[411] Faustino, Storia di Ferrara.
[412] Antichità Estensi, Par. II.
[413] Du-Mont, Corp. Diplomat.
[414] Nardi. Guicciardini. Varchi. Segni.
[415] Du-Mont, Corp. Diplomat.
Anno di CRISTO MDXXX. Indizione III.
CLEMENTE VII papa 8.
CARLO V imperadore 12.
Anche nel gennaio e febbraio dell'anno presente continuò _papa
Clemente_ coll'_imperadore_ il suo soggiorno in Bologna, perchè la
vicinanza sua e dell'Augusto monarca desse maggior calore all'impresa
dell'assediata città di Firenze. Trovavansi i Fiorentini molto
angustiati dalle armi nemiche, e ciò non ostante risoluti di difendere
la lor libertà sino agli ultimi estremi. Inviati a Bologna i loro
ambasciatori per tentare se potesse riuscir qualche accordo, non
ottennero udienza dall'imperadore; e stando saldo il pontefice in
volere ristabilita la maggioranza ed autorità precedente della casa
de Medici in quella repubblica, al che abborriva troppo il presente
governo di Firenze, se ne tornarono come erano venuti[416]. E
perciocchè donno _Ercole d'Este_ principe di Ferrara, da lor preso per
generale, non potè, a cagion delle minaccie del papa, andare in persona
ad esercitar quella carica, non lasciò per questo d'inviarvi in sua
vece il _conte Ercole Rangone_ colle sue milizie, da cui furono poi
fatte molte azioni di valore. Nel dì 19 di gennaio diedero i Fiorentini
il bastone del generalato a _Malatesta Baglione_, che avea fatto
non pochi brogli per ottenerlo. Era già formato il concerto che la
coronazione desiderata da Carlo V si avesse a fare, secondo il rito, in
Roma, e già era stabilita l'andata colà tanto di lui che del papa. Anzi
si erano incamminati a questo fine colà, per disporre le cose, alcuni
cardinali e prelati. Ma essendo supravvenuti dalla Germania gagliardi
impulsi da _Ferdinando re d'Ungheria_, fratello dell'imperadore, che
aspirava ad essere re de' Romani, e per altri urgenti bisogni di quelle
parti, l'Augusto Carlo fece istanza di ricevere in Bologna le due
corone: al che condiscese il papa. Nel giorno dunque 22 di febbraio
nella cappella del palazzo pontifizio ricevette esso imperadore dalle
mani del pontefice la corona ferrea, in segno d'essere re del regno
longobardico ossia italico. Vien descritta essa corona, portata colà
da Monza, non men dal Giovio che dal maestro delle cerimonie del papa
presso il Rinaldi[417], per un cerchio d'oro, largo più di cinque dita,
con una lamina di ferro nel di dentro, per tenerla, a mio credere,
forte, senza che alcuno sognasse allora quel ferro essere un chiodo
della Passion del Signore, convertito e spianato in quella lamina. Nè
alcun d'essi scrive, che si mostrasse alcun segno di venerazione a
quella corona, come cento anni dopo immaginò il Ripamonti nella sua
Storia di Milano. Poscia nella festa di San Mattia, a dì 24 d'esso
mese, giorno in cui Carlo V era nato, e in cui fu fatto prigione sotto
Pavia _Francesco I_ re di Francia, si celebrò la solenne funzione
nel vasto tempio di san Petronio della coronazion dell'imperadore,
e v'intervennero fra gli altri _Bonifazio marchese di Monferrato,
Francesco Maria della Rovere duca_ d'Urbino, ed uno de' principi di
Baviera. Ma sopra gli altri fu distinto ed onorato _Carlo III duca
di Savoia_, venuto apposta con grandioso corteggio, per attestare
all'augusto monarca suo cognato l'ossequio ed amor suo. Dal prelodato
maestro di cerimonie e da altri si vede descritta la coronazione
suddetta, e massimamente da fra Paolo carmelitano, che vi era presente,
e che ne' suoi Annali MSti la dipigne come cosa veramente magnifica.
Eppure, secondo il Guicciardini, fatta fu con concorso grande, ma
con picciola pompa e spesa: dopo la quale niun'altra più ne ha veduto
l'Italia, giacchè gl'imperadori si sono messi in possesso di usar senza
di essa il titolo e l'autorità degli Augusti. Solamente accadde in
quella gran funzione che due braccia del ponte sopraccennato, per cui
si andava dal palazzo a San Petronio, appena passato l'imperadore si
ruppero colla morte di molti della plebe. Nel dì 2 di marzo[418] arrivò
a Ferrara _Beatrice duchessa_ di Savoia, che passava a Bologna per
visitar l'imperadore suo cognato, dal quale ricevè dipoi molte finezze
ed onori.
Avea desiderato _Alfonso duca_ di Ferrara d'intervenire anch'egli
alla solennità della coronazione; ma non si potè piegare la testa
cocciuta di _papa Clemente_ a permetterlo. Tuttavia, perchè premea
forte all'augusto Carlo di non lasciar viva la discordia del pontefice
con quel principe suo vassallo, affinchè questa non turbasse la quiete
d'Italia, ricusò di partir da Bologna senza avervi provveduto. Vi fu
bisogno di tutta la sua pazienza per ismuovere il duro papa. Tanto
nondimeno fece, che nel dì 2 di marzo ottenne salvocondotto, acciocchè
il duca potesse venire a Bologna. Disputossi un pezzo intorno alle
indebite pretensioni del pontefice sopra Modena Reggio, Rubiera e
Cotignola. Finalmente nel dì 21 marzo fu conchiuso che si rimettesse
all'imperadore il conoscere per compromesso le lor differenze, e che
intanto le stesse città e terre si mettessero in deposito in mano
di lui, ossia de' suoi ministri. A questo difficilmente condiscese
il duca, e massimamente perchè si volle compresa in esso compromesso
anche Ferrara. All'incontro, facilmente il papa vi si accordò, dacchè
nel trattato di Barcellona s'era Cesare obbligato di aiutare il papa a
ricuperar que' luoghi; ed inoltre segretamente convenne con lui che,
in caso di conoscere più forti le ragioni estensi, non pronunziasse
laudo alcuno, ma che lasciasse, come prima, imbrogliate le carte: il
che se facesse conoscere il papa amatore del giusto, non io, ma altri
lo deciderà. Furono eseguite le condizioni di quello accordo; dopo di
che l'Augusto Carlo si avviò per Modena alla volta di Mantova, dove fu
accolto con gran magnificenza dal _marchese Federigo Gonzaga_ signore
di quella città, il quale, in tal congiuntura, a dì 25 di marzo ottenne
per la prima volta il titolo di duca da quel benignissimo sovrano. Ed
allora fu che esso imperadore diede al duca Alfonso l'investitura di
Carpi, con ricavarne cento mila ducati d'oro, de' quali ne toccò subito
sessanta mila. Ventilata poi con ismisurati processi la controversia
fra il papa e il duca di Ferrara, e fatta ben esaminar dall'imperadore,
egli nel dì 21 di dicembre dell'anno presente, mentre era in Colonia,
proferì il suo laudo favorevole al duca Alfonso, ma con pubblicarlo
solamente nell'anno seguente 1531. Giunse a Ferrara nel dì ultimo di
settembre con due bucentori e trenta barche _Francesco Sforza duca_
di Milano, accompagnato dagli ambasciatori del papa, della Francia e
di Venezia; e solamente nel dì 19 di ottobre passò a Venezia, dove si
portò anche il duca di Ferrara per trattare dei comuni interessi.
Seguitava intanto con più fervore che mai la guerra in Toscana contro
Firenze. Non mancava gente che scusava e compativa _papa Clemente_,
autore di essa, per le troppe ingiurie, villanie e danni fatti da'
Fiorentini a lui e alla casa de Medici. Ma senza paragone più erano,
e soprattutto in Firenze, coloro che il maledicevano, per vederlo
sì accanito contro la propria patria, e cagione della desolazion di
tante terre e ville del distretto fiorentino, imputandogli a peccato
ed infamia l'impiegar tanti tesori della Chiesa romana per mantener
eserciti e manigoldi in rovina di tanti innocenti. E tanto maggiormente
ancora, perchè tenevano per ingiustissime le sue pretensioni, non
negando i Fiorentini di ricevere i Medici come cittadini: laddove
questi vi voleano comandar da signori; e l'averlo fatto in addietro,
siccome usurpazione, punto non serviva a giustificar la pretensione
dell'avvenire. Però il chiamavano un nuovo Giulio Cesare, e tiranno,
tanto più detestabile, perchè si serviva della religione, cioè delle
rendite della Chiesa, per soddisfare ai suoi privati mondani appetiti.
Ma siffatte mormorazioni nulla di più producevano che l'abbaiar de'
cani alla luna. Continuava il furor della guerra, lo spargimento del
sangue, la distruzion del paese; perciocchè se di grandi prodezze vi
fece l'armata pontificia ed imperiale, non con minore bravura per
dieci mesi si difesero e sostennero i Fiorentini, sempre sperando
che succedessero de' miracoli o de' casi impensati, o che, per
mancanza di paghe, si avessero a disciogliere le forze nemiche.
A me converrebbe empiere molte carte, se volessi riferir tutte le
scaramuccie e fatti d'armi succeduti in così lungo ed ostinato assedio.
Ma basterà solamente accennare che nel dì 2 d'agosto a Cavinana
seguì una fiera battaglia fra le genti de' Fiorentini comandate
da _Francesco Ferruccio_, valente condottier d'armi, e buona parte
dell'esercito cesareo, a cui intervenne il generale, cioè lo stesso
_principe d'Oranges_. La vittoria si dichiarò per gl'imperiali, e vi
rimasero estinti o sul campo, o di poi per le ferite, circa due mila e
cinquecento Fiorentini, fra' quali lo stesso Ferruccio, barbaramente
ucciso da _Fabrizio Maramaldo_ dopo la resa. Molto nondimeno costò
ai vincitori quel fatto, perchè anche lo stesso _Filiberto principe
d'Oranges_ lasciò ivi la vita per un colpo di archibusata, facendo quel
fine che toccò a tanti altri masnadieri intervenuti al lagrimevol sacco
di Roma. Ora questo svantaggioso fatto, la mancanza oramai divenuta
estrema delle vettovaglie, e il timore che la città restasse esposta
al sacco, misero il cervello a partito de' Fiorentini, concorrendovi
ancora le focose esortazioni di _Malatesta Baglione_ lor generale,
che si mostrò preso da compassione verso la pericolante città, ma
più verisimilmente spinto da segrete intelligenze con papa Clemente.
Videsi poscia che con licenza d'esso pontefice se ne tornò il Baglione
liberamente a Perugia sua patria a goder de' suoi beni patrimoniali,
per tacer d'altre ragioni rapportate dal Varchi. Spedirono dunque
i Fiorentini i loro ambasciatori a _don Ferrante Gonzaga_ fratello
del duca di Mantova, in cui dopo la morte dell'Oranges era caduto il
comando dell'esercito imperiale, e nel dì 12 d'agosto si conchiuse
l'accordo, rapportato da Jacopo Nardi, dal Varchi e da altri scrittori;
del quale altro non accennerò io, se non che fu rimesso allo imperadore
di regolar fra quattro mesi la forma del governo di Firenze, benchè
vi si dica ancora che tal regolamento avea da dipendere dal papa.
Obbligaronsi i Fiorentini di pagare all'armata cesarea ottanta mila
ducati d'oro, dopo avere spesi più milioni in questa guerra, e patite
incredibili desolazioni ne' loro Stati. Appresso fu formato in Firenze
un nuovo magistrato, tutto di parziali della casa de Medici, che poco
tardarono a far uscire di vita sei de' principali difensori della
libertà, e a confinare altri non pochi, e fecero disarmare il popolo.
Se ne andò anche Malatesta Baglione, ma con lasciar in Firenze il nome
di traditore; sopra che è da vedere il Varchi. Pagato che fu il danaro
pattuito, restò libero dal divoratore esercito quel sì maltrattato
paese, a riserva del presidio mandato a Firenze. Uscì poscia nel dì 28
d'ottobre di questo anno un solenne decreto dell'imperadore[419], in
cui dichiarò capo della repubblica fiorentina _Alessandro de Medici_
(a cui il papa avea comperato il titolo di duca della città di Penna),
e i di lui figli e discendenti, e, in mancanza di essi, uno della casa
de Medici. Stranamente si dolsero dipoi, ma in segreto, i Fiorentini di
siffatta decisione o investitura, come quella che chiaramente stabiliva
l'autorità cesarea sopra Firenze e sopra il suo Stato, che per tanti
anni addietro non era stata ivi esercitata nè riconosciuta. Ed ha ben
saputo prevalersene a' dì nostri la corte imperiale, per disporre a sua
voglia dell'ameno paese della Toscana. Questo bel servigio fece papa
Clemente VII alla patria sua; laonde sempre più si lagnò quel popolo
dell'avversa fortuna, costretto a fare il latino con tanti svantaggi
e danni, i quali per la maggior parte avrebbe risparmiato, se si fosse
indotto a farlo prima della guerra.
Quanto a _papa Clemente_, dappoichè fu partito da Bologna l'Augusto
Carlo, anch'egli nell'ultimo giorno di marzo si inviò alla volta
di Roma, dove pervenne nel dì 9 d'aprile. Per tutto il tempo che
durò l'assedio di Firenze, gran battaglia fecero nel di lui cuore
l'ansietà di vincere quella pugna, il timore che la lunghezza o altro
sconcerto guastasse l'impresa; oltre alle tante cure per somministrar
somme immense di danaro, e un batticuore continuo che Firenze presa
andasse a sacco. Gli sopravvenne poi un'incredibil gioia, allorchè
intese terminata con pacifico accordo la tragedia, e nella forma
ch'egli appunto sospirava. Poco nondimeno tardò a cangiar le sue
allegrie in una somma afflizione pel nuovo flagello che nel presente
anno si scaricò addosso alla tanto battuta città di Roma, che appena
cominciando a respirare dai gravissimi guai del sacco, si trovò
immersa in un'altra non minore sciagura. Era ito il pontefice a
diporto ad Ostia nell'autunno di quest'anno, quando eccoti aprirsi,
per così dire, le cateratte del cielo, e cadere per più giorni una
sì dirotta e continua pioggia, che i fiumi tutti in quelle parti, e
specialmente il Tevere, sopra modo gonfiati, traboccarono fuori dal
letto loro. A riserva di pochi luoghi, ne restò inondata tutta Roma,
e con tale altezza d'acqua, che assaissime persone ivi perderono la
vita, vi rovinarono molti pubblici e privati edifizii, s'empirono
di acqua tutti i sotterranei, tutti i fondachi e le botteghe, con
perdita d'innumerabili merci, vettovaglie e bestiami. Memoria non
v'era che tanti danni avesse mai recato l'escrescenza del Tevere,
sicchè fu creduta la gran perdita, che allora avvenne, non inferiore
alla precedente del sacco di Roma. Trovandosi allora, come dicemmo, il
papa in sito, dove non potea ricevere, per cagion di questo diluvio,
gli alimenti, prese il partito di ritirarsi a Roma; e con gran
pericolo suo e di tutta la sua corte cavalcando, sempre coll'acqua
alla pancia de' cavalli, pervenne alla città. Ma volendo passare al
palazzo pontifizio, trovò tutti i ponti o fracassati (fra i quali quel
di Sisto) oppure coperti d'acqua; nè parimenti restandogli maniera
di entrare in castello Sant'Angelo, fu necessitato a ricoverarsi a
monte Cavallo a Sant'Agata, finchè tornassero le acque al consueto lor
letto. Vi tornarono ben esse, ma il lezzo e puzzo lasciato in tanti
siti sotterranei, si tirò poi dietro una gran pestilenza, cioè mali
sopra mali. Poco nondimeno profittò di siffatti avvisi il pontefice,
e lasciando piagnere chi volea, continuò i suoi disegni politici pel
sempre maggiore ingrandimento e lustro di sua casa. Io non so come
questa fiera inondazione venga rapportata nel novembre dell'anno
seguente nella Storia del Segni. Sarà un errore di stampa. Il Surio,
fra Paolo carmelitano ed altri ne parlano all'anno presente. Il Varchi
la mette nei primi giorni d'ottobre, e con lui vanno d'accordo gli
Annali manuscritti di Ferrara. E tal notizia vien poi messa fuor di
dubbio dalle memorie in marmo esistenti in Roma, e riferite da Andrea
Vettorelli. Nè si dee omettere che nel marzo di quest'anno l'_Augusto
Carlo_ investì delle isole di Malta e del Gozo l'inclita religione
de' cavalieri gerosolimitani dello Spedale, dinanzi chiamati i
cavalieri di Rodi, e i quali ne presero il possesso, con formar ivi uno
inespugnabil baluardo in difesa del nome cristiano contra de' Turchi
e Mori. Lo strumento imperiale si vede dato in Castelfranco nel dì 24
di marzo. Come ciò sia, lascerò che altri lo insegni, potendosi di qui
argomentare che Cesare in quel giorno, e non già nel dì 22, si movesse
da Bologna. Ma il dì 22 è assai specificato nel Diario riferito dal
Rinaldi, e nel dì 25 l'imperadore si trovava in Mantova. Anche gli
Annali manuscritti di Ferrara ci assicurano ch'egli si partì da Bologna
nel dì 22 di marzo.