NOTE:

[423] Raynaldus, Annal. Eccl.

[424] Pallavicino, Storia del Concil. di Trento.

[425] Sardi, Ist. ms.

Anno di CRISTO MDXXXVII. Indizione X.

PAOLO III papa 4.

CARLO V imperadore 19.

Non altro che pensieri e consigli di pace meditava il _pontefice

Paolo_, e a questo fine nel precedente anno avea mandati due legati,

cioè il _cardinale Caracciolo_ all'_imperadore_, e il _cardinale

Trivulzio_ al _re di Francia_. Indarno impiegarono essi parole e

passi: cotanto erano alterati gli animi di que' due emuli monarchi.

Un altro motivo della spedizione d'essi porporati era la dichiarata

risoluzion del pontefice per convocare il concilio generale. Ancor

qui si trovarono delle discrepanze; e perchè s'era posta la mira

sopra Mantova, come città a proposito per quella sacra adunanza,

tali difficoltà eccitò quel duca, che convenne pensare ad altro sito.

Grande su questo punto fu sempre la premura del papa, sincera la sua

intenzione. Anzi a lui stava così a cuore la riforma della Chiesa, che,

siccome dicemmo, senza aspettare il concilio, seriamente s'applicò egli

a curarne le piaghe, e soprattutto a levare gli abusi della sua corte.

A questo fine con immensa sua lode chiamò nell'anno precedente a Roma

dei personaggi più illustri nelle scienze e nella pietà, e specialmente

_Reginaldo Polo_ Inglese, parente del re di Inghilterra, _Gian-Pietro

Caraffa_ Napoletano, vescovo teatino, cioè di Chieti, _Gregorio

Cortese_ Modenese, abbate di San Benedetto di Mantova, e _Girolamo

Aleandro_ da Istria, arcivescovo di Brindisi. E siccome egli ebbe

sempre gran cura di promuovere alla sacra porpora gli uomini di merito

distinto, e massimamente gli eccellenti letterati, ed avea già promosso

al cardinalato nel 1535 fra altri egregi personaggi _Gasparo Contarino_

Veneziano, ingegno mirabile; così sul fine del 1536 creò cardinali

i suddetti _Caraffa_, che fu poi papa Paolo IV, e il Polo e _Jacopo

Sadoleto_ Modenese, insigne per la sua letteratura. A questi ingegni

eccellenti avendo unito _Tommaso Badia_, parimente Modenese, dottissimo

maestro del sacro palazzo, avea poi dato papa Paolo l'incumbenza

di mettere segretamente in iscritto quegli abusi e disordini della

Chiesa di Dio e della corte romana, che esigessero emendazione. Il

che eseguirono essi con sommo giudizio ed onoratezza; benchè la loro

scrittura contro la mente del pontefice e d'essi, capitasse poi in

mano degli eretici, che ne fecero gran galloria: quasichè i difetti

introdotti nella disciplina potessero servire a giustificare il loro

scisma e le loro false dottrine. Non certo que' saggi uomini trovarono

nella Chiesa romana dogmi meritevoli di correzione; e stando questi

immobili, ancorchè avvengano slogature nella disciplina, immobile sta

e starà sempre la vera Chiesa di Dio. Con queste sì lodevoli azioni

egregiamente adempieva Paolo III il sacro suo ministero; e se gli

può ben perdonare, se nel medesimo tempo ancora ascoltava i consigli

dell'amor paterno verso la casa propria, cioè verso di _Pier-Luigi

Farnese_ suo figlio, che già si era addestrato alla profession della

milizia, forse con poca gloria, perchè, secondo il Varchi, fu casso

con ignominia dal marchese del Vasto. L'avea già il pontefice creato

gonfaloniere e generale dell'armi della Chiesa. Nel presente anno gli

diede Nepi, e il creò ancora duca di Castro di Maremma di Toscana,

permutato con Frascati da _Girolamo Estontevilla_, che dianzi era

investito d'esso Castro. Essendo questo luogo come un deserto,

Pier-Luigi cominciò ad abbellirlo con porte, piazze, palagi, strade

e case, facendovi concorrere abitatori ed artefici. Col tempo ancora

v'aggiunse le fortificazioni, tantochè lo ridusse in forma di città,

ampliandone il distretto colla compera di varie circonvicine castella.

Accadde in quest'anno la violenta morte di _Alessandro de Medici_

duca di Firenze. Chi desidera una esatta e diffusa notizia di

questa tragedia, ha da ricorrere alle storie che ne trattano _ex

professo_[426]. Basterà a me di dire che Alessandro, il quale fu

figliuol naturale di _Lorenzo de Medici_ il giovine, duca d'Urbino, e

chi dice d'una schiava, e chi d'una vil contadinella di Collevecchio,

benchè, (al mirare il tanto amore per lui di papa Clemente VII, la

malignità di taluno immaginasse ch'egli dovesse i suoi natali a Giulio

de Medici, che poi creato papa assunse il suddetto nome di Clemente),

non mancò di vivacità d'ingegno e di attitudine per ben governare

Firenze, dacchè era stato portato dalla forza del pontefice zio e

dell'Augusto Carlo ad esser capo di quella repubblica, e poi principe

assoluto. Ma ogni sua buona dote era guasta dalla smoderata libidine,

confessando ognuno che per isfogarla non perdonava a grado alcuno di

donne, e neppur alle sacre vergini; ed uscendo bene spesso la notte

per disonesti fini, più d'una volta fu in pericolo della vita. Nè da

questa vituperosa maniera di vivere potè mai ritirarlo papa Clemente,

per quante lettere ed ammonizioni gl'inviasse. Peggiorò molto più dopo

la morte d'esso pontefice, nè giovò punto a rimetterlo sulla buona

via l'aver egli ottenuta in moglie una figlia dell'imperadore, per cui

non mostrò mai grande amore nè stima, perchè troppo perduto in cercar

sempre novità d'oggetti alla sfrenata sua disonestà. Malcontenta di lui

era la maggior parte de' Fiorentini, siccome coloro che miravano in lui

un tiranno ed un oppressore della lor libertà, e che per sostenere con

sicurezza il suo imperio, avea spinto in esilio tante onorate famiglie.

Che se alcuno sparlava, ne pagava ben tosto il fio. Pure da questo

universal odio non venne la sua rovina, avendovi posto riparo colla

forte guardia di milizie, ch'egli teneva in città e al corpo suo, sotto

il comando di _Alessandro Vitelli_; venne da quel medesimo vizio, di

cui parlammo, che toglie talvolta di senno anche i più accorti.

S'era il duca affratellato non poco con _Lorenzo de Medici_,

discendente da _Lorenzo_, fratello di _Cosimo il Magnifico_, e però suo

parente alla lontana: quel medesimo Lorenzo, contra di cui Francesco

Maria Molza, celebre ingegno modenese, scrisse una invettiva latina,

per aver costui deformati in Roma alcuni bei frammenti delle antichità

romane. Vedesi il suo vivo ritratto, formato dalla tagliente penna del

Varchi, dal Segni e dal Giovio. Non era costui che iniquità; e queste

da gran tempo meditava di coronare con una, che facesse grande strepito

nel mondo. Adulatore divenuto d'Alessandro, e stretto suo famigliare

principalmente s'era introdotto nella di lui grazia, con servirlo non

solo di spia, ma ancora come sperto ruffiano presso qualunque donna che

gli cadesse in pensiero. Andò tanto avanti questa sordida dimestichezza

fra loro, che Alessandro il richiese di ridurre alle sue voglie una

sorella della di lui madre, giovane non men pudica, che bella. Finse

Lorenzino d'aver vinta la di lei costanza, e di farla venire una

notte nella propria casa, dove si esibì di trovarsi anche il duca.

Infatti colà si portò l'incauto Alessandro soletto, e nella camera

di Lorenzo si coricò in letto, aspettando il dolce momento di cui era

intenzionato. Ma trovò quel che non si aspettava. Entrato Lorenzino,

e seco un suo sgherro, gli furono addosso; e quantunque Alessandro,

giovane robusto, facesse gran difesa, pure a forza di coltellate, e con

segargli infine la gola, lo stesero morto sul letto, tutto immerso nel

proprio sangue. Il tempo, in cui seguì sì strepitoso omicidio, se lo

chiediamo al Varchi, egli risponde: _Tra le cinque e le sei del sabbato

che precedette la Befania, il sesto giorno di gennaio (secondo il

costume dei Fiorentini, i quali pigliano il giorno, tostochè il giorno

è ito sotto) dell'anno MDXXXVI_. Parla alla forma de' Fiorentini, che

mutavano l'anno solamente nel dì 25 di marzo, e presso loro perciò

durava il 1536. Venne l'Epifania in quest'anno in sabato, e le parole

del Varchi, che sembrano alquanto intricate, se io le so ben intendere,

significano ucciso Alessandro, secondo noi, nella notte precedente al

dì sesto di gennaio. All'incontro il Giovio scrive: _Ea nocte, quae

januaries nonas antecessit_; cioè nella notte innanzi il dì quinto

d'esso mese. Nella sua Storia volgarizzata, non so come, è scritto:

_Quella notte che fu innanzi a' 6 di gennaio_: il che non corrisponde

al latino. Ma il Segni chiaramente riferisce, aver il duca _consumato

il giorno intero sei di gennaio, festa della Befania, in maschera, ed

essere poi stato ucciso la seguente notte_. Eppure il medesimo scrive

dipoi, che scoperta dai rettori la morte del duca, ordinarono che

quel giorno, che era il dì della _Epifania_, si fingesse letizia. Come

mai tanta discordia? Quanto all'Adriani, egli fa accaduta la morte di

Alessandro _la notte appresso il dì sesto di gennaio, celebrato per

la festa dell'Epifania_. Più strano è il linguaggio dell'Ammirati, che

così scrive: _Era entrato l'anno 1537 di sei giorni, giorno celebre per

la solennità della presentazion del Signore al tempio, quando Lorenzo

fece intendere al duca, che nella notte seguente condurrebbe_, ec. Ecco

cosa fosse l'Epifania in mente di questo storico. Mi si perdoni questa

diceria, da cui non ho saputo dispensarmi, acciocchè s'intenda sempre

più che nelle minutaglie della cronologia anche i più accreditati

storici prendono degli sbagli.

Ebbe tanta industria e fortuna l'omicida Lorenzino, che col suo sicario

potè la stessa notte uscir di città, e salvarsi a Venezia, da dove poi

_Filippo Strozzi_ il fece ritirare alla Mirandola. Aveva egli chiuso

in sua camera l'ucciso duca; nè trovandosi la seguente mattina nel

suo palazzo il misero principe, e cercato indarno per varii siti dai

ministri suoi e dal _cardinal Cibò_, che si trovava allora in Firenze,

s'andò subodorando, e infine scoprendo la sua disavventura, la quale

fu ben tenuta segreta, finchè arrivasse a Firenze _Alessandro Vitelli_

capitano delle milizie ducali, e s'introducessero nella città molte

brigate di fanti del Muggello. Questa precauzione tenne in dovere il

popolo, che non seguisse sollevazione alcuna, come aveano sperato

tanto Lorenzino che i fuorusciti fiorentini, sempre vogliosi di

rimettere in libertà la patria. Oltre di che, al popolo erano già state

tolte l'armi. Si tennero poi varie pratiche e consigli dal suddetto

cardinal Cibò, dal Vitelli e dal magistrato maggiore, dove si trovò

gran discrepanza di sentimenti. Ma ossia che _Cosimo_ figlio del fu

sì valoroso _Giovanni de Medici_, discendente anch'egli al pari del

micidiario Lorenzino da _Lorenzo_ fratello di _Cosimo il Magnifico_,

trovandosi allora in villa, tratto dal rumore della morte del duca,

spontaneamente tornasse in città; oppure ch'egli vi fosse chiamato

dal cardinale e dai parziali della casa de' Medici: fuor di dubbio è

ch'egli venne, e si presentò ad esso cardinale Cibò, il quale o prima

o dipoi prese la protezione di lui, per farlo succedere all'estinto

Alessandro. Giovinetto avvenente di diciotto anni era allora Cosimo;

superiore all'età sua era il senno e il coraggio suo. I pregi della

pietà e della modestia, e del farsi amare ne accrescevano il merito.

Militava ancora in favore di Cosimo il decreto ossia l'investitura

_Carlo V_; e quello che soprattutto accelerò le risoluzioni fu il

timore che l'armi di Cesare venissero a insignorirsi della città.

Laonde cotanto si maneggiò il menzionato cardinale coi bene affetti

e co' senatori più saggi, che senza far caso di un bastardo per nome

_Giulio_, lasciato dal _duca Alessandro_, perchè di soli tre anni,

elessero il suddetto giovane Cosimo, con titolo non già di duca,

ma di capo e governatore della repubblica fiorentina, con assegno

di dodici mila fiorini d'oro l'anno e con limitazioni al precedente

governo. Accettò Cosimo ogni condizione a mani baciate, ben prevedendo

che col tempo avrebbe da prendere legge chi ora a lui la dava.

Per l'allegrezza fu poi svaligiato dai soldati il suo palazzo, e

per vendetta saccheggiato quello di Lorenzino. Per non tornare più

a costui, il quale, come apparisce da una lettera a M. Paolo del

Tosso[427], e dal Varchi, venne fregiato dai fuorusciti fiorentini

col titolo di _Bruto novello Toscano_, dirò che in Firenze fu poi

smantellato il suo palazzo, facendovi passare per mezzo una strada

appellata _del traditore_; fu promessa gran taglia a chi il desse vivo

o l'uccidesse; e dipinta la sua effigie pendente dalla forca. Andò poi

egli in Turchia; tornò a Venezia, e di là passò in Francia; finalmente

ritornato a Venezia senza rumore fu privato di vita nel 1547.

Succederono poscia varie altre scene in Firenze e per la Toscana, che

lungo sarebbe il voler riferire. Solamente aggiungerò che _Alessandro

Vitello_ s'impadronì con inganno della fortezza di Firenze, e se ne

fece bello coll'imperadore, scrivendogli di tenerla a nome e volere

della maestà sua. Si meritò egli per questo il nome di traditore. In

gran moto si misero dipoi i cardinali e fuorusciti fiorentini per

guastare la risoluzione presa in favore di _Cosimo de Medici_. Ma

andarono a vuoto i loro per altro deboli tentativi e disegni, e molti

d'essi, fra' quali _Filippo Strozzi_ lor capo, furono condotti prigioni

a Firenze, e col tempo anche decapitati, fuorchè il suddetto Filippo,

che poi nell'anno seguente si trovò morto in prigione, con far correr

voce che si fosse ucciso da sè stesso.

Seguitò nel presente anno la guerra in Piemonte fra gl'Imperiali e

Franzesi. In uno stato compassionevole si trovava ben allora _Carlo III

duca_ di Savoia, dacchè avea nemici i Franzesi, e gl'imperiali amici

bensì, ma senza gagliarde forze, e intanto si desolava tutto il suo

paese, ora in mano degli uni, ed ora degli altri cadendo le sue terre

e castella. Andò il _marchese del Vasto_ all'assedio di Carmagnola con

_Francesco marchese di Saluzzo_, che, colpito d'una archibusata, ivi

lasciò la vita. Essendo sul principio di giugno arrivato di Francia

a Pinerolo il _signor d'Umieres_ con alcune migliaia di Tedeschi,

il Vasto si ritirò ad Asti, città poscia indarno assediata dai

Franzesi[428]. Venne bensì Alba con altri luoghi in lor potere; ma non

tardarono gli Imperiali a ricuperarli, e a prendere Chieri e Chierasco.

Rinforzato poi l'esercito cesareo da molte truppe venute di Germania,

forse avrebbe tentato cose maggiori; ma, d'ordine del re di Francia,

nel principio d'ottobre si mosse di Lione _Arrigo delfino_ di Francia

con _Anna di Memoransì_ gran contestabile, e con una buona armata, e

giunto a Susa, se ne impadronì, siccome ancora d'altri luoghi ch'io

tralascio. Venne lo stesso _re Francesco_ in Piemonte; e perciocchè

fu in questi tempi fatta una tregua di tre mesi, conchiusa nel dì 16

di novembre dell'anno presente, e rapportata dal Du-Mont[429], per

tentare, se possibil era, d'intavolar la pace, si posarono l'armi;

e portossi il marchese del Vasto a baciar le mani al re di Francia,

dimorante in Carmagnola. E qui non si dee tacere un fatto di esso re,

confessato dallo stesso Belcaire, e sommamente detestato dallo Spondano

storico anch'esso franzese, per cui resterà sempre denigrata la fama

di chi nei titoli Cristianissimo, tutt'altro ne' fatti si diede a

conoscere. Cioè cotanto era infiammato d'odio esso _re Francesco I_

contra dello _Augusto Carlo V_, che in quest'anno spedì suoi oratori

a Solimano gran signore dei Turchi, per incitarlo a muovere guerra

in Italia. E volesse Dio che questo solo esempio avesse dato la corte

di Francia del suo attaccamento al Turco in danno della cristianità.

Presero i Turchi Castro in Puglia, distante otto miglia da Otranto,

e cominciarono colle scorrerie ad infestar tutto quel paese. Cagion

poi fu la tregua suddetta che i Turchi si ritirassero di là, dopo

avere riempiuta di terrore tutta l'Italia, menando nondimeno seco una

gran copia d'infelici cristiani in ischiavitù. Intanto si cominciò

a maneggiar una lega fra il _papa_, l'_imperadore_ e i _Veneziani_,

per resistere al comune nemico, giacchè egli potentissimo per terra e

per mare avea già cominciata guerra contro la repubblica veneta, con

un lagrimevol sacco all'isola di Corfù, ed in Ungheria avea inferiti

gravissimi danni a quella cristianità.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 72 / 102 题