NOTE:

[422] Guichenon, Histoire de la Maison de Savoye.

Anno di CRISTO MDXXXVI. Indiz. IX.

PAOLO III papa 3.

CARLO V imperadore 18.

Dacchè _Alessandro de Medici_ duca di Firenze, coll'accompagnamento

di trecento cavalieri, tutti ben all'ordine, fu giunto a Napoli, ed

ebbe soddisfatto agli atti del suo ossequio verso l'imperadore, gli

furono comunicate le accuse de' fuorusciti fiorentini, alle quali diede

quella risposta che a lui parve più propria. Ma ossia che l'efficacia

del danaro applicato ai ministri cesarei producesse que' buoni effetti

che suol produrre dappertutto, oppure che l'imperadore, trovandosi in

procinto d'una nuova guerra in Italia, conoscesse più profittevole

a' suoi interessi l'avere in Firenze un solo dominante, dipendente

da' suoi cenni, che una unione di molte teste, quasi sempre disunite

fra loro, e inclinate piuttosto in favor de' Franzesi, come veramente

erano i Fiorentini: certo è ch'egli sentenziò in favore del duca, e il

riconobbe per signor di Firenze. Inoltre gli diede per moglie le tante

volte promessa _Margherita_ sua figlia naturale, con certi patti, co'

quali trasse da lui buona somma di danari, da impiegare nell'imminente

guerra. Decretò ancora, che fosse lecito ai Fiorentini fuorusciti di

ritornare alla lor patria, e di goder dei lor beni e degli uffizii

soliti a dispensarsi agli altri cittadini. Ma i più d'essi o per timore

o per rabbia non si sentirono voglia di prevalersi di tal grazia. Nel

dì ultimo di febbraio furono celebrate quelle nozze con gran pompa, e

dopo alcuni giorni di solazzo se ne tornò il duca trionfante a Firenze.

I movimenti de' Franzesi contro il duca di Savoia non permisero

all'Augusto Carlo di trattenersi più lungamente a Napoli; e però si

mosse alla volta di Roma, colla guardia di settecento uomini d'arme e

di sei mila fanti spagnuoli veterani, con far la sua entrata in quella

gran città nel dì 5 d'aprile, accolto con sommo onore e magnificenza

dalla corte del papa e dal popolo romano. Se stiamo al giudicio del

Varchi, _papa Paolo_ mostrò veramente d'aver animo romano, perchè

ebbe ardire d'accogliere senza forze forestiere un imperadore armato

e vittorioso; quasichè l'alto grado di pontefice, e pontefice amante

della pace, e l'animo grande e cattolico di quell'Augusto non fossero

una più poderosa e sicura guardia del papa, che qualche migliaio di

soldati venali. Il Segni nondimeno scrive che tutto il popolo romano

era armato, ed avere il pontefice assoldati tre mila fanti per sua

guardia. Furono a stretti e lunghi colloquii il papa e l'imperadore; e

tenuto poi il concistoro, in cui furono ammessi anche gli oratori del

re Cristianissimo, l'imperadore risentitamente si dolse dell'iniquità

del re di Francia, il quale si mettea sotto i piedi tutti i trattati

ed accordi precedenti, ed avea mossa un'indebita guerra al _duca di

Savoia_ suo zio, e volea turbar la cristianità colla rovina di tanti

popoli innocenti. Studiossi il buon papa di calmar lo sdegno di Cesare,

con esibirsi mediatore di pace. E siccome egli bramava di buon cuore

essa pace, perchè lontano dalle massime turbolenti di alcuni suoi

predecessori, ne trattò poscia coi ministri franzesi. Avea l'imperadore

esibito, o esibì dipoi, d'investire il _duca d'Angolemme_, terzogenito

del re di Francia, del ducato di Milano. Aggiunse che meglio sarebbe

un personal duello per risparmiare il sangue di tanti cristiani. Ma il

_re Francesco_ ostinato ne' suoi voleri, richiedendo Milano pel _duca

d'Orleans_ suo secondogenito, marito di _Caterina de Medici_, mandò

poi a monte le buone disposizioni di Cesare (se pur questi parlava di

cuore), e certamente frastornò lo zelo e l'amorevole interposizione di

papa Paolo.

Appena fu salito nella cattedra di san Pietro esso pontefice, che diede

a conoscere al sacro collegio la sincera sua brama e risoluzione di

convocare un concilio generale[423], e nel concistoro tenuto a dì 17

di ottobre (il cardinal Pallavicino scrive[424] nel dì 13 di novembre)

del 1534 ne insinuò la necessità con sua lode, giacchè _Leon X_ non

vi pensò, _Adriano VI_ non potè, e _Clemente VII_ non ne trattò mai

daddovero. Non avendo questo pontefice fin qui potuto eseguire così

santa intenzione, colla venuta a Roma dell'imperadore, trovato ancora

lui uniforme di desiderio e di parere, tenne concistoro nel dì 18

d'aprile (il Pallavicino ha il dì 8 d'esso mese), ed ivi pubblicò il

decreto della convocazion del concilio. Fu poi per un tempo disturbato

questo importante affare dalla mortal guerra che si svegliò fra i

suddetti due emuli monarchi. Ma non per questo lasciò papa Paolo di

far quanto era in sua mano, acciocchè si recasse questo gran bene alla

Chiesa; anzi nel dì 29 di maggio dell'anno presente nel concistoro

ne intimò il principio in Mantova pel maggio dell'anno susseguente.

Tanto inoltre era il suo buon genio, che fin dai primi momenti del

suo pontificato, e molto più di poi, ordinò che si cominciasse a

riformar la corte e curia di Roma, e a notare gli abusi e disordini che

esigevano correzione. Lasciarono scritto molti storici che l'_Augusto

Carlo_ non si fermò che quattro giorni in Roma, e, secondo essi,

dovette partirne nel dì 9 di aprile. Ma siamo assicurati dal Panvinio,

dal cardinal Pallavicino e dell'annalista pontificio Rinaldi, ch'egli

vi dimorò sino al dì 18 d'esso mese, nel quale si mise in viaggio alla

volta della Toscana. Prima nondimeno che partisse, attento il pontefice

ai vantaggi del figlio _Pier-Luigi_ e de' nipoti, procacciò loro da

esso imperadore stabili e pensioni d'annua rendita di trentasei mila

scudi d'oro. Magnifico accoglimento con archi trionfali e grandi feste

all'Augusto Carlo fu fatto in Siena, arrivato colà nel dì 23 di aprile.

Maggiormente poi in Firenze, dove egli entrò nel dì 29 d'esso mese, e

si trattenne fino il dì 4 di maggio, godendo di que' solazzi e della

bellezza della città. Di là passò poi a Lucca, trovandola ben governata

da' proprii cittadini; ed ivi stette sino il dì 10 di maggio. Dovunque

passò, riscosse danari, abbisognandone per le meditate imprese.

Finalmente per la via di Pontremoli calò in Lombardia. Fu poi condotta

da Napoli _Margherita_ sua figlia di età di tredici anni, a Firenze;

e con sommo tripudio ed allegrezza entrò essa in quella città nel dì

ultimo di maggio. Seguitò appresso il dì delle nozze; ma perchè in quel

giorno accadde una non lieve eclisse del sole, trasse da ciò la gente

augurio d'infelicità a quel matrimonio.

Dacchè fu venuta la primavera, l'esercito franzese, senza trovare

ostacolo veruno, passate l'Alpi, calò alle pianure del Piemonte

sotto il comando di _Filippo Sciabot_ ammiraglio di Francia, con

cui si unì _Francesco marchese di Saluzzo_. Non avendo forze _Carlo

duca di Savoia_ per trattener questo torrente, mandò la moglie e il

figlio co' più preziosi mobili a Milano, ed egli si fermò a Vercelli.

Vennero in poter de' Franzesi Torino, Pinerolo, Fossano, Chieri ed

altri luoghi. Poche forze allora si trovavano nello Stato di Milano;

contuttociò _Antonio da Leva_ governatore, raunate quelle milizie che

potè, ed unito col duca di Savoia, si spinse avanti per impedire i

maggiori progressi de' nemici, e mise un buon presidio in Vercelli.

S'erano anche mossi i Veneziani, co' quali avea l'imperadore nel

precedente anno contratta lega, ma solamente per la difesa dello Stato

di Milano. Questa nondimeno non fu la cagione che frenasse il corso

dell'armata franzese; ma bensì la premura del pontefice di trattar

di pace, per cui avea scritte efficaci lettere al re di Francia, con

fargliela anche credere assai facile, perchè l'imperadore ne dava

colle parole buona intenzione: il che fu creduto dai politici una

simulazione per guadagnar tempo, e per potersi mettere in istato di

far guerra; che di questa più che della pace era riputato sitibondo

per isperanza d'ingoiare la Francia. Su queste apparenze di poter

conseguir co' maneggi quello che coi troppo dispendiosi e pericolosi

impegni di guerra si andava cercando, il _re Francesco_ addormentato,

non solamente spedì in Italia il _cardinal di Lorena_ per trattare

d'accordo con esso Augusto, ma eziandio ordinò all'ammiraglio di non

procedere innanzi, e richiamollo in Francia con parte dello esercito.

Lasciò egli buona guarnigione in Torino, città che fu mirabilmente

fortificata e provveduta di munizioni da bocca e da guerra; _Gian-Paolo

Orsino_ nella città d'Alba, ed altri capitani in altre fortezze; e

poi se ne andò a trovare il re. Allorchè l'imperadore arrivò a Siena,

vi giunse ancora il cardinal di Lorena, e con lui trattò più volte di

concordia, accompagnandolo pel viaggio; ma infine altro non raccolse

che parole. Pervenuto l'imperadore ad Asti, ed indi a Savigliano,

dove il _duca di Savoia_ ed _Antonio da Leva_ furono ad inchinarlo,

tenne varii consigli, ne' quali, contro il parere de' più, prevalse

il sentimento suo di portar la guerra nel cuor della Francia, per

vendicarsi del re Cristianissimo. Intanto Antonio da Leva assediò

Fossano e lo costrinse alla resa, e il _marchese di Saluzzo_ abbandonò

il partito franzese. Aspettò l'Augusto Carlo che fossero giunte le

grosse leve fatte da lui in Germania, ed unito che fu l'esercito tutto,

si trovò, secondo i conti del Belcaire, ascendere a venticinque mila

fanti tedeschi, otto mila spagnuoli, maggior numero d'italiani, con

mille e ducento uomini d'armi. Altri gli diedero ventiquattro mila

Tedeschi, quattordici mila Spagnuoli, dodici mila Italiani, con tre

mila cavalli tra uomini d'armi e cavalli leggieri: voci ordinariamente

insussistenti. Quel ch'è certo, una potente e fioritissima armata ebbe

Cesare, in cui si contarono i _duchi di Savoia, Baviera_ e _Brunsvich_,

ed altri principi e baroni. Suoi generali erano _Antonio da Leva,

Alfonso marchese del Vasto, don Ferrante Gonzaga_, il _duca d'Alva_,

con gran copia d'altri condottieri.

Adunque per tre parti dell'Alpi si inviò sul principio di luglio sì

poderoso esercito verso la Provenza, secondato per mare dalla flotta

di _Andrea Doria_. Restò in Piemonte con un corpo di otto o dieci mila

persone _Gian-Giacomo signore _di Musso, e poi marchese di Marignano,

soprannominato o cognominato il Medeghino, acciocchè, congiunto col

marchese di Saluzzo, assediasse Torino. Nello stesso tempo fu mossa

guerra in Fiandra dall'armi cesaree al re di Francia. All'assunto mio

basterà di accennare che con tante forze l'Augusto Carlo, entrato in

Provenza, nulla operò di memorabile. Circa un mese si perdè nella valle

d'Aix, tentò in vano di formar lo assedio di Marsilia, nè alcun fatto

d'armi considerabile avvenne in quella spedizione. Intanto il gran

caldo fece guerra alle sue truppe, alle quali mancavano bene spesso

le vettovaglie. Sopravvenne poi l'autunno colle pioggie e col fango,

e coll'avviso che il _re di Francia_ si accostava con un esercito di

quaranta mila combattenti, giacchè venti mila Svizzeri erano giunti

al suo campo: laonde l'imperadore non volle maggiormente differire il

ritornarsene in Italia. Ci ritornò, ma col rimprovero d'aver cantato

il trionfo prima della vittoria, e coll'armata sua disfatta, perchè

almen la metà delle sue truppe vi perì per gli stenti, per le malattie

e per gli altri disordini. Seco ancora portò il rammarico di aver

perduto sotto Marsilia il valoroso suo generale spagnuolo _Antonio da

Leva_, morto d'infermità di corpo e di passion di animo per l'infelice

successo dell'armi cesaree in Francia, essendo stato creduto ch'egli

fosse il promotore di quella, quasi dissi, vergognosa impresa. Al re

di Francia costò la guerra suddetta infinite spese e gravissimo danno

a' suoi popoli di Provenza. Quel nondimeno che gli trapassò il cuore fu

l'inaspettata morte del _delfino_, cioè di _Francesco_ suo primogenito,

giovinetto di mirabil espettazione, che, venuto all'armata, in

quattro dì di malattia si sbrigò da questa vita. Nel bollore di quella

doglia corse l'usuale sospetto di veleno, e ne fu imputato il _conte

Sebastiano Montecuccoli_ suo coppiere, onorato gentiluomo di Modena,

a cui di complessione delicatissima, come attesta Alessandro Sardi,

scrittore contemporaneo,[425] colla forza d'incredibili tormenti fu

estorta la falsa confessione della morte procurata a quel principe

ad istigazione di Antonio da Leva e dell'imperadore stesso: perlochè

venne poi condannato l'innocente cavaliere ad un'orribil morte. Non

vi fu saggio che non conoscesse la falsità e indegnità di quella

imputazione, di cui non era mai degno l'animo generoso di un Carlo V.

Mentre si facea questa danza in Provenza, il _conte Guido Rangone_

Modenese, decretato dal re di Francia generale delle armi sue in

Italia, nel mese di luglio ridottosi alla Mirandola, quivi raunò un

corpo di dieci mila fanti italiani e di settecento cavalli, sotto

il comando di varii prodi capitani. Teneva ordine esso Rangone di

tentar Genova in tempo che _Andrea Doria_ col suo stuolo di galee era

passato in Francia. Mossosi egli nel dì 16 d'agosto, arrivato che fu

a Tortona, l'ebbe in suo potere. Marciò poscia a Genova, e fatta la

chiamata a nome del re di Francia, trovò quel popolo ben disposto a

difendersi. Nella notte seguente con una scalata diede l'assalto alle

mura, sperando pure qualche favorevol movimento nella città; ma niun si

mosse; e però, conoscendo egli che con sì poche forze era impossibile

il vincere una tanto popolata città, se ne andò in Piemonte. Prese

Carignano, Chieri, Carmagnola e Cherasco; ed indi passato Pinerolo,

spedì _Cesare Fregoso_ a Raconigi, che se ne impadronì a forza

d'armi. Vi fu messo a fil di spada il presidio imperiale, e rimasero

prigionieri _Annibale Brancaccio_ e il _conte Alessandro Crivello_. Era

da molto tempo la città di Torino assediata da _Francesco marchese_

di Saluzzo, e da _Gian-Giacomo de Medici_. Lo arrivo del conte

Guido fece sciogliere quell'assedio; e perchè egli avea trovata gran

copia di artiglierie e di viveri in Carignano, tutto fece condurre

a Torino. Gran disattenzione fu quella del Varchi, allorchè arrivò a

scrivere che i soldati del Rangone dopo il tentativo di Genova _se ne

tornarono senz'ordine alcuno verso la Mirandola, dove si dissolverono e

sbandarono del tutto_. In questo ne seppe ben più di lui il Segni, per

tacer d'altri storici.

Mal soddisfatto di sè medesimo venne l'_imperador Carlo V_ per mare a

Genova, e colà si portarono ad inchinarlo varii principi d'Italia, e

primo fra essi _Federigo duca_ di Mantova, per promuovere le ragioni di

_Margherita_ sua moglie sopra il Monferrato. Dopo aver fatto ventilar

quella causa, nel dì 3 di novembre proferì, quanto al possesso, la

sentenza in favore del duca di Mantova. Su quello Stato avea delle

pretensioni il marchese di Saluzzo. Molte più ne avea _Carlo duca_ di

Savoia a cagion d'una donazione fatta al _duca Amedeo_ da_ Gian-Giacomo

marchese_ di Monferrato. Verisimilmente per guadagnarsi il favore

dell'Augusto sovrano avea il primo abbandonati i Franzesi, e il secondo

tanto prima avea coltivata in varie forme la di lui buona grazia.

Dopo la perdita della maggior parte de' suoi Stati s'era ritirato esso

duca a Nizza, dove si fortificò. Si dolse egli non poco del suddetto

decreto cesareo; perchè, quantunque restassero vive le sue ragioni, da

conoscersi poi in giudizio: pure intendeva che vantaggio fosse quello

di chi possiede le cose controverse. Tanto più s'afflisse egli, dacchè

seppe che l'imperadore imbarcatosi avea nel dì 15 di novembre spiegate

le vele verso la Spagna, senza prendersi cura di ricuperar quegli Stati

ch'egli pel suo attaccamento allo stesso Augusto, avea perduto. Venne

poscia il duca di Mantova con un commissario cesareo per prendere il

possesso di Casale di Sant'Evasio. Ma mentre egli si stava preparando

per farvi una magnifica entrata, introdussero alcuni suoi malevoli di

notte in quella città mille fanti e trecento cavalli franzesi, che

diedero il sacco a tutti i fautori della duchessa di Mantova. Ciò

riferito al _Marchese del Vasto_, che in luogo di Antonio da Leva

era stato creato capitan generale dello Stato di Milano, e dimorava

allora in Asti, vi accorse nel dì 24 di novembre con molte sue brigate,

ed entrato nella rocca, che tuttavia si teneva, assalì i Franzesi

verso la città, e dopo un sanguinoso conflitto li sconfisse, con

saccheggiar poscia chiunque loro avea prestato favore. Fu solennemente

nel dì 29 del suddetto mese dato al duca Federigo il possesso col

titolo di marchese di Monferrato. Fin qui _Massimiliano Stampa_,

alla cui fede il defunto duca _Francesco Sforza_ avea raccomandato

l'inespugnabil castello di Milano, non s'era potuto indurre a

consegnarlo all'imperadore. Nel sopraddetto novembre si lasciò egli

vincere, e n'ebbe per ricompensa cinquanta mila scudi d'oro, e fu

dichiarato marchese di Soncino. Merita ancora _Lorenzo_, ossia _Renzo

signore di Ceri_, dell'insigne casa Orsina, da noi veduto sì valoroso

condottier di armi in tante passate guerre, che si faccia menzion

della sua morte accaduta nel dì 20 di gennaio dell'anno presente, per

essergli caduto addosso il cavallo, mentre era alla caccia. Secondo

l'annalista Spondano, nell'anno precedente venuto a Ferrara l'eresiarca

Giovanni Calvino, sotto abito finto, talmente infettò Renea figlia

del _re Lodovico XII_, e duchessa di Ferrara, degli errori suoi, che

non si potè mai trarle di cuore il bevuto veleno. Ma nel presente

anno, veggendosi scoperto questo lupo, se ne fuggì a Ginevra. Vengo

assicurato da chi ha veduto gli atti della inquisizion di Ferrara, che

sì pestifero mobile fu fatto prigione; ma nel mentre che era condotto

da Ferrara a Bologna, da gente armata fu messo in libertà. Onde fosse

venuto il colpo, ognun facilmente l'immaginò.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 71 / 102 题