilio

generale, e d'impedir una nuova guerra che già si presentiva aversi

a destare dal _re Francesco_ contra d'esso imperadore. Imperocchè,

manipolando sempre il re franzese le maniere di sminuire la potenza

austriaca, e mantenendo perciò non senza discredito suo una stretta

corrispondenza ed amicizia con Solimano imperadore de' Turchi, avea

nel precedente luglio messo in viaggio due suoi oratori alla Porta

ottomana, cioè _Antonio Rincone_ Spagnuolo, che, bandito dalla

patria, era passato molto tempo prima al suo servigio, ed, inviato a

Costantinopoli, era stato ben veduto dal sultano. Di costui e delle

sue trame in Venezia parlammo di sopra. Il Rincone adunque con _Cesare

Fregoso_, confidando nella tregua che tuttavia durava fra Carlo V e

Francesco I, venuto in Italia, s'imbarcò sul fiume Po, meditando di

passare a Venezia. Per quanto gli dicesse il Fregoso, che trovandosi

egli dichiarato ribelle dell'imperadore, non era compreso nella tregua,

e poter senza pena essere secondo le leggi ucciso da chicchessia; pure

si ostinò in quel viaggio. Arrivati che furono il Rincone e il Fregoso

alla sboccatura del Ticino, eccoti sopraggiugnere gente incognita in

barca, che li colse amendue, e poi li trucidò. Fortunatamente un'altra

barca, dove era il segretario del Rincone colle istruzioni, si salvò a

Piacenza. A tale avviso montò nelle furie il re Francesco, e, imputando

al marchese del Vasto la loro cattura e morte, pretese rotta la tregua,

e contravvenuto al diritto delle genti.

Arrivò nel dì 8 di settembre _papa Paolo_ a Lucca, e nel dì 10 vi

fece la sua entrata anche l'_Augusto Carlo_, che tenne poi varie

conferenze colla santità sua. Osserva il Segni che Carlo portava una

cappa di panno nero, un saio simile senza alcun fornimento, e in capo

un cappelluccio di feltro, e stivali in gamba, coprendo con quest'abito

semplicissimo un'ambizion superiore a quella d'Ottavio Augusto monarca

del mondo. Al corteggio di sua maestà si trovarono i _duchi di Ferrara

e di Firenze_; e perciocchè il primo prese la mano sul secondo, col

tempo insorsero liti di precedenza tra _Alfonso II duca_ di Ferrara

e lo stesso Cosimo, che servirono di passatempo ai politici, e di

scandalo presso d'altri. Si trattò in Lucca del concilio, e sebben più

d'uno lasciò scritto che ivi si determinò di tenerlo in Trento, pure

il Rinaldi, annalista pontificio, con buoni documenti ci assicura che

niuna determinazione fu presa allora intorno al luogo. Vi si parlò di

lega contra il Turco, e di conservar la pace; ma colà giunto il _signor

di Monì_ ambasciator franzese, alla presenza del papa richiese i suoi

due presi oratori (che non erano già in vita), e giustizia contro il

_marchese del Vasto_. Tanto l'imperadore che il marchese stettero saldi

in negar d'essere autori consapevoli del fatto: il perchè maggiormente

adirato il re di Francia, fece ritenere in Lione _Giorgio d'Austria_

arcivescovo di Valenza e vescovo di Liegi. Quindi, acciecato dallo

spirito di vendetta, contrasse la lega coi re di Svezia e Danimarca,

e con altri principi tutti eretici; e sempre più strinse l'amicizia

con Solimano gran signore ai danni dell'imperadore. Ancor qui vien

preteso che neppur trascurasse il buon pontefice in questa occasione

di procurare i vantaggi della propria casa, con proporre a Cesare,

che quando a lui non piacesse di soddisfare alle richieste del re

Cristianissimo, con cedergli il ducato di Milano, si compiacesse di

metterlo almeno in deposito nelle mani del duca Ottavio Farnese, nipote

d'esso papa, e genero del medesimo Augusto; il quale, finchè fossero

decise le controversie fra la maestà sua e il re di Francia, pagherebbe

censo, e lo renderebbe poi a chi fosse di dovere. Se questo ripiego

riusciva all'accorto pontefice, sperava ben egli che di quel deposito

o tardi o non mai si sarebbe veduto il fine. Che l'imperadore non

rigettasse affatto la proposizione, si rende non inverisimile da quanto

diremo altrove.

Affaticossi poi il papa, unito ad _Andrea Doria_ e ad altri generali

cesarei, per dissuadere a _Carlo V_ l'impresa d'Algeri, siccome troppo

pericolosa per la stagione avanzata, in cui suole imperversare il mare;

ma non si lasciò egli smuovere punto, forse credendo di avere sposata

la fortuna, che certo fin qui gli si era mostrata molto propizia; ma

ebbe bene a pentirsene da lì a non molto. Non più di tre giorni si

fermò egli in Lucca, e passato al golfo della Spezia, di là spiegò

le vele alla volta di Maiorica, per ivi far l'unione di tutto il suo

potente stuolo, dov'era imbarcata numerosa fanteria italiana, spagnuola

e tedesca, con un rinforzo di cavalleria. Non potè sarpar le ancore

se non il dì 18 d'ottobre, tempo disfavorevole alle imprese di mare

in paese nemico. Arrivato sotto Algeri, diede principio all'assedio

col fracasso delle artiglierie. Ma ecco nel dì 25 d'ottobre sorgere

un vento di tramontana si fiero, che conquassò ben cento e trenta

legni dei cristiani. Ruppersi molti di essi, e chi non perì nel mare,

fuggendo a terra, trovava la morte per li Mori posti alla guardia de'

lidi. Restò l'esercito cesareo sotto Algeri senza vettovaglie, senza

paglia pei cavalli, senza fuoco, perchè combattuto da una dirotta

pioggia e dal furiosissimo vento. Forza dunque fu di levare il campo,

e d'imbarcare, come si potè, la gente nelle galee e navi che non erano

perite; e perchè luogo non restava a' bei cavalli di Spagna, parte

de' quali avea servito di cibo alle affamate soldatesche, se ne fece

un macello. Molti poi di questi legni, tuttavia perseguitati dalla

tempesta, colle genti che vi erano sopra, rimasero preda dell'onde. Gli

altri sbandati, chi alla Spezia, chi a Livorno e chi alle spiagge di

Spagna approdarono. Ridottosi l'imperadore a Bugia, porto dell'Africa

mal sicuro, colle galee di Spagna ed altre navi, fu, per la continuata

fierezza del mare, costretto a fermarsi ivi per venticinque giorni,

dove anche si fracassarono alcune sue galee; e finchè venuta un po' di

bonaccia, s'imbarcò; ma rispinto di nuovo colà, finalmente nel dì 28 di

novembre fece vela verso la Spagna, e a dì 3 di dicembre prese porto a

Cartagena, portando seco una memoria indelebile di sì grave sciagura

che fece tanto strepito per tutta l'Europa, e insieme la gloria di

aver mostrato un costante ed eroico animo in tutta quella lagrimevole

occasione: gastigo della sua testardaggine o troppa fiducia della sua

fortuna.

Anno di CRISTO MDXLII. Indizione XV.

PAOLO III papa 9.

CARLO V imperadore 24.

Pe' buoni uffizii di _papa Paolo_ si era nell'anno addietro astenuto

_Francesco re_ di Francia dal muover guerra a _Carlo imperadore_,

essendoglisi fatto conoscere il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso,

se in tempo che Cesare facea l'impresa di Algeri in benefizio della

cristianità di tutto il Mediterraneo, e per conseguente anche della

Francia, egli avesse impugnate l'armi contra di lui. Ma dacchè vide sì

infelicemente terminata quella spedizione, e che in tanto sconcerto

delle forze di Cesare si poteano sperar maggiori progressi, raunato

un potentissimo esercito, in quattro diversi siti sul principio

della primavera portò la guerra addosso agli Stati di esso Augusto,

pretendendo guasta la tregua fra loro per la morte del Rincone e del

Fregoso. Inviò dunque _Arrigo il delfino_ figlio suo primogenito con

poderoso esercito all'assedio di Perpignano, capitale del Rossiglione,

frontiera della Spagna. A _Carlo duca d'Orleans_ suo secondogenito

diede l'incumbenza d'assalire con altro vigoroso corpo d'armati il

ducato di Lucemburgo. Il _duca di Cleves_ col signor di Longavilla con

altre milizie ebbe ordine di passare ostilmente contro il Brabante, e

_Antonio di Borbone duca_ di Vandomo contro la Piccardia. Disposto un

sì grave apparato, nel dì 10 di luglio dichiarò pubblicamente la guerra

allo imperadore, persuadendosi che, colto da tante parti, in alcuna

almeno di esse avesse a soccombere. Non era approvata dai suoi generali

più prudenti questa divisione di forze, sostenendo essi che più buona

ventura si potea promettere da un gagliardissimo unito esercito, che da

tanti ritagli; ma niuno osò di contraddire alla risoluzion già presa

da un re che credea saperne più di loro. Altro a me intorno a quelle

guerre non resta da dire, se non che bravamente si difese lo imperadore

in tutti que' siti, e che incendii e guasti furon ben fatti, ma senza

alcun rilevante guadagno dal canto dei Franzesi, e con avere esso re

Francesco gittati più milioni per nulla ottenere.

Neppure dimenticò in questi tempi esso re Cristianissimo gli affari

di Piemonte, dove i suoi capitani teneano ed aveano ben fortificate

le città di Torino, di Pinerolo ed altri luoghi. Impadronissi il

signor di Bellay di Cherasco, e di là passò sotto la città d'Alba; ma

non vi si fermò gran tempo, per avervi trovato chi sapea difenderla.

Arrivato intanto di Francia il signor di Annebò con sette mila fanti

tra italiani e franzesi veterani, l'armata loro, forse ascendente a

diciotto mila combattenti, imprese l'assedio di Cuneo, castello forte

a piè de' colli di Tenda, dove si uniscono due fiumi discendenti

dall'Alpi. Si era conservata questa terra sotto l'ubbidienza di _Carlo

duca di Savoia_, senza voler ammettere guarnigione imperiale, siccome

aveano fatto Asti, Vercelli, Ivrea, Fossano, Chieri, Cherasco ed altre

terre, dove _Alfonso marchese del Vasto_ governatore di Milano teneva

presidio cesareo. Il popolo di Cuneo fu in tal congiuntura forzato

a chiedere soccorso al marchese, che vi mandò sessanta cavalli con

due compagnie di fanti. Questo picciolo aiuto, unito al valore de'

terrazzani, che fecero una gagliarda difesa, obbligò dopo qualche tempo

gli assedianti franzesi a ritirarsi di là: avvenimento non diverso

da altri del secolo prossimo passato, e che abbiam veduto rinnovato

nel 1744, in cui l'armi franzesi e spagnuole, dopo lungo assedio di

quella forte terra o città, han dovuto battere la ritirata con gloria

di _Carlo Emmanuele_ re di Sardegna e duca di Savoia. Per mancanza

poi di paghe si sbandò la gente condotta dall'Annebò. Di costoro, che

voleano passare sul Piacentino, il marchese del Vasto ne uccise circa

settecento a Monteruzzo, e gli altri si dispersero per le langhe, onde

ancora furono cacciati. Riuscì al soprallodato marchese di prendere in

quest'anno Villanuova d'Asti, Carmagnola, Carignano e qualche altro

picciolo luogo; colle quali imprese terminò la campagna in Piemonte,

stando il duca di Savoia a compiagnere la funesta scena che faceano le

due nemiche armate sulle terre del suo dominio.

Lasciossi tanto accecare in questi tempi dalla malnata passione sua

il _re di Francia Francesco I_, che giunse a commettere un'azione che

sarà di perpetua infamia, non dirò già alla nazion franzese, che niun

assenso prestò alle sconsigliate risoluzioni del re, anzi le detestò,

come apparisce dalle storie; ma bensì allo stesso re Francesco, che,

dimentico d'essere cristiano, nonchè Cristianissimo, per soddisfare

al fiero appetito della vendetta insieme e dell'ambizione, spedì a

Costantinopoli Antonio Polino e il signor di Ramon a trattar lega col

gran signore Solimano a' danni dell'_imperador Carlo V_ e del _re

d'Ungheria Ferdinando_ suo fratello. Restò conchiuso fra loro che

il Barbarossa con potente armata navale verrebbe nel Mediterraneo

ad unirsi co' Franzesi, e che Solimano in persona con ducento mila

combattenti continuerebbe l'acquisto del regno di Ungheria. Ma perchè

era di molto avanzata la stagione, si differì all'anno seguente

l'effettuazione di sì obbrobrioso trattato. Non erano ascose a _papa

Paolo III_ queste mene del re franzese, e ne provava gran pena pel

nero turbine che soprastava a tanti innocenti cristiani, esposti alla

desolazion del paese o alla schiavitù, e ad abiurar la religione, e

per l'evidente pericolo che crescesse la potenza turchesca, a cui

anche potea venir fatto di occupar qualche sito importante nelle

viscere della cristianità d'Occidente. Scrisse più lettere, spedì

legati, inculcando sempre più ragioni e preghiere per condurre i due

emuli monarchi alla pace: tutto nondimeno indarno, rovesciando cadaun

d'essi sopra l'altro la colpa di tanti sconcerti, ed amendue ostinati

ed accaniti l'un contro l'altro. L'anno fu questo, in cui pel buon

maneggio di _Giovanni Morone vescovo_ di Modena, insigne per la sua

dottrina, prudenza ed eloquenza, e nunzio pontificio in Germania,

rimasero spianate le difficoltà sin qui insorte intorno al luogo,

dove s'avea a tenere il concilio generale; e si fissò la risoluzione

di aprirlo nella città di Trento. Sopra di che formò lo zelante

pontefice Paolo nel dì 22 di maggio una bolla, rapportata dal Rinaldi,

in cui informò tutti i regni cattolici che nel dì primo del prossimo

novembre se ne farebbe l'apertura nella città suddetta. Di buon'ora

si scatenarono i protestanti contra di questo santo decreto, quasichè

dovesse da loro prender legge la Chiesa cattolica. Ma neppur in questo

anno si potè dar principio a quella sacra assemblea per cagion delle

guerre che più che mai continuarono.

Provossi in questi tempi, specialmente nella Lombardia, il flagello

delle locuste passate dal Levante in Italia[439]. Erano alate, e

più grandi delle solite a vedersi, perchè lunghe un dito; volando

adombravano il sole per lo spazio di uno o due miglia; e dovunque

passavano, faceano un netto di tutte le erbe ed ortaglie. Nota il

Surio[440] che in questo medesimo anno la Slesia e la Misnia in

Germania nel tempo di state patirono lo stesso infortunio. Venuto

poi il verno, perirono esse locuste, ma infettando l'aria col loro

fetore; e guai a chi non ebbe la cura di seppellirle. Tremuoti ancora

spaventosi riempierono di terrore nel giugno di quest'anno la Sicilia

e la Toscana, e caddero molti edifizii, e perirono centinaia di

persone, massimamente nella terra di Scarperia e in tutto il Mugello,

con risentirsene Firenze, Pisa, Volterra, Lucca ed altri luoghi.

Questi erano flagelli presenti; eppur la buona gente li prendea

solamente per presagii e preludii di maggiori disgrazie. Merita ben

_Gasparo Contarino cardinale_ che qui si faccia menzione dell'immatura

sua morte, accaduta in Bologna nel dì primo di settembre dell'anno

presente, e non già del seguente, come alcuno ha scritto; perchè in lui

mancò un gran lume del sacro collegio. Ma in questo medesimo anno _papa

Paolo_ avea fatta una promozione di cardinali nel dì 2 di giugno, in

cui fra gli altri egregi personaggi ottennero la porpora il suddetto

_Giovanni Morone arcivescovo_ di Modena, _Gregorio Cortese_ e _Tommaso

Badia_, amendue Modenesi, illustri per la loro dottrina e per altre

doti.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 76 / 102 题