[410] Anonimo Padov. Panciroli, Histor. Regiens. MS. Vita di Alfonso
MSSta. Guicciard., Istor. MS. di Ferrara. Varchi, Istor.
Anno di CRISTO MDXXIX. Indizione II.
CLEMENTE VII papa 7.
CARLO V imperadore 11.
Sul principio di quest'anno fu preso da una breve, ma pericolosa,
malattia _papa Clemente_, nel qual tempo, cioè a dì 10 di gennaio,
creò cardinale _Ippolito_ figlio naturale di _Giuliano de Medici_;
e, come è l'uso in simili casi, corse anche la voce di sua morte a
Firenze, voce accolta con giubilo interno ed esterno di quasi tutti
que' cittadini, consapevoli del di lui sdegno contra di loro, e della
sua voglia di vendicarsi. Ma riuscì al pontefice di superar quel brutto
golfo, con ritornar presto ai suoi soliti giri politici, trattando
nel medesimo tempo coll'imperadore e col re di Francia, intento a
cavar donde potesse maggiori vantaggi. A non lievi agitazioni era
tuttavia sottoposto il regno di Napoli, perchè la città dell'Aquila
s'era ribellata a Cesare; Barletta la teneva _Renzo da Ceri_ per li
Franzesi; Trani, Putignano e Monopoli erano in man de' Veneziani; e
il monte di Sant'Angelo, Nardò e Castro tuttavia ubbidivano ad essi
Franzesi. Accostandosi la primavera, spedì il _principe d'Oranges_
contro l'Aquila _Alfonso marchese del Vasto_, già rimesso in libertà,
che durò poca fatica a ricuperarla, e a far pagare ben caro a tutto
quel popolo i delitti di pochi, avendogli messa una taglia di cento
mila ducati d'oro. Andò poscia il marchese nel mese di marzo a mettere
il campo a Monopoli. Così valorosamente difesero i Veneziani quella
terra, ch'egli con grave danno de' suoi fu obbligato sul fine di
maggio a ritirarsi. Altre azioni di guerra furono poi fatte in quelle
contrade colla desolazion della Puglia. Fra le altre terre di que'
contorni Molfetta, presa da Cacciadiavoli Contarino, restò messa
a sacco, e sì barbaramente maltrattata ed arsa, che di peggio non
avrebbe fatto un crudelissimo nemico della fede di Cristo. Certamente
se il re di Francia avesse voluto o potuto applicarvi, avrebbe tenuto
in grandi imbrogli quel regno. Ma egli, oltre all'aver in piedi un
trattato di pace coll'imperatore, si trovava affaccendato in affari
più importanti di caccie e d'amori. Per conto della Lombardia, ivi
con più caldo seguitava la guerra. Sul fine del precedente anno erano
giunti presso Genova (perchè nella città non furono ammessi) due mila
Spagnuoli, tutti mal in ordine, senza scarpe in piedi, senza calzoni,
gente bruttissima ed orridissima a vederla, ma che per altro portava
seco la bravura: pregio che tuttavia ritien quella nazione. Tentò il
_signor di San Polo_ general dei Franzesi d'impedir l'unione di costoro
con _Antonio da Leva_; ma il _conte Lodovico di Barbiano_, spedito a
riceverli, seppe sì destramente condurli, che felicemente arrivarono a
Milano. Per disgrazia di quel popolo, battuto da tante tribolazioni,
aveano costoro nome di soldati, ma si trovarono eccellenti ladri;
perchè di notte e di dì per le porte, per le finestre, per li tetti
entravano nelle case, ne asportavano quel poco ch'era rimasto ai poveri
Milanesi; e ciò perchè modo di pagarli non appariva, ed essi erano
spogliati di ogni bene: con somma vergogna di un imperadore re di
Spagna, che nulla pensava a pagar le sue genti, e sapea le incredibili
miserie de' Milanesi, nè provvedeva.
Impadronironsi i Franzesi circa questi tempi di Novara, ma non del
castello, siccome ancora di Vigevano, Sant'Angelo, Mortara ed altri
luoghi. Tenuto fu nel mese di maggio un gran consiglio dal suddetto
San Polo coi capitani veneti e sforzeschi, per far l'assedio di
Milano. Trovossi alle rassegne che non v'erano sufficienti forze,
e però fu risoluto di prendere, se si potea, colla fame quella gran
città. Postossi il San Polo a Biagrasso, il _duca d'Urbino_ generale
dei Veneziani coi suoi e con parte delle genti sforzesche a Cassano:
daddove colle scorrerie infestavano tutto il paese, acciocchè
vettovaglia non entrasse in Milano. Intanto il San Polo, ossia che
gli venisse di Francia l'ordine, o ch'egli concepisse quel disegno,
determinò di passar colle sue milizie a Genova, con isperanza di poter
ricuperare quella città, giacchè _Andrea Doria_ colle sue galee era
stato chiamato dall'imperadore in Ispagna. A questo fine passò egli a
Landriano, e, mandata innanzi la vanguardia, nel dì 21 di giugno prese
riposo in quel luogo. Avvisato della divisione dei Franzesi _Antonio
da Leva_, dopo aver animati i suoi colla sicurezza della vittoria,
sull'imbrunir della notte li mosse incamiciati a quella volta,
facendosi egli portare in una sedia da quattro uomini, per essere
storpio e rovinato dalla podagra. Con silenzio e senza suono alcuno di
trombe o tamburi arrivò quella seguente mattina addosso ai Franzesi,
che fecero ben per qualche tempo resistenza, e massimamente due mila
Italiani comandati da _Gian-Girolamo da Castiglione_ e dal _conte
Claudio Rangone_. Ma infine diedero tutti a gambe. Restò prigione lo
stesso signor di San Polo, ferito in due luoghi, coi suddetti Rangone e
Castiglione ed altri capi d'importanza, e furono presi molti cavalli,
carriaggi ed artiglierie. Il _conte Guido Rangone_, che tanto prima
s'era messo al servigio del re di Francia, nè si trovò al conflitto,
perchè mandato innanzi colla vanguardia, si salvò, riducendosi a Parma
ed indi a Lodi. Così scrive il Guicciardini. Abbiamo, all'incontro,
dal Varchi ch'esso conte Guido, giovane di grandissima espettazione,
dopo aver guadagnato più ferite nel viso, animosamente menando le
mani, restò prigione. Invece di Guido verisimilmente il Varchi volle
dir Claudio. Tornossene il vittorioso esercito imperiale tutto carico
di bottino e di gloria a Milano. Fu poi mandato _Filippo Torniello_
con trecento fanti a ricuperar Novara: il che egli felicemente eseguì,
entrato che fu nel castello, con iscacciarne il presidio franzese.
Gli occorse nondimeno un accidente curioso, che mentre egli cacciava
fuori della città i nemici, un capo di squadra ch'era nel castello,
sciolti i prigioni, con essi ribellò il medesimo castello. Fu nondimeno
fatta loro tanta paura colle artiglierie, che lo renderono, e fu
loro permesso di andarsene, siccome gli avea promesso il Torniello.
Studiossi ancora in varie maniere Antonio da Leva di fare sloggiare dal
suo accampamento il duca d'Urbino; ma non gli venne mai fatto; siccome
neppure d'impedire che i Veneziani e i Sforzeschi di tanto in tanto
facessero delle scorrerie fino alle porte dell'infelice e desolata
città di Milano.
La declinazione intanto in Italia dei Franzesi quella fu che fece
determinare il papa ad unirsi coll'Augusto, preponderando nel di
lui cuore alla memoria dei patiti affronti la sete specialmente
di vendicarsi de' Fiorentini: al che si conosceva più a proposito
la potenza crescente di Cesare, che la troppo sminuita del re
Cristianissimo. Perciò nel dì 29 di giugno dell'anno presente[413] fu
conchiusa in Barcellona una lega fra esso _pontefice_ e _l'imperadore_,
con cui questi si obbligò di rimettere in Firenze nella primiera sua
grandezza la casa de Medici; di dare _Margherita d'Austria_ sua figlia
naturale ad _Alessandro_, creduto figliuolo naturale di _Lorenzo de
Medici_ e di una schiava per nome Anna, benchè il Segni scriva che
altri avessero avuto commercio con quella vil donna: siccome ancora
di rimettere il papa in possesso di Modena, Reggio e Rubiera, senza
pregiudizio delle ragioni del romano imperio, e di Cervia e Ravenna
occupate da' Veneziani. Nè questo bastò. Promise ancora Carlo V di
assistere Clemente VII a spogliar la casa d'Este del ducato di Ferrara,
sotto l'iniquo pretesto di fellonia e ribellione del duca Alfonso.
Le altre particolarità d'essa lega le tralascio, bastando solamente
aggiugnere che gli affari del ducato di Milano e di _Francesco
Sforza_ restarono come prima dubbiosi e pendenti più dalla volontà
dell'imperadore che dalle decisioni della giustizia. Bolliva più che
mai in cuore del _re Francesco I_ il desiderio di liberare i suoi
figli, lasciati per ostaggio in mano del suddetto Augusto. Una spinta
ancora gli diede la già detta confederazione di esso pontefice. Però
anch'egli nel dì 5 di agosto di quest'anno s'indusse a stabilire
in Cambrai un accordo assai svantaggioso con esso imperadore: cioè
per riavere i figli, si obbligò di pagare allo stesso Augusto due
milioni di scudi d'oro del sole. Fece anche una cessione di quanto
egli possedeva nello Stato di Milano e nel regno di Napoli, e dei
diritti della corona di Francia sopra la Fiandra ed Artesia, con
altre condizioni che all'assunto mio non sta l'esprimerle. Di queste
paci crederà taluno che l'Italia allora avesse da esultare, come se
dopo tante tempeste fosse giunto il sospirato tempo sereno. Ma non fu
così. Perciocchè durata tuttavia la discordia fra Cesare e i Veneziani
uniti col duca di Milano; e il papa non tardò molto a far muovere,
secondo gli ordini dell'imperadore, il _principe d'Oranges_ contra dei
Fiorentini. Arrivò questo signore a dì 19 d'agosto a Terni, e s'inoltrò
poi a Spello, menando seco, per quanto scrive l'Anonimo Padovano,
otto mila fanti fra tedeschi e spagnuoli, co' quali s'unirono dieci
mila fanti assoldati dal pontefice sotto valorosi capitani. S'era ne'
mesi innanzi ritirato dal servigio del papa _Malatesta Baglione_, con
passare a quel de' Fiorentini, e impossessarsi della città di Perugia
sua patria. Mise anche presidio in Macerata, Montefalco ed Assisi.
Prima di passar oltre, il principe d'Oranges avea preso que' luoghi,
e dato il sacco a Spello. Indi si applicò a trattare col Baglione per
isnidarlo da Perugia. Capitolò egli infatti nel dì 9 di settembre che
fossero salvi i suoi beni, e che potesse ritirarsi sul Fiorentino
colle genti sue, e colle altre a lui date da' Fiorentini stessi.
Andò poscia il principe a Cortona, che gli si rendè a patti. Passò
a Castiglione Aretino; e mentre que' cittadini trattavano la resa, i
suoi soldati entrati nella terra la misero tutta a sacco. Ritiratisi
poi vergognosamente i Fiorentini da Arezzo, quella città fece buon
accordo con gl'imperiali. Circa il fine di ottobre giunse l'Oranges ad
accamparsi in vicinanza di Firenze.
Benchè si possa perdonar molto all'amore della libertà, che in popoli
avvezzi ad essa suol essere un mirabil incentivo ad arrischiar tutto e
a sofferir tutto per difenderla: pure sembra che non convenisse alla
prudenza de' Fiorentini, tanto inferiori di forze, quello ostinarsi
cotanto contro le pretensioni del papa, spalleggiato dall'armi
cesaree. Quali fossero gl'interni disegni di lui, niuno nè può rendere
conto. Certo è ch'esso pontefice nell'esterno, cioè nelle sue parole,
altra intenzione non mostrava[414], se non che tornassero i Medici
nel medesimo stato di onore e di balìa che godevano prima d'essere
licenziati o cacciati nel tempo della sua prigionia, salva restando la
libertà al popolo; se pur sembrava libertà in addietro quel dipendere
il principal governo dal volere dei Medici. Per attestato del Segni,
erano assai ragionevoli le condizioni proposte da _papa Clemente_. Ma
prevalendo nel loro consiglio il mal animo di molti contro la casa
de Medici, e la sconsigliata temerità d'altri lor pari, benchè si
trovassero abbandonati dal re di Francia, e si vedessero venir contro
tante forze del pontefice e dell'imperadore, non vollero dar orecchio
a trattato alcuno di concordia, sperando nel benefizio del tempo che
potea produrre favorevoli accidenti. Imbarcatosi intanto l'_Augusto
Carlo_ in Barcellona sulla capitana di _Andrea Doria_, con ventotto
galee, sessanta barche e molti altri navigli, su' quali conduceva
sei mila fanti e mille cavalli, sbarcò felicemente a Genova nel dì 12
d'agosto, dove ricevette immensi onori da quel popolo. Presentatisi
davanti a lui gli ambasciatori de' Fiorentini, altro non ne riportarono
che un amorevol consiglio di ricorrere al papa e di seco acconciarsi.
Spedirono dunque a Roma, ma senza sufficiente mandato, lusingandosi
che nel papa l'amor della patria non fosse spento dal troppo amore de'
suoi, e ch'egli non volesse infine la lor perdizione. Sicchè tutto si
dispose per la difesa della città e libertà, avendo eglino presi al
loro soldo tredici mila fanti e secento cavalli, che poi ai fatti erano
molto meno. Trattava fra questo tempo il papa la pace fra _Cesare_ e i
_Veneziani_ e il _duca di Milano_, che, conoscente de' suoi pericoli,
anch'egli facea maneggi coll'imperadore. Volea _Carlo V _in sue mani
Alessandria e Pavia, e fu proposto di metterle in deposito in quelle
del papa. Ossia che all'imperadore non piacesse il ripiego, o che
lo stesso duca ricalcitrasse, furono spedite le milizie ultimamente
arrivate di Spagna ad Alessandria, città che non fece resistenza alle
lor forze. Partitosi dipoi l'imperadore nel dì 30 d'agosto da Genova,
arrivò a Piacenza, dove comparve _Antonio da Leva_ ad informarlo dei
correnti affari, e fu risoluto di far l'assedio di Pavia. Gran danni
intanto e progressi facea il sultano dei Turchi Solimano in Ungheria,
con essere giunto fino a mettere l'assedio a Vienna, città che fu
mirabilmente difesa. Pure quasichè meritassero le cose d'Italia più
stima che i tentativi del nemico comune, si andò facendo in Trento una
massa di dodici mila fanti tedeschi, e di mille e cinquecento cavalli
borgognoni (il Guicciardini li fa assai meno) per calare in Lombardia:
il che diede non poca apprensione a' Veneziani, e li costrinse ad
assicurar le loro città con gagliardi presidii. Calarono infatti
costoro verso il fine di agosto, e giunti a Peschiera, cominciarono
a recar gravissimi danni al territorio veneto. Il _duca d'Urbino_
con grossa banda di genti di arme li andava tenendo stretti il più
che potea. Intanto costò poca fatica ad Antonio da Leva il ricuperar
Pavia, perchè Annibale Piccinardo, senza aspettar colpo di batteria od
assalto, premendogli più di salvar la sua roba che la città, s'accomodò
presto a renderla.
Uno de' principali motivi dell'_Augusto Carlo_ di venire in Italia era,
per quanto egli poi dimostrò, quello di rimettere la pace dappertutto.
Minore nondimeno non fu quello di ricevere dalle mani del romano
pontefice le corone ferrea ed imperiale: il che, come dirò, seguì poi
non già in Milano o in Monza, nè in Roma, come sempre si usò ne' secoli
addietro, ma bensì in Bologna. A questa illustre città, specialmente
per cooperare alla pace suddetta, ma non universale, perchè bramoso di
soggiogar Firenze, passò _papa Clemente_ sul fine d'ottobre, accolto
con gran magnificenza del popolo; e prese alloggio nel pubblico palazzo
del legato e degli anziani. Si mosse anche da Piacenza l'_imperadore_
per venire colà. Conosceva ben egli quanto indebita fosse la passion
del pontefice contra di _Alfonso duca_ di Ferrara. Tuttavia, per
gl'impegni seco presi, si credette in obbligo di mostrar l'animo alieno
da questo principe. Se vero è ciò che ha il Guicciardini, avendogli il
duca spediti ambasciatori, allorchè la maestà sua arrivò in Italia, non
li volle ricevere; ma per pratiche fatte, gli accolse dipoi. Pensava
ancora di prendere la strada di Mantova, affine di non passare per
Reggio e Modena, città del duca; ma cotanto si adoperò Alfonso, che
esso Augusto mutò parere. Ai confini di Reggio se gli presentò davanti
con tutta umiltà il duca, ed ebbe poi l'onore di cavalcare al suo
fianco per tutto il viaggio, con informarlo di quanto occorreva pel
sistema d'Italia e per li suoi interessi: con che non solo confermò,
ma accrebbe nell'animo dell'Augusto sovrano la stima e il concetto
di principe egualmente valoroso che saggio. Nel dì primo di novembre
entrò lo imperadore in Modena, e nel dì 5 di esso mese in Bologna,
dove con grandioso apparato e pompa fu introdotto da quel popolo; e
nel medesimo palazzo dove era il pontefice, anch'egli fu alloggiato,
affinchè con facilità potessero trattar insieme de' pubblici e de'
privati affari. Questo sontuoso ingresso di Cesare in Bologna si
truova esattamente descritto dall'Anonimo Padovano; ma all'istituto
mio non convien dirne di più. Cominciaronsi dunque fra questi due
primi luminari della cristianità stretti e quotidiani colloquii, per
dar sesto alle turbolenze che da tanto tempo desolavano l'Italia. Per
_Francesco Maria Sforza_ duca di Milano, sì malconcio di salute, che
appena si reggeva in piedi, fece il papa quanti buoni uffizii potè,
e, fattolo venire a Bologna nel dì 22 di novembre, con tal fortuna
maneggiò i di lui affari, che l'accordò col magnanimo imperadore nel
dì 23 di dicembre. Fu dunque convenuto che coll'investitura imperiale
resterebbe il duca signore dello Stato di Milano, con obbligarsi, in
isconto delle spese fatte, di pagare a Cesare in un anno quattrocento
mila ducati d'oro, ed altri cinquecento mila in dieci anni avvenire,
restando in mano di esso Augusto il castello di Milano e Como, da
restituirsi al duca come fossero fatti i pagamenti del primo anno.
Nondimeno Pavia fu assegnata ad _Antonio da Leva_, da godere sua vita
natural durante. Grande allegrezza avrebbono fatto i popoli dello
smunto ducato di Milano per tal concordia, che pareva il fine de' loro
immensi guai, se il duca, per mettere insieme tanto oro, non fosse
stato costretto a maggiormente affliggerli con gravissimi taglioni ed
imposte. Avvenne in questi tempi che l'esercito cesareo, già ridottosi
in Ghiaradadda, e intento a divorar quelle terre, per non saper come
vivere, appena intese o trattarsi o conchiuso l'accomodamento delle
differenze del duca coll'imperadore, che, alzate le bandiere, volò
alla volta di Milano, con intimare a quel popolo, che se in termine
di quindici dì non soddisfaceva per le paghe loro da tanto tempo
dovute, saccheggierebbero la città, e farebbono prigion ciascheduno,
e che intanto si somministrassero loro gli alimenti. Rimasero di sasso
gl'infelici Milanesi a queste minaccie, arrivate in tempo che speravano
di respirare. Contuttociò, mostrando di fare ogni sforzo per raunar
danaro, spedirono nel medesimo tempo i loro oratori all'imperadore,
esponendogli le lor miserie, e il pericolo che lor soprastava. Provvide
egli immantenente al disordine, coll'inviar gli Spagnuoli e i Tedeschi
ad unirsi coll'esercito di Toscana, e facendo cassare il resto di
quelle truppe, cosicchè nello Stato di Milano non rimasero se non i
soldati di presidio nelle fortezze.
Similmente si concordarono, per non poter di meno, anche i _Veneziani_
coll'imperadore, con obbligo di restituire a lui tutte le terre da loro
occupate nel regno di Napoli, e al pontefice Ravenna e Cervia; siccome
ancora di pagare ad esso augusto per vecchie e nuove ragioni trecento
mila ducati d'oro in varie rate, con altri patti che non importa di
riferire. Nè si dee tacere che sul fine di novembre giunto a Bologna
anche _Federigo marchese di Mantova_ con nobile accompagnamento, fu
molto ben veduto ed accarezzato dall'Augusto Carlo. Nel presente anno
terminò l'Anonimo Padovano la sua Cronica, che manuscritta si conserva
presso di me, nel cui fine sono le seguenti parole: _Qui finiscono i
ragionamenti domestici delle guerre d'Italia, cominciando dall'anno
1508 fino al 1529, esposti e narrati da chi s'è trovato presente al
più delle sopradette faccende_. Fu ad inchinare eziandio il pontefice
e l'imperadore, _Francesco Maria duca_ d'Urbino; e in considerazione
de' Veneziani, dei quali era generale, ricevè buona accoglienza. Era
allora la città, per altro assai grande, di Bologna sì piena di gran
signori e di nobiltà forestiera, che sembrava una fiera continua,
e si faceva alle pugna per ritrovare albergo. Gran solennità ivi fu
fatta nel giorno del Natale del Signore, avendo i Bolognesi fabbricato
un mirabil ponte di legno, per cui dal palazzo discese tutta quella
gran corte alla basilica di San Petronio. Stabilissi poi nel dì 25 di
dicembre una lega perpetua[415] per la sicurezza della tranquillità
d'Italia fra _papa Clemente VII, l'imperador Carlo V, Ferdinando re
d Ungheria, la repubblica di Venezia_ e il _duca di Milano_, in cui
furono ancora compresi il _duca di Savoia_, i _marchesi di Monferrato_
e di _Mantova_, e lasciato luogo al _duca di Ferrara_ di entrarvi,
quando seguisse accordo fra il papa, l'imperadore e lui. Ma di questa
tranquillità non godeva Firenze assediata, o piuttosto bloccata,
dall'esercito imperiale e pontifizio, che, secondo l'uso delle guerre,
infiniti danni inferiva a quel distretto. Maggiormente poi crebbero i
guai in quelle contrade, dacchè il pontefice, fattosi principalmente
promotor della pace in Lombardia, acciocchè l'Augusto Carlo potesse
con più vigore continuar la guerra contra di Firenze patria sua,
ottenne che dallo stato di Milano passassero in Toscana circa otto mila
cesarei, con venticinque pezzi d'artiglieria. Colà dunque si ridusse
tutto il furor delle armi con quell'esito che diremo all'anno seguente.