[416] Guicciardini. Nardi. Varchi. Segni. Ammirati. Giovio. Paulus de
Clericis, in Annal. MSS.
[417] Raynaldus, Annal. Eccl.
[418] Annali MSti di Ferrara.
[419] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDXXXI. Indizione IV.
CLEMENTE VII papa 9.
CARLO V imperadore 13.
Malveduta era dai sovrani dell'Europa l'unione in _Carlo V_ della
dignità imperiale colla potente monarchia di Spagna. Oltracciò, i
Tedeschi, allorchè esso Augusto dimorava in Ispagna, mormoravano
per tanta di lui lontananza; e un'egual sinfonia s'udiva fra gli
Spagnuoli, quand'egli si tratteneva in Germania. Il perchè egli prese
la risoluzion di quetare in qualche maniera le gelosie e doglianze
altrui, col far conoscere non durevole l'unione di quelle due
monarchie. Adunque nel dì 5 di gennaio del presente anno in Colonia
col consenso degli elettori dichiarò re de' Romani _Ferdinando_ suo
fratello, re d'Ungheria e Boemia, il quale poscia nel dì 11 d'esso mese
fu solennemente coronato in Francoforte. Benchè avesse l'Augusto Carlo
proferito nell'anno precedente il suo laudo intorno alle differenze del
papa col duca di Ferrara, pure per varii riguardi, cioè per le segrete
mine dei ministri pontifizii, ne andò differendo la pubblicazione.
Seguì finalmente questa nel dì 21 d'aprile dell'anno presente, in cui
furono dichiarate nulle le pretensioni romane sopra Modena, Reggio e
Rubiera, terre chiaramente appartenenti al sacro romano imperio, e non
già porzioni dell'esarcato di Ravenna, come contro la chiara verità
allora si pretendeva; e ne fu confermato il dominio al duca Alfonso
suddetto. Venne anche obbligato il papa a dargli l'investitura del
ducato di Ferrara, come Stato spettante alla Chiesa romana. In esso
laudo essendo stato condannato il duca a pagare cento mila ducati
d'oro alla camera apostolica, non tardò egli a spedire a Roma i suoi
ministri coll'esibizion di danaro. Ma Clemente, a cui non dovea parer
giusto se non quello ch'era conforme a' suoi desiderii, non solamente
rifiutò quell'oro, ma neppure volle accettare il laudo. Troppo a lui
scottava il restar separate dallo Stato ecclesiastico le città di Parma
e Piacenza; e tanto più se fosse vero ch'egli meditasse di fare un dono
di tutte quelle città alla sua famiglia. Confessa il Giovio che per
tal cagione il papa, per altro gran simulatore, non sapea nascondere
il suo sdegno contro di Cesare, e che si andava lisciando la barba ora
coll'una, ora coll'altra mano, allorchè tornava in campo questo laudo,
assai mostrando la voglia di vendicarsene, quando avesse potuto. E
certamente da lì innanzi parve assai rivolto il suo cuore ai Franzesi,
con fare nondimeno tutto il possibile, perchè l'imperadore non
restituisse Modena al duca. Ma, informato esso Augusto come per parte
d'esso principe era stato soddisfatto al dovere coll'esibito pagamento,
nel dì 12 di ottobre fece rilasciare al duca Alfonso il possesso d'essa
città e di Reggio, con restar vive le amarezze dell'ostinato papa
contra di questo principe, il quale fu sempre da lì innanzi costretto a
star con somma vigilanza, e a tener buoni presidii, per guardarsi dalle
già sperimentate insidie de' ministri pontifizii.
Per attestato di Gasparo Hedione[420], avea nell'anno precedente
_Carlo III_ duca di Savoia, principe di gran senno e valore, assediata
la città di Ginevra, divenuta fin d'allora, e molto più poi, nido
di eresiarchi. Seco era copiosa nobiltà, e il vescovo di essa città,
che n'era stato cacciato. Sotto vi stette quasi un anno; ma essendo
venuti in soccorso dei Ginevrini i cantoni svizzeri di Berna,
Friburgo e Zurigo, fu necessitato esso duca a far pace. Per quanto
si ricava dal Rinaldi[421] all'anno presente, avea il papa conceduto
al prelodato duca Carlo per questo bisogno non solamente le decime
degli ecclesiastici, ma anche di potersi valere delle argenterie delle
chiese. Ed essendochè in quest'anno lo stesso principe era minacciato
di guerra dai cantoni eretici, s'interessò il papa alla difesa,
promettendogli soccorso di danaro, e scrivendo ai potentati cattolici,
per trarli in aiuto di lui. Il Guichenone, storico il più accreditato
della real casa di Savoia, lasciò nella penna sì fatti avvenimenti.
Già dicemmo che fra tanti pensieri di papa Clemente teneva il primato
quello dell'innalzamento e della sicurezza della sua famiglia. Al nuovo
ascendente di essa perchè potea pregiudicare la nimicizia dei Senesi,
operò egli colle forze degli Spagnuoli, che colà si introducesse un
governo favorevole alle sue voglie. Con ordini segreti ancora comandò
ai Fiorentini di mandare un'ambasceria in Fiandra, per supplicare
l'imperadore d'inviare al governo del loro Stato il _duca Alessandro de
Medici_, tuttavia dimorante in quella corte, e destinato genero d'esso
Augusto colla promessa di _Margherita_ sua figlia naturale, di età non
per anche nubile. Se di buona voglia il popolo fiorentino ubbidisse,
nol saprei dire. Furono benignamente bensì esauditi da quel monarca.
Venne dunque Alessandro, e nel dì 5 di luglio entrò in Firenze, accolto
coi festosi suoni delle bombarde, e andò a riposare nel palazzo de'
Medici. Seco era _Giovanni Antonio Mussetola_ ambasciatore cesareo, il
quale nel dì seguente nella gran sala sfoderò il decreto imperiale in
favor del duca Alessandro, con intonare all'assemblea de' magistrati,
che quanto di male non avea fatto nè facea l'invittissimo Carlo a
Firenze, e quanti privilegii lasciava al loro popolo, tutto doveano
riconoscere dal medesimo Alessandro, il quale aveva trovata tanta
grazia negli occhi dell'Augusto sovrano. Letta fu la dichiarazione
o diploma, ed accettata con giuramento da tutti, e successivamente
si fecero fuochi ed altri segni di giubilo per tutta la città. Ma
perciocchè tanto in esso diploma, quanto nella concione del Mussetola,
non s'udì mai il nome di libertà, per concerto fatto col papa, perciò
si guardavano l'un l'altro in volto i Fiorentini. Molti v'erano,
a' quali cadeano lagrime d'allegrezza, perchè scorgeano trovato un
ripiego, per quetare e frenar le discordie di quel popolo, stato
sempre involto in gare e sedizioni in addietro. Ma i più spargevano
lagrime di rabbia, al mirare in quel dì spenta la loro antica libertà.
Convenne poi nel seguente ottobre inviare oratori all'imperadore per
ringraziarlo dell'incomparabil dono loro fatto nel dare per capo alla
repubblica un sì singolar personaggio, come era il duca Alessandro.
Dove terminasse poi questo titolo di capo, lo vedremo all'anno
seguente. Era in questi tempi marchese di Monferrato _Bonifazio_ figlio
di _Guglielmo_, giovane di grande aspettazione, specialmente addestrato
in tutti le arti cavalleresche. Andando egli un giorno a caccia sopra
un generoso cavallo, a tutta carriera seguitava non so qual fiera.
Cadde il cavallo, e con tal empito balzò di sella l'infelice principe,
che si ruppe il collo, e restò morto sulla terra. Gran pianto fu
per questo fra i sudditi suoi, che lo amavano a dismisura. Dovette
scartabellar poco il conte Loschi, allorchè scrisse che questo principe
era morto nel 1518, correndo colla lancia all'incontro di un altro di
pari età sopra un feroce corsiero. Vivea allora _Gian-Giorgio_ suo zio
paterno, che portava l'abito ecclesiastico, godendo una pingue abbazia,
non so se di Bremide o di Lucedio. Rinunziò quel benefizio, ed assunse
il governo di Monferrato. Restavano tuttavia in quella nobilissima
famiglia due principesse figlie del _marchese Guglielmo_, e sorelle
del defunto Bonifazio, cioè _Margherita_ ed _Anna_. Tanti maneggi fece
_Federigo duca_ di Mantova, che gli riuscì in quest'anno di ottenere
in moglie la prima. Con gran solennità si celebrarono quelle nozze
in Casale di Sant'Evasio; maggiori poi furono le feste in Mantova,
allorchè vi comparve questa principessa, da cui quanto bene riportasse
la casa Gonzaga, non istaremo molto a vederlo.