[434] Summonte.
[435] Sardi, Storia MS.
Anno di CRISTO MDXL. Indizione XIII.
PAOLO III papa 7.
CARLO V imperadore 22.
Nel primo giorno del presente anno[436] entrò _Carlo imperadore_
come in trionfo nella real città di Parigi, accompagnato dal _re
Francesco_, da' suoi figli e da tutta la magnifica sua corte. In tal
congiuntura incredibile fu il concorso di nobili e popolo, non solo di
Francia, ma anche di Spagna e d'Italia, in maniera che, quantunque sì
vasta anche allora fosse quella metropoli, pure si trovava per tutte
le sue strade così gran calca d'uomini e cavalli, che alcuni per la
folla perderono la vita. Non lasciò indietro il re Cristianissimo
sorta alcuna di divertimenti, come conviti, giostre, tornei ed altri
spettacoli, tutti fatti con somma magnificenza e spesa, per far onore
a sì grand'ospite. Tenne l'imperadore dei segreti e lunghi ragionamenti
col re e co' suoi ministri, nel che pareano divenuti due fratelli que'
possenti monarchi. Carlo V, da quell'accortissimo principe ch'era,
incantò ognuno con belle parole di voler cedere lo Stato di Milano ad
uno dei figli del re, ma con riserbarsi il compimento di così generose
promesse (fatte nondimeno solamente in voce) dappoichè fosse sbrigato
dall'impresa di Gante. Allorchè questa fu finita, sparirono quelle sì
amichevoli intenzioni della maestà sua, venendo sempre più ad apparire
che nell'Augusto Carlo, per mezzo della madre, era passato l'ingegno
di _Ferdinando il Cattolico_, il quale osservava la fede a misura
dell'utile suo. Perlochè trovandosi il re Francesco oltremodo deluso,
ad altro non pensò da lì innanzi che a nuocergli e a muover guerra
ai di lui regni. Arrivato l'imperadore a Brusselles, si applicò tutto
alle maniere di gastigar i Gantesi: al qual fine raunò alcune migliaia
di fanti tedeschi e cavalli borgognoni. Allora fu che il popolo di
Gante, giacchè era venuta meno ogni speranza di soccorso dalla parte
dei Franzesi, nè si trovavano in istato da poterla durare contra del
potente sovrano, spedirono inviati a chieder misericordia, facendogli
anche sperare che troverebbe aperte le porte della città, ed ogni
persona ubbidiente a' suoi cenni. Intanto alcuni de' più colpevoli,
conoscendo che l'aria d'Inghilterra sarebbe più salutevole per loro,
colà si rifugiarono. Ito poscia Cesare a Gante colle sue schiere,
armato vi entrò, fece tagliare il capo a nove di que' cittadini, e da
lì a qualche tempo a molti altri, con privar la città di tutti i suoi
privilegii, ed obbligar la cittadinanza a fabbricar ivi alle sue spese
una fortezza: al qual lavoro destinò Carlo per presidente _Gian-Giacomo
de Medici_ marchese di Marignano, che ogni dì più facea progressi
nella grazia di lui. Questo esempio di severità fece che tutti i
Paesi Bassi col capo chino pagassero e sofferissero da lì innanzi
qualsivoglia gravezza loro imposta. Ed appunto osserva il Segni che
questo imperadore con mostra di gran religione e giustizia aggravava
poi smisuratamente di tributi i suoi popoli di Fiandra, Milano, Napoli
e Sicilia; e che i governatori suoi cavavano il cuore ai sudditi
con esorbitanti aggravii: del che non si allegava esempio simile di
crudeltà sotto i precedenti principi. Che libri di religione leggesse
questo monarca, non vel saprei dire. Di questa sfigurata religione
viene accusato da esso Segni anche _Cosimo de Medici_, novello duca di
Firenze.
Sembrò ad alcuni che di questa maligna influenza partecipasse alquanto
eziandio lo stesso _pontefice Paolo III_. Oltre ad altre gravezze
da lui imposte ai popoli della Chiesa e al clero d'Italia, mise nel
presente anno un dazio sopra il sale, che increbbe molto ai suoi
sudditi. In Ravenna insorse per questo qualche tumulto, ma di poca
durata. All'incontro, i Perugini, pazzamente dato di piglio alle
armi, proruppero in un'aperta ribellione. Per metterli in dovere raunò
il papa otto mila fanti italiani; quattro mila Spagnuoli ottenne da
Napoli; ed aggiuntivi ottocento Tedeschi, fece marciar questa gente
addosso a Perugia sotto il comando di _Pier-Luigi_ suo figlio e di
_Alessandro Vitelli_. Le principali prodezze di costoro si ridussero
a bruciare il bello e fruttifero paese intorno a quella città, non
meritando nome alcune picciole scaramuccie, seguite fra essi e i
Perugini. Questi avevano chiamato alla lor difesa _Ridolfo Baglione_,
e confidavano forte che il duca di Firenze Cosimo, siccome principe
disgustato per non poche ragioni del papa, accorrerebbe in loro
aiuto. Ma fallito questo lor disegno, trovandosi sprovveduti d'ogni
cosa necessaria alla difesa, mandarono a trattar di concordia. Altro
non ottennero, se non che il papa li volle a discrezione. Entrativi
i ministri e soldati pontificii, per non essere da meno di Cesare in
gastigare i Gantesi, fecero decapitare sei di que' gentiluomini, dieci
altri ne mandarono a' confini; e, spogliato d'armi il popolo, e d'ogni
autorità e privilegio quel comune, ordinarono che alle spese loro si
piantasse una fortezza nella città, comprendendo in essa i palagi de'
nobili Baglioni. Rimasero per questo ben umiliati i Perugini; ma non
si dee tacere che tredici anni dopo il _papa Giulio III_ restituì loro
i magistrati e gli onori, con ridurre quella città al reggimento,
come era prima. Terminata questa festa, ad un'altra si diede
principio, perchè i Colonnesi, capo de' quali era _Ascanio Colonna_,
ricalcitrarono all'accresciuto prezzo del sale. Però papa Paolo, che
anche senza di questo mirava di mal occhio quella nobile e potente
casa, siccome quella che avea in altri tempi fatto fronte a' suoi
predecessori, mosse lor guerra con un esercito di dieci mila persone.
Ma perchè quest'altra scena più precisamente appartiene all'anno
prossimo, allora ne parleremo.
Seriamente intanto avea trattato _Luigi Badoero_, ambasciator de'
Veneziani a Costantinopoli, di far pace colla Porta ottomana, e
gli convenne conchiuderla, non come egli volle, ma come pretese
Solimano[437]. Fu obbligato il senato veneto a cedere al Turco
Napoli di Romania, e Malvasia nella Morea, due terre di grande
importanza, e di pagare trecento mila scudi d'oro nel termine di tre
anni. Il trovarsi abbandonata quella repubblica da chi le dovea dar
braccio contro le troppo superiori forze della potenza turchesca,
la indusse ad accettar sì dura legge. Giunta a Venezia la nuova di
questa svantaggiosa pace nel dì 27 d'aprile, grande strepito, fiere
mormorazioni si suscitarono contra del Badoero, che a tanto prezzo
l'avesse comperata. Era in pericolo la sua vita, non che la sua fama
per questo; ma si venne col tempo a scoprire un tradimento, cosa rara
in quella saggia e sì ben regolata repubblica. Dimorava in Venezia
Antonio Rincone, ambasciatore di Francia; e siccome il re Francesco,
non senza infamia del suo nome, teneva con Solimano non solo stretta
amicizia, ma anche una specie di lega; così il ministro suo andava
spiando tutto ciò che poteva essere di vantaggio al Turco. Venne poi
a scoprir per mezzo di Costantino e Niccolò Cavazza, segretarii della
repubblica, e di alcuni altri gentiluomini veneti, avere il consiglio
accordato segretamente al Badoero di poter cedere, se così portasse il
bisogno, le suddette due città o, per dir meglio, la Morea; e fecelo
il Rincone suddetto sapere a Solimano. Però allorchè l'ambasciatore
veneto affermò di non aver ordine dalla repubblica di far quella
cessione, Solimano il trattò da bugiardo e sleale, e stette saldo in
voler quelle due città. Leggesi presso il Du-Mont[438] lo strumento
di questa pace, fatto nel dì 20 d'ottobre dell'anno presente. Furono
poi da lì a molto tempo scoperti in Venezia i traditori, e coll'ultimo
supplizio gastigati alcuni d'essi, e gli altri si sottrassero alla
giustizia col fuggirsene in Francia. Venne anche licenziato il
menzionato Rincone, come persona che si abusava della sua autorità
in danno della repubblica. Trovavasi in questi tempi a Messina Andrea
Doria principe di Melfi con cinquantacinque galee, andando in traccia
de' corsari africani. Pervenutogli l'avviso che Dragut Rais, famoso
corsaro, subordinato al Barbarossa, andava in corso contro i Cristiani,
spedì _Giannettino Doria_ valoroso nipote suo con ventuna galee e
una fregata a cercarlo. Trovò egli avere il corsaro furiosamente
dato il sacco a Capraia, menato più di secento anime in ischiavitù,
ed essere passato ad infestare i lidi della Corsica. Il raggiunse
Giannettino, il combattè, e fatto acquisto di molti de' suoi legni,
prigione fra gli altri ebbe lo stesso Dragut, che fu messo alla catena
col remo. Tornossene il vittorioso Doria a Messina, e presentò costui
al principe suo zio, che, datone l'avviso all'imperadore, ricevette
per risposta, che sua maestà il donava a lui. Rimise poi Andrea Doria
questo mal arnese in libertà, con fargli pagare una grossa taglia, ma
con guadagnare eziandio un biasimo non lieve presso de' cristiani;
perciocchè Dragut divenne più implacabil persecutore de' medesimi
e cagionò loro da lì innanzi dei gravissimi danni. Stando l'Augusto
monarca in Brusselles nel dì 11 d'ottobre dell'anno presente, investì
il principe _don Filippo_ figlio suo del ducato di Milano, come consta
dal diploma rapportato dal Du-Mont. Nel dì 28 di giugno (altri scrivono
nel giorno ottavo di aprile) mancò di vita _Federigo II duca_ primo
di Mantova, con lasciar dopo di sè _Francesco III_ primogenito, che
a lui succedette nei ducato; _Guglielmo_, che dopo Francesco regnò;
_Lodovico_, che passato in Francia divenne poi duca di Nevers; e
_Federico_, che fu poi cardinale. Erano tutti questi figli in età
pupillare, e però il _cardinale Ercole_ loro zio colla _duchessa
Margherita_ prese il governo di quegli Stati.