[426] Varchi. Segni. Adriani. Jovius.
[427] Lettere de' Principi, tom. 3.
[428] Belcaire. Giovio. Segni. Spondano.
[429] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDXXXVIII. Indiz. XI.
PAOLO III papa 5.
CARLO V imperadore 20.
Lo straordinario apparato del sultano dei Turchi Solimano contro dei
confinanti regni cristiani[430], quel fu che indusse finalmente _papa
Paolo, Carlo imperadore, Ferdinando_ suo fratello re dei Romani e
d'Ungheria, e i _Veneziani_ a stabilire una lega in lor difesa. Si
obbligarono queste potenze a fare un armamento di ducento galee, di
cento navi, di quaranta mila fanti, e di quattro mila e cinquecento
cavalli tedeschi. Furono compartite a rata le spese fra i contraenti;
_Andrea Doria_ creato capitan generale di sì potente flotta. Non
contento di ciò il pontefice, vedendo che tante lettere ed ambasciate
sue nulla aveano servito per condurre alla pace gli animi troppo
esacerbati dell'_imperadore_ e del _re di Francia_, si lusingò che
la presenza ed eloquenza sua potesse ottenere di gran bene alla
cristianità, cotanto allor conculcata dagli eretici, e minacciata dai
Turchi. Maneggiò pertanto un abboccamento suo con que' due monarchi
nella città di Nizza in Provenza, dove convennero di ritrovarsi tutti
e tre. Insorsero poscia delle gravi discrepanze, perchè il pontefice
richiedeva in sua balia il castello d'essa città, ed altrettanto
pretendeano Cesare e il re Cristianissimo; e il _duca di Savoia_,
padrone d'essa città, non fidandosi nè dell'uno nè dell'altro, si trovò
in molto imbroglio. Si mosse da Roma nel dì 23 di marzo papa Paolo
III, e, giunto a Parma, fu con gran solennità accolto; ma insorta lite
fra chi pretendeva la mula pontificia, si venne ad una baruffa tale,
che il suo mastro di stalla vi restò morto; e il papa con tutti i
cardinali spaventati scappò a nascondersi in duomo. Arrivato a Savona,
e, quivi imbarcatosi, nel dì 17 di maggio approdò a Nizza. Curiosa
non poco riuscì quella scena. Non solamente non potè entrare il papa
nel castello, ma neppure nella stessa città. Inoltre, per quanto
egli studiasse, non potè indurre al desiderato abboccamento _Carlo
V_ e _Francesco I_. Trattò dunque separatamente esso pontefice con
amendue. Il primo, venuto di Spagna a Villafranca, si portò a visitar
il papa, alloggiato fuori di Nizza, dove sotto un padiglione per un'ora
intera parlarono dei loro affari. Nel dì 21 di maggio si abboccarono
di nuovo. Poscia nel dì 2 di giugno, un miglio di là da Nizza, si
presentò al pontefice il re di Francia coi figli, e seguì fra lor due
un lungo ragionamento. Tornò esso re ad un altro congresso nel dì 13
dello stesso mese. Al lodevolissimo zelo del papa non venne fatto di
condurre ad accordo alcuno que' due monarchi, creduti dalla gente savia
per irreconciliabili; pure tanto si affaticò, che gl'indusse amendue
a conchiudere nel dì 18 di giugno[431] una tregua di dieci anni fra
loro, con che restasse ognuno in possesso di quel che aveano preso: il
che se dispiacesse al _duca di Savoia_, divenuto bersaglio di questi
due potentati contendenti, ognun sel può immaginare. E tanto peggior
divenne la sua condizione, perchè l'imperadore, sdegnato per non aver
esso duca contro la promessa voluto concedere al papa il castello
di Nizza, volle dipoi tener guarnigione spagnuola in Asti, Vercelli
e Fossano. Parlò ancora premurosamente il pontefice della tenuta
dell'intimato concilio in Vicenza; ma ritrovò varie difficoltà in que'
monarchi; laonde convenne differirlo. Promosse eziandio vivamente
presso il suddetto Augusto la guerra da farsi contro il Turco, e ne
riportò molte promesse.
Questi al certo furono i veri motivi per li quali papa Paolo, benchè
con tanti anni addosso, e mal provveduto anche di sanità, prese a fare
un viaggio sì lungo da Roma a Nizza. Ma la gente maliziosa d'allora, ed
altri ancora dipoi si figurarono che lo sprone principale del vecchio
papa fosse l'ardente suo desio di maggiormente ingrandire il figlio
_Pier-Luigi_ e i nipoti. Nè si può negare che in cuor suo non avesse
alte radici questo affetto, familiare a quasi tutti i papi di que'
tempi corrotti. Pretende Bernardo Segni[432] che _non fosse tenuta
in quel secolo cosa degna d'infamia che un papa avesse figliuoli
bastardi, nè che cercasse per ogni via di farli ricchi e signori; anzi
erano avuti per prudenti e per astuti e di buon giudizio pontefici
tali_. Ma è ben lecito a noi di credere che in ogni secolo e tempo nel
tribunale dei buoni e dei veri amatori della religione, queste fossero
considerate per gravi macchie in chi è prescelto per sì alto e santo
grado nella Chiesa di Dio. E benchè il primo neo non abbia impedito a
taluno d'essere egregio pontefice, e sia almeno tollerabile il secondo,
quando si tenga fra i limiti della moderazione; pure l'eccedere in
questa passione sempre fu e sempre sarà un abusarsi di quella dignità
che Dio per tutt'altro conferisce ai ministri suoi. Ne abbiam veduto
in addietro de' perniciosi esempi. Quanto a _papa Paolo III_, convien
confessare che più al pubblico bene della Chiesa e della repubblica
cristiana, che al nepotismo, in imprendere quel viaggio furono rivolte
le sue mire; il che chiaramente apparisce da una relazione stampata
di Nicolò Tiepolo ambasciatore di Venezia. Che egli poi pensasse
seriamente ancora a prevalersi di tal congiuntura per promuovere i
vantaggi della sua famiglia, il fatto lo dimostra. Allorchè accadde
la morte del _duca Alessandro de Medici, Margherita d'Austria_ sua
moglie, dopo aver fatto uno spoglio di tutte le gioie e del meglio
della casa de Medici, ritirossi nella fortezza di Firenze, occupata
da _Alessandro Vitelli_. Da lì a qualche tempo passò a Prato, indi a
Pisa, per aspettar gli ordini dell'_Augusto Carlo_ suo padre. Cominciò
di buon'ora _Cosimo de Medici_ le sue pratiche alla corte d'esso
imperadore per ottenerla in moglie; ma a questo mercato concorreva
anche papa Paolo, e in Nizza ottenne quanto volle. Premeva più a Cesare
di mantenersi amico il pontefice che Cosimo, e già avea disegnato
qual moglie avesse a darsi al nuovo signor di Firenze. Fu dunque
dall'imperadore promessa la figlia sua naturale ad _Ottavio_ figlio
di _Pier-Luigi Farnese_; nè questo bastò al pontefice, perchè impetrò
ancora che l'imperadore lo investisse della città di Novara con titolo
di marchese. Aggiungono che l'accorto vecchio si fosse anche lusingato
di poter indurre in que' congressi l'imperadore e il re di Francia a
concedere a persona neutrale il ducato di Milano, per finir tutte le
loro liti: il che se gli riusciva, sperava appresso di far succedere
il figlio in quel riguardevole Stato. Dicono che anche ne fece la
proposizione, ma che que' monarchi non si sentirono ispirazione alcuna
di far questo sacrifizio. Di ciò tornerà occasion di parlare.
Nel dì 19 di giugno il _re di Francia_ si partì da' contorni di Nizza,
e nel dì seguente imbarcatosi il papa, ed accompagnato dall'imperatore
sino a Genova, continuò poi il viaggio, con arrivare a Roma nel dì 24
di luglio. Appresso dirizzò le prore verso la Spagna l'Augusto Carlo;
ma, sorpreso da venti contrarii, fu forzato a ritirarsi alle isole
di Ieres. Non volle entrare in Marsilia. Cresciuto poi il furore del
vento, che disperse la sua flotta, e lui stesso condusse in pericolo,
andò ad approdare ad Acquamorta. Ivi era con _Leonora regina_ sua
moglie, e sorella dello stesso imperadore, il _re Francesco_, il
quale non ebbe difficoltà di passare in un battello alla galea d'esso
Augusto, con dirgli: _Mio fratello, eccomi per la seconda volta vostro
prigione_. Lo abbracciò Carlo, e mostrando anch'egli egual finezza,
scese dipoi a terra, e fu in ragionamenti stretti con esso re, facendo
comparire, siccome accortissimo signore il più bel cuore del mondo,
e buona intenzione d'accomodarsi: il che diede speranza ad ognuno
di pace, fuorchè a papa Paolo, il quale avea abbastanza scandagliato
l'interno dello stesso imperadore. Passò dipoi esso Augusto in Ispagna,
e attese alla guerra contro il Turco. Intorno a questa io non dirò
altro, se non che non fu fatto quel magnifico armamento che per li
capitoli della lega si dovea: pure _Andrea Doria_ con una fiorita
armata navale si congiunse colle forze de' Veneziani, del papa e
dei cavalieri di Malta, e formò uno stuolo di cento e trentaquattro
galee, sessanta navi grosse ed altri navigli minori. Da più secoli non
s'era veduto un sì forte armamento in mare, ed ognuno ne prediceva
meraviglie. Ma il Doria, quando venne il tempo della battaglia, con
perpetuo suo scorno si ritirò, lasciando esposti i Veneziani al furore
del Barbarossa, con perder essi due galee, ed aver come miracolosamente
salvato a Corfù il lor galeone che facea acqua da tutte le bande.
Ricuperò poi il Barbarossa nell'anno seguente Castelnuovo, con mettere
a fil di spada quattro mila fanti spagnuoli veterani, lasciati ivi di
presidio: il che più sonoramente accrebbe le mormorazioni contra del
Doria. Scuse o giustificazioni si recarono della sua condotta, che
qui non importa riferire. Fu in pericolo di perdere nell'anno presente
anche la Goletta in Africa, restata in potere dell'imperadore, e ciò
perchè sei mila fanti spagnuoli quivi di guarnigione, per mancanza
di paghe, si ammutinarono, e convenne condurne la maggior parte in
Sicilia, dove, durando la lor sedizione, commisero de' gravi danni e
spogli di que' cristiani nazionali. _Don Ferrante Gonzaga_, vicerè
d'essa Sicilia, non ebbe altra via per metterli in dovere, che di
ricorrere all'inganno. Cioè colle più forti promesse, autenticate
da solenni giuramenti, prestati davanti al sacro altare, impegnò il
perdono per cadaun d'essi. Ma dacchè gli ebbe separati e sbandati,
a poco a poco fatti pigliare i loro capi, e moltissimi degli stessi
soldati, barbaramente contro la fede data, e conculcata la religione
d'essi giuramenti, fece impiccare: cosa di eterna infamia per lui, e
che gli tirò addosso l'odio di tutta la nazione spagnuola.
Mancò di vita nel dì 28 di dicembre dell'anno presente _Andrea Gritti_
doge di Venezia, celebre per la sua prudenza e per le sue militari
imprese, ed ebbe per successore _Pietro Lando_, eletto nel dì 20 di
gennaio dell'anno seguente. Parimente terminò i suoi giorni nel dì
primo di ottobre _Francesco Maria della Rovere_ duca d'Urbino, mentre
si trovava in Pesaro, con lasciar dopo di sè una gloriosa memoria per
le sue azioni. Secondo il Sardi[433], morì egli di veleno, datogli _ad
istanza di Luigi Gonzaga_, soprannominato Rodomonte. Il Giovio parla
dello stesso veleno, ma senza attentarsi di palesarne l'autore, benchè
dica che risultasse dal processo e dalla confessione chi fosse il
reo, lasciando sospetto contro di chi aspirava al dominio di Camerino.
Già dicemmo che contro il volere e le pretensioni della curia romana
s'era messo in possesso del ducato di Camerino _Guidubaldo_ figlio del
suddetto duca d'Urbino, il quale fin qui vi si seppe mantener contro
l'armi del papa colla riputazione del valoroso suo padre, e molto più
per la protezione de' Veneziani, de' quali esso duca Francesco Maria
era generale. Ma mancato di vita suo padre, e cessata l'assistenza
della repubblica veneta, il pontefice, che nell'anno addietro avea
con contraccambio d'altri beni indotto _Ercole Varano_ a cedere le
sue ragioni sopra Camerino ad _Ottaviano Farnese_ suo nipote, non
tardò a farle valere, inviando _Stefano Colonna_, oppure _Alessandro
Vitelli_, come altri vogliono, coll'esercito pontificio contro quella
città. Tuttochè essa fosse ben forte, pure il nuovo duca Guidubaldo,
conoscendo di non potersi quivi mantenere, e temendo inoltre di perdere
anche il ducato d'Urbino, venne poi nell'anno seguente a concordia
col papa, e gli rilasciò quella città e il suo ducato, di cui egli
non tardò ad investire il suddetto suo nipote Ottavio. Nel dì 3 di
novembre entrò in Roma _Margherita di Austria_, destinata in moglie
ad esso Ottavio, il quale era allora in età solamente di quindici
anni, dichiarato prefetto di Roma. Si celebrarono quelle nozze con
gran sontuosità, feste ed allegrezze. Confessò il papa d'aver avuto
in dote trecento mila scudi d'oro, ma non si sa qual banchiere
glieli coniasse. Racconta il Segni che questa principessa si trovò
sui principii malcontenta di un tal maritaggio, e che, essendo ita a
Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola del duca Alessandro
suo primo marito valeva più di Castro, e di quanto avea casa Farnese.
Ai motivi dunque del pontefice di sempre più ingrandir la sua casa
si dovette aggiugnere ancor questo. Cosa mirabil avvenne nel dì 29
di settembre di quest'anno[434]. Fra il porto di Baia e di Pozzuolo
apertosi il terreno, cominciò a vomitare fuoco, sassi, fumo e cenere,
che portata per aria si stese più di cento cinquanta miglia verso la
Calabria, e ne fu coperta tutta la città di Napoli. Cagionò questo
nuovo vulcano tremuoti per otto giorni. Restarono inceneriti tutti
gli alberi, spianati gli edifizii, e desolato un gran tratto di paese,
pieno dianzi di amene selve di agrumi e d'altri frutti. Della vomitata
materia fetente di zolfo si formò all'intorno di quella bocca un monte,
alto più d'un miglio, di circuito al piano di quattro miglia, occupante
i bagni delle Trepergole, e gran parte del lago Averno e del Lucrino.
Non avrei ardito di scrivere tanta altezza di quel monte, sembrando
a me un'iperbole, se non ne facesse fede anche Alessandro Sardi[435]
storico contemporaneo. Furono in questo anno da papa Paolo con sua gran
lode creati cardinali due insigni letterati italiani, cioè _Girolamo
Aleandro_ e _Pietro Bembo._