[405] Raynaldus, Annal. Eccles.
[406] Sansovino, Storia. Johannes Coclaeus contra Lutherum. Storie
Sanesi. Guicciardino ed altri.
[407] Panciroli, Histor. Regiens. MS.
[408] Antichità Estensi. Par. 2.
[409] Du-Mont, Corps Diplomat.
Anno di CRISTO MDXXVIII. Indizione I.
CLEMENTE VII papa 6.
CARLO V imperadore 10.
Dacchè fu giunto in luogo di libertà, cioè in Orvieto il _pontefice
Clemente_, non tardò il _duca d'Urbino_ cogli altri uffiziali
dell'esercito della lega a portarsi colà, per seco rallegrarsi e per
tirarlo nella lega stabilita con tante potenze dai suoi cardinali. Il
trovarono irresoluto, e per quanto dicessero, nol poterono muovere a
prendere partito alcuno. Così avesse egli fatto ne' tempi precedenti.
Verso la metà poi di gennaio inviò il _vescovo sipontino_ a Venezia
a fare istanza a quel Senato che restituissero Ravenna e Cervia, e
pagassero cento mila ducati d'oro per sale occupato in Cervia, con
altre domande che il fecero conoscere mal soddisfatto di quella
repubblica. Non mancarono scuse a' Veneziani per non effettuar
prontamente ciò che il pontefice desiderava, mettendo anch'essi in
campo le tante somme di danaro da loro impiegate per procurargli
la libertà; e poi mandarono _Gasparo Contarino_, uomo di singolar
prudenza, a significar meglio le loro intenzioni al papa stesso.
S'era fermato non poco tempo il _Lautrec_ in Parma e Piacenza, dalle
quali città ricavò circa quaranta mila ducati d'oro. Venne a Reggio,
dove intese la liberazion seguita di papa Clemente. Passò anche a
Bologna, e prese ivi un lungo riposo, sull'espettazione sempre che si
potesse conchiuder pace fra il _re Francesco I_ e l'_imperador Carlo
V_. Ma, scioltosi in nulla ogni trattato, gli oratori di Francia e
d'Inghilterra nel dì 25 di gennaio nella città di Burgos in Ispagna
intimarono la guerra ad esso Augusto; e tanto essi che quei de'
_Veneziani, Fiorentini_ e _duca di Milano_ presero congedo da quella
corte, senza poter non di meno ottenerlo, perchè ritenuti contro il
diritto delle genti. Ora il Lautrec certificato di questo, si mosse
coll'esercito suo alla volta del regno di Napoli, e non volendo passar
l'Apennino, s'inviò per la via della Marca colà. Fu creduto che in
tutto l'esercito de' collegati fossero sessanta mila soldati. Si può
detrarne un terzo. Ed è poi spropositata cosa il dirsi da Odorico
Rinaldi che vi si contassero ottanta mila fanti e venti mila cavalli.
Nel dì 10 di febbraio giunto al fiume Tronto, che divide il regno di
Napoli dagli Stati della Chiesa, senza impedimento alcuno lo passò, ed
espugnata per forza Civitella, terra assai ricca e popolata, ne permise
il sacco a' suoi soldati: iniquo costume, tante volte da noi veduto
praticato dalla milizia di que' tempi, per rallegrare e maggiormente
animare alle imprese quella gente che si picca di esercitare il
più onorato mestier del mondo, quando a pruova di fatti erano tanti
ladri ed assassini. Teramo e Giulia Nuova si arrenderono a _Pietro
Navarro_, e coll'aiuto della parte angioina anche la grossa e potente
città dell'Aquila venne in poter de' Franzesi, e parimente Celano,
Montefiore, e, in una parola tutto l'Abbruzzo ultra. Il che non so se
sia vero, mentre s'ha da altri che essa città si ribellò sul fine di
quest'anno agl'imperiali.
Forse si sarebbe volto il Lautrec verso la capitale del regno, se non
avesse inteso che s'era finalmente, cioè nel dì 17 di febbrio, mossa
da Roma l'armata imperiale sotto il _principe d'Oranges_, la quale il
Guicciardini e l'Anonimo Padovano fanno ascendere a dodici in tredici
mila Tedeschi, Spagnuoli ed Italiani. Ma costoro non s'erano voluti
partire di là, se non tiravano tutte le lor paghe; e convenne che il
papa sborsasse, oltre al già pattuito contante, anche venti mila ducati
d'oro. Uscita che fu quella mala gente fuori della desolata città
di Roma, v'entrò _Napoleone Orsino_ abbate di Farfa con altri suoi
consorti, che un'impresa veramente gloriosa vi fecero, con ammazzar
quanti Spagnuoli e Tedeschi erano restati ivi malati. In questo mentre
il Lautrec s'impadronì della città di Chieti, capitale dell'Abbruzzo
citra, e poi di Sermona e d'altre terre; e mandò anche gente a mettersi
in possesso della importante dogana di Foggia e di Nocera. Essendo
venuto verso Troia l'esercito imperiale, anche il Lautrec s'inviò
all'incontro d'esso nel dì 12 di marzo, aspettando continuamente che
seco s'andassero ad unire le genti del _marchese di Saluzzo_, de'
_Veneziani_ e de' _Fiorentini_. Parevano disposte amendue le armate
a far giornata; ma nulla di questo avvenne. Spedito dal Lautrec
Pietro Navarro a Melfi, città presidiata da secento soldati e copiosa
quantità di villani, la prese per forza, la saccheggiò, con uccisione
di circa tre mila persone. Questo acquisto si tirò dietro l'altro di
Barletta, di Trani, e delle terre circostanti, e parimente della rocca
di Venosa e di Ascoli. Secondo l'Anonimo Padovano, fu anche presa
in questi tempi dai Franzesi Manfredonia, città opulenta e di molto
popolo, e messa a sacco, con ricavarne un grosso bottino. La stessa
crudeltà, per attestato del medesimo storico, fu esercitata nella
presa di Troia. Così venne in lor potere la maggior parte della Puglia
e alquanto della Calabria, a riserva di Otranto, Brindisi ed altri
luoghi forti. Sì fatti progressi cagion furono che il vicerè don _Ugo
di Moncada_ si ritirasse colle sue genti sotto le mura di Napoli, dopo
aver presidiata Gaeta con due mila fanti. Nè qui si fermò la fortuna
de' Franzesi. Anche Capoa, Nola, la Cerra, Aversa e il circonvicino
paese si sottomisero alla lor potenza. Nel qual tempo parimente la
flotta de' Veneziani s'impossessò di Trani e di Monopoli, con disegno
di conquistar anche Otranto, Brindisi e Putignano, terre tutte che,
secondo i patti, aveano da toccare alla repubblica veneta. Sul fine di
aprile andò poi il Lautrec ad accamparsi sotto Napoli.
Non erano intanto minori i guai della Lombardia. Perciocchè, non
bastando la fame, la peste e la guerra a desolare ed affliggere
gl'infelici popoli, insorse una febbre pestilenziale, differente dalla
peste, e chiamata _mal mazzucco_, pel cui empito ed ardore, molti
divenendo furiosi, si andavano a gittar giù dalle finestre, oppure ne'
pozzi e ne' fiumi, senza che i medici vi trovassero rimedio alcuno.
Durò questo flagello, a cui tenne poi dietro la peste, più di un anno,
e morirono per l'Italia infinite persone. Nella sola città di Padova
quattro mila tra nobili ed ignobili furono portati alla sepoltura.
Corse lo stesso malore per le città di Vicenza, Verona, Ferrara,
Mantova ed altre. Ma niuna delle città fu da paragonare per conto delle
miserie alla nobilissima città di Milano. Tante insopportabili angherie
avea posto in addietro _Antonio da Leva_, governatore imperiale, a quel
popolo, per poterne spremere danari da dar le paghe ai soldati (giacchè
un soldo non colava da Spagna), con obbligar anche gli abitanti,
privi di vitto per loro, ad alimentar le milizie, che moltissimi
d'essi per disperazione se n'erano fuggiti, abbandonando tutto. Perciò
quella doviziosa e sì popolata città, che da tanti secoli fu l'onore
dell'Insubria, sembrava oramai uno scheletro di città, essendo nata
l'erba per quasi tutte le strade e piazze; stando aperto notte e dì il
più delle botteghe senza le usate merci; vuote senza numero le case e i
palagi; i templi stessi privi d'ogni ornamento, e i monisteri ridotti
a pochi miserabili religiosi, che non poteano reggere alle continue
insolenze delle affamate truppe. La maggior parte poi del territorio
fra Adda e Ticino, e tante grosse terre e ville, parte abbruciate,
parte abbandonate dagli abitatori, senza trovarsi in alcuni luoghi
nè uomini, nè bestie, e senza più coltivarsi que' fertili terreni,
divenuti perciò un continuato bosco. E tanto più era disperata quella
parte di popolo che restava in Milano, perchè i collegati, stando in
Lodi ed altri siti, impedivano il passaggio dei viveri all'afflitta
città. Queste son le glorie de' principi, che senza aver danaro si
mettono a far guerre; e, per soddisfare alla mal nata ambizione, nulla
curano la total rovina degli infelici popoli e paesi suoi, non che
degli altrui. Dove si andassero i tanti tesori che venivano allora
dalle Indie Occidentali alla corte di Spagna, io non vel so dire. In
questi tempi _Gian-Giacomo de Medici_ castellano di Musso andò verso
il fine d'aprile a mettere il campo al castello di Lecco, secondato
dai Veneziani. Arrivò colà spedito da Milano _Filippo Torniello_,
che il fece ritirar con poco garbo. Ma l'astuto castellano trattò
da lì innanzi per via di lettere con Girolamo Morone, divenuto gran
consigliere anche del _principe di Oranges_; e questi indusse non meno
esso principe che Antonio da Leva ad investirlo di Lecco, acciocchè
da lì innanzi, abbandonato il servigio della lega, servisse colle sue
forze all'imperadore. Ciò fu eseguito; ed egli tosto inviò a Milano una
gran copia di grano, che fu di mirabil soccorso alle necessità di que'
soldati ed abitanti.
Era noto all'_imperator Carlo_ il bisogno e pericolo dello Stato di
Milano, e più quello del regno di Napoli. Perciò, fatto raunare in
Germania un corpo di quattordici mila Tedeschi sotto il comando di
_Arrigo duca di Brunsvich_, principe di molta sperienza ed autorità
nella disciplina militare, lo spedì per via di Trento verso Italia.
Corse per questo in Verona, e Vicenza e Padova tanto terrore, che i
popoli coi lor bestiami e col loro meglio fuggirono ai luoghi forti,
come se avessero alle spalle i nemici. Non potendo quell'armata
passare per la Chiusa, voltatasi per la valle di Caurino, circa il dì
8 di maggio pervenne alla riviera di Garda, dove cominciò a imporre
taglie, e a bruciar ville. Dopo aver presa Peschiera, si diede a
saccheggiar il Bresciano e Bergamasco, con immensi danni e bruciamenti
di quelle contrade. Verso il fine d'esso mese avendo _Antonio da
Leva_ intelligenza con alcuni capi di squadre de' Veneziani che erano
in Pavia, uria mattina, secondo il concerto, spinse la cavalleria
spagnuola entro quella città per una porta ch'era senza guardia. Ai
cavalli tenne dietro la fanteria, e presero la piazza. Fecero ben
testa e gran battaglia i cavalli leggieri veneti, ma con restar infine
svaligiati, e i loro condottieri prigioni. Con questa facilità il
Leva ricuperò una città che tanto tempo, fatiche e sangue era costata
alla lega per acquistarla. E giacchè fra il Ticino e l'Adda altro non
restava che Lodi, occupato dagli Sforzeschi, persuase esso Leva al duca
di Brunsvich di espugnar quella città, prima di passare al soccorso di
Napoli. Colà dunque si dirizzarono con tutte le lor forze, e dacchè le
batterie ebbero rovinata gran quantità di muro, passarono all'assalto.
Ma furono così ben ricevuti da _Giam-Paolo Sforza_ governatore
della città, che non vi tornarono la seconda volta. Si applicarono
perciò a vincer colla fame la città, mal provveduta di viveri, e a
tale estremità la ridussero, che, se durava alquanto più l'assedio,
conveniva a que' di dentro di cedere. Ma eccoti entrare nell'esercito
cesareo il mal mazzucco, ossia febbre pestilenziale, che in men di
otto giorni si trovarono morti più di due mila soldati, ed altrettanti
ammalati. Bastò questo spettacolo, perchè la lor gente cominciasse,
senza poterla ritenere, a fuggir verso Lamagna: laonde fu costretto
il resto di quella sì diminuita armata a ritirarsi a Marignano, da
dove poi anche il duca suddetto si partì, prendendo la via di Como e
di Germania, massimamente perchè vi concorse il consiglio di Antonio
da Leva, a cui non piaceva di aver compagni nel governo. Dopo questi
fatti essendosi ingrossati in Lombardia i Franzesi per l'arrivo di
dodici mila Svizzeri e mille lancie, il _signor di San Polo_ comandante
d'essi, e il _duca d'Urbino_ generale de' Veneziani deliberarono di
tentar l'acquisto di Pavia, dove stavano in guardia due mila fanti
sotto _Pietro da Birago_ e _Pietro Bottigella_. Nel dì 9 di settembre
si accamparono, e si diedero a bersagliarne le mura. Fatta ivi colle
bombarde sufficiente breccia, nel dì 19 d'esso mese per forza d'armi
e con grande uccisione sboccarono nella città, e misero a sacco quel
poco che vi era restato negli antecedenti saccheggi. Il castello si
arrendè fra poco con oneste condizioni per quel presidio. Crebbero
perciò i guai di Milano. Spedì bensì quel popolo disavventurato alcuni
de' nobili primarii in Ispagna, per rappresentare all'_imperador
Carlo V_ le tante loro miserie; ma altro non ne riportarono che buone
parole o promesse di pace. E perciocchè Antonio da Leva, loro perpetuo
sanguisuga, dopo aver torchiato cotanto le lor borse, non trovava più
verso a pagar le truppe, gli fu suggerita una diabolica invenzione:
cioè di proibir, sotto pena della confiscazion de' beni, che niun
potesse tener farina e far pane in casa. Poscia, affittata la rigorosa
gabella del pane, ne ricavò tanto danaro, che diede le paghe alla sua
gente.
Fra l'armata del Lautrec, accampato sotto Napoli, e gl'imperiali
chiusi in essa città, seguivano intanto continue scaramuccie. Accadde
che verso il fine d'aprile quattro grosse navi cariche di frumenti
e d'altre provvissioni da bocca venivano a Napoli per soccorso di
quella gran città. _Andrea Doria_ capitano delle galee di Francia
diede ad esse la caccia; ma non potendole sottomettere per mancanza
di soldati, mandò _Filippino Doria_ a chiedere aiuto al Lautrec, il
quale gli spedì immantinente mille de' suoi migliori fanti. Anche il
_vicerè Moncada_, conoscendo l'importanza di quelle navi, e il loro
pericolo, in cinque galee entrò egli stesso con mille e cinquecento
fanti, e col fiore dei suoi uffiziali, senza saper cosa alcuna del
soccorso inviato dal Lautrec. Si attaccò nel dì 28 del mese suddetto
in mare una fiera battaglia che per gran tempo fu dubbiosa; ma infine
restò la vittoria ai due valorosi Doria. Vi perderono la vita lo stesso
_vicerè, Cesare Feramosca_ ossia _Fiera Mosca, Jaches di Altamura_,
con altri assaissimi; e rimasero prigioni _il marchese del Vasto,
Ascanio e Camillo Colonnesi, il principe di Salerno_, ed altri molti
capitani e gentiluomini. Una sola galea degl'imperiali si salvò; le
navi cariche vennero poi tutte in potere d'Andrea Doria, colpo che
quanto fu di dolore ai difensori di Napoli, altrettanto rallegrò
l'esercito della lega. Comuni allora furono i pronostici che Napoli
non si potrebbe sostenere. Non mi fermerò io a narrar gli altri
avvenimenti dell'assedio di quella gran città, e della guerra che nel
medesimo tempo si fece per tutto il regno, con essere applicati anche
i Veneziani a ridurre in lor potere Otranto, Brindisi ed altre terre
marittime. A me basterà di dire che la peste era in Napoli; e questa si
comunicò al campo de' Franzesi, ossia della lega, per cui terminarono
il corso di loro vita il _nunzio del papa_ e _Luigi Pisano_ legato
veneto con altri signori. Cadde per la sua ostinazione in quell'assedio
dipoi malato anche il _Lautrec_, e finì di vivere nel dì 15 di agosto,
con restare il comando al _marchese di Saluzzo_. Era perciò in gran
confusione quell'armata, con declinare ogni di più per la mortalità
della gente. Al che s'aggiunse un altro non lieve disastro, perchè
Andrea Doria destinato a guardar il mare, affinchè non entrassero
viveri in Napoli, essendo terminata la sua ferma col re Cristianissimo,
passò al servigio dell'imperadore: avvenimento che sconcertò forte i
disegni e le speranze de' capitani franzesi. Il perchè dal marchese
di Saluzzo verso il fine d'agosto fu presa la risoluzione di levar
il campo per ritirarsi ad Aversa. Ma gl'imperiali che stavano
all'erta, usciti di Napoli, con tanto furore piombarono addosso
alla retroguardia, che la misero in rotta, e fecero prigione _Pietro
Navarro_ con altri. Il che inteso dal popolo d'Aversa, diede all'armi,
e, chiuse le porte, tagliò a pezzi quanti Franzesi v'erano prima
entrati. Così l'Anonimo Padovano, il qual soggiunse che, sopraggiunto
il grosso degl'imperiali, seguì un combattimento colla rotta de'
collegati, i capitani de' quali per la maggior parte rimasero prigioni,
e fra gli altri lo stesso _marchese di Saluzzo_, che poi morì; ed avere
i villani fatto gran macello di quella gente sbandata in vendetta delle
molte offese e ruberie lor fatte in addietro. Ma il Guicciardini scrive
che, chiusa quella parte de' collegati in Aversa, per non veder maniera
di difendersi, andò il _conte Guido Rangone_ a parlare _col principe di
Oranges_; e mentre capitolava, con avere accordato che tutti i capitani
restassero prigioni, e i soldati se ne andassero senza armi, bandiere
e cavalli, entrarono improvvisamente i cesarei in Aversa, e diedero
un terribil sacco all'infelice città. Per questo il Rangone pretese
di non essere prigione, e fu poi rilasciato dal marchese del Vasto,
dappoichè questi fu ritornato in libertà. Ecco dove andò a terminare lo
sforzo dell'armata della lega contra di Napoli dopo tanti progressi,
dopo tante apparenze di conquistare tutto quel regno, nel quale non
per questo cessarono le turbolenze e i guai. Perocchè _Renzo da Ceri_
con alcuni degli Orsini si fortificarono in Barletta, e i Veneziani
sotto la condotta di _Cacciadiavoli Contarino_ occupavano varii luoghi
in Puglia e Calabria, con essere tornati quasi tutti gli altri alla
divozione di Cesare. Ma il _principe d'Oranges_, sì per mostrare
severità, come per cavar danari da pagar le sue milizie, non tardò a
far processi e confischi contra di que' baroni che in tal congiuntura
si erano mostrati aderenti a' Franzesi. Fece inoltre decapitare nella
pubblica piazza di Napoli alquanti di que' nobili. Gli altri fuggirono,
o si riscattarono con grossi pagamenti di danaro, trattando di ciò con
quel gran faccendiere di _Girolamo Morone_, a cui in ricompensa delle
sue fatiche donato fu il ducato di Boviano.
Mutazioni parimente nel presente anno seguirono in Genova. Già dicemmo
che il valoroso _Andrea Doria_ era passato al servigio dell'imperadore,
avendo abbandonato quel di Francia, ossia perchè non corressero le
paghe promesse, o perchè il re Cristianissimo non mostrasse di lui
quella stima che meritava; o piuttosto perchè esso re volesse in sua
mano il _marchese del Vasto, Ascanio Colonna_, ed altri da lui fatti
prigioni, a' quali s'era esso Doria obbligato di restituire la libertà,
pagata che a lui fosse la taglia. Fu inoltre creduto che l'amor della
patria, signoreggiata allora dai Franzesi, e il desiderio di stabilir
ivi in più convenevol grado la sua famiglia, il movesse ad abbracciare
il partito di Carlo V, il quale per maneggio del Vasto non mancò di
accordargli delle vantaggiose condizioni. Ora Andrea Doria, avendo
ottenuta da esso Cesare la facoltà di rimettere Genova in libertà,
e sapendo che in essa città, per ragion della peste, erano pochi
soldati, nè si facea l'occorrente guardia; nel dì 12 di settembre
presentatosi al porto, giacchè se n'erano ritirate le galee di Francia,
animosamente v'entrò con soli cinquecento fanti: il che bastò perchè
il popolo si sollevasse gridando: _Libertà_, e _Teodoro Trivulzio_
regio governatore si ritirasse nel castelletto, che fu immediatamente
assediato. Mandarono appresso i Genovesi gran gente ad assediar Savona,
che i Franzesi aveano staccata dalla suggezion di Genova: il che
appunto più d'ogni altro motivo gli avea renduti odiosi ai Genovesi. A
nulla servì l'avere il Trivulzio fatte istanze per soccorso al _signor
di San Paolo_ e al _duca di Urbino_. Vi fu bene spedito un corpo di
gente, ma non sufficiente al bisogno, ed anche troppo tardi; laonde
sul fine di settembre non men Savona che il castelletto si arrenderono
ad essi Genovesi, i quali non perderono tempo a rendere inutile il
porto di Savona con empierlo di sassi, e spianavano da' fondamenti il
castelletto. Per avere il Doria restituita la libertà alla sua patria,
gran gloria a lui ne venne, confessando gli scrittori genovesi ch'egli
avrebbe potuto, se avesse voluto, farsene signore. Col tempo poi parve
che quel popolo dimenticasse sì fatto benefizio. Fu ivi stabilito un
saggio governo; e per togliere le divisioni e fazioni tra' nobili
e popolari, che tanto aveano afflitta quella nobilissima città, a
ventotto delle più chiare ed illustri famiglie (escluse l'Adorna e
la Fregosa) si aggregarono le altre, che erano ammesse agli onori e
magistrati: dal che è poi venuto che ivi sieno tanti Doria, Spinola,
Grimaldi, Fieschi, ec. Mandarono bensì dopo qualche tempo i Franzesi
segretamente alcune schiere d'armati per sorprendere Andrea Doria,
abitante nel suo bel palazzo fuori di Genova; ma egli per la porta
di dietro in una barchetta si salvò. Scaricossi la vendetta solamente
sopra quel palazzo, che fu posto a sacco.
Per confessione ancora del Guicciardini, _papa Clemente VII_, poco
avendo profittato de' flagelli a lui mandati da Dio, dacchè fu in
libertà, avea ripigliate le sue astuzie e cupidità. Ricuperò egli
Imola e Rimini. Partito poscia da Orvieto, fermossi qualche giorno
in Viterbo, ed indi se ne andò a Roma, dove pubblicò rigorosi bandi,
chiamando chiunque era fuggito, affinchè tornassero ad abitarvi. E
perciocchè l'odio suo contra di _Alfonso_ duca di Ferrara, invece
di rallentarsi, era cresciuto, in quest'anno ancora ricorse alle
insidie per torgli le sue terre, e per fare anche di peggio, se gli
fosse potuto riuscire. In Reggio si scoprì un maneggio di _Girolamo
Pio_, governatore di quella città pel duca, col _vescovo di Casale_
commissario dell'armi del papa in Parma e Piacenza, coll'accordo già
fatto d'introdurre in quella città presidio pontificio[410]. Dal conte
Albertino Boschetti fu scoperta la trama, e convinto il reo, perdè la
testa. Venne appresso un altro tentativo, fatto da _Uberto Gambara_,
gran manipolatore di sì belle azioni, per sorprendere con ducento
cavalli ed altrettanti archibugieri il duca nel dover egli passare da
Modena a Ferrara. Per accidente non si partì egli nel dì destinato:
il che servì a scoprire le tese reti, che restarono senza la preda.
Scoperta fu anche un'altra congiura ordita dal medesimo Gambara per
far uccidere il duca di Ferrara, che si trovava allora malmenata
dalla peste. Di questo procedere disonorato e contro il precedente
accordo fece far molte doglianze Alfonso al pontefice, il quale si
scusò col dire che nulla sapea di quelle mene; ma nol persuase al
pubblico, e tanto meno dappoichè niun risentimento ne fece coi suoi
ministri. Era ito nel precedente anno _don Ercole_, primogenito d'esso
duca, con copioso accompagnamento a Parigi, per isposare _Renea_,
figlia di _Lodovico XII_ re di Francia, e sorella della già defunta
_Claudia regina_, moglie del _re Francesco I_. Con somma magnificenza
furono celebrate quelle nozze; e la regal principessa col consorte,
dichiarato duca di Sciartres e Montargis, e visconte di Caen, Follese
e Baiusa, giunse a Reggio, poscia a Modena nel dì 12 di novembre, e
di là passata a Ferrara, vi fece la sua solenne entrata nell'ultimo
d'esso mese. Delle suntuosissime feste fatte in tale occasione in
Modena, e più in Ferrara, è da vedere il Faustini[411], e ne ho parlato
anch'io altrove[412]. Secondo l'Anonimo Padovano, _furono fatte tante
allegrezze, ch'è meglio tacere, che dirne poco_. Ma che è questo
in comparazione di tante calamità e sciagure di fame, di peste e di
guerra, che inondarono tutte le altre provincie d'Italia nell'anno
presente?