NOTE:

[420] Hedione, nelle Giunte alla Storia del Sabellico.

[421] Raynaldus, Annal. Eccles.

Anno di CRISTO MDXXXII. Indizione V.

CLEMENTE VII papa 10.

CARLO V imperadore 14.

Terribili movimenti di guerra furono nell'anno presente fuori d'Italia,

nè io mi fermerò a descriverli, siccome avventure non appartenenti

all'assunto mio. Solamente dunque accennerò che Solimano, gran sultano

de' Turchi, avea allestito un potentissimo esercito, per invadere il

resto dell'Ungheria, e vendicarsi dell'affronto sofferto, allorchè

fu obbligato a sciogliere l'assedio di Vienna. Fama correa ch'egli

conducesse in campo cinquecento mila combattenti. Di grandi iperboli

forma la fama, ed anche la storia, allorchè si tratta d'eserciti

barbarici. Carlo Augusto e Ferdinando suo fratello, re de' Romani,

d'Ungheria e di Boemia, raunarono anch'essi delle grandi forze per

opporsi ai Barbari di lui disegni. Per conto anche dell'Italia furono

colà spediti soccorsi. Fu chiamato per assumere il comando di quel

possente esercito _Antonio da Leva_, quel condottiere che, quantunque

sì mal concio per la podagra, tanti segni di prudenza militare avea

dato in Italia nelle precedenti guerre. Seco andò ancora il _conte

Guido Rangone_, già passato al servigio di Cesare, ed amendue si

applicarono a ben provveder di difesa la città di Vienna, minacciata

di nuovo dal tiranno d'Oriente. Dopo due giorni pervennero colà

_Gabriello Martinengo_ generale dell'artiglieria, _Alfonso marchese

del Vasto_ generale della fanteria, _Pietro Maria de' Rossi_ conte

di San Secondo, _Fabrizio Maramaldo, Filippo Torniello, Giam-Batista

Castaldo, Marzio e Pietro Colonnesi_, e finalmente _don Ferrante

Gonzaga_ generale della cavalleria leggera, con altri capitani,

conducendo tutti delle truppe spagnuole od italiane. Anche il _duca di

Ferrara_ vi mandò due compagnie di cavalli leggieri. Colà similmente

fu inviato dal papa _Ippolito cardinale de Medici_, giovane bizzarro,

più voglioso di comandare ad eserciti, che di portar la porpora,

con trecento archibusieri e molta nobiltà italiana. All'avviso di sì

florido apparato d'armi cristiane, Solimano, che s'era già inoltrato

perfino nelle attinenze dell'Austria, credette più sano consiglio non

solo il non procedere innanzi, ma il ritirarsi; e benchè seguissero

alcuni incontri, niun di essi fu di molto rilievo. Spettacolo non di

meno degno di gran compassione, fu lo avere il Barbaro condotti seco a

Belgrado circa trenta mila contadini ungheri in ischiavitù. Fu inviato

il prode _Andrea Doria_, ammiraglio imperiale, colla sua flotta in

Levante a danneggiare i Turchi, e gli riuscì di prendere a forza d'armi

le città di Corone e di Patrasso, e di spargere un gran terrore per

tutte quelle contrade. Cessata dunque la apprensione tanto in Germania

che in Italia delle minaccie turchesche, l'Augusto Carlo, ritenuti

solamente i necessarii presidii, licenziò le restanti milizie, e si

preparò per calar di nuovo in Italia.

Le mire di esso imperadore erano di tornare ad imbarcarsi a Genova,

per indi passare in Ispagna. Ma, non essendogli ignoto il mal animo

dei re di Francia e d'Inghilterra contra di lui, con aver eglino infin

trattato di muovergli guerra, allorchè speravano di vederlo impegnato

col Turco, propose per tempo un abboccamento con _papa Clemente_,

affin di stabilire una lega in Italia, capace di assicurare lo Stato

di Milano da ogni tentativo de' Franzesi. Allorchè giunse l'Augusto

monarca a Conegliano nel Friuli, fu a ricordargli l'ossequio suo

_Alfonso duca_ di Ferrara, accompagnato da ducento cavalli. Arrivò poi

la maestà sua nel dì 7 di novembre a Mantova, dove per molti giorni

si fermò, onorata con tornei, danze, caccie ed altri divertimenti dal

_duca Federigo_. Ivi creò poeta _Lodovico Ariosto_. Avea egli forse

bisogno di quella carta per esser tale? Circa questi tempi venne fatto

al pontefice d'insignorirsi con inganno della città d'Ancona. S'era

quel popolo da gran tempo sottratto all'ubbidienza da' papi, e si

reggeva a repubblica. Finse Clemente VII dei disegni di Solimano contra

di essa città, e indusse quella cittadinanza a fabbricare un forte

bastione alla porta di Sinigaglia. Ciò fatto, spedì loro avviso che

infallibilmente era per iscaricarsi addosso a loro un grosso nembo di

Turchi, e mandò ad essi in aiuto _Luigi Gonzaga_, detto Rodomonte, con

trecento fanti. Buonamente riceverono gli Anconitani questo soccorso.

Ma una notte il Gonzaga, impadronitosi della porta e del bastione,

introdusse altri capitani ed altra gente, di modo che fatti prigioni i

pubblici rettori, e tagliata la testa a sei di essi, tornò quella città

sotto il dominio della Chiesa romana. Furono poi spogliati dell'armi

que' cittadini, e il papa ordinò che si fabbricasse una fortezza

nel monte di San Ciriaco. Essendo giù calato in Italia l'imperadore,

secondo il concerto _papa Clemente_ nel dì 18 di novembre si mise in

viaggio alla volta di Bologna, dove arrivò nel dì 8 di dicembre. A

quella città giunse dipoi _Carlo V_, dopo essere stato a Modena, dove

dal duca di Ferrara avea ricevuto uno splendido trattamento. Seco era

_Alessandro de Medici_, ito già ad inchinarlo in Mantova. Il Panvinio,

che scrisse andato parimente il papa a visitar l'imperadore in Mantova,

non ben esaminò questa partita. Grande onore fu fatto a Cesare da'

Bolognesi e dalla corte del papa. Nel dì 19 del mese suddetto pervenne

per Po a Ferrara _Francesco Sforza_ duca di Milano insieme col duca

d'Albania, e dopo qualche giorno passò anch'egli a Bologna, per

intervenire ai negoziati che ivi si aveano a tenere, e si pubblicarono

solamente nell'anno seguente.

Quanto alle cose di Firenze, tuttochè quel popolo conoscesse come

estinto lo antico suo libero governo, pure fin qui se n'era conservata

qualche apparenza colla creazione de' magistrati. Ma il pontefice, che

volea fissare il chiodo alla grandezza e sicurezza della sua casa,

attese in quest'anno a stabilir sodamente il principato assoluto

del _duca Alessandro_ in quella città. Nè gli mancavano adulatori e

parziali, e di coloro eziandio che giudicavano con buona intenzione

essere ciò il meglio per un popolo sempre sedizioso e quasi diviso ne'

tempi addietro ed amante di novità. Fu dunque creato un magistrato, in

cui spezialmente ebbero autorità _Francesco Guicciardini_ lo storico

e _Braccio Valori_, bene informati de' voleri del papa; e questi

decretarono che da lì innanzi cessasse il nome della signoria, e che

Alessandro de Medici fosse fatto duca della repubblica, con autorità

piena, quanto si può dare ad un principe, per succedere in questo

grado anche i suoi figli e discendenti legittimi. E, mancando questi,

passasse il governo nella stirpe di Lorenzo di Pier Francesco de

Medici. Perciò nel dì primo di maggio ad Alessandro fu dato il grado

di signore, di duca e di assoluto principe, con pubblica solennità,

fra i viva del popolo e col rimbombo delle artiglierie, le quali senza

palle ferivano il cuore di chiunque deplorava la perdita dell'antica

libertà. Così fecero gli antichi Romani, allorchè la lor signoria passò

in mano di Cesare e d'Augusto; e, ad imitazion loro, anche i Fiorentini

si andarono accomodando al giogo imposto ad essi dall'altrui violenza.

Formò il duca Alessandro da lì innanzi una guardia di mille soldati per

sua sicurezza. Fu anche disegnata una fortezza per tenere in freno quel

popolo, a cui già erano state tolte le armi. Per attestato del Giovio,

immaginò più d'uno che se i _Veneziani_ avessero voluto congiungere

la loro armata navale, consistente in sessanta galee, con quella di

_Andrea Doria_, composta di quarantotto galee e di trentacinque navi

da trasporto, sarebbe stato agevole non solo il rompere la flotta

turchesca, in cui si contavano settanta galee mal provvedute di milizie

e di attrezzi, ma anche il conquistare la città di Costantinopoli.

E ciò perchè il Doria, oltre alle sopraddette conquiste, s'era anche

impadronito delle fortezze dei Dardanelli, e Solimano avea lasciata

Costantinopoli spogliata di ogni presidio. Ma costa pur poco il far dei

castelli in aria. I Veneziani, molto ben persuasi che i giuramenti e la

fede si debbono mantenere anche agl'infedeli e barbari stessi, stettero

saldi in voler osservare i capitoli della pace tanti anni prima

stabilita col Turco.

Dacchè saltò fuori l'eresia di Lutero, che aprì il varco a tante altre

eresie nel Settentrione, con uno scisma il più deplorabile che mai

abbia patito la Chiesa di Dio, tutti i buoni cominciarono a desiderare

un concilio generale che riformasse i gravi abusi introdotti nella

stessa Chiesa. Specialmente se ne faceva istanza in Germania, con

rappresentare i molti aggravii, de' quali si doleva forte la loro

nazione. Ne faceano istanza anche i protestanti, ma con condizioni

disconvenevoli all'autorità della Chiesa cattolica. Egli è ben lecito

il credere, che se di buona ora si fosse convocato, secondo il costume

inveterato della religion cristiana, un sì fatto concilio, e si fosse

provveduto a' tanti disordini che allora correano, e a' quali rimediò

poscia il troppo tardi, ma pure una volta raunato, concilio di Trento,

non sarebbe stato sì grande lo squarcio della religione che tuttavia

sussiste. _Papa Leone X_ applicato alle guerre, nulla ne fece. Se

avesse goduto più lunga vita il buon _papa Adriano VI_, l'avrebbe

fatto. Succeduto a lui _Clemente VII_, fu distratto anch'egli dalle sue

politiche e guerriere applicazioni; e quantunque l'_Augusto Carlo V_

ne facesse più istanze, e massimamente in quest'anno col medesimo papa

in Bologna, pure nulla mai si conchiuse. Pensano il Guicciardini ed

altri che Clemente vi abborrisse per timore che ne scapitasse la corte

romana, e che troppo si venisse a tagliare; e quando anche consentiva,

proponeva di tenere esso concilio in Roma, o Bologna, o Piacenza,

città del suo dominio, acciocchè sempre restasse a lui la briglia in

mano. Ma ch'egli non nutrisse questa avversione, e che s'interponessero

varie altre difficoltà alla convenzion d'esso concilio, si può vedere

nella celebre Storia del concilio di Trento, composta dal cardinale

Pallavicino. Comunque fosse, certo è che, vivente esso pontefice,

il concilio generale restò confinato ne' soli desiderii di chi

compiagnea le piaghe della religione e della Chiesa, e che a man salva

seguitarono, anzi crebbero, i precedenti sconcerti in danno della

religione cristiana.

In questo medesimo anno sul fine di agosto seguì un grave scandalo

in Parma. Gran tempo era che gli ecclesiastici per quasi tutte le

provincie erano caricati di decime: gravezze giuste, allorchè si

trattava di adoperare il danaro in difesa della cristianità contra

de' Turchi o degli eretici; ma non già tali, qualora avea da servire

l'aggravio del clero alle guerre private de' papi e de' monarchi

cristiani. Davasi poi in appalto la riscossione di queste decime a

varie persone, le quali, volendo anch'esse profittare, usavano rigori

eccessivi, con esigere ancora i frutti delle decime non pagate.

Informato dunque Vincenzo Cavina, canonico imolese, e commissario del

papa, che a' suoi coadiutori in Parma era stato impedito l'attaccare i

cedoloni al duomo per l'esazion delle decime di due anni, e di tutti

i frutti, se n'andò tutto in collera a quella città. Ma, in voler

esporre essi cedoloni, saltarono fuori i preti, e con esso loro si

unì il popolo. Essendo egli fuggito nel palazzo, fu gittata a terra la

porta, e il misero a furia di popolo restò da tante ferite trucidato,

che non appariva in lui forma d'uomo. Egli è da credere che per tale

eccesso fosse posto a Parma l'interdetto, siccome nel dì 17 d'ottobre

del 1530 il papa l'avea posto in Ferrara, perchè renitente era il

clero a pagar le decime, gastigando in questa maniera gli innocenti

secolari per li mancamenti dei cherici. In Modena poi nello stesso anno

nel dì 3 di marzo predicando fra Francesco da Castelcaro de' Minori

osservanti nel duomo, pubblicò un breve, scritto dal Signor nostro Gesù

Cristo a tutti i Cristiani: _Datum in paradiso terrestri, a creationis

mundi die sexto, pontificatus nostri anno aeterno, confirmatum et

sigillatum die Parasceves in montes Calvariae_, ec. In questo breve il

Signore approva e conferma con autorità divina la regola di essi frati

minori osservanti, conchiudendo infine colla seguente clausola: _Nulli

ergo omnino hominum liceat hanc paginam nostrae confirmationis_, ec.

Tommasino Lancilotto ebbe la fortuna d'impetrar copia di questo mirabil

breve da quel buon religioso, e come una gemma l'inserì nel suo Diario

manuscritto della città di Modena. _O tempora! o mores!_

Anno di CRISTO MDXXXIII. Indizione VI.

CLEMENTE VII papa 11.

CARLO V imperadore 15.

Mentre si trattenevano nel verno di quest'anno in Bologna _papa

Clemente_ e l'_Augusto Carlo_, continui ragionamenti e congressi

seguirono fra loro. Tre principalmente furono i punti che si

dibatterono: cioè quello del concilio, intorno al quale altro io non

intendo di parlare. Il secondo era che, sapendo l'imperadore come

il pontefice avea de' segreti maneggi per collocare _Caterina de

Medici_, figlia legittima di _Lorenzo de Medici_ il giovane, già duca

d'Urbino, nè piacendogli questo attaccamento del pontefice alla corona

di Francia, per sospetto che, in occasione del progettato matrimonio,

si manipolasse qualche trama in favor de' Franzesi e in danno de' suoi

Stati in Italia; gran premura fece perchè Caterina si desse per moglie

a _Francesco Sforza duca_ di Milano. Ma s'andò sempre schermendo il

papa, in guisa che rimasero vane le batterie di Cesare sopra questo

punto. Il terzo e più importante era di formare una lega in Italia, per

assicurarsi che niuna potenza straniera ne turbasse la quiete, e che

specialmente non fosse molestata Genova, nè il duca di Milano. Furono

invitati a questa lega i Veneziani; ma concorsero in loro delle ragioni

di non far nuove leghe, esibendosi di mantener le vecchie. Anche al

duca di Ferrara furono fatte somiglianti istanze; ed egli opponeva, che

avendo il pontefice rigettata ogni concordia con lui, era obbligato

a tener buoni presidii per difendere il proprio, senza poter pensare

a spendere per la difesa altrui. Fece quanto potè l'imperadore per

troncare la discordia suddetta; ma avea che fare con un _pontefice_

che solamente s'induceva a perdonare a chi era più potente di lui.

Però altro non potè carpire da papa Clemente se non la promessa di non

offendere il duca per diciotto mesi avvenire. Pertanto si conchiuse la

lega suddetta fra il pontefice, l'_imperador Carlo, Ferdinando re_ de'

Romani, il _duca di Milano_, il _duca di Ferrara, Genovesi, Sanesi_ e

_Lucchesi_; e a tutti proporzionatamente venne assegnata la quota della

contribuzione, per mantenere un esercito, di cui fosse capitan generale

_Antonio da Leva_. Compresi furono in essa anche il _duca di Savoia_

e quel di _Mantova_, e tacitamente ancora i _Fiorentini_. Fu poi essa

solennemente pubblicata nella festa di San Mattia di febbraio.

Ebbe Clemente VII la consolazione in questi tempi di veder comparire

in Bologna un'ambasciata di _Giovanni re di Portogallo_, che gli

portò anche una lettera del re di Etiopia, appellato _Davide_, il

quale mostrava desiderio di unire quella vasta cristianità meridionale

alla Chiesa romana. A nome d'esso re venne anche _Francesco Alvarez_

prete portoghese, quel medesimo di cui abbiamo una gustosa Relazione

de' paesi e costumi di que' popoli cristiani, che oggidì niuna

comunicazione hanno cogli Europei, perchè stretti dai Turchi,

dai Gallani e da altri infedeli. Era creduto allora che il prete

Janni, mentovato da Marco Polo, altro non fosse che il suddetto re

dell'Etiopia. Le lettere d'esso re David, della regina moglie e del

principe figlio, siccome ancora l'ubbidienza da essi prestata al

romano pontefice, si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi.

Ma così bell'apparato andò poi a finire in nulla; e a' nostri

tempi non solo unione alcuna non passa fra la Chiesa romana e quei

cristiani, macchiati di qualche eresia, ma v'ha pubblica nemicizia.

Terminati i sopraddetti affari l'Augusto Carlo V, nell'ultimo giorno

di febbraio, prese congedo dal papa, e s'inviò a Pavia, dove giunto,

si fermò alcuni giorni con _Antonio da Leva_. Di là passato a Genova,

ed imbarcatosi sulle galee di Andrea Doria, fece poi vela alla volta

di Spagna, portando seco de' non lievi sospetti dell'animo del papa

verso di sè. Nel dì 10 di marzo anche il pontefice mosso da Bologna,

per la Romagna e Marca si trasferì a Roma. Già si è detto che l'amore

del nepotismo era il mobile principale nel cuor di questo politico

pontefice. L'ingrandimento procurato al _duca Alessandro_ suo nipote,

colla depression della repubblica fiorentina, non pareva a lui

durevole. Per ben assicurarlo avea già ricavata parola da Cesare che

sarebbe data in moglie ad Alessandro _Margherita_ figlia naturale di

esso Augusto, la quale appunto in quest'anno, essendo in età di dodici

anni, fu mandata da Carlo suo padre a Napoli, per essere educata dalla

moglie di _don Francesco di Toledo_ vicerè, e passando per Firenze,

vi si fermò per otto giorni, onorata con assaissime feste e tripudii.

Glorioso era per la casa de Medici questo parentado; ma un più cospicuo

ne maneggiava intanto l'indefesso pontefice, con istudiarsi di dare in

moglie ad _Arrigo_ secondogenito del _re Francesco I_ e duca d'Orleans,

_Caterina_ figlia legittima, siccome dissi, di _Lorenzo de Medici_, già

duca d'Urbino. Oltre al grande cuore che si accresceva con questi due

sì riguardevoli matrimonii alla famiglia sua, considerava il papa di

fortificare talmente, coll'appoggio di così possenti monarchi, lo Stato

del duca Alessandro, che non potesse mai traballare.

Affin dunque d'effettuare questo insigne negozio, determinò, senza

verun riguardo all'alta sua dignità, di passar fino a Nizza, e,

secondo il concerto fatto, di abboccarsi ivi col _re Cristianissimo_,

palliando questo viaggio, secondo l'attestato del Guicciardini, con

dire di voler trattare del bene della cristianità, e di mettere nella

buona via il _re d'Inghilterra_. Pertanto, mandata innanzi la nipote

Caterina a Nizza, si mosse da Roma nel dì 9 di settembre, e andò ad

imbarcarsi a Porto Pisano sulle galee di Francia e di Andrea Doria.

È perciocchè al _duca di Savoia_ per timore di Cesare non piacque

il congresso disegnato in Nizza fra papa Clemente e il re Francesco,

passò esso pontefice a Marsilia, dove approdò nel dì 11 di ottobre.

È da stupire come il Varchi, allora vivente, scrivesse seguito il

loro abboccamento in Nizza. Splendidissimo fu il suo ingresso in

Marsilia, e crebbe la magnificenza allorchè colà pervennero il re

Cristianissimo, la _regina Leonora_ e i tre principi loro figli e le

figlie, con incredibil concorso di prelati e baroni di tutto il regno.

Vien descritta quella memorabil funzione dal carmelitano fra Paolo ne'

suoi Annali manoscritti, e in parte dall'annalista pontifizio Rinaldi

e dal Giovio. La conclusione fu che ivi si celebrarono con somma pompa

le nozze di Caterina de Medici, per la cui dote si obbligò il pontefice

di pagare cento mila scudi d'oro in contanti, oltre alla cessione degli

Stati posseduti in Francia dalla madre di Caterina, i quali rendeano

circa dieci mila ducati d'oro l'anno. Si legge presso il Du-Mont lo

strumento di esso matrimonio, stipulato nel dì 27 d'ottobre dell'anno

presente. Grandiosi spettacoli, sontuosi conviti ed altri splendidi

divertimenti per trenta giorni tennero ivi in gran festa quella

corte e città; e quattro cardinali furono creati ad istanza del re

Cristianissimo. Finalmente, partitosi il papa da Marsilia nel dì 12 di

novembre, solamente nel dì 10 di dicembre entrò in Roma, tutto contento

di sè medesimo, per aver condotta la famiglia sua tanto inferiore

ad imparentarsi coi monarchi primarii della cristianità. Comune voce

fu, siccome abbiamo dal Guicciardini, dal Belcaire e dal Varchi, che

trattasse il re di Francia dell'acquisto del ducato di Milano: al che

inclinasse anche il pontefice, per darlo al _duca d'Orleans_, divenuto

marito della nipote. Ma queste verisimilmente furono dicerie di que'

che fanno con gran facilità gl'interpreti dei gabinetti de' principi;

perchè il solo papa trattò sempre secretamente col re degli affari,

e questi rimasero sigillati nel cuor loro e de' soli loro fidati

ministri. E quando pur fosse vero, più tempo non restò al pontefice per

eseguir siffatti disegni.

Si è fatta menzione altrove dell'abbate di Farfa, cioè di _Napoleone

Orsino_, uomo facinoroso, condottier d'armati, e famoso più per le

sue iniquità che pel suo valore. Costui nell'anno presente, volendo

ricuperare le castella di sua giurisdizione, fece una massa de' suoi

amici e soldati in Narni e Spoleti, e con essi andò a impossessarsi

degli Stati paterni. Ebbero fortuna di salvarsi a Roma _Girolamo_ e

_Francesco_ suoi fratelli, lasciando in preda tutti i lor preziosi

mobili all'invasore, il quale, non contento di questo, si diede a

scorrere tutto il circonvicino paese con ruberie, e con far prigione

chiunque potea pagar le taglie. A lui ancora riuscì di aver nelle mani

Girolamo suo fratello, e di carcerarlo in Vicovaro. Per queste violenze

fece ricorso a _papa Clemente_ sua matrigna, cioè _Felice_ figlia di

_Giulio II_, e già moglie di _Gian-Giordano Orsino_, ed impetrò ch'egli

spedisse l'esercito pontificio contro d'esso abbate di Farfa. V'ha chi

scrive che _Luigi Gonzaga_, soprannominato Rodomonte, nello assedio

di Viscovaro, colpito da una archibusata, ivi lasciò la vita, e in

suo luogo al comando succedette _Giulio Acquaviva duca_ d'Atri, il

quale stabilì tra i fratelli un accordo. Ma, se non falla Alessandro

Sardi nella sua Storia manoscritta, si trova vivente questo medesimo

Gonzaga nelle guerre di Piemonte dell'anno 1537. Ritirossi l'abbate di

Farfa a Venezia, e di là passò in Francia, ed allorchè papa Clemente

fu in Marsilia, coll'interposizione del re Cristianissimo ottenne il

perdono dalla santità sua. Tornato poscia a Roma, perchè contro il suo

volere data fu in moglie una sua sorella ad un principe napoletano,

mentre essa era condotta a Napoli, con alquanti suoi sgherri andò

per rapirla. Se ne avvide Girolamo suo fratello, che accompagnava la

sposa con trenta uomini a cavallo; e andatogli incontro, con molte

ferite gli tolse la vita, continuando poscia il suo viaggio a Napoli.

Gran tempo era che in Ferrara veniva magnificamente trattata dal duca

Alfonso _Isabella_ già regina di Napoli con _Giulia_ sua figlia.

Tanto si adoperò esso duca, che conchiuse il matrimonio di questa

sventurata principessa infante con _Gian-Giorgio _novello marchese

di Monferrato: e lo sposalizio fu fatto nella città suddetta a dì 29

di marzo. S'inviò essa a dì 3 di aprile alla volta di Casale; ma nel

dì 30 d'esso mese Gian-Giorgio, sorpreso da un parossismo, terminò

le allegrezze nuziali e la vita; e, secondo gli Annali manoscritti di

Ferrara, che ciò raccontano, _si scoprì che era morto di veleno_. Altri

nondimeno scrissero che da gran tempo languiva la sua sanità, e però è

facile che mancasse di morte naturale: al che forse contribuì anche il

suo matrimonio. Mancò in questo principe quel ramo della nobilissima

imperial casa Paleologa, che già vedemmo portato da Costantinopoli

al possesso del Monferrato; e non avendo egli lasciata successione

maschile, i ministri cesarei presero il possesso di quel florido paese,

finchè l'imperador giudicasse a chi ne appartenesse il dominio. Per la

mancanza de' maschi, pretendeva _Carlo duca di Savoia_ quegli Stati. Ma

perchè quell'insigne feudo dovea forse passar nelle femmine, fu poi,

siccome dirò a suo tempo, decretato che ne fosse erede _Margherita_

di lui nipote, moglie di _Federigo duca_ di Mantova: con che venne

la casa Gonzaga ad acquistare un dominio di maggior estensione che il

proprio ducato. Ammalossi poi la suddetta _regina Isabella_ di passione

per le disavventure della figlia, e nel dì 18 di maggio terminò i

suoi giorni in Ferrara. Un orrido fatto ancora avvenuto nel presente

anno merita luogo in questi Annali. Era tornato in possesso della

Mirandola il _conte Gian-Francesco Pico_ figlio di un fratello del fu

_Giovanni Pico_, cioè di chi fu appellato la Fenice degl'ingegni, ed

avea acquistata anch'egli fama di letterato e filosofo distintissimo

ai suoi tempi, siccome ne fan fede le Opere sue stampate. Sopra quella

nobil terra avea delle non ingiuste pretensioni _Galeotto conte_

della Concordia, figlio di un fratello di esso Gian-Francesco, cioè

di quel _conte Lodovico Pico_ che in guerra fu ucciso nell'anno 1509.

Nella notte del dì 15 di ottobre si mosse Galeotto dalla Concordia

con quaranta uomini suoi, che seco portarono molte scale, Ossia che

nelle fosse della Mirandola trovasse preparata una barchetta, o che

ancor questa seco la portassero, certo è che superate le fosse, ed

applicate le scale, senza rumore salirono le mura, e, dopo, aver

uccise tre o quattro guardie che dormivano, passarono fino alla

camera di Gian-Francesco. Rottane la porta, il trovarono che, udito lo

strepito, si era andato ad inginocchiare davanti una immagine di Cristo

crocefisso. Ivi crudelmente il trucidarono: fine miserabile, non degno

veramente d'uomo sì eccellente, il quale siccome ad un raro sapere avea

accoppiata una non minor pietà, così avea imparato a tener ben contento

del governo suo quel popolo. La stessa barbarie fu esercitata contra di

_Alberto_ di lui figlio, giovane di grande espettazione. Fu salvata la

vita per misericordia a _Paolo_, altro di lui figlio; ma contro altri

di quella famiglia, e fin contro le donne inferocì l'iniquo Galeotto.

Con questa facilità s'impadronì egli di quella quasi inespugnabile

terra o città, e il popolo nel giorno seguente, non potendo di meno, il

riconobbe pel loro signore.

Anno di CRISTO MDXXXIV. Indiz. VII.

PAOLO III papa 1.

CARLO V imperadore 16.

Fu in quest'anno che _papa Clemente_ proferì la sentenza sua contra

di _Arrigo VIII_ re d'Inghilterra, a cagione del suo divorzio da

_Caterina d'Austria_ sua legittima consorte: il che fece maggiormente

peggiorare gli affari della religione cattolica in quel regno sotto

un re perduto dietro alle femmine e crudele. Da molti fu lodata la

costanza del pontefice in questa controversia; ma abbondarono ancora

altri che biasimarono cotal risoluzione, perchè riuscì troppo funesta

alla Chiesa di Dio. Gran terrore nel presente anno si sparse per

l'Italia, e massimamente in Roma, per cagione di Ariadeno Barbarossa,

gran corsaro, e generale dell'armata navale del sultano dei Turchi

Solimano. Venendo costui di Levante con formidabil quantità di navi

armate, passò per lo stretto di Messina, e, dopo aver saccheggiati

varii luoghi in quelle coste, arrivò a Capri, vicino a Napoli. Fu ben

creduto che s'egli avesse assalita essa città di Napoli, oppure Roma,

l'avrebbe sottomessa: tanta era la costernazione di que' popoli. Diede

costui il sacco a Procida, Fondi, Terracina ed altri luoghi, menando

poi seco in ischiavitù gran copia di poveri cristiani. Dimorava in

Fondi Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna duca di Traietto

e conte di essa città di Fondi. Voce correa che in bellezza ella

superasse tutte le altre donne d'Italia. Ne giunse la fama sino al

Barbarossa, il quale perciò si mise in pensiero di far quella caccia

per voglia di presentare al gran signore una sì vaga preda. Gli andò

fallito il colpo. Mentre egli con due mila Turchi sbarcati era dietro

una notte a scalare le mura di Fondi, svegliata la giovane duchessa,

e conosciuto il pericolo, coi piè nudi ebbe tempo di fuggire, e di

salvarsi il meglio che potè fuori della terra, lasciando scornato il

barbaro cacciatore, il quale infierì poscia contro i poveri abitanti.

Che Giulia cadesse fuggendo in mano de' banditi, fu una frangia fatta

dagli scioperati maligni a questo avvenimento. Poco appresso il crudel

corsaro indirizzò le prore verso Tunisi, di cui e del suo regno seppe

poi a forza d'inganni insignorirsi. Gran rumore avea fatto in addietro,

e maggior lo fece in quest'anno, quanto avvenne a _Luigi Gritti_. Era

egli figlio di _Andrea Gritti doge_ in questi tempi della repubblica

veneta. Essendo egli tornato a Costantinopoli, dove era nato, allorchè

il padre vi stette come bailo, talmente s'insinuò nella grazia di

Solimano, che divenne suo confidente e generale nella spedizion da

lui fatta contra di _Ferdinando re_ de' Romani in favor di _Giovanni

re_ d'Ungheria: il che fu di non lieve scandalo fra i Cristiani. Ma

trovandosi egli nell'autunno dell'anno presente nella Transilvania, per

aver crudelmente ordinata la morte di _Americo vescovo_ di Varadino,

quei popoli, amanti dell'infelice ucciso prelato, sì Ungheri che

Transilvani, raunato un potente esercito, volarono ad assediarlo in

Cibach nel mese d'ottobre. Andò a finir quella festa nella morte di

esso Gritti, che restò vittima del lor furore insieme con tutti i

giannizzeri ed altri Turchi del suo seguito. Non si sa ch'egli avesse

mai abiurata la religione cristiana. Solamente si sospettò ch'egli

fosse per fare un dì questo salto; ma il Giovio lasciò difesa, per

quanto si potè, la di lui memoria.

Desiderava il papa, e con esso lui tutti i principi d'Italia, che

_Francesco Sforza duca_ di Milano, accasandosi con qualche principessa,

tentasse di lasciar successione nella sua casa, affinchè quel ducato,

per mancanza di figli, non ricadesse in mano dell'imperadore, secondo i

patti. Per quetare tanta gelosia, lo stesso _Augusto Carlo_ gli procurò

una ragguardevole alleanza, con dargli in moglie _Cristierna_ figlia

del _re di Danimarca_ e nipote sua. Fu condotta questa real principessa

nel mese d'aprile a Milano, città che, quasi dimentica di tante passate

sciagure, fece mirabili feste di apparati, d'archi trionfali e d'altri

spettacoli in sì gioiosa occasione. Vi entrò essa con incredibile

accompagnamento di nobiltà e di popolo sotto ricco baldacchino, avendo

ai lati suoi _Ercole Gonzaga cardinale_ e _Antonio da Leva_ generale di

Cesare. Dopo essere stata al duomo, passò al castello, dove le venne

incontro il duca, appena reggendosi col bastone in piedi, che in quel

palazzo da lì a poco colle sacre funzioni della Chiesa solennemente

la sposò. Riuscì di consolazione a tutta l'Italia questo matrimonio,

per la speranza di vederne frutti a suo tempo; ma questi mai non si

videro, ridendosi i saggi di questo tentativo, come di un matrimonio da

commedia, perchè troppo era mal ridotta la sanità di quello sfortunato

principe. Neppur molto contento della sua cominciò ad essere _papa

Clemente_, perchè lo stomaco infiacchito non soddisfaceva al consueto

suo uffizio. Questi sentori della nostra mortalità diedero a lui motivo

di sollecitare in Firenze la fabbrica di una fortezza, per cui si

venisse sempre più ad assicurare lo Stato del _duca Alessandro_ suo

nipote. Indusse ancora il _duca di Ferrara_, benchè odiato da lui, a

fare sloggiar dai suoi Stati tutti i Fiorentini fuorusciti che colà

si erano rifugiati. Dianzi ancora gli avea fatti cacciar da Roma,

Venezia, Genova ed Ancona. Nel giugno sopraggiunse ad esso papa una

lenta e leggiera febbre con qualche dolor colico, di cui andò talvolta

migliorando, ma poi ricadendo. Comparve nel seguente luglio una cometa,

ed ecco subito gli speculativi invasati dalla ridicola opinione che

tali fenomeni predicano morti ed altre disavventure ai principi della

terra, correre a credere disegnata in cielo la mancanza del pontefice.

Il Varchi ancora lasciò scritto che da un santo monaco della riviera

di Genova era stato predetto a papa Clemente VII non solamente il

pontificato, ma anche il tempo della morte, cioè nell'anno stesso in

cui fosse mancato di vita quel monaco; e che il pontefice, nel tornare

da Marsilia, cercatone conto, il trovò poco fa defunto: laonde immaginò

non lontano il suo fine. Può essere che ancor questa fosse una diceria

o inventata da qualche cervello visionario dopo la morte di lui, o nata

nel volgo ignorante e facile a sognare; perchè per altro la sconcertata

sanità di Clemente bastò senza rivelazione a fargli comprendere che si

appressava il passaggio alla altra vita.

Crebbero pertanto i suoi malori, di modo che nel settembre egli

terminò la carriera del suo vivere. Grande imbroglio ch'è nella storia

l'accertare i punti minuti della cronologia. Il Segni il fa mancato di

vita nel dì 24 di settembre. Fra Paolo carmelita, che in questi tempi

scriveva i suoi Annali, mette la sua morte nel dì 26 d'esso mese.

Con lui va d'accordo il Giovio, anch'esso contemporaneo, mentre la

dice avvenuta _sexto kalendas octobris_, cioè nel dì 26 di settembre.

Ma altri il fanno passato a rendere conto a Dio nel dì 25 del mese

suddetto, come il Guicciardini e Paolo Gualtieri nei suoi Diarii

manuscritti, citati dal Rinaldi, dove dice, che _nel dì 25 di settembre

alle ore diciotto e mezza, egli spirò, e fu seppellito nel seguente dì

26_. A questo giorno riferiscono la morte sua eziandio il Panvinio, il

Ciacconio, l'Ammirati ed altri, i quali non di meno si può credere che

seguissero il Guicciardini. Io non mi sento di faticare per decidere

questo punto, quantunque a me paia più certo il dì 25, giacchè a noi

basta di sapere che cessò di vivere papa Clemente in questi tempi:

pontefice, a cui certamente non mancò il concetto d'ingegno politico,

di molla accortezza e gravità, e che sapea ben maneggiar affari,

simulare e dissimulare secondo i bisogni, e che dai politici d'allora

tenuto sempre fu per uomo di doppia fede. Per fare da principe, secondo

il rito de' mondani, la natura e la sperienza l'aveano fornito di

molti aiuti. Ma se cercate in lui le virtù di pontefice vicario di

Cristo, e qual bene egli facesse alla Chiesa in que' gran torbidi

della religione, e quali abusi e disordini egli levasse, benchè da essi

prendesse origine e pretesto il terribile scisma che tuttavia divide

tanti popoli della vera Chiesa di Dio; non sarà sì facile il trovarlo.

Troverete bensì, che egli si servì del pontificato, delle sue forze e

de' suoi proventi per suscitare o mantener guerre; che fra gli altri

disordini costarono un orrido sacco a Roma stessa, e un gran vilipendio

alla sacratissima sua dignità. Molto più se ne servì egli per

ispogliare della libertà Firenze sua patria, e per ingrandire, non dirò

in forme oneste e discrete (che queste non è vietato), ma con insigni

principati e parentadi sublimi la propria casa. Se questo si accordi

coll'intenzion di Dio, allorchè uno è intronizzato nella sedia di san

Pietro, chiunque sa misurar le cose divine ed umane, non ha bisogno

ch'io gliel dica. Certo è ch'egli morì odiato dalla corte per la sua

stitichezza ed avarizia, quando poi scialacquava tanto nei volontarii

suoi impegni di guerre; e più odiato dal popolo romano, perchè alla sua

politica venivano attribuiti tutti i guai di quella città. A noi non è

permesso l'entrare ne' giudizii occulti di Dio; ma i viventi d'allora

non lasciarono d'osservare quasi un gastigo venuto dall'alto il

miserabil fine di due suoi nipoti bastardi, cioè d'_Ippolito cardinale_

e di _Alessandro duca_ di Firenze, per la grandezza dei quali cotanto

egli avea mosso e cielo e terra. Imperciocchè esso cardinale e

vicecancelliere arricchito da Clemente suo zio con tanti vescovati e

benefizii, per invidia continua che portava ad Alessandro, tentò fino

i tradimenti per occupargli la signoria, e terminò poi miseramente i

suoi giorni nel seguente anno. Alessandro, perduto nelle disonestà e in

altri vizii, qual fine facesse, lo diremo a suo luogo: di modo che in

pochi anni dopo la morte di Clemente si vide schiantata la di lui linea

maschile, e diroccati amendue quegl'idoli dell'ambizione sua.

Prima di morire avea papa Clemente consigliato il cardinal suo nipote

di promuovere al pontificato il _cardinale Alessandro Farnese_ decano

del sacro collegio; e però egli unitosi con _Giovanni cardinal di

Lorena_, capo della fazione franzese, durò poca fatica ad assicurar

la elezione di lui. Concorrevano nel Farnese molte degne qualità,

perchè nato di antica e nobil casa, che ne' secoli addietro s'era

acquistata gran riputazione nell'armi, e possedeva molte nobili

castella. Era esso Alessandro, per li meriti di Giulia sua sorella, o

parente, stato creato cardinale da Alessandro VI nel 1493. Oltracciò,

si distingueva il Farnese per la sua letteratura, per la lunga

sperienza delle cose del mondo, e per la sua prudenza, mansuetudine

ed affabilità. Aggiugnevasi l'età di sessantasette anni, e l'aver

egli industriosamente fatto credere, per quanto potea, debole la

sua complessione e sanità: il che trasse più facilmente a lui i voti

degli altri porporati, inclinati sempre a desiderar scene nuove per la

speranza di fare anch'eglino un dì la propria. Nè all'assunzione sua

servì punto di remora l'avere egli un frutto dell'umana fragilità, cioè

_Pier Luigi_ suo figlio, perchè in quel corrotto secolo non si guardava

sì per minuto a tali deformità, come, la Dio mercè, si fa da gran tempo

nella Chiesa di Dio. Fu dunque eletto papa il Farnese con universal

consentimento del sacro collegio, e prese il nome di _Paolo III_. È

da stupire come neppur vadano d'accordo gli scrittori nell'assegnare

il dì dell'elezion sua. Il Ciacconio scrive che ciò avvenne _VI idus

octobris_, cioè nel di 10 di ottobre. Altrettanto hanno gli Annali

manoscritti di Ferrara e Andrea Morosino. Il vescovo Spondano negli

Annali Ecclesiastici la mette _tertio idus octobris_, cioè nel di 13,

e di questo stesso giorno parla anche il Segni. L'Oldoino la riferisce

_die XI, seu verius ex MSto tabularii capitolini, die XIII octobris_.

Secondo il Varchi, _nella notte susseguente ai quattordici giorni

d'ottobre_ fu eletto papa il Farnese. Ma che questa elezione seguisse

verso un'ora o due della notte susseguente al _dì 12 d'ottobre_, si

dee credere, asserendolo il Panvinio e fra Paolo carmelitano, che in

questi tempi scriveva i suoi Annali, e soprattutto il Rinaldi annalista

pontificio, che cita i Diarii vaticani e gli Atti concistoriali.

Gran festa fecero i Romani per l'assunzion di Paolo III, perchè lor

nobile cittadino, giacchè per tanto tempo erano seduti nella cattedra

di san Pietro solamente papi d'altre nazioni. Nè già mancarono

turbolenze nello Stato ecclesiastico dopo la morte di papa Clemente

VII. Imperciocchè nel dì ultimo di settembre _Ridolfo_, figlio del

fu _Malatesta Baglione_ Perugino, essendo bandito dalla patria,

ammassate alquante schiere di fanti e cavalli, andò ad impossessarsi

di un borgo di Perugia; ma uscito il presidio papalino, dopo un

lungo conflitto, restò obbligato il Baglione a ritirarsi. Nella notte

poi del dì seguente, entrato che fu egli di nuovo nel borgo di San

Pietro, ecco aprirgli quella porta i suoi parziali, co' quali avea

intelligenza, e impadronirsi della città suddetta. Qui non si fermò il

suo furore. Diede il Baglione alle fiamme il palazzo del vice-legato,

cioè del _vescovo di Terracina_; e scoperto dove egli era fuggito,

il fece prendere coi due suoi auditori, col cancelliere e con alcuni

de' priori. Furono essi posti alla tortura, affinchè rivelassero i

lor danari, e nel dì seguente condotti nudi nella pubblica piazza,

ad ognuno di essi fu reciso il capo. Con tali iniquità si fece egli

signore di Perugia. Anche _Mattia_, figliuolo del vivente _Ercole

Varano_, s'era mosso di Lombardia nel dì primo d'ottobre con una gran

frotta d'armati in varie barche, inviandosi per mare con disegno di

ricuperar Camerino, il cui ducato pretendeva appartenere a sè stesso.

Ebbe egli a combattere colla furia del mare, e dopo aver perduto i più

del suo seguito, altro non guadagnò, che di salvar la vita tornando

all'imboccatura del Po.

Dacchè si partì da questa vita papa Clemente, _Alfonso I_ duca di

Ferrara si figurava oramai di godere il resto dei suoi giorni in pace,

perchè libero da un pontefice che con tante insidie e con odio sì

continuato l'avea tenuto fin qui sempre in allarme. E tanto più sperò

tornata la calma, per essere stato assunto al pontificato il _cardinal

Farnese_, personaggio fornito di miglior cuore e di massime più rette

che il suo predecessore. Disegnava egli d'inviare a Roma _don Ercole_

suo primogenito per congratularsi col novello pontefice, e trattare

con lui quell'accordo che non avea potuto ottenere da papa Clemente.

Ma nel dì 28 di settembre cadde malato, e tanto andò crescendo

l'infermità sua, che nel dì 31 d'ottobre il condusse al fine de'

suoi giorni: principe glorioso nel mondo, che in senno e valore ebbe

pochi pari al suo tempo. E di queste sue doti abbisognò ben egli per

potersi sostenere contra di tre potentissimi papi, che pieni di mondane

passioni ardevano di voglia di spogliar la nobilissima casa d'Este

degli antichi suoi dominii. Ma perchè di questo egregio principe, la

cui vita fu scritta dal vescovo Giovio, ne ho parlalo io abbastanza

nelle Antichità Estensi, nulla di più ne dirò qui. A lui succedette

nel ducato _Ercole II_ suo primogenito, signore di gran saviezza e

d'ottimo cuore, che un buon governo fece anch'egli goder da lì innanzi

ai sudditi suoi. Era in questi tempi governata la città di Camerino da

_Caterina Cibò_, vedova del fu _Giovanni Maria Varano_, duca d'essa

città, a nome di _Giulia_ sua figliuola, creduta legittima erede di

quello stato. Perchè il sopraccennato _Mattia Varano_, oppure _Ercole_

suo padre, pretendeva a sè dovuto quel ducato, e coll'aiuto di non

pochi fuorusciti teneva in continui timori e pericoli essa Caterina,

questa trattò con _Francesco Maria duca d'Urbino_ di dar per moglie

a _Guidubaldo_ di lui figliuolo primogenito la suddetta Giulia sua

figlia. Colà dunque si portò esso Guidubaldo, e, dopo avere sposata

quella principessa, si applicò in tutte le guise a fortificare e

rendere come inespugnabile Camerino. Non doveano poi mancar delle buone

ragioni alla menzionata Giulia su quel ducato, giacchè Clemente VII

l'avea confermato al di lei padre e ai successori, ed era papa di tal

animo e polso, che non avrebbe permesso alla figlia di continuare in

quel dominio, senza che l'assistesse qualche legittimo titolo.

Non l'intese così il novello _pontefice Paolo III_. Per l'influsso

che correva in que' tempi, bramando anch'egli di fabbricare in _Pier

Luigi_ Farnese suo figlio un gran principe, trovò che quel ducato

era decaduto alla Chiesa romana. Però, pubblicati i monitorii contro

di Caterina e di Giulia, venne alla sentenza e alle scomuniche.

Fece quanto potè Francesco Maria duca d'Urbino per placare il papa,

esibendosi di stare a ragione per questo. Passi, parole e suppliche

furono impiegate indarno. Fin d'allora si pensò che quel paese sarebbe

stato meglio in mano di Pier Luigi. Pertanto fu spedito da esso

pontefice _Gian-Batista Savello_ coll'esercito pontificio ad assediar

Camerino. Scarseggiava quella città di viveri. Di mano in mano il duca

d'Urbino ne andò inviando al figlio con potente scorta, di maniera che

tra per questo, e per le sortite che di tanto in tanto faceva il duca

Guidubaldo, quell'assedio dopo qualche mese dell'anno vegnente svanì.

Di più non fece il papa per allora, perchè v'interposero i loro uffizii

i Veneziani, e molto più l'imperadore. Oltracciò, Francesco Maria di

lui padre fu dichiarato generale della lega contra il Turco; laonde

convenne aspettar tempo più opportuno per iscacciarne Guidubaldo; e

questo venne poscia, siccome vedremo. Terminò in quest'anno _Francesco

Guicciardini_ la rinomata sua Storia d'Italia, che se non è molto

dilettevole al volgo, gode almeno il privilegio di piacere a tutti gli

uomini sensati, per la finezza dei suoi giudizii, e per la professione

sua di non adular chicchessia, e neppure i papi, de' quali fu per

tanti anni ministro. Truovasi in questi tempi assai lodato papa Paolo,

perchè, invitato dai ministri dell'imperadore di confermar la lega

precedente, rispose di voler essere padre comune di tutti, e di nutrir

solamente pensieri di pace, non già di guerra. Che ai pontefici per

difesa de' proprii Stati, e contro i nemici del nome cristiano, o del

cattolicismo convenga lo sfoderar la spada, niun ci sarà che lo nieghi.

Per altri motivi o fini, se ne potrà disputare. Intanto non volle

perdere tempo esso pontefice a creare nel dì 18 di dicembre cardinale

_Alessandro Farnese_ suo nipote, cioè figlio di Pier Luigi, giunto

all'età di quattordici o quindici anni, che riuscì poscia un insigne

porporato.

Anno di CRISTO MDXXXV. Indizione VIII.

PAOLO III papa 2.

CARLO V imperadore 17.

Più lungamente non potè sofferire il _pontefice Paolo_ l'usurpazion di

Perugia fatta da _Ridolfo Baglione_, meritevole ancora di gravissimo

gastigo per le crudeltà usate contra il vescovo di Terracina ed altri

suoi concittadini. Però nel presente anno mandò il campo a Perugia.

Non avea forze il Baglione per resistere; dubitava molto ancora de'

cittadini, l'odio de' quali si era egli comperato colla sua barbarie:

però cedendo uscì della città, e se n'andò con Dio. Fece poscia il

pontefice diroccar sino a' fondamenti le mura di Spello anticamente

città, di Bettona, della Bastia e d'altre terre ch'erano già di

Ridolfo; e tornò la pace in quelle contrade. Svegliossi in quest'anno

una fiera tempesta contra di _Alessandro de Medici_ duca di Firenze.

Moltissimi erano i nobili fiorentini fuorusciti o confinati, ed

altri ancora che volontariamente, a cagione di vari disgusti, s'erano

ritirati da quella città, fra i quali specialmente _Filippo Strozzi_

co' suoi figli, che era il più ricco e potente cittadino di essa.

Tutti portando odio al suddetto Alessandro, si ridussero a Roma,

ed unironsi co' cardinali lor nazionali, cioè _Salviati, Ridolfi e

Gaddi_, per rimettere, se poteano, la libertà nella lor patria. Entrò

nel loro partito anche lo stesso _Ippolito cardinale de Medici_:

tanta era l'invidia e il suo mal animo contro del duca Alessandro.

Tenuti fra loro varii consigli, determinarono d'inviare in Ispagna

all'_imperador Carlo_ le loro doglianze per l'aspro governo che facea

il duca, per la sua sfrenata libidine, e per aver egli contravvenuto

a quanto lo stesso Cesare aveva ordinato nel 1530 intorno a Firenze,

accordando la conservazion della libertà e i privilegii di repubblica:

laddove Alessandro ne avea affatto usurpata la signoria. Trovarono

questi deputati l'imperadore in Barcellona nel mese di maggio; ebbero

udienza; ma fu rimesso l'esame delle lor querele, allorchè l'Augusto

Carlo, tutto in quel tempo applicato all'impresa di Tunisi, sarebbe

poi venuto a Napoli, come già egli meditava. Non erano ignoti al duca

Alessandro questi maneggi, e anch'egli si studiava di sventar le mine

degli emuli e nemici suoi. Fu poi risoluto che il suddetto Ippolito

cardinal de Medici andasse in persona a trovar l'imperadore in Africa;

ma questo porporato, amatore grandissimo d'ogni maniera di virtù,

ma superbo a maraviglia, trovandosi ad Itri vicino a Fondi, preso da

lenta febbre, nel dì 10 d'agosto miseramente morì, e con voce comune di

veleno. Dai più fu creduto il duca Alessandro autore di sua morte. Il

Varchi aggiugne che ne fu incolpato lo stesso papa Paolo, con addurre

i fondamenti di tal conghiettura. Ma chi così dubitò, fece gran torto a

questo pontefice, i cui costumi tali sempre furono, che non lasciarono

fondamento alcuno a sospetti di sì nere iniquità. Inclinava troppo il

Varchi alla maldicenza.

Dissi poco fa rivolti i pensieri del magnanimo Carlo V in questi

tempi all'impresa di Tunisi, e quantunque sì strepitosa spedizione

propriamente non appartenga al mio suggetto, pure non posso dispensarmi

dal darne un po' d'idea; e tanto più perchè a quella gloriosa azione

ebbero gran parte i capitani e combattenti italiani. Dopo la morte di

_Oruccio re_ di Algeri, avea _Ariadeno Barbarossa_ suo fratello, e

gran corsaro, occupato quel regno. Crebbero poi le forze di costui,

perchè creato ammiraglio dal gran signore Solimano, e accresciuta a

dismisura la sua armata navale colla giunta de' legni turcheschi, era

divenuto il terrore del Mediterraneo. Già vedemmo all'anno precedente

quai terribili insulti e paure egli facesse all'Italia. Essendo guerra

fra due fratelli pretendenti al regno di Tunisi, tanto seppe fare

l'accorto Barbarossa, che finì le lor controversie, con impadronirsi

egli di Tunisi, città di gran popolazione, e capitale di tutto il suo

regno, con discacciarne Muleasse, che quivi allora signoreggiava. Ciò

fatto, colla formidabil sua potenza si disponeva all'acquisto di tutta

l'Africa, minacciando non solamente Orano, città degli Spagnuoli in

quelle coste, ma anche i circonvicini paesi, con paventar gravi mali da

costui anche i lidi dell'Italia, Francia e Spagna. Ora, essendo ricorso

Muleasse con varie vantaggiose condizioni all'invittissimo imperadore

Carlo, questi, sì per desiderio di dar nella testa al troppo crescente

Ariadeno, come anche per vaghezza di gloria (e gloria veramente pura

e legittima, che tale è allorchè i monarchi cristiani prendono l'armi

per difendere i popoli fedeli dagli infedeli e dai corsari, e non

già per perseguitarsi e scannarsi fra loro), determinò di portar la

guerra addosso a Tunisi. Gran preparamenti di navi e galee fece egli

non meno in Ispagna che in Italia e Fiandra. Molti legni ebbe dal re

di Portogallo e dai Genovesi, e dieci galee dal pontefice, che erano

comandate da _Virginio Orsino_. Ammiraglio di sì gran flotta, piena

di valorosi combattenti spagnuoli, tedeschi, italiani, fu creato

il valoroso _Andrea Doria_, principe di Melfi; e sopra la medesima

imbarcatosi il generoso imperadore col _marchese del Vasto_, col

_principe di Salerno_, col _duca d'Alva_ e gran copia d'altri insigni

baroni, arrivò circa il principio di luglio alla Goletta, isola e

fortezza sommamente forte in faccia al porto di Tunisi.

Con immenso valore fu espugnato quel sito dai cristiani, e sbaragliata

la grossa armata navale del Barbarossa, restando presi più di cento

de' suoi legni. Arrivò a tempo al soccorso dell'armata cristiana _don

Ferrante Gonzaga_ con assai navi cariche di vettovaglie, provenienti

dalla Sicilia; perchè già il biscotto era muffito. Prese poi posto

l'esercito cesareo intorno alla città di Tunisi, e seguirono varie

scaramucce, ma col peggio sempre de' Mori, Turchi ed Arabi, che sopra

ottanta mila erano accorsi alla difesa. Crebbe perciò lo spavento fra

essi, talmente che un dì il Barbarossa, tutto infuocato di rabbia,

determinò di far perire qualunque schiavo cristiano che si trovasse

in Tunisi, o per vendetta, o per sospetto di qualche lor commozione o

tradimento. Li fece a questo fine rinchiudere tutti in un sito della

rocca. Il Giovio ed il Segni li fanno sei mila; altri quindici mila;

e Pietro Messia li fa giugnere fino a ventidue mila. Trattenuto fu il

Barbaro da sì enorme crudeltà da Sinam Ebreo che era il suo braccio

dritto. Ma in questo mentre due rinegati cristiani, che sapeano la

sentenza data dal tiranno, mossi a compassione di alcuni schiavi loro

amici, sciolsero le lor catene; e questi poi con somma fretta aiutarono

a scatenar tutta la folla degli altri miseri cristiani. Ruppero essi le

porte dell'armeria, e prese l'armi, ed uccisi quanti Mori si vollero

loro opporre, s'impadronirono della rocca, da cui cominciarono a far

segni ai cristiani di fuori, ma senza essere intesi. Cagion fu questo

inaspettato colpo che il Barbarossa disperato se ne fuggisse a Bona, e

poscia ad Algeri. Entrò il vittorioso imperadore nel dì 21 di luglio

coll'esercito in Tunisi; e non seppe negare, o non potè impedire a'

suoi il sacco della città per un giorno. Molti di que' Mori e Turchi vi

rimasero tagliati a pezzi colle altre iniquità consuete in simili casi;

ma per conto del bottino, questo riuscì troppo inferiore alle speranze.

Perì in questa congiuntura un'insigne biblioteca d'antichi libri

arabi, che meritavano d'essere conservati. Conoscendo poi l'imperadore

l'impossibilità di conservare in suo dominio quella gran città e il

suo regno, la rilasciò a Muleasse (fuorchè la Goletta) con obbligo di

riconoscerla in feudo dai re di Spagna, e di pagare un annuo censo, con

altre condizioni favorevoli alla religion cristiana, che il Maomettano

senza fatica accettò e giurò, ben sapendo che nulla poi durerebbe

col tempo, siccome avvenne. _Andrea Doria_ spedito a Bona, la prese e

smantellò, a riserva della rocca, dove lasciò buon presidio.

Dopo sì gloriosa impresa il trionfante Augusto, licenziate le navi

spagnuole e portoghesi, dirizzò le vele alla volta della Sicilia,

e sbarcò a Trapani. Indi passò a Palermo, e poscia a Messina; e

lasciato don Ferrante Gonzaga vicerè di Sicilia, pervenne a Napoli,

dove fece la sua magnifica entrata nel dì 30 di novembre. Maravigliose

furono le feste, gli archi trionfali ed altri spettacoli, co' quali

solennizzarono tutte quelle città l'arrivo dell'invittissimo monarca.

Nel dì 4 di dicembre comparve a Napoli _Ercole II duca _di Ferrara

ad inchinare la maestà sua, che l'accolse con singolar degnazione.

Parimente portatisi colà i fuorusciti fiorentini, ed ottenuta udienza,

esposero tutte le loro querele contra del _duca Alessandro de Medici_.

Il Varchi con una studiata aringa, in cui immaginò quanto di male

intorno al duca dovea o potea dire il capo d'essi all'imperadore, non

lasciò indietro alcuna delle iniquità vere o pretese di lui. Sospese

l'Augusto Carlo ogni risoluzione, finchè fosse venuto alla corte anche

il duca Alessandro, il quale nel dì 21 di dicembre si mosse da Firenze

per passare colà. In questo mentre avvenne la morte di _Francesco

Sforza duca _di Milano, che diede incentivo a nuovi incendii di

guerra. Dopo avere lo sfortunato principe sofferta una lunga e molesta

infermità, finalmente gli convenne soccombere alla legge universale

dell'umanità nel dì 24 di ottobre, senza lasciar dopo di sè prole

alcuna, e con dichiarar erede l'imperadore. In esso Francesco finì

la linea legittima della celebre casa Sforza. _Antonio da Leva_ prese

tosto colla _duchessa Cristierna_ il governo di quel ducato, finchè si

sapessero le intenzioni dell'Augusto Carlo V. Pretendeva di succedere

in quegli Stati _Gian-Paolo Sforza_, marchese di Caravaggio, figlio

naturale di _Lodovico il Moro_, siccome chiamato nelle investiture

dopo i legittimi. Ma partitosi egli da Milano per passare a Roma

ad implorare i buoni uffizii del papa presso l'imperadore, allorchè

giunse a Firenze, nel pranzare fu sorpreso da un maligno accidente,

per cui finì i suoi giorni. Fu poi dichiarato Antonio da Leva

governatore cesareo del ducato di Milano. Intanto l'odio implacabile

che si era allignato in cuore di _Francesco I re_ di Francia contra

dell'imperadore, non gli lasciava aver posa, nè riguardo alcuno alla

religione. Fra le sue glorie certo non si conterà l'aver egli, che

pur si gloriava del titolo di Cristianissimo, commossi e sostenuti i

principi protestanti contra di Cesare, con giugnere, siccome vedremo, a

far lega fino coi Turchi. Durava tuttavia in lui la brama di ricuperare

il ducato di Milano, ancorchè ne' precedenti trattati avesse rinunziato

a cotal pretensione. Vi ha chi scrive, che per la morte del duca di

Milano si svegliasse il suo prurito di portar di nuovo la guerra in

Italia, e che cominciasse sul fine di quest'anno a muoverla a _Carlo

duca di Savoia_, per aver poi libero il passo in Lombardia. Le ragioni

o pretesti, che egli adoperò per giustificare la sua rottura con

quel principe, sono diversamente riferiti da varii storici. Cioè, che

Nizza e Monaco erano state impegnate alla casa di Savoia (sarebbe da

vedere se Monaco fosse allora in potere del duca), nè questi le volea

restituire al re, tuttochè gli fosse esibito il rimborso. Che il duca

avesse ottenuta la città d'Asti, che da tanto tempo apparteneva alla

Francia, con altre ragioni ch'io tralascio. Ora il Guichenon, storico

della real casa di Savoia, il quale si può credere meglio informato

di questi affari, sostiene[422], avere il re di Francia richiesta la

restituzion di Nizza, e di alcuni luoghi del marchesato di Saluzzo,

con altre doglianze contra del duca, alle quali egli contrappose, ma

indarno, delle forti ragioni. La verità si è, che il re non sapea

digerire l'attaccamento del duca all'imperadore, l'aver negato il

congresso di _papa Clemente VII_ col re a Nizza, ed inviato il suo

primogenito ad allevarsi nella corte di Spagna, che in questo medesimo

anno fu rapito dalla morte. Se crediamo al menzionato scrittore, fin

dal mese di febbraio dell'anno presente il re dichiarò la guerra ad

esso duca; e siccome teneva in pronto una potente armata, con disegno

d'invadere lo Stato di Milano, così gli riuscì facile di spogliarlo

della Savoia, e d'altri paesi di là dall'Alpi, prima che terminasse

quest'anno. Spedì il duca Carlo ambasciatori a Napoli ad informar

l'imperadore di queste novità funeste, e ne riportò solamente buone

parole e promesse, giacchè per ora egli non poteva di più.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 70 / 102 题